From Paris with(out) love

Sfollati a Parigi, senza rete, con una reflex e troppe cose da fare. Da sola, Koris a piede libero e senza alcun controllo. Racconto dei principali misfatti. Nota: le foto erano troppe e il post sarebbe inapribile per la pesantezza. Sono stati creati appositi album, basta cliccare sul titolo di ogni sezione, ove interessati.

Day One: Invalides

Koris ha scoperto che le mancava lo spazzolino quando il TGV stava superando Valence-Alixane. Ovvero, fra l’oggeto dimenticato e Koris si ergevano le Bouches-du-Rhone, la Vaucluse e la Drome. Koris ha optato il “tanto peggio, dimenticato uno spazzolino se ne fa un altro”.
A un’ora dall’arrivo a Parigi è entrata in modalità molestia e probabilmente il suo vicino di posto l’avrebbe volentieri soppressa. Perché Koris in modalità molestia è il compagno di viaggio che nessuno vorrebbe avere mai: l’iperattiva-dispersiva che si mette a fare seimila cose. Assieme. Dimenandosi come un’anguilla. E tu magari vuoi dormire prima di arrivare a Marne-la-Vallée. Che ti devo dire, ti è andata male.
Sbarcata a Marne-la-Vallée e superato lo spaesamento iniziale del “c’è più sole qui che a Marseille, ma ci siamo portati il Mistral da casa”, Koris si è fiondata a prendere la RER A verso il centro, per mollare in hotel il bagaglio e godersi appieno la sua vacanza Koris-only. Mentre il treno attraversava luoghi vagamente assurdi con nomi così tipicamente Ile-de-France, a Koris è preso male all’idea che per un po’ c’è stato il rischio tangibile di finire a lavorare da quelle parti. Ma invece no, si resta nel Midi, nell’adorabile Sud-Est, la calda Provenza. Insomma, l’Ile-de-France è bella, ma non ci vivrei.
Koris ha trovato l’hotel senza eccessivo disagio. La camera pare un sottoscala polveroso, ma anche chissenefrega. Sistemazione del bagaglio in minuti cinque e di nuovo in strada. Guidati da una mappa del secolo scorso e con una guida del Touring Club Italiano del 1981, quando c’era ancora la Germania Est.
Solo che è martedì, il giorno sbagliatissimo: Sainte-Chapelle chiusa, Concièrgerie chiusa, Panteon chiuso. Sticazzi? Chiuso. Soluzione del problema: si va a fare la fangirl agli Invalides, a dare il peggio di sé facendosi cacciare per schiamazzi, a recuperare le foto mai fatte alla sezione medievale.
Riassumere ogni singolo momento sarebbe troppo lungo, troppo complicato e per voi poveri lettori troppo noiosi. Per cui Koris vi lascia il link dell’album col greatest hits (più greatest che hits, a dire la verità) delle 120 foto fatte in un pomeriggio agli Invalides. Andando per sommi capi, si può dire questo: carenza di mazzafrusti (grave!), contest dell’elmo più ridicolo, Koris vuole una sciabola da maresciallo di Francia per il suo compleanno (modello junior, come la katana Nimi scorciata di 20 cm), selfies non voluti in quasi tutte le vetrinette, ghignate fra Korsi e Koris che se nessuno ha chiamato la neuro possiamo considerarlo un ottimo risultato.
Siparietto numero uno con premessa: la maggior parte dei visitatori erano Italiani al pascolo. Il genere di persona che entra in un museo perché glielo consiglia la Lonely Planet e non per interesse. Da trucidarli col mazzafrusto mancante. In mezzo a cotanto sfacelo c’era un uomo con famiglia al seguito che stava pontificando sulla battaglia della Moscova. In italiano. Koris ha drizzato le orecchie, perché i refusi storici sono un aperitivo ghiotto. E invece no, il tizio parlava con cognizione di causa. Fai te, la vita. Mentre costui pontifica, la moglie o chi per essa esplode in romanesco d.o.c. con “E basta con ‘sta lagna storica, è da quando siamo arrivati qui che non parli d’altro! Mica ci siamo fatti 1000 km per ‘sta rottura di coglioni!”. Koris si è a stento trattenuta dal fagli pat pat sulla spalla e confidargli che sa quello che si prova.
Siparietto numero due, di fronte alle vittorie piangenti sotto la cupola degli Invalides. Koris nota che tutte hanno in mano una corona d’alloro. “Ma guarda, pare la mia corona”. E non si sa come alla mente di Koris si affaccia l’aneddoto della corona della triennale, starring il Mathematicus, l’Amperodattilo e il “scusi, ma di che Koris sta parlando?!”. E Koris si soffoca per non ridere in mezzo a tanti cadaveri illustri.
E domani si va a Versailles. State tonnati.

