Non, je ne regrette rien

Titolo che fa molto Edith Piaf, ma mi frulla in testa da ieri sera come degno titolo per un (in)degno post di fine anno. Lungi da me cominciare a cantare, soprattutto rullando le erre ("rouler les r", francesi intraducibili).
Il 2011, rispetto al suo predecessore, è stato un anno tranquillo. Forse di transizione, forse no. Non che sia stato un anno in panciolle, ben inteso, ma se non altro non ho cambiato tre stati in sei mesi.
È stato l’anno in cui si è rotto il ghiaccio con le presentazioni ai meeting, passando da zero a quattro, in particolar modo quello di Strasburgo del due in uno. E ora stiamo covando un sordido progetto che se avrà successo mi permetterà di cancellare due o tre punti della wishlist, punti di quelli grossi. Ma si vedrà.
È stato un anno quasi senza vacanze, ma con parecchi viaggi. Si è aperto a Berlino, poi Amsterdam, poi il viaggione a Mosca che alla fine delle fini (e dato che stavolta non è bruciata) ne è valsa la pena. Così come passare un’estate di week-end a zonzo per la Provenza, come un pensionato inglese.
È stato un anno in cui si è capito che Roy Batty sarà anche un Replicante, ma forse è il mio angelo in terra di Francia. Ad ogni (raro e parco) apprezzamento che ricevo, vado in giro bullandomi "sono la figlia che non avrà mai".
È stato un anno in cui l’Italia si è fatta sempre più lontana, seguendo il consiglio "Il faut que tu oublie l’Italie, tu es en France maintenant". E anche il mio francese si è fatto meno vomitevole, soprattutto grazie alle disinibite indicazioni del professore alla fine del corso di lingua. Non che non si riconosca più il mio drôle accent, ma ora è tutta un’altra musica.
È stato l’anno in cui ho avuto la mia prima vera casa. Quella da cui sto scrivendo in vestaglione di flanella e tazza di latte (il frittatone di cipolle con la famigliare di Peroni gelata a colazione poteva essere troppo), i venti metri quadrati nel cuore di Marseille, col terrazzo che dà sulla prefettura e le grandi finestre da cui, anche oggi, si vede il cielo azzurro. Va bene, questa è una dichiarazione d’amore.
È stato un anno in cui si è fatta la conta degli amici andati e si è scoperto che ci sono persone che non rivedi per mesi, ma quando le rivedi sembra che non sia passato nemmeno un giorno. Prova che la distanza, se ben amministrata, non è un problema.
È stato un anno in cui si sarebbe dovuto scrivere l’ultimo lacrimoso "Love Koris 9", ma lo Stato Maggiore ha deliberato che talvolta è meglio lasciar perdere. Si va avanti con la propria vita, pensando che ci sono tanti altri pesci nel mare.
È stato un anno velico, in totale contrasto col punto precedente. È nato un odio senza fine verso lo spinnaker in ogni sua manifestazione e verso il doppio timone a ruota, soprattutto ove non sia segnato il punto in cui la barra ritorna in mezzo. Invece il laser 2000 è diventato una sorta di sordida dipendenza. Assieme ai suoi oggetti totemici quali muta taglia quattordici anni, guanti miniaturizzati e, da poco, scarponcini in neoprene numero 34.
È stato un anno in cui si è soddisfatto il gran capriccio della reflex, come testimoniano i numerosi e ammorbanti fotopost che ogni tanto compaiono.
Alla fine, tutto sommato, è stato un anno positivo.

Non, je ne regrette rien.

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0 thoughts on “Non, je ne regrette rien

  1. Chiara 31 dicembre 2011 alle 15:00 Reply

    Buon anno anche a te! Spero di poter continuare a seguire le tue “avventure” e chissà che nel prossimo anno non si riesca anche a fare due chiacchere 🙂

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  2. Yaxara 1 gennaio 2012 alle 04:16 Reply

     @Chiara: buon anno! Ogni volta che vuoi fare due chiacchiere, il contatto skype è sempre lì, quasi sempre connesso (lo so, non è un granché, ma meglio di niente; se invece per caso capiti da queste parti, fai sapere). 

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