Abbruttimento e brutture

‘theiu se n’è partito per la sua settimana di vacanza supplementare perché egli può, quindi da sabato Koris è padrona dei luoghi. Subito è stata colta dalla sindrome dell’Amperodattilo per cui la casa doveva essere pulita pulitissima, persino le fughe delle piastrelle della doccia e sotto a quel mobile in cui ormai la polvere sta costruendo architetture faraonica. Peggio che peggio, Koris-massaia è stata anche contenta e soddisfatta del risultato, durato più di cinque minuti per l’assenza di Zozzorath nei paraggi. Poi è tornata se stessa, ha giocato a Civilization IV per un numero di ore che per pudore non riporteremo, ha cercato di finire The Moment of Silence, punta e clicca con un’ottima storia e un gameplay discutibile, ha guardato un numero elevato di episodi di “The Fall” perché nessuno le ha detto di andare a dormire.

La prossima volta che ‘thieu se ne va in vacanza da infame perché egli può, al suo ritorno troverà almeno due gatti di cui è fiero obiettore di coscienza. Colpa sua, chi va all’osto perde il posto e si sa che i felini saltano volentieri sulle sedie libere. Del resto nella famiglia Koris è chiaro che i gatti non si adottano ma si appioppano.

In laboratorio è un delirio. Koris ogni giorno sgrana un rosario di bestemmie per non aver mandato quel cv a Neutronland dopo essersi fatta infinocchiare da Capo Giuseppi, che le ha rifilato un bidone degno dell’e-commerce delle origini, quando si mandavano le scatole dei telefoni coi mattoni dentro. Negli uffici temporanei è arrivata l’acqua ma si raggiungono temperature di fusione nucleare. Il caldo dà alla testa un po’ a tutti, si rifanno cose su cose perché nessuno sa davvero cosa vuole. Koris se lo porta già menato da casa, decide che in linea di massima il 90% delle merdate che vede non è un suo problema, però si rompe gli zebedei lo stesso.

Si pensava che più in basso di così non si potesse andare quando sono tornati alla carica i tizi che hanno accollato a Koris lo studio infatti del periodo di prova. Lo rivogliono, ma più bello e puccioso. Si è provato a spiagargli che Capo Giuseppi aveva forse previsto cose nel 2023, dall’altra parte hanno risposto che no, Capo Giuseppi sapeva benissimo che c’era budget per il progetto quest’anno e quindi si deve tirare fuori la ciccia. Tre ore di riunione passate a sparare mirabolanti balle per prendere tempo, compreso “le termiti rosse ci hanno mangiato il server, spiace”, mentre si scrive di nascosto a Capo Giuseppi che nonostante l’invito aveva amorevolmente fatto sega. Capo Giuseppi si degna di rispondere stamattina con “ah, sì, se n’era parlato a fine aprile, poi ci siamo scordati. Magari facciamo qualche calcolo durante l’estate”. Koris vorrebbe decorarsi l’ufficio con le budella del messere in questione, anche perché luglio sarebbe agli sgoccioli, che minchia di estate resta? Contando che ci sarebbe questa trascurabile cosa chiamata vacanza, e Koris non avrebbe alcuna intenzione di rinunciare al suo diritto alla disconnessione.

Insomma, Koris dovrebbe essere in ferie giovedì sera, ma potrebbe non arrivarci incensurata. Andrà a radere al suolo qualche città troppo vicina in Civilization IV.

Ritratto di Koris a due giorni dalle ferie

Laghi tristi e marmotte culone

A dirla proprio tutta, all’annuncio dell’ennesima e insopportabile ondata di caldo Koris aveva pensato di andare a sotterrarsi al Trou Qui Souffle, per un’agevole uscita di diciotto ore al sifone di Pasqua Sud. Che poi equivarrebbe a passare diciotto ore in un frigo a otto gradi, ma senza che compaia sulla bolletta dell’elettricità. Solo che una brutta persona di cui non faremo nomi parte per i Pirenei una settimana prima, quindi la logistica speleo si faceva complicata. Col caldo poi si fa tutto complicato.

Il trekking ha il grande vantaggio della logistica ridotta, pertanto pareva una buona idea approfittare del ponte del 14 luglio per andare a zampettare in montagna. ‘thieu ha deciso per l’Ubaye perché c’era già stato da giovane e spensierato e sentiva la necessità di tornarci; Koris ha smesso di prendere iniziative da quando le temperature massime hanno superato i quindici gradi, per cui ha seguito.

