Ove non c’è la rete (fotopost)

Diciamo che Koris ci aveva anche provato a farsi venire i sensi di colpa per non lavorare questo week-end, un cruciale week-end prima del meeting, uno di quelli che fanno la differenza fra la vita e la morte… poi si è resa conto che non è così, ha rivisto le sue priorità e ha mandato a farsi friggere il senso del dovere (la scelta del verbo “friggere” già suggerisce un certo cambiamento di tendenza). Ed è andata dove non c’è la rete, destinazione Gorges du Verdon. Assieme a due randonneurs principianti e a un esperto febbricitante. Perché se no fare 600 metri di dislivello non è divertente.

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Ecco, io sto sul fondo del canyon. Venite a prendermi, se ci riuscite.

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O forse anche no, lasciatemi qui circondata dal granito.

Equipaggiamento dell’intrepida Koris: zaino anni psichedelico anni ’90 che si noterebbe da sei chilometri di distanza, sacco a pelo invernale comprato questo inverno, termocoperta da testare, vestaglione di flanella, fornello da campeggio a benzina perché il gas era troppo mainstream, masserizie assortite che paiono uscite da una televendita di pentole, l’obbligatorio k-way per evitare che piova, reflex con dotazione ottica più vecchia dello zaino, tre litri e mezzo d’acqua, cibo per sei persone. Peso totale stimato: tredici chili. A tutt’oggi è ancora misterioso come Koris non sia arrivata al fondo del canyon rotolando, trascinata dallo zaino. Tuttavia si sta svolgendo un dibattito sulla iota differenzia, ovverosia se Koris abbia portato lo zaino o lo zaino abbia portato Koris, quanto meno in discesa.

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Non vi viene voglia di fare un tuffo? No? Nemmeno un po’? Saggia decisione.

Il Verdon è gonfio d’acqua, si trascina tutto in una corrente che decisamente ad agosto non si era vista. Ed è gelido. Rimbomba ovunque fra le falesie, in un rumore di sottofondo che infonde una strana pace. E una gran voglia di fare pipì, ma questo è meno romantico da ammettere.
Si svolge una gara al suicidio per chi tiene più a lungo i piedi in acqua. Koris dopo cinque secondi ha i crampi e fugge al riparo delle sue calze. Vince il tisico febbricitante con undici secondi di resistenza, a tutt’ora non sappiamo con che conseguenze.
Koris in compenso vede falesie ovunque e, essendo in astinenza da roccia vera, si trasforma in un essere insopportabile che parla solo di arrampicata, di prese, di corde, di manovre. Intanto sbava sulle rocce al di sopra.

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Il calcare ha una sua intrinseca poesia, disse Koris-Troll masticando uno scisto.

L’unico modo per tappare la Koris-bocca è darle da fare. O riempirla di cioccolato, alternativamente. Koris in compenso si cimenta in un’attività che vorrebbe essere una sortita speleologica in una grotta dei dintorni. Nella realtà si chiama “mi smerdo i pantaloni di melma e procedo a caso perché le pile della frontale sono quasi scariche”. Si trova una salita scoscesa fatta al buio o quasi, due camere, un camino e parecchi pipistrelli. A Koris i piccoli Batman fanno tenerezza. Non chiedetele perché.

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“Un buco nella roccia! Entriamo!”

Mentre trotterella per il sentiero assieme al suo zaino personificato, Koris decide che il destino lavorativo la seconderà si concederà un capricciosissimo obiettivo fish-eye e un tanto sospirato 50 mm. Entrambi di seconda mano anni ’80, se no non c’è gusto. Lo chiameremo amore del vintage.

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Sì che me lo merito il fish-eye, vero?

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Per la cronaca, il sentiero era questo.

Il punto più interessante è lo Stige. Sì, lo Stige. Che fa un vero e proprio rumore di bufera infernal che mai non resta. Enormi scogli a picco sulle rapide. Vertigini, paura che ci caschino dentro gli occhiali e/o la macchina fotografica. E/o Koris, ma a quel punto non sarebbe più un suo problema.

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Lo Stige. Dante approva.

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La natural burella è più avanti (picchiate Koris quando fa queste uscite).

Passato il tumulto dello Stige, si cerca un luogo tranquillo per montare il campo. Abbastanza piano e abbastanza lontano dall’acqua. Koris lava i piatti al fiume, mangia miglio e avena con le mani, dorme sotto le stelle avvolta nella termocoperta da sacco a pelo. Si sente selvaggia, puzzona (ma si è comunque lavata i denti) e senza wifi. Soprattutto quest’ultima consapevolezza la fa addormentare tranquilla, mentre un rospo soprannominato Todd si aggira attorno al materasso da campeggio. Nessuna delle donzelle presenti ha cercato di baciarlo, maldestro com’era non prometteva un principe con requisiti soddisfacenti. E comunque non si è fatto fotografare di muso, quindi Koris si è sentita offesa.

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Uno si sveglia con questa cosa davanti al naso, ovvio che gli viene voglia di arrampicare.

Ci sveglia troppo tardi per i Koris gusti, alle dieci. Si fa colazione, si cazzeggia, si smonta il campo. Quindi si parte alla volta dell’Imbuto. E Vulvia non c’entra. L’Imbuto o Imbut per i locali (e imbuto in francese sarebbe entonnoir, quindi ci è voluta la Koris-etimologia per arrivare a cotanta similitudine) è una strettoia di rocce enormi, massi caduti dal cielo, tronchi trascinati dalla corrente. Il luogo ideal in caso di pioggia improvvisa.

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‘mbuti!! Su Rieducational Channel. O forse no.

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“Andiamo a esplorare da quelle parti lì?” “Così muori annegato e non di tisi?”

