Non ce la possiamo farcela

Meno cinquantaquattro giorni alla fine del Koris-contratto con l’azienda, ma secondo i bookmakers Koris sclera prima. Sicuramente perché è colpa sua che è fancazzista, che non vuole impegnarsi, che è pigra e altre cose del genere. Tuttavia non si può dire che Capo Palpatine non ci metta del suo.

Ieri Koris ha notato che l’ufficio fatturazione di Neutroni Porcelloni ha scritto a lei e a Capo Palpatine per sapere quale sarà l’ultima scadenza del Koris-contratto (ricordiamo, non del Koris-contratto con l’azienda, ma del contratto di Neutroni Porcelloni con l’azienda grossa che ha il contratto con l’azienda di Koris che al mercato mio padre comprò). Palpatine ovviamente non si è degnato di rispondere perché non legge le mail. Koris ha risposto che, in teoria, l’ultima scadenza di fatturazione prima delle Koris-dimissioni è il 20 settembre, ma che voleva la conferma di Palpatine.

La cosa è stata tutt’altro che facile e scontata.

“Senti un po’, Capo, lo sai che il mio contratto con l’azienda finisce a metà ottobre, ma l’ultima fatturazione qui è il 20 settembre, come facciamo?”
“Mi servi fino al 15 novembre”
ZOMG. Risposta sbagliatissima.
“No, ecco, quello non è proprio possibile perché sarò già altrove”
“Ma scusa, il tuo posto mica è sicuro, no?”
“Certo che è sicuro, altrimenti non avrei dato le dimissioni”
“Ma puoi ancora ripensarci”
“NO”
A parte il fatto che Koris non ha alcuna intenzione di ripensarci.
“Vabbè, ma puoi negoziare di cominciare più tardi, no? La data mica sarà fissata”
“E invece è fissata, inizio il 16 ottobre”
Silenzio imbarazzato.
“E allora se il contratto con noi finisce il 15, stai qui fino al 15 sera”
“Aridajela, no. Il contratto con la mia azienda finisce il 15 ottobre, ma fra voi e la mia azienda l’ultima scadenza di fatturazione è il 20 settembre, data a cui io dovrò consegnare un documento. Come intendi gestire la cosa?”
Altro silenzio imbarazzato.
“Facciamo finta di niente”
“In che senso, scusa?”
“Eh, facciamo finta che ci dimentichiamo di settembre e consegni tutto il 15 ottobre”
“Ripeto, mi ha scritto l’ufficio fatturazione di Neutroni Porcelloni ricordandomi ‘sta cosa. Poi non che a me freghi molto di essere ai ferri corti con la mia azienda, però non voglio nemmeno prendermi le colpe dei ritardi di fatturazione così per niente…”
“Vabbè, ma scriviamo che il lavoro comprende anche quello che fai fino a metà ottobre. Del resto chissà cosa succede al tuo lavoro quando te ne andrai, chissà se qualcuno lo porterà avanti…”
Ignoriamo il rumore di magone ingoiato perché due anni e mezzo di lavoro sull’orlo della crisi di nervi sono stati for the soul of the dick.
“Ma con la fatturazione ufficiale come vuoi fare? Perché conosco quelli della mia azienda, non penso che saranno contenti di fare beneficienza pagandomi i tragitti e tutto…”
“Ah, ma quello non è un mio problema, tu ignoralo”

Stamattina Koris apre la casella di posta e si trova in copia a una mail di Palpatine all’ufficio fatturazione.
“Dunque, attualmente Koris resterà con noi fino a metà ottobre, ma la decisione spetta a lei e non la ho ancora incontrata in questi giorni, quindi non so come fattureremo”

Koris lascia ai lettori ogni commento perché è così abbattuta e disgustata da codesto modo di fare che non sa manco più cosa scrivere.