Day Two: Versailles

Una buona, anzi, ottima ragione per non andare a Versailles: la gente. La reggia di Versailles fa non so quante migliaia se non addittura milioni di visitatori l’anno, il che fa sì che non esista un giorno che non sia di punta. L’universo pare si sia appuntamento qui, forse è colpa di Lady Oscar o di Sofia Coppola. Fatto sta che quando Koris si è trovata davanti il biscione chilometrico di umana transumanza, si è maledetta per non aver fatto il biglietto su internet. Nein: coda per il biglietto quasi inesistente e velocissima. Il biscione chilometrico era per accedere a castello e giardini. Più di un’ora di coda a fare l’inventario delle diverse tipologie di turisti secondo la nazionalità, scoprendo che gli Italiani sono ovunque e nella top ten del fastidio sono a buon punto nella classifica. Il fatto che le file più interminabili che Koris abbia mai visto fossero a Versailles e a San Pietro ha portato la scrivente a considerare che se clero e monarchia sono quelli che tirano, allora la rivoluzione dell’89 è stata fatta per niente. Koris si augurava che una volta varcati i cancelli d’oro la fiumana si disperdesse. E invece no. Nei corridoi del palazzo si procede in coda pestandosi le calcagna. Se poi sei un nano e cerchi di fare una foto, immortali soprattutto gomiti che attentano alla tua Pentax. Generando un giramento di palle che può alimentare l’intera reggia di energia verde.
Comunque, cahier des doléances a parte, Versailles è imponente. Tutti ori, stucchi e tappezzerie. Invivibile, in special modo se uno ha l’asma, ma incredibile. Persino esagerata. Ovvio, uno si godrebbe di più la Galleria degli Specchi senza orde di zombies con l’audioguida che ti calpestano i piedi, ma o sei Maria Antonietta, o non si può avere tutto (e allora forse sono meglio gli zombies). E nel caso fossi Maria Antonietta, fai pulire gli specchi che sono luridi. Koris ha impacchettato qualche foto nel solito album, da vedere a piacimento.
I giardini sono un tripudio anche con le fontane spente. Solo che a fine giornata Koris voleva una bici per scorazzare da una parte all’altra. Perché sulla carta dal Castello al Trianon c’è poco, ma parlatene con i Koris-piedi.
I due Trianon sono forse più vivibili del Castello in sé. E Koris ha stabilito che se Luigi Filippo poteva farsi un intero salotto giallo, allora lei è pienamente giustificata ad avere il divano patchwork. E si direbbe che i letti della dame di compagnia siano divani. Del resto è anche logico, vai a dormire da un’amica e quella ti concede giusto il divano. Poi c’è Le Hameau, la fattoria costruita apposta perché Maria Antonietta andasse a giocare alla contadina, una sorta di eco-bio-fricchettona Ancien Régime. Tanto poi alla fine dei giochi andava a cenare a Palazzo. “Per questo quelli che soffrivano davvero i rigori della natura le hanno segato la testa” commenta U Babbu via Uòzzap. In compenso Koris ha avuto la possibilità di vedere un castoro, anche se da lontano stava per gridare alla pantegana.
La giornata si conclude con piedi in putrefazione, perché per i corridoi di Versailles ci vorrebbero i pattini, e la furbizia dei ferrovieri, che dapprima fingono di non capire “Fontainebleau” per via di un non so quale accento, poi danno informazioni utilissime.
“Scusi, mi sa dire gli orari del treno per Fontainebleau di domattina?”
“Se è domattina ha tutto il tempo, li guardi sul sito”
“Sa com’è, non ho internet dove sto…”
“Ah, allora non posso proprio aiutarla” terminò, dietro a un computer.
Vabbè, Koris non sa ancora come, ma domattina arriverà a Fontainebleau.

