I flash dal Viet-fottuto-Nam

Da quando, qualche giorno fa, un mercante di carne (si chiamano così le aziende che mandano gente a lavorare per altra gente) si è fatto vivo per proporre un contratto in subappalto a Neutroni Porcelloni, Koris è andata fuori di testa. Non è stata nemmeno una cosa molto ragionata, “manco a li cani” è uscito d’istinto. Tuttavia è uscita anche tutta la melma che forse era confinata o forse no; insomma, la copertura di menzogne va-tutto-bene-per–ora è crollata e no, non va bene un tubo.

Koris si ritrova presa da momenti di panico a ripetersi “non voglio, non voglio, non voglio”, che riguarda un po’ l’essere disoccupata fra 16 mesi, ma ancora di più il lavorare senza alcuna soddisfazione, facendo una vita assurda, guidando per due-tre ore al giorno ed essendo sempre stanca. Koris si sveglia di notte pensando che deve assolutamente dormire o le prenderà il colpo di sonno in macchina, poi si rende conto che la situazione non è più la stessa e che ora come ora non ci sono tragitti al volante, cerca di tranquillizzarsi e quindi le viene l’ansia perché andrà a finire che dovrà tornare su Neutroni Porcelloni con un contratto-capestro. Che quando per chiunque altro sei troppo vecchia e troppo fuori profilo, oppure quando per un posto pensato per te trovano qualcun altro che è più bravo ad essere te, beh, è o quello o un luminoso futuro di disoccupazione e mensa dei poveri, a cui conviene elargire donazione a mo’ di investimento per l’avvenire.

Il clima aiuta? Ma manco per il cazzo. ‘thieu è stanco e di umore terrificante per via della situazione sanitaria e del buffone dell’Eliseo che propina “il faut vivre avec le virus”. Che poi anche lì bella poetica, siamo passati dal “nous sommes en guerre” a “massì che ce frega, il vairus c’è ma a noi ce lo puppa, l’importante è l’economia”. E alla fine l’economia sticazzi, visto che non ci sono segnali positivi e chissà cosa succederà. Trallalà. Gli unici tranquilli sono i Koris-colleghi dallo stipendio di giada e dal posto fisso incrollabile, che in smart working dalle loro villette in campagna si lamentano giusto dei progetti che non avanzano. Vabbè, qualcuno deve pur essere felice o meno a pezzi.

Al lavoro ormai Koris non sa nemmeno più in che anno siamo, cosa deve fare, perché lo deve fare. Se non ci fosse stagista J forse Koris passerebbe le giornate a fissare il muro; tanto gli spettrometri non vanno, il progettone di Obi Wan Kestronzo sarà ritardato oltre il termine del Koris-contratto, la motivazione è inesistente. In questo limbo sospeso Koris ha i flash del suo personale Vitenam nel biennio 2017-2019: rivede il MegaCapo che dice “I am not listening, your opinion does not interest me”, le tornano in mente dolorosi dettagli sopiti come i file Excel da 2000 righe, si trova a pianificare conti che non deve più fare, pensa a dove ha lasciato una macchina-cesso che non ha più. Un po’ come in Gatti Veterani, solo che non fa ridere. Ogni tanto il cervello si ripiglia in tempo, ogni tanto no e tocca cercare una qualunque cosa concreta per accorgersi del presente. Che si rivelano per nulla rassicurante, quindi da capo al fine. C’è serenità.

Koris è la solita esagerata? Di sicuro, dai, lo sappiamo che c’è chi sta peggio. Ma intanto sta così e non è che possa raccontarsi più di tante frottole al riguardo.

