Speleo-bagni di mezzanotte

Ed ecco qui, dopo due anni di assenza perché col vairus certe cose non si possono fare, torna lo speleopost con un po’ di soccorso speleo in tutto questo disagio. Molto disagio, acquatico per di più. Andiamo con ordine.

Il disagio è arrivato anche via mail, con un cambiamento di destinazione all’ultimo minuto: invece dell’inaccessibile Aven Mouret, il soccorso speleo ha deciso di ripiegare su una meno originale e più battuta Grotte de la Castelette. Koris s’era già rotta le scatole alla sola idea, anche se la Castelette è stata la sua prima uscita speleo in assoluto, almeno fino a un ostacolo malefico dall’evocativo nome francese “voute mouillante”, ovvero “la volta che banga” senza significati soft-erotici (ci torniamo dopo, all’ostacolo speleo, non al significato post-erotico). Il soccorso speleo aveva però previsto di andare oltre, al fondo che Koris non aveva mai visto ma che immaginava come una sorta di passeggiata per un fiume sotterraneo, al massimo con l’acqua fino alle cosce.

Il primo disagio è stato di ordine organizzativo, perché se per l’Aven Mouret Koris e ‘thieu avevano previsto di soggiornare in loco già da venerdì sera, la Castelette dista solo 45 minuti da casa. ‘thieu propendeva per arrivare sabato mattina, con calma, Koris ha insistito che dovevano essere lì presto perché si erano ingaggiati già per venerdì sera. Alla fine è stato il solito miscuglio fra i due, si sono presentati in loco alle nove, su una Sainte Baume su cui stava sorgendo un sole caldissimo.

Le prime squadre erano già partite, cosa che sotto sotto ha irritato Koris, perché di solito si trova nelle prime squadre che partono. Che si fa, quindi? Magari qualche missione fino alla voute mouillante senza passarla, qualcosa di supporto. Insomma, ci siamo scomodati a portare la muta per nulla. Dalle nove a mezzogiorno Koris staziona davanti al posto di comando ricevendo ordini e contrordini, muta sì, muta no, pronti a partire fra mezz’ora, non partite prima di stasera, non si sa in che squadra ti hanno messo. Questo fa sì che né Koris né ‘thieu pensino a montare la tenda per la notte, convinti che tanto sarebbero usciti dalla grotta all’alba (pare un dettaglio trascurabile, invece no).

Alla fine Koris si trova nella squadra che dà il cambio all’assistenza vittime, situata al fondo. La squadra, di quattro individui più Koris, si rivela essere “potrei essere tuo padre”, ma anche di gente che fa la Castelette integrale quattro o cinque volte all’anno, quindi vanno spediti verso l’ingresso. “Andate che poi a una certa ora mandiamo il cambio anche voi” dicono gli organizzatori, sapendo di mentire.

Koris entra già con la muta, la neoprene di 3 mm comprata ben undici anni fa per fare vela e in cui entra ancora la fierezza di chi non ha mai cambiato una taglia dopo i 14 anni. Supera l’ingresso che nel 2015 le era parso strettissimo, supra il P20, supera la medusa di calcite. Ed eccola lì, in tutto il suo non-splendore, la voute mouillante: un passaggio basso con l’acqua a diversi livelli. Il livello della Castelette è l’acqua fino al naso, una sacca di dieci centimetri in cui respirare. Per fortuna è una breve tortura di un metro e mezzo. Mentre una squadra cerca di pompare via l’acqua (ci vorranno ore per guadagnare altri 20 cm), Koris si butta e afferra la corda che guida il passaggio. Non è stato un passaggio piacevole: fra l’acqua che entra nella muta, il naso sott’acqua, il casco che raschia contro la roccia e i piedi che non toccano il fondo, Koris è stata felice che fosse un passaggio breve.

Letteralmente questa (photo credits: Philippe Crochet)

Koris si era bellamente illusa che il peggio fosse passato, che ormai fosse solo una passeggiata un po’ acquatica; grossolano errore. Koris inizia col sudarsi l’anima, nonostante la muta bagnata, in un passaggio di blocchi caotici in cui non si passa sui blocchi, ma sotto. Quindi si torna in acqua, in una successione di vasche, cascatelle e passaggi del genere. Arrivata sul bordo di una vasca chiamata l’Acquasantiera, Koris scivola malamente e finisce in acqua di testa come nei cartoni animati. Dopo le imprecazioni e le bestemmie, l’Acquasantiera dovrebbe cambiare nome.