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Argenteria di famiglia

Una parte della famiglia di ‘thieu proviene dalla cosiddetta alta borghesia parigina di inizio XX secolo. Cosa che fa molto Downton Abbey nel Koris-cervello, quando raccontata in maniera platonica. Nella pratica si traduce in certe maniera da molto-bravo-bambino (ma solo quando vuole ovvero quasi mai), un trisavolo pari di Francia, nonni che erano abituati agli high end (si ringrazia fratello Orso per la definizione) in fatto di vini e non solo, zii con parecchia puzza sotto il naso e cugini schizzinosi con gli attici a Versailles.

E l’argenteria di famiglia, certo. Un esercito di teiere, caffettiere, cucchiaini decorati, posate da portata, posate per dodici coperti, posatine da dessert, il tutto in argento o in vermeil, più o meno punzonato. Anche più o meno kitsch, per amor del vero, ma pare che quando si riceve la dotazione sia quella.

All’argenteria di famiglia, accumulata nel corso gli ultimi centocinquant’anni circa, si accompagna un’armata di vasellame decorato. Porcellane di Sèvres, bicchieri di cristallo di sa-il-cazzo-dove, zuppiere, scodelle da minestre. Anche questo tutto più o meno decorato, più o meno kitsch. Quando va bene, i piatti si limitano ad avere un bordino d’oro e le iniziali degli sposi stampate in occasione delle nozze, segno di un’era in cui il divorzio non era una probabilità molto contemplata, almeno per le stoviglie.

Koris non è sicura di avere la giusta forma mentis per apprezzare pasti serviti in tal guisa. Koris, discendente in parte da nobile schiatta contadina della Bassa Langa, in parte da pericolosissimi ferrovieri comunisti della Valbormida e in parte da ancora più pericolosi comunisti dell’Ilva di Portoferraio, non ha mai posseduto il concetto di argenteria di famiglia. O meglio, si limitava a quattro cucchiai scompagnati e ossidati con cui nessuno hai mai osato mangiare, che hanno visto più la polvere che la cucina e che sono andati persi nell’oblio dei secoli. Il numero quattro potrebbe anche essere un’esagerazione.

Il concetto di “servizio buono” in dotazione a Koris è circoscritto ai piatti che si mettono a Natale, un servizio da dodici che fu regalato ai Maiores per il matrimonio. Piatti che non dovevano essere porcellane di alta gamma e che ormai ogni Natale si stringono a quadrato come gli Spartani alle Termopili, sapendo che non hanno altra scelta se non resistere a qualunque catastrofe si abbatta su di loro (di solito U Babbu o Koris che si offrono di portare in cucina i piatti sporchi, con conseguente distatro ambientale). Nella Koris-memoria sopravvivere un’unica zuppiera che venne usata per la soupe à l’oignon in un Natale degli anni ’90: la zuppiera traditrice ustionò in maniera non trascurabile una zampa dell’Amperodattilo e da allora giace in cantina, probabilmente riempita di palline rimbalzanti. Quanto ai cucchiaini decorati, baby-Koris riteneva una gran sciccheria le forchettine da dolci che venivano usate solo per le torte di compleanno. L’esistenza di forchettine da lumache e forchettine da ostriche le era del tutto sconosciuta.

Questa forma mentis fa sì che Koris abbia qualche difficoltà ad apprezzare le argenterie e i servizi di famiglia. Per di più le risuona in mente il perentorio giudizio dell’Amperodattilo secondo cui “ma metti via tutto e vai a comprare sei piatti all’Ikea, se si rompono non piange nessuno”. Perciò, ogni volta che le raccontano la storia delle argenterie di famiglia con la fierezza del maggiordomo Carlson, Koris non ascolta perché è molto compresa nello sforzo di non scoppiare a ridere.

Koris si conferma essere una persona orribile, già. E plebea.

Presenti sospesi di Ferragosto

Meno sessantuno giorni alla fine di Neutroni Porcelloni e all’esperienza nell’azienda degli scrocconi. Sì, Koris conta i giorni come alla naja, anche se Capo Palpatine è in piena fase di negazione.