Potrebbe quasi essere un suggerimento sensato da inspiroBot

Andiamo a bruciargli la casa, PhD edition vol. 2

Antefatto: Koris è stata più o meno obbligata a partecipare a colloqui di selezione per trovare qualcuno che continui il suo lavoro in scadenza. Il Capo ha deciso che questo qualcuno sarà un dottorando, perché i dottorandi costano poco e rendono tanto. Siccome il progetto sarebbe da attuare in collaborazione presso un altro laboratorio, Capo ha preso due picconi con una fava (il significato di fava potrebbe anche essere traslato, tutto sommato) e ha preparato una proposta di dottorato in cotutela; due laboratori e un dottorando a metà prezzo, affrettatevi gente che l’offerta scade e alle prime dieci chiamate una batteria di pentole in omaggio. Il capo di quest’altro laboratorio verrà ai fini del post etichettato con l’evocativo nome di Obi Wan Kestronzo, ricercatore dal cv decorato, dallo stipendio fisso di giada e che ci tiene a farlo sapere.

Dunque Koris, essere della medesima importanza del due di coppe con la briscola a bastoni, si è ritrovata a dover colloquiare con alcuni aspiranti dottorandi per saggiarne le competenze e le intenzioni. In teoria, se le cose fossero andate come auspicava il Capo, Koris sarebbe stata la co-tutrice di dottorato, tuttavia il Cetriolo Cosmico ha voluto diversamente e quindi nada, oggi le è toccato il ruolo di quella-che-non-si-sa-bene-perché-è-lì. Visto il giro che hanno preso di eventi, Koris pensava di mostrarsi in webcam con sullo sfondo Gandalf al ponte di Khazad-dum, per mandare un velato messaggio ai candidati. Ma non è questo il punto.

Obi Wan Kestronzo in quanto ricercatore blasonato di un istituto rispettato ha pensato bene di mettere subito in chiaro le cose: o hai il sacro fuoco (al culo), oppure tanto vale che lasci perdere subito il dottorato. Si è registrato questo crescendo di uscite da maestro jedi di stocazzo versione accademica:
“Fare un dottorato significa mettere in pausa la propria vita per tre anni per dedicarsi solo alla scienza”
“Quando si decide di fare un dottorato, la vita privata deve contare meno di zero”
“Un dottorando fa una vita di merda, è pagato male, non ci guadagna nulla se non un diploma e noi advisor lo sfruttiamo, ahahahah” (cazzo ti ridi? n.d.K.)
“La vita di un dottorando è la vita di un monaco: ti alzi alle quattro del mattino per fare la preghiera e lavori fino a mezzanotte e ogni giorno di nuovo”

Il Capo, che si rifà alla massima francese “pas de couilles, pas d’embrouilles”, non ha detto nulla. Dopo la prima frase Koris ha cercato di intervenire, non l’hanno calcolata sempre per l’importanza di cui sopra. Alla seconda massima sapienziale di Obi Wan Kestronzo Koris era pronta ad urlare “armatevi, cattiva gente!” ed è un attimo che il furore dilaga in città, che poi è quello che si meriterebbe gente di tal fatta. Siccome non aveva abbastanza, Obi Wan Kestronzo ha aggravato la sua posizione facendo le pulci a un candidato preparato perché “non c’è la scintilla, io le cose devo sentirle a istinto. E poi ho paura che non sia una persona con cui è piacevole discutere, non sembra simpatico” (ci devi fare un dottorato, non una vacanza, cosa cazzo non ti è chiaro del tuo ruolo di advisor?). Koris ha finito questo pomeriggio di colloqui in uno stato di furia, col fegato che ormai si era fatto un’attestazione per cause di forza maggiore ed era fuggito alle Fiji.

Momento serio: sì, il dottorato è un culo, anche abbastanza mostruoso. Sì, il dottorato è impegnativo. Sì, il dottorato è un impegno preso per tre anni e non un semplice contratto a tempo determinato che, anche se rotto, ti apporta comunque qualcosa. No, il dottorato non è un parcheggio e non è solo uno stipendio. No, il dottorato non è una grande vacanza erasmus da prendere sotto gamba. No, il dottorato non è un “massì perché no”.

