Il sonno della ragione: il risveglio

Era fine maggio del 2013, Koris non era veramente in vita, come non sono veramente in vita i dottorandi a fine tesi. Aveva chiesto al Replicante solo un week-end per riprendersi, che avrebbe comunque scritto e rilanciati i job anche se non era in laboratorio. Sua maestà Roy Batty glielo concesse.
E Koris finì a scrivere capitoli di analisi mentre l’Altro zappava l’orto nella paterna campagna. Era il tramonto e Koris ne aveva le palle piene della sua tesi, aveva disperatamente bisogno di un abbraccio, ergo uscì alla ricerca dello Zappatore. Era di spalle, al telefono.
“Un modo per farmi licenziare e prendere così il sussidio di disoccupazione lo trovo. Comunque la mia proposta è che ci mettiamo a tre, io, tu e la tua ragazza, deicimila euro a testa, compriamo il terreno e andiamo isolarci lì dal mondo, coi nostri progetti di sussistenza agricola…”
Koris rimase pietrificata sul posto, in attesa della fine della telefonata, mentre i suoi organi interni si trasformavano in melma verde.
“C’è qualcosa che devi dirmi in merito a quella telefonata?”
“Beh, lo sai che il mio sogno è diventare contadino e vivere di permacoltura o dei prodotti degli alberi. Così io e Jé, più la sua ragazza, abbiamo deciso di metterlo in pratica di qui un anno…”
“No, scusa, ma… e io?”
“Tu cosa?”
“Noi saremmo una coppia, sai com’è, vivremmo assieme se non ci hai fatto caso”
“Beh, noi ci lasciamo, ovviamente. Del resto non ti ho mai detto che avrei voluto passare tutta la mia vita con te. Per quanto lo ammetto, tu sei la ragazza ideale perché ti adatti a tutto e non rompi. Però io non sono innamorato di te”
“Ma stiamo assieme da più di due anni! Hai proposto tu di andare a vivere assieme…!”
“Te lo ho proposto perché era finanziariamente interessante. E poi, per quanto mi trovi bene con te, non sento le farfalle nello stomaco. Ho bisogno di struggermi, ho bisogno di sentire la passione. Però possiamo ancora stare assieme, finché io e Jé non avremo trovato il terreno. E poi liberi tutti”
Va bene, non ditelo, Koris lo sa già: “io me ne sarei andato subito!”. E forse sarebbe stata la cosa giusta da fare, visto che nel Sonno della Ragione ci si sguazzava già da un po’, fra l’Economo, il Criptoanarchico e altri personaggi del genere.
Ma andare dove?
Non si poteva fuggire dai Maiores, troppo lontani e al di là del confine. Non ci si poteva staziare da un’amica, in quanto le situazioni temporarie non potevano durare, oltre ad essere logisticamente complicate. E poi c’era il Replicante che esigeva dieci-dodici ore di lavoro al giorno, c’era la tesi da finire, c’era un limite temporale sempre imminente. Koris non aveva il tempo materiale e nemmeno le energie per cercarsi un’altra casa e affrontare un trasloco. E poi non era sicura che da sola sarebbe sopravvissuta al Replicante.
Perché in fondo, spes ultima dea. Perché ogni tanto voleva credere fortemente che dopo una giornata di merda potesse sciogliersi in lacrime nelle braccia di qualcuno. Perché non era possibile che le cose fossero precipitate così in basso ancora una volta, e proprio quando lei avrebbe gradito un appoggio. Non era possibile. Non era giusto.
E poi anche perché una persona che scoppia a piangere davanti al collega Siculo alla domanda “come va?” non è esattamente in grado di reagire razionalmente.
Koris decise così di tollerare e di rimandare la decisione a dottorato ultimato, una volta che il Replicante le avesse reso la sua vita e che lei potesse riprenderla in mano.
Così passò l’estate. Koris sputava il fegato con Roy Batty e i suoi neutrini. Nel mentre il Contadino la teneva aggiornata su tutti i suoi progetti.
