Archivio mensile:giugno 2012

Storia di quattro bambù

Due-tre settimane or sono, Koris si aggirava per il santuario di Fushimi in quel di Kyoto, oppressa dall’umidità dirompente e dalle zanzare ninja giapponesi. Koris aveva un dilemma irrisolto e, a prima vista irrisolvibile: voleva portare in Europa dal Giappone qualcosa di speciale, non le solite stupidaggini, per uno scopo che non stiamo a rendere noto in questa sede. Orbene, la sua prima idea fu cercare semi della pianta di the, ma quando anche Google si fece parco di informazioni in materia lo Stato Maggiore capì di dover ripiegare. Il pensiero di riserva era del riso da seminare. Ma anche qui più facile a pensarsi che a farsi. Una visita a una sorta di negozio di giardinaggio giapponese non fece ulteriore chiarezza in materia.
Koris era quindi persa nei suoi pensieri e macchinazioni perverse, che prese un sentiero laterale destinato a portarla lontano dalle folle che lasciavano i loro sudori sulla collina di Fushimi. Dopo qualche vagabondaggio, Koris si ritrovò in un bosco di bambù.

 

bambu

No, non è il set de “La foresta dei pugnali volanti”.

 Koris era letteralmente circondata da questi fusti snellissimi e alti 10 metri, senza foglie, senza rami, fitti fitti. Con tronchi del diametro di venti centimetri, tronchi veri, mica quelle cose striminzite che nascono in Europa. Ai suoi piedi, a parte nugoli di zanzare fameliche di italico sangue, pieno di piccoli germogli di bambù nascenti. Koris ha fissato i germogli. I germogli hanno guardato lei, domandandole “nan desu ka?”. Poi l’illuminazione.
“Sarebbe geniale portare dei bambù a casa!”
Problema numero uno: con cosa li dissotterriamo, senza rompere radici e nulla? Koris non disponeva d’altro che delle sue mani, una reflex non atta allo scopo e un thermos pieno d’acqua. Lo Stato Maggiore deliberò che le mani andavano benissimo. Mentre le zanzare organizzavano un party sui Koris-piedi, quattro baby-bambù furono disturbati nella loro crescita nipponica e riposti in un sacchetto di plastica, poiché Koris non aveva altro modo per trasportarli.
Tutta fiera del suo rapimento vegetale, Koris si rese ben presto conto che i quattro malcapitati non potevano sopravvivere a lungo in un sacchetto di plastica. Non avrebbero resistito per gli ulteriori cinque giorni della Koris-vacanza e tanto al volo intercontinentale. Urgeva un vaso. In mancanza di un vaso degno di tale nome, urgevano alternative. Mentre camminava verso il Ginkakuji, Koris valutò i seguenti sostituti: una bottiglia d’acqua da due litri, una ciotola per il ramen, un vaso vero in porcellana scartato perché troppo complicato, il thermos, le scarpe da ginnastica, un barattolo di gelato. Stava ancora macchinando equazioni complicate quando incappò in una pila di vasetti, apparentemente senza padrone, accanto a un giardino pubblico. Ora, riflettendoci a mente fredda, in Giappone non esistono rifiuti abbandonati, quindi quei vasi erano di qualcuno che li aveva incautamente lasciati incustoditi. Ma era questione di vita o di morte. Koris si appropriò di un vaso di dimensioni confacenti e corse via come un’ossessa, nel terrore che qualcuno sguainasse una katana per tagliarle le mani. Si fermò soltanto nel parco di scuola elementare, dove piantò i quattro poveri maltrattati e li dissetò dal suo thermos. Quindi se ne partirono a visitare il Ginkakuji tutti assieme.
Koris si prese cura dei quattro piccoletti a cui faceva un tifo da stadio a ogni ora del giorno e della notte. I quattro la accompagnarono a Osaka, sopravvivendo senza patemi, anzi, allungando le foglioline sotto i rovesci temporaleschi del monsone.
Poi venne l’annoso problema del trasporto intercontinentale. Bagaglio a mano escluso per ragioni di praticità: mica si può rischiare di mettere a repentaglio quattro vite per la pignoleria di un check-in giapponese (senza contare che su un sito Koris lesse che il transito di piante era proibito, ma questo è un altro discorso). Pertanto bagaglio a stiva. Koris doveva trovare un modo per far sì che i bambù non subissero troppi choc. Impresa impossibile, in poche parole. Almeno limitare i danni e far sì che la terra non si disperdesse ovunque. Pensa che ti ripensa, alla fine comprò una bottiglia da due litri, la tagliò a metà e ne fece una serra protettiva per i quattro nanerottoli verdi. Quindi imbottì il tutto in una tasca e si preparò al salto.
A Kansai Koris esibì un sorriso a ottantacinque denti alla domanda “niente da dichiarare?”. Poi passò le successive tredici ore a terrorizzarsi da sola con gli argomenti più disparati:

  • “E se hanno fiutato che c’è qualcosa nel mio bagaglio, lo aprono e trovano i bambù? Cosa faranno, mi sequestrano tutto o gettano i bambù? In entrambi i casi come mi spiego?”
  • “Ma ci sono cinquanta gradi sotto zero in quota! E nella stiva ci saranno i ghiaccioli! Quei quattro mi muoiono assiderati”
  • “E se mi perdono il bagaglio per incuria?”

E invece no! L’orribile bagaglio di Koris uscì per terzo sul nastro di Marseille-Marignane, integro. E con esso i quattro bambù, assetati e spaesati per la deportazione dall’Asia all’Europa.
Visto lo stato di salute dei suoi profughi vegetali, abbandonati alle cure nella calura secca del Var, Koris era certa di averli condannati a morte. Si sentiva quasi un po’ in colpa per averli strappati alla loro terra solo per farli stramazzare in Francia.
Al contrario, pare che prosperino. Tutti e quattro. Un temerario sta addirittura mettendo le prime foglie vere sul suolo francese. Si attendono trepidamente i dieci metri di altezza, a questo punto.

Smotivazione

Costruire un po’ di motivazione, dopo due mesi di frustrazioni infiorettate una dietro l’altra (fra capi assenteisti che compaiono solo per disfarti l’analisi), non è stata una cosa facile. Ci sono volute due settimane di Giappone a contatto con gente che in questo lurido campo riesce. E in questo lurido campo o sei motivato o lasci dopo cinque minuti.
Dunque il Giappone ha restituito un po’ di voglia di fare, la spinta quanto meno per arrivare alla fine del lavoro e poi si vedrà.
Bene, tempo di tornare effettivamente dietro alla scrivania. Tempo tre giorni in cui ti convinci che si può fare, che la fine è vicina, che una volta definiti i modelli dei flussi è fatta, si possono esaminare i dati veri e passare alla seconda parte. Tempo di arrivare a venerdì, alla riunione di gruppo.
“È stato scoperto un errore nelle simulazioni Montecarlo, bisogna rifare tutto da capo”
Cosa?
“Per altro è un errore che era già stato risolto  sei anni fa, ma nessuno lo ha incluso nella versione ufficiale del software, per cui come non fatto”
E gli ultimi quattro mesi del tuo lavoro se ne volano nel cesso, un’altra volta, garantendoti un ritardo che, ovviamente, non dipende da te. E quando saranno pronte  codeste nuove simulazioni?
“Faremo una riunione preliminare a inizio luglio, poi qualche test. Di lì tre settimane per finire la produzione”
Ergo agosto. Senza contare che forse incaricheranno della produzione Quei Due che sono in laboratorio un giorno alla settimana e che, sicuro come l’oro, non lavorano da casa e sguazzeranno nelle vacanze. Quindi quando saranno pronte queste nuove simulazioni, a settembre? Quando io contavo di avere già tutto pronto per i dati? L’idea mi dà un disgusto incredibile. Anche perché l’autore di codesta corbelleria immane è uno degli Intoccabili dell’esperimento, quindi non ci si può nemmeno aspettare un “scusate, colpa mia”. Che non che risolva il problema, ma se non altro dimostrerebbe un minimo di interessamento (anche fasullo) per tutte quelle analisi in corso che vanno a finire nel cesso per un’inezia.
Lo so, è così dappertutto, le isole felici non esistono. Bisognerebbe piuttosto riprogrammare il cervello umano. O rassegnarsi.
Ma allora le domande sorgono spontanee. Conviene davvero prendere e mollare tutto un’altra volta solo per cambiare soggetto con cui rodersi il fegato? E con quale gratificazione, quando la motivazione è sempre da ricostruire? Una firma su un articolo in mezzo a decine di altri nomi, a mo’ di chi diede la vita ebbe in cambio una croce?
Koris fisicamente perplessa.