Dopo passaggi a quattro zampe nell’acqua e passaggi in cui tocca nuotare con svariati chili di roba addosso, si arriva in vista del sifone finale, nonché della finta vittima. Che sta giocando a briscola nella tenda riscaldata con alcuni speleologi che avrebbero dovuto piazzare equipaggiamenti, ma questa è un’altra storia. La squadra assistenza uno se ne va, la squadra assistenza due prende le redini della situazione in attesa della barella per iniziare l’evacuazione. Koris sa che questi sono i momenti di calma di cui bisogna approfittare prima che la situazione degeneri, quindi si fa un panino (annacquato) col paté nonostante sia piuttosto l’ora di merenda; il tutto sotto il poncho da grotta, perché dopo il bagno integrale non fa caldissimo. Attorno c’è gente che mangia patatine col cappuccino liofilizzato, per aumentare il disagio ambiente.

La barella arriva portata da ‘thieu e altri un’ora dopo. ‘thieu si ammutina subito dalla squadra evacuazione per far parte di una più tranquilla squadra recupero del telefono filare. Koris inizia a riempire bidoni e sacchi da portarsi dietro per seguire il finto ferito e fare un bilancio dello stato di salute ogni ora. Sorge subito il problema di cinque sacchi per quattro persone, per cui uno verrà portato a rotazione.

Inizia quindi l’evacuazione più raffazzonata della storia perché il conterranei del SonnoDellaRagione (e come te sbagli?) pensano di saltare ostacoli con la sola forza bruta. Tanto se la barella con vittima scivola in una vasca che ci frega, l’importante è non perdere tempo a mettere corde di sicura. O a cambiare corde con segni evidenti di usura. Siccome la squadra evacuazione ogni tanto cincischia, l’assistenza vittime aka Koris e i “potrei essere tuoi padre” ogni tanto prestano gambe e spalle per far avanzare la barella, quando dovrebbero solo portare i sacchi e assicurarsi che la finta vittima non diventi vera. I bellimbusti dell’evacuazione ogni tanto scordano sacchi in giro, quindi Koris si ritrova in fretta con il suo sacco designato e un altro sacco personale di un non meglio precisato “casco verde”. Giostrare due sacchi quando si nuova o quando si superano passaggi vertiginosi (senza corda, vuoi mica perdere tempo) non rientra nella top ten delle piacevolezze sotterranee.

Breve excursus termodinamico sulla muta di Koris. Le mute funzionano bene se sono bagnate tutto il tempo, creando una sorta di strato caldo fra la pellaccia e il neoprene. La Koris-muta riusciva ad asciugarsi fra un ostacolo acquatico e l’altro, facendo in modo che Koris potesse provare l’ebrezza dell’acqua a tredici gradi come se fosse sempre la prima volta. Numero di calorie spese per riscaldarsi: immenso e non reintegrato, perché la frutta secca di fiducia, unico elemento che mantiene Koris viva, si trovava nel sacco stagno che è troppo una menata aprire a intervalli regolari. Koris ha pensato per un attimo di soddisfare il bisogno di una vescica piena da ore e ore, poi s’è detta che è o troppo vecchia o troppo giovane per pisciarsi addosso. No, la Koris-muta ha l’apertura sulla schiena, quindi non c’è una maniera indolore di trattare la pratica.

Koris iniziava a non poterne più quando alle undici, dopo sette ore sottoterra, si è giunti di nuovo in vista della voute mouillante. La squadra di pompaggio all’andata aveva promesso “non la riconoscerete al ritorno perché non ci sarà più acqua!”. Balle: si riconosceva benissimo. La squadra che doveva dare il cambio a quella di Koris è stata soppressa, quindi la missione continua. Fatta passare la barella, Koris inizia a soffrire psicologicamente perché dovrà nuotare ancora e bagnarsi muta e capelli, per uscire nella notte in cui ci saranno nove gradi se ci dice bene. La sofferenza psicologica, la fame atavica e la pisciata insistente fanno sì che il resto della cavità, senza difficoltà evidenti, sembri durare anni, secoli, millenni. Un ingorgo alla base del P20 non aiuta.

Ormai è l’una di notte quando Koris mette il naso fuori dalla grotta, sotto una volta stellata che solo temperature attorno ai due fottutissimi gradi possono garantire. Fuori c’è un tizio con le casse che ascolta musica techno e Koris vorrebbe spingerlo giù dalla falesia, per vedere quanti rimbalzi ci vogliono per far tacere smartphone e casse bluethoot. Si contiene perché a) vuole solo togliersi la muta bagnata, b) ha bisogno di pisciare. I vestiti caldi e soprattutto asciutti sono un dono divino che non è mai abbastanza apprezzato quando si vive nella civiltà. Purtroppo non si può fare niente né per le scarpe bagnate, né per i capelli che sono soltanto umidi e non fradici come si temeva. ‘thieu è l’ultimo ad uscire dalla grotta, quindi ci si incammina per la scarpinata di un’ora fino al campo base.