“Jé ha trovato un terreno con un rigagnolo per 50000 euro. Non costruibile, ma tanto abbiamo trovato un cavillo legale che ci permetterebbe di aggirare il divieto. Alla peggio costruiremo una capanna fra gli alberi. Però 50000 euro sono troppi, vedremo di trovare qualcosa a meno”
Koris rosicava alla grande, avrebbe preferito non sapere niente mentre era persa fra neutrini e boost decision trees. Ogni tanto piangeva la sua triste sorte, di frodo al telefono coi Maiores o mentre puliva la doccia alle tre del mattino di ferragosto, quando lei era lì a scrivere di statistiche Bayesiane e lo Zappatore era in vacanza da amici in Savoia.
Ogni tanto arrivavano segnali contrastanti. Come quando lo Zappatore chiamava dalla Savoia dicendo “avevo voglia di sentire la tua voce, sento un buco quando non ci sei” e Koris si sentiva in colpa perché alla festa di Q. aveva gigioneggiato con un neuroscienziato montanaro biondo. Oppure quando lo Zappatore la guardava dritta negli occhi e sospirava:
“Ogni tanto mi chiedo se non sia meglio accontentarsi di quello che ho ed essere felice con te”
Insomma, Koris era depressa, calpestata e a pezzi, ma la disperazione l’aveva impigliata, appiccandola a fioche speranze di un futuro impossibile.
Poi a fine agosto successe l’incredibile: il Replicante decretò il liberi tutti, si discute la tesi a inizio ottobre. Koris cominciò a riemergere dal meandro senza fondo del dottorato, pronta a rimettere a posto i pezzi della sua vita. Le fu concessa persino una settimana di ferie.
“Se vuoi raggiungermi nel Vercors da mercolì vengo a prenderti a Manosque. Io sarò già lì con Jé e la sua ragazza per fare un sopralluogo e cercare un terreno”
Koris sulle prime esitava, che di andare a fare il quarto incomodo e l’unica esclusa non aveva tanta voglia. Però si vociferava delle splendide passeggiate e delle montagne del Vercors e Koris aveva troppa voglia di montagne da troppo tempo, quindi alla fine disse di sì.
In realtà di montagne se ne videro poche e tutte rigorosamente dal basso e le passeggiate furono fatte esclusivamente in macchina (in barba ai principio dell’ecobiodinamica e del “non sprechiamo benzina!”). Koris viveva assieme alla sua Pentax in sua linea temporale alternativa, a base di foto sovraesposte. Nel mentre accanto a lei si scatenava l’inferno, una sorta di atarassia fotografica. Infiniti attriti si generavano in combinazioni lineari del trinomio Zappatore-Jé-fidanzata, su cosa mangiare, su dove montare il campo (senza tenda), su cosa chiedere a chi, su quali arbusti piantare nel fantaterreno, sull’altitudine massima tollerabile, su Biancaneve e i sette nani, sull’infusione o decotto di rami di pino.
Fu così che, dopo una notte di pioggia senza tenda a cui Koris sopravvisse per ragioni sconosciute, Jé e lo Zappatore fecero la litigata definitiva e presero direzioni opposte. Koris dovette raccattare i pezzi dello Zappatore annientato.
“Basta, avevi ragione tu, non si può fare. Era un progetto troppo utopistico e ho voluto crederci troppo. Da oggi saprò accontentarmi di quello che ho”
Koris avrebbe voluto gettarsi a terra in ginocchio e ringraziare gli dei celesti che parevano aver deciso di ricompensarla di cotanta pena subita. I miracoli potevano accadere, graziSignoregrazie.
Tornati a Marseille, il cielo era azzurro, la tesi finita e solo in attesa della discussione, gli uccellini cantavano e si andò pure ad arrampicare. Si ventilava persino l’idea di cambiare casa e Koris progettava di contrabbandare una lavatrice di straforo.
“Senti, è un po’ che ci penso, ma visto che le cose stanno così fra di noi, potremmo stringere un PACS. Economicamente ci conviene e sai che io non credo nel matrimonio”
Koris urlò vittoria. Come Napoleone a Waterloo alle sei del pomeriggio.
Il tre ottobre si dottorò col bacio dell’addio del Replicante, a mai più rivedersi. La sera di quel tre ottobre era un essere esausto ed euforico, convinto che la vita avesse preso la piega buona.