La fitta sassaiola dello spam

A Koris piace ricevere commenti. Ci va in visibilio. Si scioglie in brodo di giuggiole. Anzi, in brodo di Koris, anche se l’idea fa un po’ schifo.
Ieri codesto normalmente sfigatissimo e derelitto blog ha ricevuto qualcosa come quindici commenti. Ai pezzi più svariati, antichi e dimenticati. Commenti di illustri sconosciuti che trattavano i seguenti argomenti:

  • l’inganno della meritocrazia;
  • veicoli 4×4;
  • la filosofia di Hume (che Koris detestava cordialmente al liceo);
  • le isole Cocos e Keeling, Australia (da oggi in poi Koris dirà di voler fuggire alle isole Cocos, visto che in Giappone è già stata e dire “scappo in Amazzonia” potrebbe avere effetti collaterali quali “vengo anche io”);
  •  intenzioni più o meno soggettive di un violentatore di fanciulle;
  • gente bisognosa di calze alla ricerca di un negozio on line;
  • foto con atmosfere settembrine (qui ci sono 32°, settembre sticazzi);
  • novità nel campo degli ebook;
  • case a Grado;
  • il problema del trasporto pubblico in Italia (ok, è vero, Koris in passato se n’è lamentata non poco).

In altre parole, spam. Sono piovuti commenti spam da tutte le parti. Al decimo, Koris si è stufata. Così ecco i captcha da inserire nei commenti, onde evitare che qualcuno possa infilarsi e parlare di attrezzi per raddrizzare banane a Kuala Lumpur. Si spera non diano eccessivamente fastidio.

Tipo

Cioè, poi boh. È che tipo poi ti esce un post come questo. Tipo. Diciamo, insomma. Di quelli che tipo ci metteresti anche un’emoticon, no, così è tipo più chiaro. Tipo. Insomma, c’è ‘sta cosa che boh, diciamo che non si capisce, non so. Tipo che uno non si spiega. Mah, insomma. Diciamo che si vive bene anche senza, cioè, diciamo…

Va bene il realismo, va bene al limite anche il surrealismo, l’irrealismo e se proprio vogliamo anche il gargarismo, in caso di necessità. Ma per piacere, se scrivere come parlate e parlare esprimendovi a peti, evitate di scrivere. Almeno abiurare il “tipo”, che ha rotto gli zebedei da quei quindici anni come minimo. Per poi voler citare l’Amperodattilo, “smettiamo di dire ‘diciamo’ e diciamo qualcosa”.
Insofferenza da blog di gente famosa (e famosa perché scrive, o tempora o mores!) che pare vergato dalla compagna di classe di terza liceo col sei scarso in italiano scritto. O sarà che a Marseille fa caldo, Koris ha il trauma da ritorno al lavoro e i Cinesi fanno salotto a un metro da lei. Tipo salotto cinese, cioè. Diciamo.

Koris’s meme

Trascinata da Aislinn e dal “in fondo è solo un gioco e ora come ora non ho tubo da fare”, Koris vi sottopone undici cose su di sé. Cose di cui avreste sicuramente fatto a meno, ma ormai ve le sorbite.