Le due di notte sono suonate da un pezzo quando si arriva in vista della macchina. I nostri eroi non hanno nessuna tenda montata e pronta ad accoglierli perché hanno erroneamente pensato che sarebbero usciti a mattina inoltrata. Lì vicino c’è un gruppo elettrogeno e qualche squadra uscita prima di loro che sta facendo l’aperitivo (?) con ancora più casino del gruppo elettrogeno, quant’è bella giovinezza che rompe il cazzo tuttavia. Koris se ne esce con una proposta rivoluzionaria: “E se ce ne tornassimo a casa a dormire?”. Mozione approvata all’unanimità. I due si cambiano le scarpe e si mettono in macchina, sgranocchiando grissini nel cuore della notte. Diretti verso Marsiglia, verso la doccia e soprattutto verso un letto vero.

Foto promozionale della Castelette di qualche anno fa (credits: ‘thieu)

Disagi termici (Shackelton reloaded)

Dopo l’esperienza anti-riscaldamento del SonnoDellaRagione, Koris si era ripromessa di smettere con queste velleità da ecologisti talebani e non vivere mai più senza riscaldamento. Va bene il rispetto per il pianeta, ma il fuoco resta pur sempre una delle scoperte fondamentali dell’umanità. Non si parla di girare in bikini in casa in pieno inverno, giusto di avere un minimo di confort senza che sia obbligatoria la tuta da sci indoor. Il problema è che, quando il proposito non dipende da Koris, potrebbe non essere così facile rispettarlo.

È arrivato l’autunno, quello vero, anche in questi posti sperduti del Luberon, nell’immaginario collettivo un paese di campi di lavanda in ogni stagione e casolari in pietra con piscina, nella realtà scivolosissimi tappeti di aghi di pino e sette allegri gradi alle otto del mattino. Ora, è dal 2017 che Koris bazzica questo fazzoletto di terra denso di cose nucleari, prima su Neutroni Porcelloni, poi a Neutronlad e infini qui a fare cose simili a pentole a pressione ma con l’uranio. Koris conosce il fattore climatico, sa che mentre a Marsiglia l’autunno è mite (al netto dei giorni di feroce Mistral), qui quando le temperature si abbassano non ce n’è più per nessuno, tocca aspettare il disgelo (e i 40 gradi a luglio, ma questo è un altro disagio termico). C’è da dire che su Neutroni Porcelloni i disagi termici erano l’ultima Koris-preoccupazione, del resto quando sei troppo occupato a cercare di non suicidarti un sacco di cose si rivelano accessorie; a Neutronland l’ufficio di tre metri quadri aveva una parete intera occupata da un termosifone, si scaldava in tempi brevissimi. Koris pensava che anche da queste parti sarebbe stato uguale.

Illusione di brevissima durata.
“Ah, no, nei nostri uffici in inverno si gela. Siamo i più lontani dalla caldaia centralizzata (a carbone, abbiamo otto reattori sparsi qui e là e la caldaia va ancora a carbone, ma sarà una stronzata? n.d.K.), quindi a noi il riscaldamento arriva per ultimi. Quando arriva, perché i tubi viaggiano in superficie, quindi l’aria si raffredda e arriva appena appena tiepida. Questo se il termosifone nel tuo ufficio funziona, che non è scontato. Infine, i vetri delle finestre sono degli anni ’60, quindi ti lasciamo immaginare come si l’isolamento dell’edificio intero. Dalla direzione dicono che non è necessario ristrutturare perché tanto l’edificio verrà demolito e ci sposteranno altrove, solo che lo dicono da quindici anni…”
Per coronare questo quadro non proprio termicamente rassicurante, il Koris-ufficio è esposto a nord e non prende mai mezzo raggio di sole; una grotta, insomma, ma senza la parte ludica.

Beh, che dire? Se Koris non va sulla banchisa, allora è la banchisa che va da Koris. Quest’ultima, convinta di aver mangiato pane e volpe a colazione, si era detta che si poteva attutire cotanto disagio restandosene un giorno in smart-working alla settimana. Il suo pieno di micro-migrazione verso climi più caldi si è scontato contro la cruda realtà del diversamente competente servizio informatico: per qualche ragione che nessuno si spiega, Koris non ha più accesso al vpn al di fuori dal sito. Com’è stato possibile? Boh, succede. Quanto tempo ci vorrà per ripristinare l’accesso? Boh, chi lo sa, non metteteci fretta.