L’Ubaye è un luogo parecchio vicino all’Italia e molto marmottoso. Nella passeggiata al Lac d’Oronaye per occupare il pomeriggio, Koris ha visto un sacco di marmotte ed è riuscita nell’incredibile exploit di fare solo foto o mosse o fuori fuoco. Così tante marmotte, così tanta incapacità fotografica. Mentre le marmotte sculettavano fra le rocce, sul sentiero si incontravano spedizioni sponsorizzate da Decathlon con la maglia dell’OM, perché i fini montagnardi si vedono dai dettagli. Sulla via del ritorno è anche piovuto, ma solo perché ‘thieu non aveva portato il k-way e la legge di Muprhy l’ha presa per una provocazione.

Il giorno dopo ‘thieu ha insisto per affrontare i diciotto chilometri e i quasi mille metri di dislivello dell’anello col de Mary-col Marinet, sotto un sole assassino mitigato solo da un inizio trekking fra gli abeti. Koris si è lamentata dell’assenza di neve sul percorso perché in fondo è rimasta la bambina rompicazzo che vuole “a neeee!!” (soprattutto rompicazzo). Per far fronte alla calura, ha messo la testa nel torrent de Mary sperando di rinfrescarsi le idee, invano. Tuttavia l’altitudine e l’annossia hanno fatto la loro magia e a quota 2780 m Koris tende ad essere piuttosto contenta. Anche se vedere i laghi alpini a livello basso è triste e ci si ritrova quasi commossi nello scorgere che il ghiacciao de Mary non è proprio morto-morto anche se ha sicuramente visto giorni migliori, fottuto riscaldamento climatico. Koris ha anche trovato nuovi oggetti d’odio ovvero 1) i cani sciolti che rincorrono marmotte e camminatori (va bene la libertà per il tuo kanniolino/figlio peloso, magari la prossima volta lascialo a una baby sitter pelosa se non sai gestirlo), 2) gli umani che si buttano nei laghi alpini come se fossero all’acquapark, che magari non è proprio necessario sbracarsi a spiaggia in qualunque specchio d’acqua. Ma sicuramente Koris si sbaglia.

Menzione d’onore del fastidio: in campeggio, un messere si è barricato nel cesso a guardare un film a volume sparato, incurante della penuria di sanitari e della coda chilometrica e bisognosa (lett.) che si stava creando.

L’ultimo giorno i piedi di ‘thieu erano ancora in uno stato presentabile, quindi è stato d’uopo assecondare questo suo desiderio di tornare al Lac des Neufs Couleurs, dov’era già stato quando era giovane e baldo. Aveva solo dimenticato il dettaglio del dislivello assassino iniziale, molto piacevole il giorno più caldo dell’anno. Koris è sopravvissuta solo grazie alla vista delle stelle alpine e alla speranza di frescura al di sopra dei 2700 metri. Dopo aver zampettato per morene di ghiacciai pensando a panini salame&maionese, lago dopo lago con livelli d’acqua disastrosi, si arriva al Lac des Neufs Couleurs, unico posto in cui resiste una microscopica macchia di neve (e grazie al ciccio, siamo a 2841 m). Si inizia la discesa fra paesaggi pietrosi, sentieri scoscesi, nessuno in vista all’infuori di qualche rapace dalle ali nere. Giunti in vista dei primi pascoli, Koris si illude di essere quasi arrivata a valle quando arriva ciò che il libro delle passeggiate definiva “parte finale fra gli abeti”. La parte finale fra gli abeti si rivela essere una sorta d’agonia con ammutinamento di piedi e voglia di strisciare fra la polvere e il sudore. Si giunge alla macchina quando non si sperava più, dopo 15 km e 990 metri di dislivello.

Koris comunque non ha ancora riunciato a un giro su più giorni, in teoria in rifugio se il coviddi permettesse; basta trovarne uno per piedi putridi.

La legge di Murphy quando si sente provocata

Traslocazzo

Titolo da intendere come più vi aggrada.