  1. In questo preciso istante Koris indossa un pigiama a maniche corte a righe gialle, azzurre, arancioni, beige, verdi e quant’altro, sui cui svetta la scritta “Flowers of love”. Codesto pigiama è stato definito l’indumento più antierotico di qui alla cintura di Orione.
  2. Sempre in questi momenti Koris sta facendo violenza a sé stessa per non guardare la Russa che le siede accanto, vestita con un abitino al limite dello stupro a tma gattina marinara sadomaso. Questo, addizionato al punto precedente, dimostra che Koris non ne capisce un tubo né di vestiti né di erotismo.
  3. Non è più allergica alle ciliegie, fatto che qualche settimana fa ha scatenato una carestia del siddetto frutto dal Var alla Vaucluse.
  4. Koris ha un palmo di quindici centimetri esatti. Non gran cosa, ma si tratta pur sempre di un multiplo di cinque. Fa figo. Chiosa: quello dell’Amperodattilo misura ventuno smodati centimetri.
  5. Un tempo Koris era una paladina delle mutande bianche. Poi il demone del bucato si abbatté su di lei e ci fu una subitanea quanto misteriosa conversione alle mutande nere.
  6. Koris si vergogna da morire delle sue cosce, ma tecnicamente parlando se ne frega di mostrarle in pubblico, brutte e sformate come sono.
  7. Si è da poco scoperta la quasi totale incapacità di Koris di leggere una mappa. Tende a perdersi e a fare casino.
  8. Koris detesta essere fotografata con gli occhiali, ragion per cui ha sempre la reflex stretta fra le sue mani. Tipicamente chi possiede l’attrezzo non subisce foto a tradimento. Salvo poi lamentarsi di non avere foto, ovviamente.
  9. Koris è felicemente sbattezzata, per non dire blasfema in tutte le religioni, dal cristianesimo allo shintoismo. Il problema è che le viene naturale. Forse è solo imbranata.
  10. Trova molto difficile ammetere che… infatti no, ha deciso di non dirlo.
  11. Come si evince dal blog, non si capisce mai se siano i guai a cercarla col GPS, oppure se sia lei a cacciarsi in situazioni ai limiti dell’assurdo.

Ora le undici domande di Aislinn:

  1. Colore preferito? Ultimamente siamo in trip col rosso. Ma poi passa, promesso.
  2. Esiste un personaggio di libro o film con cui vi identificate? Fantozzi, che domande.
  3. La vostra canzone manifesto? And frooooom the flaaaaaames as chance would have it the Soulforged will come into liiiiiiiiight…!
  4. Quale attore o attrice scegliereste per impersonarvi in un film su di voi? Ecco, boh. Un tempo, per ovvie ragioni, sarebbe stato Leslie Nielsen. Ok, è un uomo, ma servono le palle comiche per il Koris-ruolo.
  5. Se foste costretti a lasciare l’Italia, dove scegliereste di vivere e perché? Come dicono a Genova, aemu xa detu!
  6. C’è un evento indimenticabile cui avete assistito? La nascita e l’espansione di Internet. Koris navigava ai tempi di Lycos, quando non esisteva nemmeno Youtube e tanto meno Twitter! Cose che ti fanno sentire vecchia…
  7. C’è un libro/una canzone/un film che vorreste aver scritto voi? “Alien vs Ninja”. Troppo imbecille per non essere un parto della Koris-mente.
  8. Una vostra abitudine poco sana… che non avete alcuna intenzione di cambiare? Il cannibalismo a livello unghie. E pellicine, of course.
  9. Una mania incomprensibile al resto del genere umano, ma che voi proprio non potete abbandonare? Il coltello e la forchetta dalla stessa parte a tavola. Koris sarebbe persino in grado di sposarli a Natale, con grande scorno di Orso, che li vuole dalle parti opposte del piatto.
  10. Avete una fobia, e se sì, quale? Le mail bomba del capo. Ci vuole un quarto d’ora per convincersi ad aprirne una.
  11. Dimenticando i vampiri sbarluccicosi, gli zombie pieni di sentimenti e tutte le scempiaggini da paranormal romance… e pensando solo alle versioni serie, quale creatura vi spaventerebbe di più affrontare? Vampiro, zombie, mummia, lupo mannaro, spettro, alieno? Ovviamente la mummia di uno spettro alieno che succhia il sangue e il cervello dal naso trasformandosi in zombie vampiro mannaro nelle notti di luna piena ma anche no, dipende da che calendario ha. Che se non trova quello con le fasi lunari è un casino. Ora capite “Alien vs Ninja”, vero?