Day Three: Fontainebleau

Dopo il bagno di folla oceanica di Versailles, Koris necessitava di privacy. Aveva quindi optato per andarsene al castello di Fontainebleau, all’urlo di “Fatti una reggia tua!”. Si sapeva che gli orari a cazzo avrebbero fatto sì che Koris sarebbe arrivata a Gare de Lyon esattamente trenta secondi dopo la partenza del treno. Fatto che si è prontamente verificato e Koris ha reagito facendo colazione. Trovato il treno seguente, il mistero da dipanare restava a proposito del binario. Una signora in tenuta da trekking si stava lamentando.
“Certo, noi Parigini abbiamo il metrò ed è veramente geniale. Però per quanto mi riguarda, quando devo prendere la RER sono persa come una Provenzale nella capitale”
E vabbè, mentalità del Parigino rosicone. Che poi a marzo in Provenza si sta con le palle al sole e a Parigi piove. A qualcosa devono pure attaccarsi.
Nonostante i dubbi di Koris, che passata Bois-le-Roi poteva trovarsi veramente ovunque, il treno arrivava effettivamente a Fontainebleau. Quello che non era previsto era tuttavia la presenza di comitive di anziani Giapponesi diretti al castello. E Italiani, everywhere. E nonni francesi che pascolavano nipoti nel vano tentativo di impartire lezioni di storia. E Koris che si era chiesta se fosse stata l’unica a voler visitare il castello. Pie illusioni.
Come si sa, Koris è troppo facilmente suggestionabile, quindi si immaginava di tutto. “Vedo la gente morta”, ma letteralmente. In compenso gli ambienti, che nei film paiono enormi, le sono sembrati piccoli (oh, magari è Koris che è cresciuta, hai visto mai). La sala del trono potrebbe entrare comodamente in salotto. La sala rossa dell’abdicazione del 1814… beh, capace che ci si pestassero i piedi, per questo erano tutti incazzati. Però si respira meglio, senza le ammorbanti tappezzerie di Versailles. E c’è pure il cesso, con lo specchio. Forse i selfies al cesso erano già di moda.
Per visitare gli appartamenti al primo piano era necessaria la visita guidata. Koris ha detto sì obtorto collo, in quanto in questo genere di circostanza, col suo bagaglio di precisinismo insopportabile, preferisce raccontarsela da sé. E invece la guida era anche simpatica, oltre che adeguatamente preparata. Poi ovviamente Koris ha avuto un’ondata di accidia perniciosa, quando la guida raccontava di aver curiosato nella biblioteca imperiale e di gironzolare a suo piacimento nelle sale chiuse della reggia. Al prossimo giro, Koris, col cazzo che ti fregano col dottorato in fisica.
Nota di colore: dalle mappe si scopre che Fontainebleau si chiamava Fontaine Belle Eaux, poi scorciato perché era veramente troppo ridicolo. E infatti le fontane sono verdi, non sono blu.
Koris si è quindi persa per ritrovare la stazione, gironzolando per il villaggio. Che forse a Fontainebleau non si vive male, ma sicuramente a X-en-Provence si vive meglio (ove X è un’agglomerazione urbana più o meno importante, basta che si nel Midi).