Giovedì scorso è stato il giorno tanto temuto e paventato da marzo in poi, ovvero quello del trasloco del laboratorio negli uffici cosidetti temporanei. Sì, quelli in cui c’erano i ratti, forse scomparsi per magia, forse assunti in quanto nuovi co-workers. Ne sapremo di più al primo cavo di rete sgranocchiato, che potrebbe essere molto presto. A parte lo stanzino di tre metri quadri da condividere con altre due persone, le tende rotte e il sole in faccia fino alle dieci e la scrivania formato banco di scuola elementare, a Koris è andata ancora di lusso. Qualcuno ha ancora i buchi di sopra-citati ratti. Altri non hanno la rete perché boh, misteri. Altri ancora mancano di prese o di maniglie per le porte.

In generale, nell’edificio c’è l’elettricità ma non le luci, causa crollo di un soffitto che ha portato a tagliare tutta l’illuminazione. E non c’è nemmeno acqua potabile perché è rimasta troppo tempo nelle tubature e non si sa che in stato siano questi tubi. Interpellato in merito, Capo Giuseppi ha detto “vabbè, ma è temporaneo, sono solo sei mesi”, proponendo le seguenti soluzioni per l’acqua: farla scaldare nel bollitore abusivo e lasciarla eventualmente raffreddare, oppure andare ad abbeverarsi all’edificio vicino, per inciso un laboratorio che studia gli scambiatore termici dei reattori ad acqua, quindi se ne capiscono. Per fortuna il capo del capo di Capo Giuseppi dallo stipendio di giada, venuto in visita pastorale presso gli sfollati, ha detto a) che Capo Giuseppi è diversamente intelligente (Koris ha provato sentimenti indegni) b) che almeno l’acqua potabile ci sarà. Per la luce possiamo aspettare, finché è estate non c’è problema e in seguito le lampade ad olio sono molto suggestive.

Koris condivide lo stanzino e il suo groviglio dei cavi con un tirocinante più sveglio della media e con uno del laboratorio gemello. Costui fa cose sperimentali con le sezioni d’urto e ha collaborato con Neutronland. A Koris si è stretto il cuore, è salito un magone in gola e poi si è affacciato Toranaga dicendo “peace was never an option”. C’è chi dice che quaesta sitauzione potrebbe durare anche un anno, quindi magari si potrebbe sfruttare questo tempo (e la lontananza geografica di Capo Giuseppi) per trovare una sistemazione migliore. Toranaga è già a fare piani perché le pentole a pressione nucleari sono belle ma non ci vivrei, e la gestione di Capo Giuseppi è più che perfettibile.

Com’è noto, l’emozione principale di Koris è la rabbia e in questo periodo si incazza per un nonnulla, come un drago sottoposto a dieta macrobiotica. Si incazza perché mancano ancora diciotto giorni alla partenza per il paese dalla pendenza e pluviometria importanti e in diciotto giorni può succedere di utto. Si incazza perché c’è il coviddi e allora che si deve fare, andare dai ruolisti e rischiare l’appestamento o dare buca e rosicare? Si incazza perché le carte di consumo dell’uranio hanno abboffato la uallera (Junior cit.) e continuare a fare cose senza un criterio sarà sempre e solo una grossa perdita di tempo. Si incazza perché vorrebbe essere a -400 e tutto le rema contro, ritrovandosi invece a sorvegliare principianti a -60. Si incazza perché la vita non va dove vuole lei. Si incazza perché doveva mandare quel curriculum a Neutronland, senza farsi condizionare dalle vuote promesse di Capo Giuseppi e affini (la prossima volta che penserà a bazzecole come la lealtà o la parola data Koris si prenderà a sprangate da sola). Si incazza perché vorrebbe mangiare patate col lardo e invece ci sono sei milioni di gradi. Si incazza perché si incazza.

Magari può addrestrare i ratti a fare le carte di consumo dell’uranio al posto suo.

Sommersi dalle scatole

Non funziona una mazza

A 23 giorni dal momento in cui le sue chiappe si poseranno su un treno in direzione Tolosa prima e Pau poi, Koris sta cercando di installare Civilization IV su Blatto che metti che sui Pirenei ci sono due settimane di pioggia continua, meglio arrivarci equipaggiati e passare qualche turno a sottomettere territori come un presidente russo qualunque. Ma Blatto e Civilization sono riottosi e non vogliono saperne di andare d’accordo. Già Koris ha miserabilmente fallito a installare su Linux “Vampire the Masquerade: Bloodlines”, il nervosismo aumenta. Anche Arael, che in quanto costosissimo gheming leptop non sfiderà gli elementi in tenda, si sta ammutinando quanto a installazioni.