Intanto il gelo non aspetta i comodi del servizio informatico e incombe minacciando temperature attorno ai tre gradi per la fine della settimana. D’accordo, Koris preferisce l’inverno e il freddo, però non quando ha il culo su una sedia incatenata a un computer. Dopo una settimana a lamentarsi e avvolgersi nella sciarpa, s’è decisa a correre ai ripari, tanto ha un guardaroba fornitissimo di vestiti per climi ostili. Non è un guardaroba socialmente accettabile, ma di fronte ai disagi termici è un dettaglio del tutto irrilevante.

Koris ha iniziato oggi portando in ufficio il completino termico detto anche second skin, indumenti in fibre di plutonio e metalli pesanti usati per lo più per la montagna, questa volta indossati nei cessi appena giunti al lavoro. Siccome la dispersione di calore passa per le mani, Koris ha arruolato un vecchio paio di sotto-guanti color porpora cardinalizia (s’è detto che non si tratta di un guardaroba presentabile) con feature touch (nel senso che la punta di qualche dito è bucata), orridi a vedersi ma utilissimi per digitare senza ritrovarsi coi geloni. Nel mentre Koris continua a nutrire una tenue speranza che il riscaldamento arrivi e possa rendere il clima meno ostico. Qualora le fosche previsioni dei colleghi fossero veritiere, Koris è pronta a portarsi una sottotuta speleo in uso ai quattro gradi della Pierre Saint Martin, un pigiamone di pile rosso e peloso con decorazioni di pipistrelli. La cosa divertente è che, prima di arrivare, Koris temeva di passare per la sacchettona del gruppo, ma di fronte al Generale Inverno si sono tutti rivelati piuttosto sacchettoni.

Insomma, siamo pronti a scommettere in un’improvvisa inversione dei cambiamenti climatici, con l’avvento di una nuova era glaciale; un buon test per sapere se la legge di Murphy è più potente delle emissioni di gas serra. Koris sta progettando di portare delle paratie di fortuna per tappare gli spifferi, quindi di barricarsi per l’inverno antartico in questa specie di Isola Elephant e aspettare che Shackelton venga a salvarla. Se chiude la mensa possiamo sempre sfamarci con carne di foca.

Mi sa che pure quelli sono finiti col caldo, assieme alla decenza.

Piattaggine

La verità è che non succede molto. Koris ha cercato di scrivere un post sull’allerta meteo marsigliese, la prima in vent’anni, che lunedì le ha permesso di evadere dal lavoro alla scandalosa ora delle 14, solo che le pare una monnezza e non riesce a concluderlo. E quando i post non si concludono, bisogna lasciarli andare. Per quanto riguarda l’allerta meteo, come al solito ha diluviato prima che si decidesse che le strade erano troppo pericolose per essere percorse. E quando è arrivato l’ordine di evacuazione generale, Giove Pluvio si era già sfogato a sufficienza. Koris ha preso l’evacuazione con lo stesso spirito della liceale fancazzista a cui dicono che il prof delle ultime due non ci sarà causa assemblea sindacale: è tornata a casa a non fare nulla. Nel non fare nulla è incluso non finire post.

Koris ha molta nostalgia del suo ufficio di Neutronland per questioni soprattutto climatiche. Ora che l’allerta meteo è passata ed è arrivato il Mistral a ricordarci che anche in Provenza arriva l’autunno, il nuovo ufficio si è trasformato in un coacervo di spifferi. Ci sarebbe anche un gigantesco termosifone, ma non si sa quando sarà acceso. Fonti disfattiste dicono che potrebbe anche non accendersi mai perché l’edificio ha visto tempi migliori e andrebbe ristrutturato. Anzi, la ristrutturazione è programmata, solo per non si sa quando; nel frattempo ci si convince che il freddo mantiene giovani. Koris non si farà nessunissimo problema a presentarsi al lavoro con la sottotuta speleo per La Pierre Saint Martin, ovvero una tuta integrale di spesso pile rosso e peloso, tanto la moda non è mai stata il suo forte.