Però CAZZO. Anzi, CAZZISSIMO. Un dottorando non è uno schiavo, non è lì per fare un piacere all’advisor e macinare pubblicazioni, non deve essere simpatico e soprattutto non deve essere sfruttato. Innanzitutto, è un cazzo di essere umano che lavora e come tale va trattato, col rispetto dovuto, anche se accademicamente parlando è una merdina che non sa nulla. Un dottorando che mette in pausa la sua vita per tre anni, senza relazioni, famiglia, amici e altre cose all’infuori della sua tesi… beh, non è una persona appassionata, ha un problema. E un Obi Wan Kestronzo che pretende fedeltà, obbedienza, simpatia e orari da sfruttamento non è un advisor, è una merda umana e basta. Non ci sono scusanti.

Oh, sì, una ragione c’è: è sempre stato così, in saecula saecolurom amen, i dottorandi soffrono e poi, se arrivano al vertice, si vendicheranno delle loro sofferenze sulla nuova generazione. “Eh, ma la gavetta è importante”, diranno. Oppure, “un dottorato che finisce bene non è normale”, come dissero a Koris al terzo anno al culmine dello stress. Essere maltrattati forma alla vita vera, insegna ad affrontare le avversità, tempra il carattere, gli avvilimenti ti insegnano a stare al tuo posto, e poi questo mondo è una valle di lacrime, tanto vale farti le ossa subito.

Piccole e come al solito volgare Koris-opinione: proprio col cazzo. Il rapporto padrone-schiavo, farsi belli del “io so’ io e voi non siete un cazzo” solo perché firmi quella cazzo di tesi da cui dipendono tre anni di lavoro di una persona, l’atteggiamento indisponente e da mi-sento-stocazzo non servono proprio a nulla. Sono solo un perverso desiderio di rivalsa per avere una chissà quale vendetta per traumi sofferti, vendetta per altro perpetrata su chi non ne può nulla. Non è che se tu hai attraversato l’inferno a piedi nudi devono farlo tutti. Non è che perché sei stato trattato come lo straccio del cesso che allora devi farlo a tua volta. O forse sì, ma solo per soddisfare il tuo stupido ego di pallone gonfiato che si rifà su chi non può risponderti di andare affanculo, tu e la tua tesi di merda.

Cosa ha potuto fare Koris? Niente. Cosa potrà fare Koris in materia? Altrettanto niente, a parte farlo presente al Capo che liquiderà la cosa con “è il modo di fare Obi Wan Kestronzo”. Ecco, di questi modi di fare ne avremmo un po’ pieni i coglioni. A XXI secolo inoltrato sarebbe il caso di rendersi conto che si può insegnare anche nel rispetto dell’altro e nei limiti di un’attività lavorativa sana, che non escluda il resto dell’esistenza. Perché sì, incredibile, la ricerca è un lavoro, il dottorato è un apprendistato per quel lavoro e forse sarebbe l’ora che smettiamo di nasconderci dietro allo spauracchio “ma che contratti, paSSione ci vuole, paSSione“, per iniziare a dare a ognuno la dignità che merita.

Vignetta pubblicata una settimana sulla pagina facebook di ScienceDirect, che volevano fare i simpatici. Magari dovremmo smettere di ridere di questo schiavismo istituzionalizzato e fare qualcosa per migliorare la situazione dei dottorandi.

Speleologia casalinga: la cantina

Nel palazzo di ‘thieu c’è una cantina seminterrata in cui nessuno si avventura mai in quanto luogo insalubre, oscuro e per lo più umido. Koris sapeva dell’esistenza del luogo e sapeva anche che la cantina di ‘thieu alberga per lo più fuffa, all’infuori della roba da campeggio. ‘thieu ha troppa paura che i ratti marsigliesi col porto d’armi vadano a sgranocchiare corde e altri armamentari per metterli in cantina.

Quando si iniziava a sentire la primavera nell’aria, o più la primavera il lockdown episodio 3, si era presa la decisione di compare due sacchi di cemento e rimettere in sesto i muri della cantina che, complice l’umidità, si erano disfatti di quella scomoda struttura estetica chiamata intonaco. Visto il meteo novembrino, Koris ha deciso che il fatidico giorno di restauro poteva essere oggi. Tuttavia, prima di iniziare qualunque lavoro, sarebbe stata cosa buona e giusta evacuare i detriti dei muri suicidi. E anche sudici, ma lo scoprirete a breve.

