Back to France

La forchetta.
Il latte, il burro, qualunque formaggio da esso ne derivi, sia esso di vacca, capra o pecora.
Il pane con la crosta croccante (che i Francesi avranno anche la grandeur, ma su questo hanno ragione, la baguette è uno spettacolo gustativo). Soprattutto se servito a colazione, anziché pesce crudo e riso scotto.
I semafori che non cinguettano e i cessi che non ti parlano in lingua sconosciuta.
Capire cosa dice la gente per strada e riuscire a leggere le scritte sui segnali stradali. Che questa in realtà è solo colpa di Koris, che non si è mai veramente sbattuta ad imparare il giapponese e durante questi dodici giorni al Sol Levante si è limitata a distribuire “wakarimasen” (trad. it.: “non ci sto capendo una fava in quello che dici, quindi risparmia il fiato”) in giro.
L’aria non ammorbata dal puzzo di salsa di soia fritta. A Kansai Koris è stata sul punto di vomitare alla sola idea di averla nel naso un minuto di più. Ormai si sente l’odore addosso.
Il salutarsi col “bis” (che poi sarebbe il bacio sulla guancia), dopo quasi due settimane di gente che non si sfiora, non si bacia e a mala pena si tiene per mano.
La pasta al pomodoro. Sì, ok, questo è provincialismo italiano in libera uscita, ma provare per credere. Quando ti trovi nel piatto noodles e un uovo crudo che puzza di marcio e pensi a un sano di piatto di spaghetti al dente, con la passata ben consumata nel tegame di terra, quando si appiccica per bene alla pasta, con quel filo d’olio che c’è ma non si vede… beh, ti viene il magone.
Il cesso che non ti saluta. Che dopo un po’ uno si sente anche osservato nel mezzo della sua privacy, roba da nemmeno dentro al cesso possiedo un mio momento. Anche se probabilmente la tavoletta autoriscaldante d’inverno deve essere una benedizione.
L’estate provenzale a sole, cielo azzurro e clima secco. E niente monsone per settimane, niente trentacinque gradi e novanta per cento di umidità. Ah, per la cronaca, ieri a Osaka c’era il sole. Giusto perché Koris partiva, mica per altre ragioni.
La conferenza con annessa micro-vacanza in Giappone è stata una figata. Una bella esperienza, assolutamente positiva, anche se con imprevisti e cose che “ma nessuno mi aveva mai detto che fosse così”. Ma nel complesso il bilancio è positivo. Koris medita persino un ritorno (magari dopo il 2015, quando saranno finiti i restauri a Himeji, mortacciloro), anche se con modalità differenti.
Però è bello tornare in quella casa che chiami veramente casa (e non perché ci sei nato, ma perché te la sei scelta). Per tutti i motivi di cui sopra, più qualcun altro. Perché dopo aver assaggiato un altro continente, Koris ha capito di essere maledettamente europea e che il vecchio mondo non è poi un così brutto posto in cui vivere.

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