Un altro mistero insondabile è il Capo, di cui si è notata una sinistra somiglianza con l’ex premier Giuseppi Conte. Capo Giuseppi ha passato una settimana a lanciarsi in scenate da Rodomonte dicendo che era tutto in ritardo e bisognava far avanzare tutto, che qui si fa sul serio e mica pizza&figs, se ti danno due mesi per fare uno studio che ne chiede tre ti arrangi e inventi la macchina del tempo come hobby serale. Poi, dall’usco al brusco, Capo Giuseppi si è trasformato in Relatore Max che esclamava “c’è tempo” per qualunque cosa, anche negando l’evidenza. Koris persiste nel suo basso profilo, solo vorrebbe comprendere come classificare questi sbalzi d’umore, oppure rassegnarsi di avere a che fare con il solito individuo di dubbia coerenza.

‘thieu è stanco per beghe universitarie e pertanto si lamenta in maniera smodata, sostenendo che non potrebbe andare peggio. Koris gli ricorda che l’anno scorso di questi tempi andava decisamente peggio, quindi d’accordo il piangersi addosso, ma ricordarsi che ora il peggio ha un termine di paragone. E che il Cetriolo Cosmico è sempre in agguato, meglio stare con le spalle al muro e non attirare troppo l’attenzione.

In grotta si va meno del solito, ma abbastanza perché Koris riesca a procurarsi lividi folkloristici dalle tonalità degne di un trip da LSD. Soprattutto quando cerca di fare la grande speleologa indipendente e vuole portarsi due sacchi da sola, per poi trovarsi acido lattico in muscoli che prima non esistevano. Koris vorrebbe anche mettersi alla prova, ma pare non sia il periodo propizio per passeggiare troppo al di fuori della comfort zone.

Koris non concluderà questo post come il suo quasi omologo del 2020 in cui si bullava di avere una vita quasi normale, che poi è successo quel che è successo. E non sono passati nemmeno due anni, anche se paiono due secoli. Poi ci si lamenta delle rughe di espressione, quando è già un miracolo essere vivi, quasi in senno e tutti di un pezzo. Meglio approfittare della piattaggine.

Il ridicolo non uccide, altrimenti non staremo qui a parlare

Stanchezze autunnali

Koris inizia a pensare che l’inizio di un nuovo lavoro dovrebbe farsi come l’inserimento all’asilo nido: graduale, poche ore al giorno, nessuno strappo brutale. Invece sticazzi perché siamo adulti, ora di nuovo nella locuzione adulti e vaccinati. Che poi Koris si prenderebbe a schiaffi da sola perché tutto sommato le avevano detto che era poco saggio non prendersi nemmeno un giorno di stop fra Neutronland e il nuovo lavoro; e invece no, col cappero, fuori uno, dentro l’altro, tanto a me chi m’ammazza. Risultato: Koris ha le energie di una medusa lasciata a seccare sul bagnasciuga. Troppo poche per esistere, abbastanza per stressarsi con varie ed eventuali.

Al lavoro Koris dovrebbe fare cose che prevedono il far evolvere attinidi minori e le avevano detto che doveva essere tutto pronto per fine ottobre. Questa cosa ha generato una mole non trascurabile di Koris-sensi di inferiorità e un surplus di stress da aprire un import/export. Poi venerdì s’è scoperto che visto che questa cosa non poteva essere consegnata per fine agosto (e non è un Koris-problema), allora poi vediamo per quando la vogliono. E cosa vogliono in dettaglio. E perché lo vogliono. Koris vorrebbe parlare col capo che se la tira da manager per avere le idee un filo più chiare, che qui è un attimo che si diventa come Neutroni Porcelloni. Nel mentre il protoattinio vuole imbucarsi nelle lista degli isotopi fissili, “vengo anch’io” “no, tu no”, e allora fa schiantare la simulazione. Non diremo ancora una volta che ci manca Neutronland, che ormai stiamo diventando noiosi come quelli che si sono mollati col fidanzato storico.

In tutto questo Koris è un po’ fiera di se stessa perché è riuscita a scendere alla Grande Crevasse, cosa che a maggio non sembrava possibile. Anche lì, ci sarebbe poco da essere fieri perché è l’ennesima riprova che non c’è un problema oggettivo, solo un buco nero nel cervello che ogni tanto diventa troppo grosso per essere ignorato e fagocita un po’ troppe cose. Koris sta cercando di imparare a gestirlo, senza indugiare troppo in similitudini alla “Black Swan“.

Il gheming leptop Arael si sta rivelando utile per recuperare tutto quello che Koris si è persa in materia di videogiochi dal 2005 ai giorni nostri. È anche vero che un’adulta e vaccinata forse dovrebbe occuparsi di altro, ma il Koris-cervello ha bisogno di svago, quindi menare spettri assortiti in Dragon Age pare una buona idea. Anche lamentarsi che Dragon Age è un Diablo 2 con una grafica meno putrida è una buona idea. Anzi, Diablo 2 è superiore perché permette di creare un necromante di nome Kakka, Dragon Age per ora no. Anche questi grandi problemi dell’esistenza, assieme all’assenza di una vera e propria campagna di gioco di ruolo. È un mondo difficile, signora mia.