Koris è scesa in cantina armata di una pala, dei sacchi per detriti e un paio di guanti da lavoro macchiati di vernice rossa. Il più fraintendibile degli outfit, perché Koris è anche una persona normale, ma non accade spesso. Il piano era semplice: prendere i detriti, metterli nei sacchi, convincere ‘thieu a tappare i buchi prima del duemilamai. Appena entrata Koris si è resa conto che la memoria le aveva tirato un brutto tiro, i detriti da impacchettare risultano molto di più di quanto si ricordasse. C’è inoltre un angolo buio, oltre la trave da cui pendono le mute, che appare in tutto e per tutto l’antro oscuro degli orrori.

Koris inizia a spostare brandelli di muro con e senza pala, accorgendosi che al suolo c’è qualcosa di strano. Interrogato sulla natura del pavimento, ‘thieu aveva minimizzando dicendo “è uno stabile vecchio, il pavimento è in terra battuta”. Koris, calatasi nella parte di Indiana Koris e il tempio della zozzura, si china ad esaminare il suolo fra calcinacci e fa una sordida scoperta: fra la presunta terra battuta c’è del cartone. Qualcuno non proprio brillante ha avuto l’idea piazzare degli scatoloni a pezzi per… boh, livellare il pavimento? Avere un linoleum effetto marcio a costo zero? A giudicare dalle scritte fa il marciume, qualcuno negli anni ’70 o forse anche prima.

A questo punto la nostra archeologa della spazzatura è catturata dalla fenomenale scoperta e si mette a seguire il pavimento cartonato, estirpandolo perché c’è un limite alle schifezze anche in cantina. Trascinata dall’entusiasmo, si ritrova nell’antro oscuro della cantina, dove il suolo si fa di polvere nera, con frammenti brillanti. Alla luce del casco da speleo, che qui mica ci si improvvisa nella speleologia a chilometro zero, Koris scopre tesori destinati a restare nascosti: bastoni per le tende in ottone dorato e scrostato, la colonna di un lavandino ingiallito, un termosifone venuto da chissà dove, plinti dipinti con affascinante vernice al piombo color caghetto. Bisogna prevedere una gita alla discarica. Koris ha l’incauta idea di smuovere la polvere nera con la scarpa; l’aria si riempie di fuliggine come in una Londra qualsiasi del XIX secolo e dalla polvere emerge un barattolo di yogurt anni ’60-’70. Perché non è l’amore che dura in eterno, è la plastica. Orrore degli orrori.

Koris torna su al terzo piano e si arma di scopa, paletta e mascherina. Torna nell’antro oscuro e si mette a ramazzare, posseduta dal sacro fuoco dell’Amperodattilo che si butta contro la rumenta all’urlo di “REPULISTI!”. Oltre a spazzature di vario genere databili col carbonio 14, Koris trova il cranio di una bestia, forse una volpe, forse il cane degli inquilini precedenti; non avendo rinvenuto altre ossa, Koris decide di pensare che non c’è una carcassa intera sotto i sedimenti, ma solo il cranio messo lì per decorazione. Nel frattempo, si svela agli occhi di Koris la natura dei bizzarri ciottoli brillanti: è carbone, quindi la polvere è vera fuliggine, dal XIX secolo con furore.

‘thieu fa il suo ingresso in cantina che Koris sta soffocando immersa in una nube nera di Mordor. Il soffocamento non le impedisce di urlare che bonificare le macerie di un reattore nucleare è un’operazione meno tossica, stop a tutti questi merdosi carburanti fossili, mettiamo uranio e plutonio dappertutto (le scorie possono essere messe tranquillamente in cantina) e vaffanculo anche al riscaldamento globale. L’operazione di pulizia, ormai trasformata in un risanamento, prosegue a quattro mani munite di scopa e pala. A colpi di ramazza emerge il vero pavimento sepolto nell’oblio dei secoli, che si rivela essere non in terra battuta, ma acciottolato. Emergono anche un paio di occhiali anni ’60, un pennarello indelebile a inchiostro pestilenziale, l’incarto di un Mars, fogli di giornale privi di data e meno male. Koris, ormai un tutt’uno genetico con l’Amperodattilo, è a metà fra l’euforia pulitrice e la furia devastatrice, che a ben vedere sono le due facce della stessa medaglia.