Al lavoro Koris passa le giornate a trattare file testuali, output di un codice che usa come una scimmia che ha imparato a spingere un bottone giusto. La fisica non la si vede nemmeno col binocolo. Koris aveva proposto una mezza idea di ottimizzare un algoritmo per evitare di fare milioni di milioni di calcoli (no, non stiamo scherzando), ma le è stato risposto “sticazzi, facciamo milioni di milioni di calcoli, cazzo ce frega”. E allora sticazzi, che si deve dire? Che a un certo punto le palle rotolano e bisogna stare attenti a non inciamparci sopra. Meno male che Capo Giuseppi si era lanciato in discorsi e discorsesse sul “challenge” e il lavoro importantissimo, quando invece l’unico challenge è non avere voglia di prenderlo a calci nel posteriore perché fa cacate.

Koris pensava che andare in montagna nel week-end la aiutasse a distendersi e invece nada. Sulle prime pensava di aver sbagliato clamorosamente a scegliere il percorso, poi si è ricreduta, poi si è ricreduta di nuovo quando c’è stato da salire in un canalone pietroso. Per arrivare a un lago a secco, cento per cento grandi insuccessi. ‘thieu si è bucato i piedi, quindi niente passeggiata di recupero la domenica. E il grandangolo di Koris ha deciso di ammutinarsi, per cui tutte le foto sono fuori fuoco. Visti i prezzi, non c’è budget per un nuovo grandangolo. Che palle.

Si naviga nell’incertezza del week-end perché Marseille è invasa dal caldo porco e la chiusura dell’entroterra grava come una minaccia a qualunque attività speleo. Per altro c’è il ponte del 14 luglio e non si è ancora deciso niente. ‘thieu aveva pensato alla Savoia episodio due ma i tempi di percorrenza l’hanno fatto desistere. Koris non sa e non risponde: voleva andare a fare un trekking di più giorni con notti in rifugio, ma il ritorno in grande spolvero del coviddi rende la cosa assai perigliosa.

Koris dovrebbe finire un fottuto racconto che ha iniziato a bomba e poi, come al solito, ha mollato lì perché era il solo conglomerato di banalità mal scritte. Poi l’editor del romanzo è fuggito col malloppo, quindi pare proprio che anche questo progetto naufragherà in gloria. Amen, ci abbiamo provato.

Un giorno funzionerà qualcosa, ma non è questo il giorno.

Visione artistica del Koris-cervello in cui l’unica luce di speranza è il treno per Pau

Lagne di un laboratorio di inizio estate

Manca poco più di un mese alla partenza per il paese delle grotte e dell’umidità, ovvero i Pirenei Atlantici (e Koris dovrà farsi il viaggio da sola in treno perché quel mostro senza quore di ‘thieu parte una settimana prima, kondividi se 6 indinnniato). Questo mese sarà lunghissimo perché Koris si è un pochino rotta gli zebedei di lavorare e invoca eventi tanto improbabili quanto sconnessi, fra cui le baby pensioni, l’allterta meteo, le cimici, le cavallette, insomma qualunque pretesto per quello che Junior chiama lo “stattiacasa”. Ci sarebbe lo smartuorchi, ma poi i capi piangono perché non fai legame sociale e non fai circolare il coviddi.

Capo Giuseppi torna a far danni. Sorvoliamo sulle sue capacità di management pari alle doti culinarie di Koris. Avendo egli traslocato in un altro edificio, ci si era illusi che la relazione a distanza sarebbe stata sufficiente a farlo sparire dai radar, troppo intento a leccare natiche più in alto delle sue. Invece s’è fatto vivo via mail scrivendo a Kori e a una collega “c’è un seminario sullo tzutzurundura, ci andate?”. Gli si è risposto che prima di prendere decisioni sarebbe carino cosa sia uno tzutzurundura, ma Capo Giuseppi è un uomo a cui non si deve chiedere mai: “se ci andate lo scoprite, ditemi se partecipate”. Si precetta un terzo collega che ne sa un filo di più, Koris si azzarda a rispondere “se rientra nelle mie mansioni ci vado”. “Tanto avevo già comunicato agli organizzatori che ci andate” è la risposta di Capo Giuseppi. Koris, già su di giri per gli scambi precedenti, ha avuto una gran voglia di cercare un ferro arrugginito, arroventarlo e andare a ricamare a punto croce “stronzo” sul duodeno di Capo Giuseppi. E anche scrivere messaggi sconclusionati post-serata alcolica del calibro “mi manki torniamo axieme risp è urg” al suo ex-Capo, se questo non fosse fuggito il luoghi atroci dell’Ile-de-France.

