“Potevano farcela”

La porta di cedro si aprì senza rumore. Sai si inchinò a Nobunaga e chiuse gentilmente la porta dietro di sé.
-Siete sveglio, mio signore?-
-Che ora è?-
-L’ora del bue-
-Perfetto-
-Quali sono i vostri ordini?-
-Fai portare la mia armatura e sellare il mio cavallo. Ah, e portami un po’ di colazione-
Sai era una donna efficiente e Nobunaga faceva sempre affidamento su di lei per le sue necessità personali. Aveva accettato gli eventi senza una lamentela. Dopo aver svegliato il paggio che stava dormicchiando oltre la porta, Sai disse al samurai di guardia di sellare il cavallo del signore, quindi portò a Nobunaga la colazione. Nobunaga prese le bacchette.
-Quando albeggerà sarà il diciannovesimo giorno del quinto mese-
-Sì, mio signore-
-Deve essere la colazione consumata più presto in tutto il regno. Questo è delizioso, servimene un’altra ciotola. Che altro c’è?-
-Alghe secche e castagne-
-Bene, una colazione davvero sontuosa,- Nobunaga finì di mangiare la zuppa, assieme a due polpette di soia -portami il mio tamburo, Sai-
Nobunaga possedeva un piccolo tesoro, un tamburo tradizionale chiamato Narumigata. Se lo mise su una spalla e provò un paio di colpi.
-Suona bene! Sarà perché è così presto, ma il suono sembra molto più leggiadro del solito. Sai, suonami un pezzo di Atsumori da danzare-
Obbediente, Sai prese il tamburo e Nobunaga iniziò a danzare. Il suono del tamburo, vibrante sotto le agili dita di Sai, raggiungeva ogni angolo del castello, come se stesse urlando “Sveglia! Sveglia!”

Si pensa che un uomo
non possa vivere
più di cinquant’anni
sotto lo stesso cielo…

Nobunaga cominciò a muoversi con piccoli passi graziosi, leggiadro come l’acqua, mentre cantava sul rullo del tamburo.

Non c’è dubbio che questo mondo
non sia altro che un sogno vano
Vivere una sola vita,
ci sarà mai un po’ di riposo?

La sua voce era più forte e tonante del solito e cantava come se stesse sopraggiungendo la fine della sua vita.
Un samurai stava correndo per il corridoio. La sua armatura faceva un rumore assordante quando i piedi toccavano il suolo. Aprì la porta della camera.
-Il vostro cavallo è pronto. Aspettiamo i vostri ordini, mio signore-
Le mani e i piedi di Nobunaga si fermarono nel mezzo della danza. Nobunaga si voltò verso il nuovo venuto.
-Non sei Iwamuro Nagato?-
-Sì, mio signore-
Iwamuro Nagato portava armatura e spada lunga al fianco. Al contrario, Nobunaga non aveva ancora indossato l’armatura e danzava al suono del tamburo. Nagato sembrava a disagio e si guardava in giro dubbioso. Il messaggero che aveva portato l’ordine di sellare il cavallo del nobile Nobunaga era il suo paggio. Tutti erano esausti per la mancanza di sonno e il paggio era giunto mettendo gran fretta. C’era stato forse qualche errore? Nagato si era vestito in poco tempo, ma non capiva il comportamento di Nobunaga. Normalmente, quando si chiede di preparare il cavallo da guerra, non si ha tempo per scene come quella che Nagato si era trovato davanti.
-Andiamo,- disse Nobunaga, con le mani ancora nella corretta postura di danza -sei un uomo fortunato, Nagato. Sei l’unico che mi abbia visto danzare nell’ultimo giorno di questa vita. Deve essere uno spettacolo interessante-
Quando Nagato capì cosa il suo signore intendeva, si vergognò dei suoi dubbi.
-Essere l’unico testimone della danza più importante della vostra vita è una gioia troppo grande per qualcuno con una posizione così umile come la mia. Comunque, vi chiedo il permesso di cantare il mio addio a questo mondo-
-Sai cantare? Ottimo. Sai, ricomincia da capo-
La cameriera non disse nulla e chinò la testa sul tamburo. Nagato si unì al coro della danza Atsumori.

Si pensa che un uomo
non possa vivere
più di cinquant’anni
sotto lo stesso cielo…