Dopo quasi due ore di ramazzamenti immersi fra le polveri sottili, le polveri di carbone, le polveri di calcinacci e le polveri tout court, Koris e ‘thieu hanno riempito sei sacchi di detriti assortiti e difficilmente riciclabili. Il pavimento è lunghi dall’essere pulito, ma almeno si mostra per quello che è e non più per una distesa uniforme di lerciume. Nessuno ha il coraggio di attaccarsi alla riparazione del muro e la discarica tanto è chiusa, quindi le scorie per ora resteranno in loco. Ci si complimenta dicendo “un bon travail de fait“.

Koris attualmente si soffia il naso in maniera compulsiva e visto che le escono caccole nere (buongiorno, amici poeti!), si lamenta che le pare di essere appena emersa da una miniera delle pagine di “Germinal”. Nel mentre cerca idee per scaffali resistenti all’umidità, che la prossima vittima della speleologia a chilometro zero sarà quell’ammasso di casse tenute insieme dalla muffa che fa da mobilier de rangement dell’antro oscuro. Poi magari ci de-confinano e torniamo a fare della speleologia vera, meno nociva per la salute.

P.S. Appena scrivi che non c’è niente da bloggare l’universo di propone assurde avventure, fai te la vita.

P.P.S Non provate a farlo a casa, ma magari voi altri a casa avete una cantina meno sudicia.

Consiglio di ispiroBot arrivato troppo tardi.

Non bloggabile

Non è pigrizia. Cioè, sì, anche. Ma soprattutto è un sentimento di “ma che ci dobbiamo dire ancora dopo un anno e più di pandemia?”. Non che il blog chiuda per così poco, chiariamoci. Solo che è un anno che si vive a singhiozzo questa imitation of life in cui non succede molto e quello che succede si situa sul divano. No, vabbè, siamo onesti, Koris ha ancora pitturato la cornice della finestra devastata nella stanza in cui lavora. Ma la maggior parte delle cose succede sul divano e non sono nemmeno cose zozze (lo so cos’avete pensato, lettori porcelloni).

La voglia di lavorare è ai minimi storici e trascinata che pare ormai un accanimento terapeutico. Koris cerca di mantenere un sembiante di attività professionale, poi mentre analizza neutroni a 17 MeV si ritrova all’improvviso a leggere su Wikipedia la pagina del Brahmaputra. Koris non ha idea di cosa stiano facendo i neutroni simulati a 17 MeV, però adesso sa quando passa in India il Brahmaputra scorre nell’Assam e nell’Assam c’è il the che piace alla Celia. The fluviali, su RieducationalChannel! I colleghi in compenso non fanno nemmeno finta e dicono che no, non possono lavorare o accollarsi cose perché devono badare ai bambini a casa. Dove per bambini si intende la fascia 14-17 anni a cui hanno comprato moto e mezzi affinché fossero autonomi negli spostamenti. Se fossimo sull’internet la risposta sarebbe “you are not the clow, you are the entire circus”, ma siamo nella vita vera quindi tocca glissare senza dire nulla. Lo abbiamo già detto che la vita vera fa schifo?

Siccome il futuro professionale post ottobre 2022 si tinge di “lol”, Koris si stava domandando perché non prendere la palla al balzo e un periodo sabbatico da sperperare in luoghi remoti. Che alla fine sono quelle le cose memorabili nella vita, non i pomeriggi sul divano. Quindi perché non partire un paio di mesi con la spedizione Ultima Patagonia a fare esplorazioni speleo sull’isola cilena antartica di Madre de Dios? Messo a parte del progetto, ‘thieu non ne è stato molto entusiasta.
“Non ce la fai, guarda che vivono isolati per due mesi, non è che se non ne hai più voglia puoi tornartene a casa”
“Sai, nemmeno su Neutroni Porcelloni potevo tornarmene a casa quando non ne avevo più voglia, eppure ci sono rimasta tre anni”
“Sì, no, vabbè, però…”
“La verità è che saresti invidiosissimo”
“Sì, certo”
‘thieu potrebbe venire a più miti consigli per Koris-esplorazioni in territori forse meno esotici, come la Thailandia. E comunque, il progetto “foto ai pinguini in Georgia Australe” non è ancora abbandonato. Restate con noi per altre follie in tema. (Ecco, questo darebbe una notevole botta di vita al blog)