In questi giorni il laboratorio è semi-deserto perché nonostante i grandi sforzi di tutti per ignorarlo, il coviddi è ancora fra noi. La settimana scorsa pareva un’ottima idea ammassare venti persone in una stanza per seguire un training via Skype, tenuto a Parigi. Koris rispose che piuttosto che piombarsi in una sala a guardare uno schermo per otto ore e per tre giorni si sarebbe fatta lo scrub facciale con la lima da falegname (e ci avrebbe guadagnato in estetica); Skype per Skype, tanto valeva restarsene in ufficio. Scontata come il reggaeton dell’estate, appena finito il traning è giunta la mail “Tizio è positivo, siete tutti potenzialmente infetti” a cui Koris ha risposto col gesto dell’ombrello. Un altro grande trionfo per il team dei sociopatici.

Il trasloco di uffici che doveva essere a metà maggio sarà in realtà il sette luglio con un ritardo degno di Trenitalia, ci scusiamo per il disagio. L’ultima scusa accampata dalla direzione era “nei nuovi uffici ci sono i ratti”, quindi non si sa se sia in corso una deratizzazione o se invece del trasloco bisogna avviarsi in processione urlando “Penitentia agite!” al fine di scongiurare la peste. A Koris urta moltissimo dover lasciare il suo ufficio, ormai divenuta un tempio di solitudine e silenzio, per doversi trasferire con un non meglio identificato stagista. E quest’annno la pazienza con gli stagisti è a zero, visto che hanno l’intelligenza media di un gasteropode.

La verità è che Koris un po’ si annoia. Sempre grazie alle grandi doti da manager di cui sopra, Capo Giuseppi le ha tolto due progetti su quattro (i due di cui le fregava qualcosa, ça va sans dire) a vantaggio di un terzo con la startup della fuffa… che non si è mai fatta viva. Nessuno è più sorpreso, nessuno è più basito. Sia chiaro, non siamo a livello di Neutroni Porcelloni dove altro al “ma che me frega di ‘sta roba” c’erano l’urgenza, la disorganizzazione totale, i ricatti e gli insulti a vuoto (e 150 km al giorno in macchina per tre ore di ingorghi). Koris ha raggiunto una certa atarassia lavorativa perché alla fine non è solo il lavoro a definire una persona, tuttavia si aspettava di meglio. Non è escluso che si torni ad ordire grandi congiure e che Toranaga esca dall’armadio con la naftalina.

Sarà un mese lunghissimo

Caldazza e buchi che soffiano

Del tutto non richiesto è arrivato il caldo afoso marsigliese demmerda e nessuno ne sentiva davvero il bisogno. Koris è già spiaggiata sul divano a fare il cosplay della Piattola con l’Edgar-Abito e resterà così fino a un calo delle temperature. Oppure finché non salperà per le fredde e umide lande dei Pirenei ad agosto, che ad oggi pare lontanissimo. Invece che nell’epoca del riscaldamento globale Koris preferirebbe vivere un inizio di era glaciale, invece abbiamo sbagliato pure era in cui vivere, malimortanguerrieri.

Nel week-end Koris ha accompagnato due giovani speleologi alla loro prima uscita nel Vercors, al mitico Trou qui Souffle, ovvero il buco che soffia già protagonista di un’odissea nel 2015. Stavolta però si è usata l’accortezza di attenersi ai tempi di percorrenza sotterranei e di non raddoppiare la durata dell’uscita. L’obiettivo era -200, ma visto lo stato delle truppe ‘thieu ha patteggiato per fermarsi a -150. Koris ha iniziato a lamentarsi che non si fa più nulla di un po’ impegnativo, che molto bello accompagnare i novizi, ma lei voleva farsi quattordici ore di speleo per arrivare al sifone di Pasqua Sud e uscire strisciando sulle gengive. E di essere quella più scarsa della spedizione, invece di dover rassicurare persone dicendo che in fondo un P30 è un pozzetto, che saranno mai 30 metri di vuoto sotto al culo, suvvia. L’ultima volta che Koris si è lamentata della mancaza di cose complicate si è ritrovata a -450 in una grotta per gente “gratinata” (col cervello gratinata, in questo senso).

