Nipponiche osservazioni antropologiche

Quanto può essere scortese un Giapponese: parecchio. Koris pensava che un popolo che si inchina a ogni pié sospinto non conoscesse altro che gentilezza. E invece ha provato a chiedere informazioni di carattere ferroviario a un tizio in giacca e cravatta. In una terra in cui l’inglese non è una lingua ma una materia di studio, dove tutti sanno a menadito le coniugazioni dei verbi irregolari ma vanno in panico davanti a un semplice “How much does it cost?”, chiedere a un businessman sembrava una cosa sensata. Koris si appropinqua timidamente.
“Excuse me…”
Quello manco si volta. Forse non ha sentito.
“Excuse me…”
Ora si volta. Guarda Koris come se fosse la suola delle scarpe dopo aver pestato una colossale busa di vacca. Quindi si preme il dito medio sulle labbra, cenno di fare silenzio. Infine muove la mano un paio di volte, in un gesto che significa internazionalmente “fuori dai coglioni”. Koris si è astenuta dal fare ulteriori domande, ma avrebbe voluto chiedergli se ha conseguito la laurea in Stronzologia Applicata o se ha anche seguito un master dal titolo “come credere che il mio culo defechi oro aromatizzato alla lavanda anziché merda comune”. Fatto sta che l’informazione necessaria Koris la ha avuta da una vecchietta sicuramente non anglofona, a cui ha semplicemente indicato il treno domandando “Osaka?”. Quella si è inchinata ed è entrata in loop ripentendo “Hai! Hai!”, più altre informazioni di supporto di cui Koris non ha potuto beneficiare causa lingua.
A conti fatti, per ora  Osaka in confronto a Kyoto è stata un po’ una delusione. Vuoi per il monsone che si è rifatto vivo, vuoi perché la città è stata praticamente rasa al suolo nella seconda guerra mondiale, quindi templi, altari et similia manco a parlarne.
Koris ha deciso di procrastinare a domani la visita al castello per fare un giro nello Shibashi, la via commerciale. Ecco, quello è il Giappone che si immaginano gli occidentali: caotico, scritte al neon, folle oceaniche. Gente vestita in maniera così appariscente che in qualunque città d’Europa verrebbe arrestata per insulto al pubblico decoro. Koris credeva che ci fossero un sacco di coppie lesbiche. Poi si è accorta che erano maschi.
Shibashi è stato veramente “tutto quello che Koris non voleva vedere del Giappone”, ma già che c’era tanto valeva sperimentare. La cosa peggiore in assoluto è sicuramente il pachinko. Koris non si capacita come un popolo così fissato con la tranquillità, il silenzio e la natura abbia potuto concepire una cosa simile.
Per avere un’esperienza simil-raccapricciante ma non troppo, Koris ha deciso di entrare in una sala giochi. Poche parole: è il regno del trash. Cinque piani di macchine devoluti allo sfracellamento cerebrale. Cioè, quando arrivano in occidente gli studi scientifici secondo cui i videogiochi frullano il cervello, i genitori medi pensano a “Resident Evil” o “World of Warcraft”. Esticazzi, a confronto ammazzarsi due zombie sul divano di casa equivale a leggersi un libro di Tolstoj. I giochi sono per lo più stile baraccone, ma con molte più luci, palline e casino. Un piano è devoluto solo ai giochi modello pesca, gli stessi che venivano citati in “Toy Story”. Solo che il bidone è pieno di Hello Kitty. Un incubo, insomma. Al piano tre, invece, ci sono i simulatori sportivi, con tanto di maxischermo per calcio, corse di cavalli e motoscafi (beh, non non sullo stesso schermo, anche se un videogioco che fa correre motoscafi e cavalli assieme mentre giocano a calcio potrebbe essere interessante). Koris a questo punto si è domandata se le ragazze si accontentano di pescare tonnellate di Hello Kitty oppure stanno a casa a fare la calza meditando su come accalappiare il boss in ufficio prima dei 25 anni. Perché in questo paese il trend è così: una si fa il culo, va a scuola prima dei maschi, si strugge per avere i voti migliori e trovare un ottimo lavoro, ove accalappiare il boss e sposarlo, il tutto prima dei 25 anni (se no diventi una Christmast Cake, come Koris, ormai così vecchia che manco fa buon brodo). Comunque no, non stanno a casa. Esiste il quarto piano, luogo in cui Koris non sarebbe mai dovuta salire. Cosa fanno le nipponiche pulzelle nelle sale giochi? Si travestono. Quindi si fotografano e si fotomodificano con le amiche del cuore. Oppure se riescono a portarsi dietro il boy-friend giocano a sfide tese a calcolare l’affinità di coppia. Koris poteva anche averne abbastanza così, ma quando è comparsa una dodicenne vestita da porno-Biancaneve è fuggita urlando “Arridateme l’Occidente!”.
E insomma, così. Da una parte santuari shintoisti immersi nella natura e nel silenzio, dall’altra le cameriere che strillano in mezzo alla strada per pubblicizzare il loro ristorante. Koris trova la cosa incredibilmente contraddittoria, tanto da non capirla a fondo.
Insomma, se un tempo Koris avrebbe risposto sì senza esitare a una proposta di lavoro in Giappone, ora ci mediterebbe molto attentamente. Soprattutto dopo aver scoperto che qui una mozzarella costa otto euro e un barattolo microbico nutella sei e cinquanta.

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4 thoughts on “Nipponiche osservazioni antropologiche

  1. Emix 14 giugno 2012 alle 00:06 Reply

    Bellissimo post fanciulla! Ti segnalo questo blogghe, è di un tizio che lavora/lavorò a lungo in japan. lettura interessante.
    Te ne avrei parlato prima della tua partenza ma ho preferito tacere. sadismo.

    http://mondoalbino.wordpress.com/2011/05/10/dieci-motivi-anzi-nove/

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    • Yaxara 14 giugno 2012 alle 00:48 Reply

      Tu sì che sai rendere felice qualcuno in attesa del volo! Comunque grazie del link, è semplicemente geniale e fin troppo veritiero…

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  2. Quella del Sangue di Porco 14 giugno 2012 alle 11:00 Reply

    Questo post ha riesumato dalla mia mente uno dei film più brutti che io abbia mai visto (per fortuna ne ho visti pochi quindi questa classifica potrebbe non essere indicativa).
    Kamikaze girls.
    ._.

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    • Yaxara 15 giugno 2012 alle 11:17 Reply

      Mi manca. Oserei dire per fortuna, a questo punto.

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