Per il resto, meh. Circa le attività divanistiche, Koris sta imparando a giocare a Civilization 4, che non è proprio una buona cosa. Dopo una raffazzonata vittoria cinese ottenuta a caso, ha iniziato a giocare con Caterina la Grande in un’assurda Russia tropicale, situata su una Pangea divisa fra tre donne e tre uomini. Il Koris-piano potrebbe essere rendere giustizia al sesso opposto e instaurare una triarchia cento per cento femminile. Per ora però deve strappare lo sbocco sul mare a un troppo espansionistico Gengis Khan. Lo sapete che Civilization è un gioco noto per creare dipendenza, sì?

E niente. Ci si rilegge quando ci sarà qualcosa di bloggabile. Magari alla fine del coviddi. Magari al ritorno dall’isola Madre de Dios.

Anche InspiroBot sembra consiglia la fuga nelle isole cilene antartiche. O verso il Brahmaputra.

Pasqualcazzo reloaded

Koris non sa se l’anno scorso credeva davvero possibile vivere una seconda Pasqualcazzo. Forse no, forse pensava che il 2020 fosse un evento straordinario e non un semplice tracollo verticale da cui si sarebbe risaliti solo strisciando e incespicando ad ogni metro. Comunque Koris ha sentito così tanto questa Pasqua da pranzare ad insalata e cenare con l’avanzo di pasta al gratin. Certo, si può fare peggio di così, ma il livello di abbruttimento è mica male.

“Ehi, ma c’è l’uovo” ha detto ‘thieu, che nonostante l’umore urfido mantiene un più solido contatto con la realtà.
“Quale uovo?” ha chiesto Koris, per cui quella era una domenica qualunque di un mese qualsiasi di un lockdown qualunque, di uno dei sedici secoli di questa biblica pandemia.
“L’uovo di cioccolato, quello che avevamo comprato assieme per Pasqua”
“Ah, sì, vero che è Pasqua. Che merdata ‘sta storia che Pasqua caschi sempre di domenica, oh”

C’è da dire che ormai è un anno che le feste comandate crollano come birilli, forse è il caso di inventarne di nuove. Del resto non è così che funziona? Il calendario evolve. Facciamo di Ferragosto il dies contagi minimi e poi boh, qualcosa ci inventeremo. Fra qualche secolo magari arriverà una religione a caso a dare senso a tutto questo. Magari arriva pure un vaccino, ma chi può dirlo? Di certo non Koris che è prenotata per il settordici di lugliembre del duemilamai, quando invece si leccherebbe qualunque sieri, nel caso anche fra il piscio di cane. Finirà ad aggirarsi per i quartieri nord marsigliesi, alla ricerca di loschi figuri che ti approcciano chiedendo “Fumo? Pasticche? Astra-Zeneca?”.

In compenso è stata la prima pasquetta a memoria d’uomo (o almeno a memoria di Koris) senza una nuvola in cielo. Zero, nisba, nada. Visto che sua egoisticità eccellentissima il Giove di noi altri che sta all’Eliseo ci ha concesso spostamenti di ben dieci grassi chilometri, Koris e ‘thieu hanno passato il merendino alle calanques, a fare 400 metri di dislivello fino alla cime di Marseilleveyre. Koris ha una sordida voglia di andare in montagna, di quelle che non si tengono, al punto che saltellava sulle creste dicendo che se ci fosse stata la neve sarebbe stato perfetto. La neve, certo, a 500 metri in linea d’aria dal mare. ‘thieu borbotta che hanno perso tutto l’allenamento, Koris lo rimbrotta con “parla per te, anzi, non dirlo proprio se non vuoi che ti metta a dieta a bietole bollite”.