Ora le undici Koris-domande. Chi passa e vuole servirsene, lo faccia e lo dica a Koris, che come si sa è curiosa come una scimmia:

  1. Qual è il paio di calzini più inguardabili che possedete?
  2. Se il tuo water potesse parlare, cosa direbbe? Parlerebbe di alligatori?
  3. Pollo con nutella o panino panna, marmellata, salmone e capperi? (Koris non vi sta coglionando, ha visto accadere entrambe le cose)
  4. Cosa faresti se avessi un drago?
  5. Ultimo consiglio che avresti dovuto seguire, ma hai pensato che anche no.
  6. Qual era la terza voce della tua ultima lista della spesa?
  7. Il tuo utensile da cucina preferito. Per dire, quello dell’Amperodattilo è l’arnese per caramellare lo zucchero della crema catalana. Lo adora, produce crema catalana a nastro solo per poterlo usare.
  8. Una vacanza classificata come “meglio andare in gita al mare ad Aosta” e perché.
  9. Ti sei mai mangiato le unghie dei piedi?
  10. Cosa faresti se Gigi d’Alessio bussasse alla tua porta?
  11. Concilio di Elrond. Hai la mia spada. E il mio arco. E la mia ascia. E…? La vuvuzela faceva molto stile, ma ormai è fuori moda.

E questo è quanto. Si serva chi vuole o, come dice l’Amperodattilo, “io son Delbigli, chi lo vuole se lo pigli”, risposta tipica a chiunque chieda di portare a tavola qualcosa di superfluo.

Back to France

La forchetta.
Il latte, il burro, qualunque formaggio da esso ne derivi, sia esso di vacca, capra o pecora.
Il pane con la crosta croccante (che i Francesi avranno anche la grandeur, ma su questo hanno ragione, la baguette è uno spettacolo gustativo). Soprattutto se servito a colazione, anziché pesce crudo e riso scotto.
I semafori che non cinguettano e i cessi che non ti parlano in lingua sconosciuta.
Capire cosa dice la gente per strada e riuscire a leggere le scritte sui segnali stradali. Che questa in realtà è solo colpa di Koris, che non si è mai veramente sbattuta ad imparare il giapponese e durante questi dodici giorni al Sol Levante si è limitata a distribuire “wakarimasen” (trad. it.: “non ci sto capendo una fava in quello che dici, quindi risparmia il fiato”) in giro.
L’aria non ammorbata dal puzzo di salsa di soia fritta. A Kansai Koris è stata sul punto di vomitare alla sola idea di averla nel naso un minuto di più. Ormai si sente l’odore addosso.
Il salutarsi col “bis” (che poi sarebbe il bacio sulla guancia), dopo quasi due settimane di gente che non si sfiora, non si bacia e a mala pena si tiene per mano.
La pasta al pomodoro. Sì, ok, questo è provincialismo italiano in libera uscita, ma provare per credere. Quando ti trovi nel piatto noodles e un uovo crudo che puzza di marcio e pensi a un sano di piatto di spaghetti al dente, con la passata ben consumata nel tegame di terra, quando si appiccica per bene alla pasta, con quel filo d’olio che c’è ma non si vede… beh, ti viene il magone.
Il cesso che non ti saluta. Che dopo un po’ uno si sente anche osservato nel mezzo della sua privacy, roba da nemmeno dentro al cesso possiedo un mio momento. Anche se probabilmente la tavoletta autoriscaldante d’inverno deve essere una benedizione.
L’estate provenzale a sole, cielo azzurro e clima secco. E niente monsone per settimane, niente trentacinque gradi e novanta per cento di umidità. Ah, per la cronaca, ieri a Osaka c’era il sole. Giusto perché Koris partiva, mica per altre ragioni.
La conferenza con annessa micro-vacanza in Giappone è stata una figata. Una bella esperienza, assolutamente positiva, anche se con imprevisti e cose che “ma nessuno mi aveva mai detto che fosse così”. Ma nel complesso il bilancio è positivo. Koris medita persino un ritorno (magari dopo il 2015, quando saranno finiti i restauri a Himeji, mortacciloro), anche se con modalità differenti.
Però è bello tornare in quella casa che chiami veramente casa (e non perché ci sei nato, ma perché te la sei scelta). Per tutti i motivi di cui sopra, più qualcun altro. Perché dopo aver assaggiato un altro continente, Koris ha capito di essere maledettamente europea e che il vecchio mondo non è poi un così brutto posto in cui vivere.