“Voglio che coordini le operazioni, perché a novembre ci sarà da mettere tutto assieme…”
“Ahem, io posso ancora coordinare quello che c’è, ma a novembre tutto assieme lo metterà qualcun altro”
“No, ma mi serve che poi a novembre facciamo…”
“Oh, ripeto, io me ne vado a metà ottobre al più tardi.”
“No, ma qui siamo incasinati, che poi la tua collega cambia divisione e per fine anno abbiamo da fare…”
“Vabbè, che ti devo dire…”

Koris suppone che Capo Palpatine covi la speranza che IngrataKoris cambi idea, torni a implorare il perdono e allora si ammazzi il vitello grasso, ma prima facciamo un meeting e scriviamo sei memo per decidere quale vitello e come definirlo grasso. Possibilità che IngrataKoris si ravveda e cambi idea: zero. Se avesse avuto dei dubbi, non avrebbe dato le dimissioni. E poi ormai è fatta, bwahahahahaha, ormai è troppo tardi, troppo tardi (da leggere con la voce di Ursula).

Mentre Koris cerca di evitare gli accolli, tenta inoltre di non farsi troppe domande su tutto quello che potrebbe succedere dopo, durante il dopo e dopo-il-dopo. Sì, essere Koris è una cosa molto complicata. Continua a ripetersi on s’engage et après on voit con la voce di Barbero, perché Barbero è una sorta di comfort zone uditiva che annulla gli altri rumori. Il futuro è in grembo a Zeus e i dadi babilonesi tanto vale usarli per giocare a D&D.

Per ingannare il futuro e ancora di più il presente, Koris stasera se ne parte per i pascoli vulcanici dell’Alvernia dove spera di fare cose ad impegno da moderato a blando. Ci sono ancora una caterva di giorni di ferie da sperperare, bisogna pur utilizzarli in qualche modo.

Speleo Things, stagione 5

Al quinto anno di campo alla Pierre Saint Martin, possiamo pensare di farci una serie

Anche quest’anno Koris ha fatto la sua quinta stagione alla Pierre Saint Martin (o San Martiko Harria, come dicono i Baschi locali), attesa come l’uscita di una serie Netflix, ma in cui si vive davvero. E più che il SottoSopra, si esplora il SottoSotto. Ma la fame da Demogorgone resta, invariante.

La stagione 2018 si era conclusa col BB26 (troppe grotte, finché non diventano grosse le chiamiamo col numero di inventario, potrebbe diventare l’Abisso Mangia-Tute) che dopo dieci metri di meandro infame e stretto finiva in un pozzo di 15 metri con un blocco incastrato al centro e un grande boh dopo. Koris e ‘thieu hanno passato autunno-inverno-primavera a pensare a quel boh, con alterne vicende di entusiasmo, disillusione e on verra bien.

Dieci giorni fa hanno portato l’artiglieria pesante al BB26 e del blocco non sono rimasti che frantumi di calcare. Il P15 si è rivelato essere un P12 secondo la questura e il DistoX, che continuava in un saltino di 6 metri, molto bianco e molto ben educato. Dal saltino si ha accesso a un meandro alto e bianco che dà in una faglia bassa, da cui la corrente d’aria annunciava un seguito. La faglia ha richiesto alcune sessioni di lavori all’artiglieria pesante, in un ambiente non proprio tropicale, complici i 4.5 gradi e il gocciolio continuo. Pare circoli un video di Koris, intenta a mangiare pane e salame (ovvero un pezzo di pane in una mano e un pezzo di salame nell’altra) sotto il poncho da grotta da cui spuntano solo testa e zampe.

Hypothermia, cubalibre and midnight sun… ahem, no, questo è il tormentone dell’estate da cui non si esce. Perdonate.