Koris aveva intenzione di passere il resto della settimana più o meno imboscata a fare finta di sbrigare un sacco di cose, invece no. Invece potrebbe prospettarsi una settimana della densità dell’uranio (lett.) che nessuno voleva e che nessuno è in grado di affrontare. A cominciare dal dover cazziare lo stagista J., che venerdì si è fatto scoprire su un aereo quando doveva essere incatenato a una scrivania.

Come se qualcuno si aspettasse ancora qualcosa di questi tempi…

Et in terra PACS

La cosa era nell’aria già da un po’ e non assieme al coviddi. C’era già prima, da quando ‘thieu buttò lì un “potremmo anche sposarci” due o tre anni fa. ‘thieu sceglie sempre momenti opportuni per queste grandi risoluzioni ed essendo quel momento proprio l’attimo in cui Koris stava precipitando nel regno dei sogni, la risposta fu “potremmo anche dormire”. Il romanticismo bussava alla porta e quando il romanticismo bussa alla porta, “tu dà due giri di chiave e chiama la polizia”, come ebbe a dire una volta l’Amperodattilo.

Non che la cosa fosse morta lì, ogni tanto emergeva il discorso, allo stesso modo di quel paio di calzini improponibili smessi da anni ma che si fanno vedere di tanto, riportati a galla dall’entropia del cassetto. Essendo i nostri due protagonisti poco amanti di dichiarazioni con cene a lume di candela e brillocchi inanellati sotto la Tour Eiffel (che poi come romanticismo sta a zero per uno che è davvero nato a Parigi), la questione si risolveva con uno sbrigativo “on verra”, poi ci pensiamo. E vissero tutti felici e contenti, procrastinando ad libitum, come finale per una favola non è poi così male.

In verità Koris si era anche informata: la mole di scartoffie era notevole. Soprattutto chiedevano andirivieni col consolato italico, non sempre sul pezzo e con alzate d’ingegno del genere “prendere un appuntamento per prendere un appuntamento”. All’epoca Koris aveva appena il tempo di andare a pisciare e nemmeno tutti i giorni, stare dietro alle menate del consolato. Koris e ‘thieu sono giunti al compromesso “aspettiamo la naturalizzazione francese”. Che è un altro modo di procrastinare alle grande, poiché i tempi per la naturalizzazione potevano essere molto più lunghi del previsto e il decreto arrivare soltanto nella settimana dei cinque venerdì dell’anno del mai.

Contro ogni aspettativa, tuttavia, Koris è diventata una froggy prima del previsto e nonostante il coviddi, riuscendo persino a farsi fare una carta di identità marsigliese. Divenuta una pseudo-francese papiers-munita, non c’erano più tentennamenti di sorta. A parte il coviddi, si intende. Koris si è più o meno piazzata davanti a ‘thieu pronunciando un internazionale e in ogni caso comprensibilissimo “embè?”.

Ne è scaturita una lunga discussione, mentre ‘thieu cucinava e mentre Koris se ne stava seduta sulla lavatrice. Ne è emerso che se la cosa si voleva davvero fare, si doveva battere il ferro finché era caldo, coviddi nonostante. Ne sarebbe conseguito che non ci sarebbero state feste, cerimonie e celebrazioni di sorta, del resto in era coviddi non si può fare altrimenti; a onor del vero, anche in assenza di vairus, Koris e ‘thieu non sono proprio inclini a ricevimenti e sollazzi (in particolare ‘thieu, l’uomo dai troppi cugini, tutti sposatisi con cerimonie faraoniche da ‘thieu molto sofferte), quindi se si poteva evitare era meglio. Koris ha tuttavia fatto notare che bisognava trovare due testimoni, ovvero convincere due persone a prendere un giorno di ferie o perdere un giorno festivo per mettere una firma su un pezzo di carta non destinato a loro. Il romanticismo di cui sopra. A ‘thieu è comparsa in faccia la vecchia clessidra di Windows 3.1 che significava “ci penso”.