Koris dovrebbe seguire un training su un codice determinsta demmerda per tre giorni della settiama prossima. Qualcuno ha prenotato una sala, poi hanno detto che il training sarà via Skype. La prospettiva di passare tre giorni chiusa in una sala a seguire un training via Skype è agghiacciante e non nel senso buono.

Per il resto boh, fa troppo caldo per mettere in fila pensieri coerenti.

Marseille assomiglia parecchio all’inferno

Il cerchio è chiuso

Dopo anni-secoli-millenni di fifa nei pozzi rivelatasi del tutto ingiustificata (o almeno, ingiustificata per una speleologa che in teoria dovrebbe saper fare), Koris si è decisa a rimettere il culo in carreggiata e il discensore in un pozzo serio. Solo che quando la tua vita va a brandelli è difficile riportare le chiappe sulla giusta via, quindi Koris ha iniziato a chiudere il cerchio della paura solo nel 2019, dopo tre anni di tentennamenti, terrori e altre cose poco lusinghiere. Poi vabbè, è successo quel che è successo, coviddi, confinamenti e coglioni girati, perché quando il Cetriolo Cosmico ci si mette fa le cose per bene.

Il primo cerchio è stato chiuso giusto un attimo che si chiudesse l’universo per la seconda volta nel 2020, alle Doline. E nonostante la soddisfazione di essere riuscita a calarsi giù per quel gustoso pozzo di 50 metri che le tendeva le braccia dal 2017, Koris non era contenta. C’era ancora una macchia su sul cv speleo e quella macchia era il maledetto Thipauganahé, che ha dato origine alla catena di terrore dei pozzi nell’ormai non vicinissimo 2016.

È dovuta passare un po’ di acqua sotto ai ponti perché Koris trovasse il coraggio di rimetterci piede e di non reagire d’istinto rispondendo “Thipaucaca” (maturità prima di tutto). Un afoso giorno di giugno il coraggio è arrivato e Koris ha fatto opera di persuasione verso un malmostoso ‘thieu che era più propenso a restare sul divano per lamentarsi del caldo.

Il giorno designato ‘thieu era del suo solito non-gaio umore, Koris ha sollecitato lo stesso.
“Hai paura che andiamo e che io non riesca a scendere?”
“Un po’ sì”
Koris è quindi entrata nello stesso stato d’animo di quando, qualche millennio fa, quello stronzone di Lerry l’aveva iscritta senza tempo alle regionali di atletica. Che si può riassumere con “te lo faccio vedere io”, ma in verità è un po’ più elaborato e contempla l’opzione “ok, vabbè, avevi ragione tu”, che nella vita non si sa mai. Ad ogni modo, c’era tensione nell’aria, Koris non era sicurissima della riuscita dell’impresa, ma era abbastanza persuasa a provarci.

Il Thipau non è cambiato e Koris ha riconosciuto la macchia di alberi in cui ha vagato nel buio di quel tardo pomeriggio di febbraio in cui non sapeva bene se era davvero viva o se era solo una manifestazione della sua stessa fifa. Questa volta c’erano sani sani 25 gradi di più e un sole implacabile. Koris ha iniziato a ripetersi che è un essere umano abbastanza cambiato rispetto al 2016, al di là del discorso che le cellule si rigenerano ogni sette anni e altra amenità del caso. E poi l’imbrago è un comodo modello col sottocoscia e ben regolato, non quel cesso rosso preso da una cantina perché quello ufficiale era sfilacciato e regolato alla buona. Alla fine tutto quel casino era solo colpa dell’imbrago, vero? Vero?!