Spaccata la faglia, si è trovato un meandro soffiante da “rimettere alla larghezza opportuna”, soprannominato Meandro di Moebius perché sembrava non finire mai. E invece venerdì si è aperto abbastanza per permettere l’accesso a P10 che dava su… un altro boh.

“Koris, vai tu che l’ingresso del pozzo è stretto”

E Koris è scesa là, nel P10 in cui nessuno era mai andato prima. La consapevolezza di essere il primo umano a mettere piede in un angolino di questo pianeta è una sensazione bizzarra, a metà fra l’orgoglio e la fifa perché non sai dove stai andando e, ehi, nessuno lo sa.

tuttavia

Ma giusto in tempo per esplorare il sottosuolo.

Koris era abbastanza sicura che il meandro si chiudesse davanti a lei e richiedesse un certo numero di sessioni per aprire la sinuosa fessura di 10 cm ai suoi piedi. Poi è andata a vedere. Tanto si chiude. Si è sempre chiuso in alto, si chiuderà anche ora. Tanto si chiude, vero?

Col cappero. Koris si è trovata sul davanzale di un pozzone (poi misurato essere 30 metri di profondità per 17 di larghezza) di calcare nero, senza corda, senza niente di niente. Il primo essere umano a portare dei fotoni là sotto. Momento di orgoglio per la scoperta. Poi Koris ha urlato perché si è ricordata che i pozzoni non le piacciono per nulla.

Al fondo del pozzone, sceso per la prima volta dall’intrepido ‘thieu, si sono trovati un certo numero di rigagnoli che confluiscono nel solito meandro stretto, da allestire a larghezza umana. Koris ha percorso i primi dieci metri, poi ha deciso che anche basta, perché se si incastra là dentro nessuno può venire a recuperarla in breve tempo. Anche se sarebbe un’ottima scusa per prolungare le vacanze.

Il meandro avrebbe potuto rivelare parte dei suoi segreti prima della fine del campo, se il trapano non si fosse messo a fare i capricci. Poi si è scoperto che non era il trapano, era la punta. Due giorni persi così, l’ultimo giorno era ormai troppo tardi per iniziare il cantiere. Il BB26 per quest’anno si ferma qui, a -70 metri per 200 metri di sviluppo orizzontale.

Il seguito alla prossima stagione, la sesta di Speleo Things, prevista per l’estate del 2020 (anche se alcuni intrepidi pare facciano uno spin-off natalizio per passare un sifone sommerso, ma Koris passa il turno).

La suocera della ministra, il tricolore e il gelato di Grom

Ieri è stato il non-poi-così-grande giorno del colloquio per verificare l’integrazione (per parti) di Koris alla comunità francese. È quasi una formalità, se le carte sono in regola e se non ti chiami Abdul Alhazred, ma Koris, in questi giorni pre-Pierre Saint Martin, è in uno stato di prostrazione psicofisica tale che vede catastrofi imminenti circa ovunque. Sì, anche più del solito.

Koris si è quindi traverstita da persona normale ed è andata in Prefettura, dopo aver del tutto casualmente scoperto che non era la prefettura che pensava lei, ma insomma, dettagli. Si è travestita da persona normale perché boh, sono quelle circostanze in cui fingere un’oncia di normalità può aiutare. La normalità rassicura, o almeno rassicura gli altri.

La funzionaria dell’amministrazione non era proprio quel che si dice una persona piacevole, ma insomma, Koris doveva solo fare un colloquio, non passarci le vacanze. L’importante era riuscire a non tirarsi i coltelli prima della fine, come pareva stesse accadendo nell’ufficio accanto.

“Merdopoli, dove lo ho già sentito Merdopoli?”
“Beh, non è poi così lontana dalla frontiera è a 100 km, ci si passa se si va in Toscana…”
“Mai stata in Toscana, ma vado regolarmene a Milano”
“E allora ha visto l’uscita dell’autostrada di Merdopoli”

È seguita una digressione sulle vacanze della funzionaria a Milano, compresa una sperticata lode del gelato di Grom. Koris avrebbe dovuto mostrare la sua assimilazione alla comunità francese, ma non ci sono cazzi, gelatum totum nostrum est, mica si possono rinnegare le radici così, oh.