All’Imbuto Koris si esibisce nella fiera dell’incapacità montana su caviglie maffe. Scivola, mette un piede di backup, il piede non regge, si gira per cadere sui magnifici sui quarti reali e salvare la reflex, non calcola l’esistenza dello sputone di roccia. Koris rimedia un livido piuttosto vicino alle chiappe.

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Poteva cascare dentro l’Imbuto, per esempio.

Dopo l’Imbuto non ci sono più scuse, tocca cominciare la salita verso l’alto del canyon. Anche perché dopo la salita sono previsti ancora 5 km di GR 99 e nuvole nere si ammassano a nord. Ovviamente nessuno fa caso a Koris che addita la nuvolaglia, perché Koris porta sfiga.
Si comincia su un sentiero che promette di essere tutto fuoché un sentiero. Catene per aggrapparsi, prese lisce (Orso avrebbe parecchio gradito a suon di “belin”). Koris capisce che se ingrassa 12 kg è fregata, non riuscirà mai più ad arrampicare. Nel mentre la compagnia si inerpica, con pause alterne per far riposare i moribondi e la Koris-caviglia che di tanto in tanto dà segni di cedimento. Catene, corde, scale a pioli. Più che un sentiero, un passaggio di Tomb Raider. Ma senza save-point.

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… sì che ‘l piè fermo sempre era ‘l più basso.

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Pezzi di Koris salgono.

All’uscita dalle Gorges, il GR, o sentiero delle Grandi Passeggiate, pare un’autostrada a tre corsie. Koris comincia a marciare a passo sostenuto, anche perché le nubi che la inseguono non le piacciono per niente. Di lì a poco si mette a tuonare. Koris accelera. Finché non si trova davanti a un amichevole cartello: “zona militare, se superate il limite spariamo a vista”. Amichevolmente detto, ci siamo persi. Iniziano i fulmini. Koris fa sparire anelli, catenine e metalli di sorta, fa uscire il k-way che doveva proteggerla dalla sfiga e invece la proteggerà contro la pioggia.
“Che si fa, torniamo indietro per il GR o tagliamo per i campi?”
Inizia a piovere.
“Vada per i campi”
I nostri eroi si trovano a seguire un cammino da cinghiali tagliando per un sottobosco piuttosto aggressivo. E piove. Come a Lago del Monte (disavventura familiare che un giorno dovrà essere narrata). E le saette vere cadono sull’altra riva del Verdon e quando conti quanti secondi passano fra il fulmine e il tuono, scopri che sono maledettamente vicine. Fortunatamente decide di mettersi a piovere seriamente quando si giunge alla macchina. Koris si trincea dentro, lei, il cioccolato e l’acquazzone fuori.
All’acido lattico l’ardua sentenza.

E ora, lettori di fiducia, dite se preferite il ritorno di questo genere di post o la nenia depressiva degli ultimi articoli.

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12 thoughts on “Ove non c’è la rete (fotopost)

  1. celia 4 giugno 2013 alle 00:43 Reply

    …ci piace la Koris-avventura.
    Ci piace tanto!
    (qui in compenso la Celia sta sempre facendo finta di non essere una dottoranda, perché l’unica cosa che vuole è arrivare al 20 del mese – non per pigliare i soldi della borsa di studio ma per cacciare abito, mantello e sacco a pelo nello zaino aranciofluò e andarsene a medievaleggiare in pace. Sigh.)

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    • Yaxara 4 giugno 2013 alle 07:07 Reply

      E noi Celia la capiamo benissimo. Qui non si vede l’ora di metterci la parola fine, sia quel che sia.

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  2. fradicuneo 4 giugno 2013 alle 07:30 Reply

    Che capretta!!!Sicuro che un finesettimana come questo é stato un toccasana per le tue sinapsi: posti bellissimi, sforzo fisico, vita senza uno schermo davanti, pioggia catartica…

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    • Yaxara 6 giugno 2013 alle 07:58 Reply

      Sicuramente!! Infatti quando scalavo tutti i fine settimana le cose andavano meglio!

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  3. Valentina 4 giugno 2013 alle 08:25 Reply

    Ma questo posto è bellissimo!

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    • Yaxara 6 giugno 2013 alle 07:59 Reply

      Gorges du Verdon. Ti va di farci un giro? 🙂

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  4. Fannes 5 giugno 2013 alle 02:12 Reply

    Ma l’ultima foto…scali a mani nude?

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    • Yaxara 6 giugno 2013 alle 07:59 Reply

      No, coi guanti di satin 😛
      Scherzi a parte, non era una cosa difficile.

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      • Fannes 8 giugno 2013 alle 14:23

        non è tanto il difficile quanto lo sgranocchiamento delle manine liscine!

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      • Yaxara 8 giugno 2013 alle 15:48

        Ma io non ho le manine liscine, facendo arrampicata come hobby. Però ho dei calli che ti grattano la schiena che è un piacere.

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  5. Quella del Sangue di Porco 5 giugno 2013 alle 21:08 Reply

    Alleluja! Montagna!
    Oh, rocce, verbi in terza persona… olé!
    Non si vede la burella, e qui al bar di agraria è un panino con tonno e uova sode, ma non so da te cosa possa essere…

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    • Yaxara 6 giugno 2013 alle 08:02 Reply

      E ancora c’era il rischio che mi venissero i sensi di colpa per non aver lavorato…! Invece no, guarda un po’.
      La “natural burella” esce dalla Divina Commedia, se non ricordo male è il tunnel che collega inferno e purgatorio. Per questo mi sono sempre chiesta cosa c’entrasse col panino.
      Maaaaa… il bar di agraria per me era quello dietro via Irnerio. Però non credo sia lo stesso…

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