Koris vorrebbe scrivere altro, ma probabilmente sarebbero lamentele su quanto è stanca e su quanto vorrebbe andare in letargo, quindi soprassediamo. Sarà colpa del cielo grigiastro e della nebbiolina autunnale; o sarà colpa del Koris-cervello che come al solito gira troppo veloce.

Siamo nel 90% mind fuck

Emozioni dominanti

S’è già detto che Koris ultimamente è attanagliata da questo sconosciuto sentimento chiamato nostalgia per un posto di lavoro precedente. Che poi sarà anche nostalgia della comfort zone creatasi nonostante tutto, però ci sono dati oggettivi che le fanno sentire di aver fatto proprio una cazzata. Come sentire la mancanza di avere un dosimetro e poter disporre di un acceleratore, il quale si rompeva ogni due per tre, ma insomma, sempre acceleratore era. L’idea di aver rinunciato alla parte sperimentale le suscita un groppo in gola che andrebbe a buttarsi ai piedi del vice-capo di Neutronland dicendo “ripigliatemi, vi prego”. Senza contare la suprema nostalgia per l’ex Capo, che non è nemmeno più a Neutronland, che non ha alzato un dito quando era il momento di imporsi, che non considerava un suo problema il naufragare del Koris-progetto. Tuttavia Koris lo ricorderà sempre come colui che le tese la mano per uscire dall’inferno di Neutroni Porcelloni e se non ci fosse stato lui ora non saremmo qui a lamentarci. O meglio, forse saremmo qui a lamentarci ma di cose molto peggiori e in uno stato mentale putrido a dir poco. Ancora una volta, sindrome di Stoccolma a palate.

Koris ha scoperto del tutto casualmente che nonostante tutte le rassicurazioni delle risorse umane (perché c’è sempre qualcuno delle risorse umane di mezzo? Misteri), pare non abbia diritto allo smartworking prima di un anno di anzianità. Questa cosa era scritta da qualche parte oltre che sul sistema che ti dice “sticazzi lo smartworking” come un Brunetta qualunque? Ovviamente no. Le risorse umane rispondono al telefono? Uh, proprio, credici. Koris aveva puntato a prendere un giorno di smartworking per poter fare la trafila per rinnovare gli occhiali? Certo, e alla pari di tutti i Koris-piani se n’è andato affanculo in malora. Per altro, tanto per cambiare, come se non ci fosse una pandemia in atto e come se Marseille non fosse il dipartimento meno vaccinato e con più casi della France Metropolitaine.

Siccome secondo un brocardo dell’Amperodattilo “a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca”, Koris ora è sul chi vive per tutte le cose che potrebbero aver dimenticato di dirle. Che so, che ha il diritto a un numero massimo di pisciate al giorno. O che il concetto di ferie non esiste prima della fine del fottuto periodo di prova. O che non avrebbe diritto alla mensa e dovrebbe consumare il pranzo assieme ai cinghiali che girano qui attorno. La cosa potrebbe andare in escalation, ma Koris è diversamente calma.

Sul fronte pratico ci sono delle simulazioni che girano ma che ci stanno prendendo troppo tempo per i Koris-gusti. Passiamo sotto silenzio l’ennesimo fattaccio informatico di lunedì, ovvero “ah, ma non i permessi per la job submission” (io vi intossico la vita, altroché job submission). ‘thieu si lamenta che “almeno le tue simulazioni girano, le mie si piantano” e Koris sa che dovrebbe tirarlo su di morale, ma la cosa le riesce alquanto difficile; anche perché ieri mattina ‘thieu ha finito i pan di stelle lasciando il pacchetto sullo scaffale e gonfio in maniera ingannevole, quindi Koris si è ritrovata senza biscotti alle sei del mattino ed è un’esperienza che non si augura a nessuno. In questo periodo Koris vorrebbe essere brillante, creativa ed empatica, e invece è solo stanca. Forse non è il momento di chiedere troppo da se stessi.

Boh, insomma, passerà anche questa, passerà anche il momento no se di momento di no si tratta. Se non è un momento no, vedremo. Intanto a complicare le cose ci si mettono i piccoli dolori da niente, ad esempio il condominio da pagare con spese da Billionaire o il sito di Gibert Joseph che non accetta più la carta di Koris. Certo, l’emozione dominante di Koris sarà sempre la rabbia, ma se l’universo non ci si mettesse di impegno magari si potrebbe cambiare questa tendenza.