“Ho visto che il suo atto di nascita è datato settembre, ma la domanda è stata inoltrata solo a marzo. Come mai?”
“Se guarda bene l’atto di nascita dell’Amperodattilo è datato marzo, il comune di Roma ci ha messo sei comodi mesi per mandarcelo per posta, proprio quando pensavamo che ci avessero mandato affan…”
“Ah, vedo che l’amministrazione in Italia è molto rapida.”
“… secondo lei perché sono qui, fra le altre cose?”
Quindi lasciateci il gelato. Almeno quello, suvvia.

Le domande del colloquio sono state abbastanza elementari, Koris non ha nemmeno potuto fare sfoggio della decine di date che si era appiccicata in testa con lo sputo, complice ‘thieu (“separazione fra stato e chiesa?” “1905!” “Comune di Parigi?” “1871!” “Inizio della quinta repubblica?” “1957!”). Questo almeno finché la funzionaria non ha chiesto di citare un ministro donna, Koris ha risposto “Agnes Buzyn, ministro della salute” e la funzionaria se n’è uscita con “e chi era la suocera di Agnes Buzyn?”. Koris è stata tentata di rispondere che si era preparata sulla composizione del governo e non sulle parentele. Poi si è scoperto che la suocera della ministra era Simone Veil. Vabbè.

L’unica domanda di storia è stata abbastanza banale. E Koris ha pertanto deciso di essere abbastanza cacaminchia, perché se non rompi il cazzo sulla storia godi solo a metà. Se sei Koris, ben inteso.

“Quando è iniziata la Rivoluzione?”
“La data simbolica è il 14 luglio 1789, ma in realtà si tratta di un fenomeno complesso che…”
“E cosa cantavano?”
“Beh, non la Marsigliese, che è stata ispirata dalle guerre successive di difesa. Al massimo cantavano la Carmagnole.”

Degna di nota la parentesi di politica italia.
“Il presidente della repubblica italiana… come si chiama?”
“Mattarella. Ma il presidente ha meno poteri che in Francia, da noi è più importante, da un certo punto di vista, il presidente del consiglio”
“Ah, è quello che si chiama…”
“Conte”
“CHI?!”
“Però ultimamente si sente parlare di più del ministro dell’interno, Salveenee”
“Eh, quello lì. Ah, è solo ministro dell’interno? Non è presidente della vostra repubblica?”

L’intero colloquio è durato meno del previsto. Forse per il travestimento da persona normale che rassicura la sicurezza nazionale, vai a sapere. O forse per il numero di dichiarazioni di tasse pagate. Non lo sapremo mai.

Ora il malloppo andrà a Parigi, dove si prenderanno i loro tempi per decidere se Koris è degna o meno di diventare una mangiarane a tutti gli effetti.

La piaga del mansplaining sotterraneo

Attenzione: post da feminazi in pieno ciclo mestruale, guest star ormoni, isteria e tutte quelle cose carine che si usano per giustificare una donna incazzata (salvo pensare che possa esserci una vera ragione). Insomma, è un post orrido, volgare, pieno di patate&piselli e doppi sensi.

Che la speleologia sia nata come un’attività maschilista è sempre stato chiaro, basta pensare alle acrobazie che tocca fare per pisciare con tuta, imbrago e compagnia. Ma del resto ciò è vero anche per… uhm, quasi tutte le attività che non comportino ricamo, moda, punto croce, occuparsi di bambini e altre cose che se le fa un uomo è sicuramente un po’ finocchio o manca di testosterone o roba del genere.