Essere una geisha

(Koris in questi istanti si sta svegliando sul volo AirFrance che la riporta a Parigi. Nel mentre vi lascia questo post riflessivo per ingannare il tempo)

Questo post lo scrivo in prima persona, perché in qualche modo la cosa mi ha toccato, non so per quale ragione. Chiamiamolo un rigurgito di femminismo deteriore, se vogliamo.
A Kyoto, alla fine di un giorno di conferenza, sono state invitate alcune maiko a danzare. Cosa che in sé non sarebbe stato un problema, un balletto di trenta minuti è tollerabile, dopo “Rome e Giulietta” al teatro del Cremlino non ho più paura di niente.
Il problema è stato quando me le sono trovate davanti. Passi per le due geisha, quelle che mi hanno fatto impressione sono state le tre maiko. Sembravano bamboline. Per i vestiti, per gli atteggiamenti… per avere sedici anni. Sedici anni e ti chiedono di posare sorridendo per mezz’ora per farti fotografare con un centinaio di illustri sconosciuti, come se fossi Topolino a Disneyland. Forse le geisha in qualche modo lo sono, anche se ne dubito, dato che quando mi aggiravo per Gion e ne è comparsa una, quella è fuggita alla massima velocità consentita dal kimono alla vista della mia reflex. Forse vogliono essere pagate per posare e oserei dire che ne avrebbero tutte le ragioni.
Ma a sedici anni… no, non esiste. Credo che anche se mi avessero offerto una certa cifra per una cosa del genere, la me stessa di sedici anni avrebbe risposto qualcosa di simile a “andate a fare in culo”. Aggiungendoci “cazzo porco”, conoscendomi. Questo dimostra che a sedici anni non avrei mai potuto diventare una maiko e qualcosa mi suggerisce che non diventerà possibile con l’età.
Avrei voluto pararle (oooh, io che parlo a una perfetta sconosciuta? Non esiste), ma non parlavano che giapponese. Quindi mi è rimasta la curiosità di come può vivere una sedicenne che nel XXI secolo passa le sue giornate a impaludarsi in questi kimono dagli obi enormi e a intrattenere individui importanti con cui, diciamocelo, non ha niente a che fare. Vorrei sapere cosa pensa, quali sono le sue aspettative, come si rapporta alle coetanee “normali” (che già sono strane rispetto a un’occidentale). Insomma, come ci si sente ad essere un frammento del periodo Edo catapultato nel 2000 e rotti. Se non ci si sente in qualche modo “oppresse” da una mentalità retrograda che le vuole più giocattoli che donne.
Che poi magari loro sono felicissime così e questo non è che un vomito femminista di Koris. Che, come si sa, a sedici anni aveva la finezza di un camionista single e la raffinatezza dei poemi vergati nei cessi del liceo. E anche ora non è che sia messa meglio…

cesso

Un tecnologico cesso giapponese, con tanto di tavoletta riscaldata.

tasti

Pulsantiera per interagire col cesso e giocare a WiiBog. Presto disponibile la versione per Android.

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