Mentre Nagato cantava, rivide tutti i suoi lunghi anni di servizio, a partire dall’infanzia di Nobunaga. Le menti del danzatore e del cantante divennero una sola. Le lacrime luccicavano sul viso di Sai alla luce della lampada. Anche lei suonava con una maggiore abilità, quel mattino.
Nobunaga gettò in terra il suo ventaglio ed esclamò:
-Dunque è la fine!- si voltò verso la cameriera -Sai, se scopri che sono morto dai fuoco al castello. Che bruci finché non è irriconoscibile-
La donna lasciò il tamburo e si inchinò fino a terra, rispondendo senza alzare la testa:
-Sì, mio signore-
-Suona il corno, Nagato!-
Nobunaga si voltò verso l’interno della cittadella, dove vivevano le sue figlie, poi verso le tavolette votive dei suoi antenati.
-Addio- disse con enfasi. Quindi legò i lacci del suo elmo e si diresse verso l’uscita.
Il corno che richiamava le truppe suonava nella calma delle tenebre prima dell’alba. Le stelle basse sull’orizzonte brillavano fra le nubi.
-Il nobile Nobunaga va alla guerra!-
La notizia si era sparsa come per magia, sorprendendo tutti i samurai non ancora pronti. Gli uomini che lavoravano nelle cucine e i guerrieri troppo vecchi per combattere avrebbero difeso il castello e nel frattempo facevano gruppo attorno ai loro compagni. I conti degli uomini che sarebbero rimasti a Kiyosu parlavano chiaro: non più di cinquanta anime. E pochi erano anche gli uomini che accompagnavano Nobunaga.
Nobunaga cavalcava il cavallo che si chiamava Tsukinowa. Sull’armatura aveva un pettorale di madreperla e cavalcò fino all’entrata principale. I tasselli della sua armatura sbattevano contro la spada lunga, producendo un suono acuto, musicale. Gli uomini nel castello dimenticarono l’etichetta e si misero a urlare quando videro apparire il loro signore. Nobunaga rivolse poche parole di addio agli anziani che lo servivano da tanti anni. Senza che riuscisse a realizzarlo, gli vennero le lacrime agli occhi. Nel tempo in cui Nobunaga ricacciava le lacrime dietro alle palpebre, Tuskinowa si era lanciato al galoppo come una raffica di vento fuori dal castello, sotto la pallida luce dell’alba.
-Mio signore!-
-Mio signore!-
-Mio signore!-
-Aspettate!-
Il nobile e i suoi attendenti non erano più di sei uomini a cavallo. E, come al solito, i servi temevano di restare indietro. Nobunaga non si voltò. Il nemico era asserragliato ad est e i suoi alleati si trovavano sulla stessa linea del fronte. Quando avrebbero raggiunto il luogo della loro morte, il sole sarebbe stato alto nel cielo. Nobunaga meditava sull’ironia della sorte, che aveva voluto farlo morire nella stessa provincia in cui era nato.
-Avanti!-
-Mio signore!- urlò un uomo dalla città.
-Yoshinari?-
-Sì, mio signore-
-Dov’è Katsuie?-
-Qui, mio signore!-
-Sei stato veloce! Quanti siete?-
-Centoventi uomini a cavallo agli ordini di Mori Yoshinari e un’ottantina agli ordini di Shibata Katsuie, duecento uomini in tutto. Alcuni li abbiamo lasciati indietro per raggiungervi-
Fra questi ultimi vi erano Mataemon e Tokichiro, conducendo trenta soldati di fanteria. Nobunaga lo vide in lontananza e seppe che la Scimmia era lì. Dalla testa dei suo centro cavalieri guardò le facce eccitate dei soldati, e per la prima volta pensò che potevano farcela. Il nemico poteva schierare quarantamila uomini, ma le sue truppe non erano altro che un pugno di sabbia. Nobunaga si sentiva abbastanza ardito da pensare di avere una possibilità. Era orgoglioso, come generale e come uomo. Anche se fosse stato sconfitto, i suoi uomini non sarebbero morti in vano. Avrebbero lasciato il loro segno sulla terra scavando le loro tombe.

da “Taiko” di Eiji Yoshikawa.

Ho sempre trovato questo pezzo ispirante. Un uomo che si prepara ad andare incontro alla sua morte e mentre le va incontro si accorge che forse una speranza c’è. Dopo la battaglia di Okehazama, Nobunaga inziò la sua ascesa per riunificare il Giappone.
Perché non importa che si vinca o si perda, l’importante è lo spirito con cui si affronta.

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0 thoughts on ““Potevano farcela”

  1. BelleRoseDuPrintemps 6 febbraio 2011 alle 01:05 Reply

    Che bello. Andrò a cercare il libro.

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  2. Yaxara 6 febbraio 2011 alle 01:19 Reply

    Sfortunatamente non è mai stato tradotto in italiano. Io me lo sono fatto arrivare in inglese dal Giappone. E mi fa rabbia, perché un libro bellissimo che varrebbe la pena di tradurre.

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  3. BelleRoseDuPrintemps 6 febbraio 2011 alle 11:08 Reply

    Oh uffa. Questa sì che è cattiveria.

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  4. Yaxara 6 febbraio 2011 alle 11:54 Reply

    Guarda, c’è un libro che si intitola "Sekigahara" che vorrei leggere da una vita… e non è mai stato tradotto dal giapponese! Nemmeno in una lingua straniera.
    E di tutti i libri che ha scritto l’autore di questo libro, Eiji Yoshikawa, ne hanno tradotti quattro in inglese e uno solo in italiano.
    La cattiveria non ha limiti.

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