Con questo, non è necessario che nel XXI secolo la speleologia debba essere ancora una roba “da maschi”. E non lo è, con buona pace di tutti quei residui pensino che una donna sottoterra sia necessariamente a rimorchio del proprio uomo e debba essere trattata come una statuina di cristallo che non sa fare una fava niente, e va pertanto seguita perché “oh, che pasticciona, combinerà sicuramente qualche pasticcio, ah, ah, ah, che dolce”.

I residui, già. Quelli che non capiscono che ti stanno scassando il cazzo a raffica seccando col loro modo di fare. Che non capiscono che te lo porti già menato da casa sei sottoterra per rilassarti. Che sai quello che fai e che non hai bisogno di uno che si misura in continuazione il pisello ti sta col fiato sul collo.

“Eh, ma Koris, pigli tutto sul personale, magari è il suo modo di fare.”

A parte che anche in tal caso, se stai dando sui nervi a qualcuno e si vede, magari cambi atteggiamento. Ma no. Due tette pesi, due misure. Perché un maschio può progredire, basta dargli tempo, la femmina sarà sempre la principessina scemotta da sorvegliare, compatire e sfottere per amicizia, tanto lo sa di essere inferiore. Quello che è peggio è che delle femmine stanno al gioco, perché credono che sia tutto uno scherzo, dai, vogliono fare i simpatici. No, vogliono assimilarsi ai loro tanto osannati organi genitali, ovvero vogliono fare i coglioni e ci riescono benissimo.

E poco importa se gli tiri fuori il sacco da tutte le strettoie di tutto il meandro perché da soli non ci riescono. No, per loro sei sempre qualcosa in meno perché hai la patata non possiedi un’Impareggiabile Parte con cui possano misurarsi. Sarà sempre un “perché non sei voluta andare in quella galleria? Avevi paura?” (perché ci sono già stata e so che non è niente di eccezionale), “perché non hai voluto passare la vasca? Non avevi la forza?” (perché a sei gradi non avevo voglia di bagnarmi e mi bagno solo con le persone giuste), “perché non usi quelle prese lì? Non lo sai fare?” (perché non c’è un solo modo di passare e io ho il mio che conviene alla mia morfologia). Avete i cazzi? Bene, approfittatene per farvi i cazzi vostri.

E se abbiamo le tette e l’esperienza, stateci. Smettete di credevi stocazzo perché, ops, muniti della suddetta minchia virile potenza. Smettete di volerci proteggere, che lo fate anche male: siamo damigelle che si sono messe in pericolo ma e con coscienza del pericolo, ce la caviamo benissimo da sole. Non vogliamo né premi, né medaglie, né contentini a base di “uh, ma brava per essere una ragazza”. Vogliamo che non ci rompiate le palle, che pur non avendole riuscite a scassarcele lo stesso.

Nota: questo post, grazie agli dèi ctoni, non si applica né a ‘thieu né a cospicua parte della comunità sotterranea, che pare aver compreso il messaggio “una volta lasciata la superficie, non siamo né uomini né donne, siamo tutti speleologi”.

Nota numero due: dovremmo veramente dire basta alla cultura del coglionesimo maschile vista come simpatia/segno di interesse/cura/protezione. Se loro si sentono in diritto di trattarci così è in parte anche perché lo accettiamo e lo sopportiamo. Non si dice di tirargli il discensore nei denti per quanto sarebbe un’idea, ma almeno evitare di ridacchiare e fargli notare che si stanno allargando.

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Novanta, la paura

Meno novanta giorni tondi tondi alla fine di Neutroni Porcelloni. Koris da una parte è elettrizzata dal conto alla rovescia, dall’altro non deve pensarci troppo. Perché novanta, come chiosa regolarmente l’Amperodattilo, è la paura e Koris con le sue paure può tenerci un ciclo di conferenze.

