Lamentatio

Ci sono giorni in cui dovrebbe essere primavera, ma il sole non c’è e salta la camminata Cassis-Callelongue prevista per domani. E se salta anche la giornata di vie lunghe alla Sainte Victoire allora ti ammazzi che fai prima.
Ci sono giornate grige in cui lo sai che la vita va presa in ridere, che c’è di peggio, ma oggi no, oggi fa tutto schifo e non hai nessuna voglia di ridere, soprattutto qui fra queste quattro mura a fare la muffa, a preparare un corso di cui non ti frega meno di niente. Che poi dover insegnare “metodi empirici per le autoregolazioni dei cicli” il venerdì sera dalle cinque alle sette e mezza è illegale. Che vorresti metterti a urlare “sono un fisico, porca troia, trovatevi un ingegnere a far ‘ste robe”, che vorresti dire che il tanto declamato far niente al lavoro è una schifezza, ti fa arrivare a fine giornata con l’amaro in bocca e un senso di inutilità.
E nelle giornate grige hai quasi nostalgia del tuo secondo anno di dottorato, quando facevi ma non facevi alla follia e il Replicante aveva ancora aspetti umani. E combatti contro il rovello che vorrebbe farti inviare il curriculum per quei due post doc, che magari ti pari anche il culo per i prossimi tre anni, ma poi? Poi che fai, che tanto non hai abbastanza pubblicazioni per sperare di diventare ricercatore confermato?
Che poi vorresti prendere una mazza da baseball e andare a disintegrare il banco idraulico che a vuoto nell’altra stanza, e con esso la Capa e la Tacchettina che si fanno palate di cazzi loro. E ti tocca essere testimone ad atti in cui il leccare il culo può essere considerata una patologia psichiatrica (ad esempio “siediti un po’ più lontano che vicino alla Capa mi ci devo mettere io”).
Che avresti bisogno di una notizia buona ogni tanto, che è da un anno che ti trovi sballottata per una ragione o per l’altra. Che più ci pensi, più non vuoi nessuno nella tua vita perché ci manca solo, di ansie abbiamo già fatto il pieno. Tanto quanto ci metterà a finire come gli altri, tourné au vinaigre? Non ce ne hai voglia, fanculo la primavera.
Che poi alla fine, fra una muffa e un fungo che ti spunta sulla spalla mentre sei seduta lì, ti dici che in fondo studiare è l’unica cosa che ti è sempre riuscita bene, quindi forse se ti impegni il concorso per l’Education Nationale de Haut Niveau lo passi pure. Eh, ma poi? Ti ci vedi a passare la vita a insegnare?
E insomma, così. Che se potessi tireresti avanti ad aspettare la pensione, ma sai che a settembre sei a spasso e forse rimpiangerai di esserti comprata quei libri e quel vestito. Che hai paura di finire come Gervaise alla fine de “L’assommoir”, sola e in miseria. Che le tue foto non sono mai come vorresti. Che tutto quello che scrivi è sconclusionato. Che arrampichi male perché hai paura.
Ma ogni tanto è lecito sperare in un lieto fine?

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14 thoughts on “Lamentatio

  1. tetto 21 marzo 2014 alle 12:44 Reply

    Eh cara mia, la vita è così. Precarietà. Non si arriva mai ad avere il controllo di nulla.
    Tu scrivi bene, e questo non è poco. Nei momenti bui, mi ha salvato proprio la scrittura: un’ottima autoterapia!
    Poi tu sei giovane e libera. Anche questo non è poco. Sai quante svolte puoi dare alla tua vita??
    Io il curriculum per quei due posti doc lo manderei. male male, non succede niente…

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    • yaxara 21 marzo 2014 alle 12:48 Reply

      Precarietà e vabbé, ma io qui è un anno che per una ragione o per l’altra non tiro il fiato…
      Per i post doc, il problema è se rientro nel giro…

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      • tetto 21 marzo 2014 alle 14:53

        (tra l’altro ho scritto “posti”, ho inventato un plurale…)
        beh, provare è lecito: se non rientri, amen!!
        Tirare il fiato credo che sia una grossa utopia; però uno stacco te lo puoi prendere: mandi tutti a quel paese e parti per una vacanza (questo è il vantaggio di appartenere alla categoria “giovane e libera”, credimi!)