“Ma perché non facciamo un PACS?” se n’è uscito ‘thieu, un giorno di febbraio qualunque. Koris ha storto il naso, per traumi pregressi: forse non tutti sanno che il SonnoDellaRagione propose a Koris di firmare un PACS solo per tirarsi indietro (e mollarla) cinque giorni prima della data stabilita. Si è presa qualche giorno per processare la cosa, soprattutto per convincersi che ‘thieu non ha dato segni di SonnoDellaRagione per più di cinque anni, quindi decretò che si poteva fare. Per altro, essendo Froggy, a Koris non restava che chiedere un agevole certificato di stato civile online a Nantes e niente più scartoffie col consolato. C’è stata ancora un’avventura minore col comune di Marseille convinto di essere al di sopra della legge, ma niente che un urlo di ‘thieu non potesse risolvere.

E oggi hanno firmato: Koris e ‘thieu, soli, un po’ rincoglioniti, vestiti non benissimo ma almeno senza scarpe coi buchi. Hanno firmato in un ufficio pieno di plexiglass, alla vigilia di quella che sembra la terza fine del mondo. Il tutto ha richiesto un rapidissimo quarto d’ora: certi pacchi alle poste richiedono più tempo di un PACS. I due più novelli cosi che novelli sposi se ne sono tornati a casa con due pasticcini zozzi della pasticceria di fiducia, da mangiare rigorosamente prima che Manù (o chi per esso) dia le attese pessime notizie.

Ora come ora non si registrano cambiamenti radicali. A parte ‘thieu esagitato e euforico che continua a ripetere “ora ti tocca mettere il tuo nome sul citofono, non puoi più rifiutarti!”. The things I do for love.

SpettroDisagi

E fu così che si scoprì che lo spettrometro non funziona. O meglio, funziona, ma non alle performance nominali; che per i non addetti al lavoro significa che è comprare un forno che dovrebbe scaldare fino a 250 gradi, ma quello oltre i 190 non va. Secondo il fabbricante è colpa della rete elettrica dell’acceleratore, che non si sa che norme segua e che pare sia stata fatto da quel cugggino che se ne capisce perché cambia sempre le lampadine, a un prezzo di favore. Secondo la Capa è colpa del fabbricante che ha fatto le cose a cazzo e ora non vuole assumersi le sue responsabilità. Secondo Koris è colpa sua. Sua nel senso di Koris, tanto come accumulatore di colpe ha un discreto talento.

Koris passa le sue giornate in laboratorio con stagista J al seguito, cercando di capire dove sia il disagio spettrometrico. Di solito non capisce una fava, avrebbe una gran voglia di sedersi e frignare in mezzo al deposito delle sorgenti radioattive, passa un sacco di tempo a chiedere scusa a stagista J. Poi si ricorda che il primo capitolo della tesina di stagista J ha risvegliato il Bazilla sopito da quanto era scritta male, quindi si sente un po’ meno in colpa. Quanto a chiedere aiuto a chi di disagi spettrometrici potrebbe saperne di più, manco a parlarne: da quando Koris è passata da “futura collega” a “elemento consumabile di laboratorio” le vengono elargite risposte non proprio utili e talvolta non proprio cortesi.

Il Capo continua a chiedere perché il Koris-umore non migliora. A ogni domanda del genere il Koris-umore peggiora. Si tratta di un meccanismo automatico e forse il Capo vive in un universo in cui non c’è il coviddi e non hanno dovuto aggiungere il viola per classificare le regioni. Cosa che probabilmente è vera anche per Neutronland, visto che sostengono che non c’è bisogno di restrizioni, o se ce n’è bisogno è solo a Parigi: nella regione Marsigliese si possono leccare le maniglie, con o senza zucchero a seconda dei gusti.

E niente, anche stavolta si fa tanto rumore per nulla. Koris inizia a chiedersi se non è lei stessa il problema in tutta questa storia, che forse porta iella a persone, laboratori, nazioni intere. Ma sono domande che è meglio non farsi, quindi Koris tornerà a martoriare PlayOnLinux che non vuole lasciarla giocare a Still Life.

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