La Sindrome dell’Impostore, che si era presa una vacanza per lasciare posto a un paio di settimane di delirio di immotivata onnipotenza, sta tornando a strisciare da queste parti. Va scorrendo, va scorrendo, va ronzando, va ronzando…. Koris cerca di correre ai ripari per arginarla, ma ogni tanto si aprono spiragli sul grande baratro del “lo sai che non sai fare un cazzo?” ed escono spifferi terrifanti per surgelare la sicurezza di sé. Sarà un settembre molto interessante. (Mini-n.d.K. no, la Sindrome dell’Impostore non se ne va con un “ma va che tanto sai fare”, con la Sindrome dell’Impostore si convive a colpi di fake it until you make it e non è sempre una passeggiata).

Impostori a parte, Koris non deve soffermarsi troppo sull’idea di lasciare il noto per l’ignoto, per quanto affascinante l’ignoto sia, altrimenti le viene in mente la storia della vecchina e del tiranno di Siracusa. E una minima parte di sensi di colpa di mollare Capo Palpatine in braghe di tela in balìa dei Russi. Che poi mollare Neutroni Porcelloni fosse ormai una decisione di sopravvivenza è un altro discorso. C’è una vocina nel Koris-cervello che ogni tanto salta su e dice “come si sta ad aver fatto una cazzata?”. Ma disfattisti si nasce, del resto.

Altro giro, altro regalo. La settimana prossima Koris ha il colloquio in prefettura per dimostrare di essersi integrata a meraviglia nella comunità francese, per esempio rinunciando al bidet, mangiando baguette con cui ci si asciuga l’ascella sudata e facendo cuocere la pasta senza sale per almeno un quarto d’ora (inserire altri stereotipi a piacere). Tutto molto bello, non fosse per la maledizione della burocrazia francese, ovvero il DOSSIER a cui ci si deve accompangare. Perché hai visto mai sia cambiato qualcosa nel tuo stato civile, non si fidano. L’assemblaggio del DOSSIER a cui si sacrifica un volume di carta pari a una parcella di foresta amazzonica è uno dei crucci di Koris. Perché quando si perdono pezzi per strada hai voglia a perdere scartoffie e formulari del caso.

Bonus: il fatto che Koris cambi lavoro nel bel mezzo della procedura per la cittadinanza (oh, mica è voluto, è stato un concorso di circostanze, sono stato frainteso, non sapevo che fosse minorenne) è fonte di stress. Perché Koris nel suo intimo (non inteso nel senso delle mutande) ha paura che il funzionario si persuada che Koris vuole la cittadinanza per mollare il lavoro, parassitare l’RSA e andare a vivere in una catapecchia di lamiere in uno spazio di verde pubblico, predicando i modi di vita alternativi (feat. SonnoDellaRagione, ma anche no). Quando Koris vorrebbe solo lavorare a cose più interessanti. Questo contribuisce in maniera sensibile alla Koris-ansia.

La stanchezza. Nonostante le temperature più compatibili alla vista e le ore di sonno smozzicate qui e là, Koris continua ad essere esausta. E quando Koris è esausta tutto le è circa insopportabile, dai 150 km giornalieri in auto al disordine al casino marsigliese. In questo frangente ‘thieu vorrebbe essere d’aiuto ed esclama “allora questo week-end andiamo via!”. Solo che andare via genera tutta una logistica necessaria che stressa Koris all’inverosimile (non che poi Koris non sia contenta di andare in montagna, anzi…). Per altro questo week-end ci sarebbe l’uscita col Gruppo Vacanze Alpitour, coi principianti nel Vercors. Koris è pessimista e sta già immaginando immani rotture di zebedei a sei gradi, e forse anche no, contando la logistica. L’unica cosa che Koris vorrebbe veramente è un libro, un’amaca a bordo piscina e un giardino, ma mancano almeno la metà degli elementi, quindi niente. E contando che fra dieci giorni si parte per la Pierre Saint Martin.

Già, meno dieci giorni alla Pierre Saint Martin, dove gli accolli non arrivano perché già arrivare nel cuore dei Pirenei è complicato di suo.

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