        Secondo me potresti campare solo di ripetizioni di matematica e fisica, comunque!!

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      • yaxara 21 marzo 2014 alle 15:00

        Potrei, ma chi mi paga l’affitto? Ho speso ieri 60 euro di scarpe da trekking e tornando a casa mi dicevo “e se un giorno quei soldi dovessero servirmi per mangiare?”. Lo so, ho tendenze al catastrofismo…

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  2. altrirespiri 21 marzo 2014 alle 13:36 Reply

    Se speri nel modo giusto, il lieto fine arriva.

    Sei giovane come dice Tetto, e aggiungo: sana, libera, intelligente, brava.
    La lamentazione è lecita, a volte persino terapeutica.
    Dopo viene l’azione.
    Però agisci con la consapevolezza che andrà tutto bene, che per forza sarà così, perchè te lo meriti.
    E basta.

    Un abbraccio.

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    • yaxara 21 marzo 2014 alle 13:45 Reply

      Non sempre si ottiene quel che ci si merita, anzi…!
      Sto cercando una via d’uscita dall’impasse, ma più la cerco e meno la trovo.

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  3. Celia 21 marzo 2014 alle 16:27 Reply

    In un lieto fine non lo so. Io spero sempre di arrivare alla fine con una vita piena, quello sì.
    Le angosce mi pigliano ogni tre per due (sono al secondo di dottorato e le ho, quindi finito il doc probabilmente sarò in crisi totale) ma mi ripeto quello che mi son detta al liceo – in un barlume di saggezza e di incoscienza: a far la cassiera si fa sempre in tempo.
    Gli “e se” sono sensati e prudenti ma il più delle volte straparalizzano alla grande, quindi ogni tanto tocca autocalciarsi nel culo per fare un passo avanti. Magari nel vuoto, che poi ti ritrovi a spenzoloni appesa per le dita, ma non penso che star fermi aiuti.
    No?

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    • yaxara 22 marzo 2014 alle 17:06 Reply

      Auto-calci in culo per tutti. Star fermi non aiuta, è vero. Devo motivarmi in qualche modo, già.

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    • yaxara 24 marzo 2014 alle 11:42 Reply

      Vero, a far la cassiera c’è sempre in tempo, ma se ci finiamo davvero, allora vediamo di beccare lo stesso supermercato, così ci facciamo due ciance fra un codice a barre e l’altro.

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  4. tetto 21 marzo 2014 alle 17:20 Reply

    allora, fai così, subaffitta la tua casa a qualcuno e parti per un giro intorno al globo. Torna quando ti sei “ricaricata” a sufficienza.
    E poi, nei momenti di sconforto totale, pensa che, male male, ci sono sempre i genitori. Penso che un piatto di minestra e un divano non te lo negheranno!

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    • yaxara 21 marzo 2014 alle 18:14 Reply

      Se proprio vogliamo pensare alla filosofia “culo parato”, avendo lavorato quattro anni in Francia ho diritto al cosiddetto “chomage” (disoccupazione) per due anni, in attesa di trovare lavoro. E ho due spicci da parte per i tempi duri. Solo che vorrei non far ricorso a nessuno dei due 🙂
      E poi ovvio che alla malissima ci sono i miei (che infatti tengono “camera nostra” in caso di “hai visto mai”), però in Italia che prospettive avrei?

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      • Celia 21 marzo 2014 alle 18:47

        Più delle mie, presumo 😀
        dajeee!!

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      • yaxara 24 marzo 2014 alle 11:41

        Mica detto!!

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