O che barbara giornata (data di scrittura 7 marzo 2006)

Gelatinosa… sì, credo che Orwell abbia individuato proprio il termine giusto per quelle giornate in cui hai dieci ore di lezione più collegio incontra più una compagna di stanza che non collabora al 100%. Ora, non voglio che tutti abbiano un carico orario pari al nostro (carte alla mano, siamo quelli che fanno più ore, tanto per cambiare), ma che almeno, una volta fatta la spesa, la si mette a posto e si sbatta un uovo in padella per chi torna dopo otto ore di università e due di vulcanologia e ha meno di mezz’ora per mangiare, sarebbe il minimo, a mio parere (“ma la cena io ce l’ho, mangio l’arrosto!”… eh, grazie, non si incomodi, ma io sono vegetariana…). Amen, la sindrome del figlio unico imperversa ed impera e mi viene da pensare che con un fratello che a meglio si sta.
Ho scoperto di aver speso quattro ore della mia vita a guardare uno yo yo andare sù e giù, arrotolarsi come più gli piaceva, sbattersene del mondo esterno. Alla settima misura del pendolo di Maxwell mi venivano già domande esistenziali quali: “Ma il disco ha un’anima (e nel qual caso si sta burlando di me)?” “Ma a quale scoperta fondamentale per la fisica ha portato questo esperimento?” “Lo zio Palmo ci prende per scemi oppure crede davvero in queste cose?” “Fabio, perché mi hai fatto rifare quattro misure e tu ne hai invetate sette?”. La risposta, comunque, è sempre la solita: 42. Chi ha letto la Guida galattica per autostoppisti sa e non intendo spiegarmi. Non ora. Avrei bisogno almeno altre due ore di sonno per discettare mi metafisica… d’un magnifico mio sogno mi veniste a sconcertar… col cici ciuciù di botto… prima di quest’anno non avevo un odio viscerale per la sveglia, ma ora mi sta venendo. Ciò detto, sono stata rincuorata dal fatto che non ero soltanto io a essere sconvolta dalla barbara giornata. Fabio, al corso, aveva lo sguardo perso nel Taylor alla ricerca della Risposta (ignora il 42, povero!!!), Daniele dormiva… come al solito monsieur si dava delle arie da duro, ma è stato il primo a filare a nanna, in anticipo rispetto al solito. Ora li sto attendendo, sperando che si sveglino e che non abbiano altre geniali pinsate e alzate d’ingegno quali lasciarmi qui in saecula saeculorum perché monsieur frigge. Comunque, a mio avviso, qui ci sta un imbroglio, ma ancora dir non voglio, che bene ancor non so. Che  vuol mai significar che Fabio mi disse che Paolo avrebbe potuto essere geloso? Un sospetto stravagante (l’ennesimo) mi fa nascere nel sen… ma voglio ben scoprir questa faccenda! Ieri non c’è stato tempo per ragioni logistiche, ma oggi s’avrà un po’ di respiro e non mi asterrò dal chiedere delucidazioni, quando soli saremo. Che mi sarà destino ritrovar quest’ingegnere in ogni loco?
Altre sei ore che aspettano e altre due in tarda sera. E poi si lamenta chi fa dalle undici all’una, poiché lo scopero autobussico non le permette di andare a mangiare a casa, e salta l’unico collegio incontra di qualche interesse perché, fatto il sonnellino, deve fare la spesa senza avere lo stress di tornare in centro. O tempora, o mores! Sarà che mangiare la carne fa diventare grandi, e sarà pur colpa mia se sono rimasta piccin di figura ma mi sembra che mammina mia abbia fatto un gran bene a togliermi la fettina quando aveva inteso che non c’era speranza che la mangiassi. Ci avrò perso in centimetri, ma guadagnato in felicità, almeno. Se non altro non ho bisogno di dieci ore di sonno più riposino, e dormo in ogni loco mi sia destinato… come Lassalle ne La Battaglia che si avvolge nel mantello e ronfa appoggiato al fusto di un cannone. Devo porgere le mie congratulazioni ai miei: non devo essere stata una figlia facile, ma è evidente che ce l’hanno messa tutta. Apprezzo lo sforzo.

Ma che diavol vuol dir che i miei colleghi ritardano a venir? E s’aspetta. For my life, still ahead, pity me

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