Le chiamavano vacanze

Un lago, la notte. Una canoa, due pagaie. Due zaini enormi, una cassa piena di viveri.
“Tu sai che io non ho mai remato in vita mia, vero?”
“Come no?”
“No, sono tre giorni che te lo dico”
“Ah, non ci ho fatto attenzione”
“Quindi è fortemente hors de question che io passi dall’altra parte del lago nelle tenebre più nere dell’una di notte”
“Jé e la sua ragazza ci aspettano”
“Beh? Non possiamo passare la notte in macchina e fare la traversata domattina?”
“Al massimo io remo e tu fai l’equilibrio?”
“E se ci rovesciamo? Cioè, io ho la reflex nello zaino, capiamoci…”
“Ci rovesciamo solo se facciamo cazzate, fidati”
“Che mi pare propio l’unica cosa che si possa fare a quest’ora, per altro”

lago

Questo lago…

canoa

… con questa canoa. Al mattino faceva meno paura.

Quando c’è di mezzo Jé, bisogna tenere conto che qualunque uscita può necessitare di un sacco a pelo, una buona quantità d’acqua e uno zaino con dotazione di emergenza. La canoa, tuttavia, non era mai stata contemplata. Da ora diverrà un altro fattore dell’equazione.
Koris si è così ritrovata la notte di un ferragosto qualsiasi, mentre la gente normale smaltiva la sbornia della serata, ad attraversare il Lac de Sainte Croix nell’oscurità più totale, con un cassa da cinque chili di cibo sulla gambe capace di fermare la circolazione dal ginocchio in giù. Sono le circostanze in cui un dio fa comodo. Ma anche una chiglia non è da disprezzare.
Koris non sa ancora dire come e perché è sbarcata indenne e quasi asciutta, ma forse non vuole saperlo. Sull’altra sponda, quella senza campeggi e abbandonata alla natura e qualche nudista, si era accampato Jé.
“Il campeggio selvaggio è proibito, ma si considera campeggio solo se abbiamo una tenda. Quindi niente tenda. Ma ci siamo arrangiati altrimenti”
L’altrimenti prevedeva una costruzione di teli militari e tronchi d’albero che copriva grossomodo la superficie di una villa bifamiliare. Più che un bivacco, la base per un abuso edilizio nascosto fra le fronde.
In quattro giorni di vita selvaggia con notti sotto le quasi-stelle (avevano un tetto) e toilette fra gli aghi di pino, Koris ha avuto come massima aspirazione sguazzare nel lago, complici i quaranta gradi esterni che hanno indotto al tuffo anche esseri che normalmente tremano nell’acqua a 25°. Nei rari momenti in cui si ricordava di non essere un girino, mangiava salades con troppi cetrioli e zucchine crude. Oppure discuteva su quanto Facebook rappresenti la morte del web con un’archeologa e un musicista professionista fino alle quattro del mattino, contando le meteore che sciamavano fra i pini.
Alla fine tanto ha fatto Jé che Koris ha persino remato, sotto la promessa di cioccolato, rivelatasi in seguito una lurida menzogna.
“A questo punto possiamo risalire il Vedon!”
“Meglio aspettare settembre”
“Ma a settembre farà freddo!”
“Ci sono attualmente quaranta gradi. Definiscimi cosa intendi per freddo”
Il lago nasconde anche una sponda inquietante. Che niente ha a che fare col villaggio sommerso sul fondo, ove si dice si senta ancora la campana suonare. Il terrore che serpeggiava la notte non era né quello degli animali in caccia (per lo più pericolosissimi scoiattoli col brutto vizio di tirare pigne un po’ ovunque) né quello dei guardiaparco che si aggiravano in battello sulla sponda (il campo organizzato da Jé et altri era partcolarmente invisibile). L’elemento da film horror erano le pietre dipinte. Da una naturista ultracinquantenne che compariva a tratti poco lontano dal bivacco e che imprimeva funghi allucinogeni su qualunque masso a sua portata.
“Ma perché dovrebbe dipingere nudo?”
“Io una certa idea ce l’avrei”
“Dici che dipinga con il….”
“Oh, no!”
“Ma che orrore!”
“L’anno prossimo si va nel morigerato Vercore, altro ché Sainte Croix e le sue trasgressioni naturiste!”

Post scritto grazie a un intervento salvifico di Marvin, vecchio Acer settente con Ubuntu. Le foto latitano in parte, ma forse ci metteremo una pezza.

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2 thoughts on “Le chiamavano vacanze

  1. Quella del Sangue di Porco 23 agosto 2012 alle 14:17 Reply

    Io lo so che c’ha la ragazza e che non ho idea di chi sia e soprattutto Lui non ha idea di chi sia io, eccetera eccetera. Ma io sono innamorata di Jè. Una TBC senza nemmeno contatto virtuale, è bellissimo.
    Ogni volta che leggo i tuoi post io mi commuovo dall’ammirazione e dovrei essere invidiosa. In realtà, invece che invidiosa sono solo fiduciosa di fare cose pari o peggiori in futuro, e, sapendo che sono davvero capace di concretizzare i miei progetti di fuga, mi commuovo ancora di più!

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    • Yaxara 23 agosto 2012 alle 16:56 Reply

      C’è sempre spazio per fare peggio e te lo auguro di cuore! Ma non commuoverti, che non serve. Alla fine la canoa non si è nemmeno rovesciata…

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