In effetti è vero

Lavori, scritture e gheming leptop

Nonostante sia palesemente inadatta alla vita, Koris non lo sa e continua a vivere lo stesso. Questo per riallacciarsi all’ultimo post scritto. Diciamo che Koris è riuscita a non combinare ulteriori disastri che possano arrecare danni morali e materiali a cose o persone, all’infuori di Koris. All’interno di Koris c’è la solita alternanza di affannarsi a fingersi una persona normale e il devasto su tutta la linea. Non sempre è facile convivere fra questi due estremi, ma ormai ci siamo abituati.

Forse il lavoro sta andando un po’ meglio, o forse è solo un’apparenza. Koris ha deciso che farsi cacciare per farsi cacciare è meglio che sia perché ha rotto il cazzo all’universo, invece che per manifesta incompetenza. Ha quindi passato la fine della settimana scorsa a scassare la uallera cercare chiarimenti a svariati colleghi e le nebbie di Avalon che avvolgevano gli attinidi putridi si sono un po’ diradate. Questo non significa che lo studio sia andato a buon fine, però alcune cose hanno un po’ più senso di prima. Poco, eh. Poi ci si mettono gli strumenti informatici a dare di matto, col bonus del servizio informatico che ti chiede uno screenshot del problema per cui hai appena dato il codice di errore. Ed è un attimo che ti piglia la sindrome di Stoccolma per Neutronland.

Il Koris-romanzo non è stato fagocitato dall’oblio, la correzione era solo in pausa estiva. Koris ha avuto uno scambio con l’editor per via di vedute divergenti, da cui si è ritirata bofonchiando cose poco carine con chi è rimasto a Tolkien come modello. Koris è affetta dalla solita sindrome del “sentirsi stocazzo”. C’è una possibilità su un milione che la prima parte del malloppo sia pubblicata l’anno prossimo, se per allora sarà rimasto qualcuno vivo.

Koris si è inoltre decisa a mettere in servizio un gheming leptop (sic) che i Maiores le avevano recapitato a sorpresa a inizio luglio. Com’è e come non è, da luglio in poi Koris non ha trovato un attimo per smanettarci seriamente, dove smanettarci significa installare Ubuntu in dual boot e vedere di farlo funzionare malgrado i disagi del firmware Intel. Koris ha approfittato del TFR di Neutronland per dotare il gheming leptop di un ssd da 2 Tb e di 8 giga di ram in più, quindi ha aspettato un momento propizio per installare il tutto. Ora il gheming leptop si chiama Arael (come il quindicesimo angelo di Neon Genesis Evangelion e niente è lasciato al caso) e sta scaricando “Dragon Age: origin” comprato alla folle cifra di cinque euri su GoG. Koris sta cercando di procurarsi “Napoleon Total War” e di trovare il coraggio di spendere ben venti euri per “We. The revolution” ora che il problema “uè the resolution” è risolto grazie alla presenza di una scheda grafica. Se avete proposte di videigiochi che Koris si è persa dal 2010 (ma pure prima) ad oggi fatevi avanti.

Per il resto Koris cerca di sopravvivere fra il sonno che la piglia alla sprovvista e il far finta di essere un umano funzionale. Il fresco notturno aiuta, il problema è lo sbalzo di temperatura in giornata. C’è bisogno di vacanze. Peccato che le più vicine siano le vacanze di Natale…

Ma solo se me la controlla qualcun altro

Inadatta alla vita e oltre

Koris è maldestra, si sa. Anche malsinistra alla bisogna. Diciamo pure malambidestra che non ci si sbaglia. Nonostante cerchi di barcamenarsi nella vita, c’è sempre qualche dettaglio che le scappa e che la fa scivolare verso il ridicolo o addirittura l’assurdo.

Durante la settimana scorsa ‘thieu ha chiesto a Koris di trovare un alloggio per il week-end in uno dei tanti posti sperduti in cui ci sono più grotte che esseri umani, per partecipare a un raduno speleo. Koris è andata sul solito sito e si è messa a cercare, mentre faceva altre mille cose come la doccia, la cena, la ricerca del calzino perduto. Durante la ricerca dell’alloggio impossibile (troppo lontano dal raduno, troppo caro, troppo sailcazzocosa), il sito è crashato e Koris lo ha ricaricato con un certo scazzo. Segnatevi il dettaglio, non è trascurabile. Koris trova quindi un alloggio papabile e paga senza farsi troppe domande.