Day Four: Cité

Koris col gotico non c’ha culo, niente da fare. Tre anni fa, quando andò a trovare il Mathematicus in erasmus, trovò la facciata della cattedrale di Chartres in restauro. Oggi è toccato a metà della Sainte Chapelle, fra cui ovviamente il rosone. Koris si pregustava le vetrate con le scene dell’Apocalisse e invece nada. Miao. Poi ci mancherebbe, meglio le vetrate in restauro che le vetrate cadute a pezzi, però non si può avere cotanta gotica iella.
Visto che il biglietto dava l’ingresso anche alla Concièrgerie, Koris vi si è diretta. Del resto con U Babbu si sono recentemente visti lo sceneggiato “La Rivoluzione Francese” del 1989 e dopo aver visitato Versailles pareva una conseguenza logica. C’era anche lì un’invasione di Italiani, la maggior parte intenta a farsi selfies nella cella di Maria Antonietta. Sarebbe stato interessante proporre una versione di selfie anche alla ghigliottina, nel periodo del Terrore doveva essere un must. Ma non fate caso a Koris, è in un periodo misantropo della sua esistenza e quando è in vacanza da sola, tollererebbe la presenza umana a circa 500 metri di lei, minimo approccio.
Koris in linea di principio non voleva andare a Notre Dame, ma la Sainte Chapelle le aveva lasciato fame di gotico e la coda chilometrica era piuttosto scorrevole. Poi la Pentax non aveva mai visto Notre Dame da dentro, c’erano foto da recuperare, rifare e godersi la versatilità di una reflex dove una compatta arranca. In coda si trovata costretta a sorbirsi tutta la chiamata di un’Italiana, impossibile da non udire, visto che strillava a 40 cm di distanza.
“Sì, Ma’, torniamo domani, sto in coda a Notre Dame. Ieri sera ho visitato il Louvre da fuori, ho visto la Piramide tutta alluminata. Qui ci sta tempo dimmerda, che oh, stiamo meglio a Roma e c’abbiamo le stesse cose!”
Koris voleva gentilmente invitarla a tornarsene a casa sua, ma ha desistito causa ingresso. Ovviamente c’era la messa; deve fare parte della maledizione del gotico, ove questo non si in restauro. Verso l’altare maggiore, Koris stava puntando il rosone del transetto quando una tizia in short arriva correndo, assesta una gomitata alla Pentax che per poco non vola, scatta una foto al celebrante, si fa il segno della croce e si chiude in preghiera. Un attacco mistico così fulminante che pareva più un problema intestinale, data la rapidità dell’esecuzione. E per decenza verso il culto non aggiungiamo altro (A Merdopoli! Il papa doveva restare in esilio a Merdopoli!).
Anche al Luxembourg c’era un’invasione di Italiani, gli stessi che si ostinano a chiedere Koris informazioni in inglese. Perché lei ha quella faccia da straniera che preferisci non collocare, che forse è meglio. Il meteo dell’Ile de France ha fatto battere in ritirata dai giardini a rue St André des Arts, dove Koris ha trovato le porte del paradiso. Ovvero sia una filiale del suo spacciatore di libri usati. Solo che questo era di sei piani. Ne è uscita parecchio tempo dopo, con venti euri di meno e due libri sotto il braccio. Che uscire senza niente era une brutta figura. Ecco perché è un bene che Koris non vada a vivere a Parigi: dilapiderebbe tutte le sue sostanze in libri per consolarsi del tempo di merda.