‘thieu ha armato la grotta in quanto armare e combattere i propri demoni interiori non è proprio semplicissimo e per una volta Koris voleva una cosa semplice. Della grotta in sé Koris non ricordava granché. O meglio, non ricordava i primi due pozzetti perché probabilmente all’ultimo transito era in uno stato mentale alterato e vedeva i draghi. Non si ricordava nemmeno bene la sommità del maledetto pozzo che in tutto fa 80 metri, di cui 40 in un tubo di due metri di diametro e gli altri 40 nel vuoto. Come cadere dall’intestino in un gabinetto, amis les pöetes bon soir. Koris ci ha messo le chiappe dentro, che tutto sommato era già un bel passo avanti, visto che fino a non così tanto tempo fa la cosa sarebbe stata parecchio difficile.

Il Thipau e il suo pozzo-cesso

Poi giù per il tubo. A differenza del resto, Koris ricordava abbastanza bene il tubo, così come aveva impresse nelle memoria tutte le prese a cui si attaccava in lacrime perché “non mi fido dell’imbrago, è troppo largo, ci cado attraverso” (no, non sarebbe stato possibile). Anche il frazionamento di mezzo del tubo era impresso nella Koris memoria, come uno di quei posti in cui non passeresti più di tanto tempo. E invece questa volta ha approfittato del paesaggio perché al di sotto c’erano problemi logistici.

“C’è la corda tutta arrotolata”
“Senti, sei tu che hai deciso di buttarla dall’alto, eh…”
“E ho rischiato di ammazzarmi”
“IN CHE SENSO SCUSA??”
“Ho fatto male un nodo e stava scivolando. Vabbè, non mi sarei proprio ammazzato, ma comunque ora scendo…”

Che poi era tutto quello che Koris voleva sentire proprio nella grotta in cui lei aveva pensato di non sopravvivere. Grande momento di solitudine: che facciamo, ritentiamo una prossima volta che potrebbe anche essere mai? I presupposti non sono rassicuranti e in questo posto ci sarebbe bisogno di un po’ di rassicurazioni e per adesso non è che ne abbiamo ricevute granché…

Però ormai siamo qui, ci sono solo quei trascurabili quaranta metri che dividono Koris dal suolo. Nel vuoto. A quel frazionamento protagonista di una crisi di nervi coi fiocchi, dove le stalattiti ti guardano negli occhi e se le fissi troppo iniziano ad assomigliare a zanne pronte a mordere. Ok, forse stiamo divagando. Se non fosse quel frazionamento sarebbe un frazionamento come tutto gli altri, no? A parte i quaranta metri sotto al culo che insomma, se fossero solo dieci sarebbe meglio…

Quaranta metri di buio, quaranta metri di corda che scivolano nel discensore mentre Koris lo fissa perché attorno c’è solo nero o un fotone disperso su una parete lontana. Poi la terra rossiccia, prima i piedi, poi le chiappe perché le gambe hanno una strana consistenza gommosa. Il frazionamento adesso è quaranta metri più in alto, Koris è a terra. Viva. Dopo più di sei anni di terrori, plus peur que mal.

Panini, test fotografici di ‘thieu che stampano flash a piena potenza sulla Koris-retina, poi si risale, sperando di non fare come Orfeo che si è bruciato nella salita tutti i frutti della discesa agli inferi. Quaranta metri di vuoto in un imbrago da cui non si cade più, quarante metri di tubo, un totale di ottanta metri di sudore. Koris arriva in cima al P80 sentendosi come il personaggio di uno scabercio fantasy motivazionale che ritrova il suo potere scoprendo che il suo peggior nemico in realtà è se stesso. ‘thieu disarma perché “ho fatto troppo casino”, Koris esce per i pozzetti rimanenti portandosi attaccati al culo il sacco foto e un sacco di corda.

E nella calura pomeridiana la maledizione del Thipau è infranta, Koris sentiva che era anche l’ora. Forse se quel giorno del 2016 avesse deciso di starsene a casa invece di rimediare un imbrago di fortuna, tutto questo non sarebbe stato necessario. O forse sì, perché certe cose sono inevitabili e se devono succedere poco importa il luogo (‘thieu il pragmatico risolve la question con “è successo, l’abbiamo gestita, passiamo oltre”). Però adesso Koris è tornata ad essere una speleologa decente, l’incubo del pozzo del Thipau è finito e possiamo iniziare a divertirsi. ‘thieu ha preso la palla al balzo e ha proposto l’Aven Aubert col suo agevole P100, seguito dal P140 della Muraille de Chine, però solo in inverno e sottozero perché altrimenti c’è dentro una cascata. Tanto per stare tranquilli.

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