I giorni seguenti sono trascorsi nel tentativo di contattare la persona che gestiva l’alloggio, in più ore del giorno e della notte, su telefoni cellulari o fissi, quest’ultimo sempre staccato. Al quarantesimo messaggio lasciato in segreteria e al terzo sms minatorio, la tizia si degna di richiamare.
“Senta, sono la persona che ha prenotato l’alloggio per questo week-end”
“… questo week-end?”
“Sì, perché, c’è un problema?”
“No, no, nessun problema, mi dica” (segnatevi pure questo)
“Noi arriviamo da Marsiglia venerdì per 20:30, come facciamo a recuperare le chiavi?”
“… le 20:30?!”
“È troppo tardi per lei?”
“No, no, nessun problema, manderò una persona ad accogliervi alle 20:30”

La sfiga volle che venerdì sera le autostrade francesi erano la fiera dell’ingorgo, quindi un tragitto che doveva prendere due ore e mezza era dilatato fino a quattro ore. Vedendo che non si poteva arrivare all’ora stabilita, Koris si è attaccata al telefono per avvertire la tizia del ritardo. Le chiamate sono finite nel vuoto siderale o su segreterie telefoniche ai confini dell’universo, dove la mente umana non può arrivare. La situazione cominciava a farsi inquietante.
“Se non è del tutto scema ha dato il mio numero alla fantomatica persona che deve accoglierci, non vedendoci arrivare alle 20:30 chiameranno”

Alle 21:00 il telefono taceva e si era ben lungi dall’essere arrivati. Sempre nessuna risposta dalla tizia, il cui telefono doveva essere caduto in una frattura spaziotemporale, oppure risucchiato da una dimensione alternativa. ‘thieu iniziava a stressarsi dicendo che avrebbero dormito in auto, tanto avevano i sacchi a pelo.

Erano le dieci passate quando il GPS della macchina ha indicato l’arrivo in località Le Pient. Un ammasso di case buie in mezzo alla tenebra ha accolto Koris, assieme a un senso di sgomento. L’unica luce visibile esclusi i fari veniva dall’ultima casa isolata: botta di fortuna, è l’alloggio in questione. Forse la tizia non è così scema come fa pensare, ha scordato il telefono a casa e ci aspetta lì. Un attimo, ma perché hanno delle valigie in soggiorno?

Koris e ‘thieu cercano di attirare l’attenzione di due vecchietti che stavano guardando la televisione, forse un horror in cui due vecchietti vengono mangiati vivi da due speleologi senza cena. Il tutto cercando di non spaventarli a morte, cosa che si rivela impossibile. Si comunica tramite il vetro della cucina.
“Scusate, noi avremmo prenotato l’alloggio questo week-end”
“Non è possibile, noi siamo qui fino a mercoledì”
“Ma noi abbiamo prenotato per…”

E qui si consuma lo psicodramma di Koris: sì, ha prenotato, ma per il week-end successivo. Colpa della stanchezza? Colpa del crash del sito? Difficile a dirsi, fatto sta che se Koris avesse potuto morire fulminata sul colpo lo avrebbe fatto di buon grado. Odiandosi molto e odiando anche la proprietaria che non ha presente chi abiti il suo alloggio, Koris si è prosciolta in un profluvio di “mi dispiace”, mentre ‘thieuSantoSubito ripeteva “c’est pas grave” e si chiedeva dove minchia dormire almeno quella notte.

Il caso ha voluto che per una volta il mezzo del nulla fosse a venti minuti da una città di dimensioni medie, dove la speranza di trovare un letto non era nulla. Non che la cosa sia stata facile e che il fantasma della notte in auto non fosse una reale minaccia. Primo hotel dotato di una reception notturna: completo, andate altrove. Secondo hotel, senza reception notturna: la macchinetta per il check-in è stata messa fuori uso, solo reception diurna. Il terzo hotel era accanto a un bowling e se fosse stato a Marsiglia le attività ludiche proposte sarebbero state gare abusive in macchina e spaccio, ma per fortuna nel mezzo del nulla sono meno inclini a tali pratiche. Pagata una camera alla macchinetta automatica, alle undici passate ci si può buttare in un letto che pare persino pulito, al di là di ogni aspettativa. Senza cena, che fra ingorghi e inghippi cenare è un lusso superfluo.

Koris non si riprenderà molto facilmente da questo smacco, visto che si è sempre considerata un drago della logistica. Forse è il momento che anche il drago della logistica si prenda una vacanza. Ma in campeggio, così male che vadano le prenotazioni c’è sempre la possibilità di buttarsi in un campo e dormire con confort relativo.

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