Day Five: Vinennes

Di solito l’ultimo giorno è quello dedicato allo sciòpping e a Parigi la cosa potrebbe essere pure legittima. Ma Koris no, a lei lo shopping dà l’orticaria. Però non ha mica deciso l’itinerario per l’ultimo giorno, quello in cui tocca tirarsi dietro tutte le masserizie prima di fiondarsi a prendere il treno low-cost a Marne-la-Vallée.
L’idea di partenza era andare al museo Carnavalet, a sfarsi di storia parigina. Ma gli ardori sono sbolliti quando si è scoperto (via U Babbu telematico) che gran parte delle sale sono in restauro (e allora la maledizione non è solo del gotico). Koris medita allora di rifarsi alla cattedrale di Saint Denis, ma vista la nomea del quartiere teme che la rapinino di tutti i troppi averi che si porta adosso. E poi la guida dice che bisogna prendere la RER D, non stiamo a incasinarci con la RER. Il bello di avere una guida del 1982: mica ti dice che la linea 13 del metrò è stata prolungata fino a Saint Denis. Pazienza, sarà per la prossima volta. Del resto, come dice U Babbu, bisogna sempre lasciarsi qualcosa da vedere per avere la scusa per poter tornare.
Koris ha deciso di andare al castello di Vincennes, perché era sulla strada e perché s’era visto poco medioevo in questo giro. E Vincennes è stata a suo modo una sorpresa. A parte il donjon più alto d’Europa e ogni volta che ha letto “donjon” a Koris veniva in mente la minaccia di Fred il Maitre de Jeu. Poi per la prima volta Koris è salita sulla balaustra del coro a guardare un rosone in faccia. Che sarà un rosone del ‘500 e non della Sainte Chapelle, ma intanto ci si accontenta.
Il ritorno al sud si prospettava epico, vista la coda di famiglie con pargoli urlanti alla coda per il TGV. Un’altra esperienza contraccettiva, quel momento in cui capisci che forse le gioie dell’essere genitore sono sopravvalutate. Koris stava già per proporsi novello Erode, poi è sprofondata in “O Cesare o nulla” una volta raggiunto il sedile e la strage deli innocenti è stata rimandata.
E così ci si è lasciati alle spalle la splendida fuga storica in Ile-de-France, mentre il treno prima si lascia alle spalle le colline della Borgogna, poi segue il corso del Rodano. Koris ha guardato con una certa tenerezza il tramonto oltre i monti del Vaucluse, quando la terra ha iniziato a incresparsi davvero e dalle foreste si scorgeva la roccia. Perché Parigi val bene una fuga, ma Koris sta bene nel Midi. O se si preferisce “l’Ile-de-France è bella, ma non ci vivrei”.

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6 thoughts on “From Paris with(out) love

  1. Celia 25 agosto 2014 alle 09:58 Reply

    Ok, ora mi preoccupo sul serio: “bisogna sempre lasciarsi qualcosa da vedere per avere la scusa per poter tornare” è il motto di casa mia. Ma sul serio. Con le stesse parole.
    [per il resto: come il Vecchio insegna, sempre spacciarsi per stranieri, al possibile. Per imbarazzo nei confronti dei turisti italiani in giro per asia/africa, il mio attempato antropologo si è sempre spacciato per inglese. Per quel che mi riguarda avrebbe potuto anche farsi chiamare dr. Jones, la faccia ce l’ha…]

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    • yaxara 25 agosto 2014 alle 10:02 Reply

      Ah, ecco. Allora secondo me ci stanno nascondendo una fonte comune, se no non si spiega, a meno di tirare in ballo la fantascienza.
      Quanto a turisti, anche certi Americani non scherzano quanto a ignoranza (quanto è brutto poter sentire le fanfaluche in tre lingue diverse…).
      Ma dr. Jones junior o senior?

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  2. Francesca 25 agosto 2014 alle 10:56 Reply

    Bellissima la riflessione sulla rivoluzione francese ahahhahah.

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  3. Fannes 28 agosto 2014 alle 07:09 Reply

    Tutto sommato però qualche mesetto in francia me lo farei volentieri, Ile o non Ile 🙂

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    • yaxara 28 agosto 2014 alle 07:24 Reply

      Ma vieni al Sud che si sta meglio che in IdF!!

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