Si gettò a capofitto nei documenti per il PACS, che richiesero un certo tempo e un alto numero di interazioni con la burocrazia. Non era nemmeno passata una settimana dalla discussione del dottorato che Koris sventolò sotto il naso dello Zappatore tutti i documenti necessari.
“Abbiamo tutto! Sono persino riuscita a fissare una data per il 17…”
“Ah. Non è più necessaria”
Gelo antartico in anticipo sul calendario. Koris si pietrificò sul fatto come se avesse scambiato un’occhiata sensuale con Medusa.
“Come sarebbe a dire non è più necessario?”
“È da qualche giorno che cerco di negoziare la mia uscita dall’azienda pur mantenendo il sussidio di disoccupazione. Se non avesse funzionato sarei rimasto con te. Ma ho quattro mesi di preavviso e poi posso lasciare tutto e andare a vivere in campagna da mio padre, in attesa di avere abbastanza per comprare un terreno solo mio. Per il PACS, se sono i 50 euro della certificazione del consolato che ti disturbano, posso ridarteli…”
Koris ci mise un tempo indeterminatamente lungo per comprendere esattamente cosa stesse succedendo. Avrebbe dovuto aspettarselo. Forse. Tant’è era successo. E lo Zappatore non pareva minimamente turbato, se non dai dettagli tecnici.
“Lo so, è un po’ brusco, ma non sapevo nemmeno io. Però posso prestarti i mobili per casa finché non ti scade il contratto di insegnamento…”
“No, io in questa casa da sola non ci resto. Tanto il preavviso è lo stesso per lasciare l’appartamento, me ne cerco un altro”
“Ma come? E a me non pensi? Portare via tutto mi richiederà un sacco di tempo che potrei dedicare all’orto…! E poi il proprietario di casa non si aspetta che noi lasciamo…”
“Beh, non mi pare che qualcuno abbia pensato a me in tutto questo, quindi non vedo perché dovrei farlo io”
I mesi a seguire non furono facili. Koris si ritrovò coi Cojones in laboratorio e i Mostri in aula, con surplus di cuore spezzato. La voglia di mettersi a piangere quando le esercitazioni di laboratorio non funzionavano o quando la Tacchettina squittiva era veramente forte. Si attaccava agli amici, ad A&A che la portavano ad arrampicare, a Q. che le disse “vieni a fare l’elfa oscura sociopatica nel nostro gruppo”, ai Maiores che la esortavano a pensare a un “Back to the Future” con frigo e lavatrice. Si perdeva a passeggiare per le Calanques, convincendosi che la vita sarebbe andata avanti lo stesso. Ma spesso e volentieri piangeva.
Nel mentre lo Zappatore svuotava la casa poco a poco, pontificava di fare il fornaio, delirava di criptoanarchie totali, ma Koris era di umore troppo uggioso per dargli credito e ancora più per assecondarlo. Una notte in cui nessuno dei due riusciva a dormire lo Zappatore decise che era il momento di metterci il carico.
“Certo che io non avrò un bel ricordo di te, visto che in questo periodo fai sempre il muso. Dovresti essere contenta di stare con me fino alla fine, invece sei triste. Va bene, ci lasciamo, e allora? Puoi sempre cercarti un altro su un sito di incontri. Io immagino che avrò un’altra ragazza, sarò pure disposto a sposarla se insiste…”
A quel punto Koris non resse più. E urlò come solo Koris sa fare quando sconfina negli ultrasuoni, fanculo se è notte. Urlò tutto quello che si teneva dentro da mesi, contro il Criptoananrchico, l’Economo, il Motivatore e tutta la banda. Urlò finché non ne ebbe abbastanza e si ritirò a dormire in salotto. Nemmeno cinque minuti dopo le arrivò la capitolazione del “facciamo pace?” (a quel punto Koris si domandò cosa sarebbe successo se fosse esplosa e avesse minacciato molto tempo prima, però non è nel suo stile).
Koris trovò l’attuale Casa delli Libertà, programmò la missione Ikea, si preparò alla parola fine. Passò Natale a Merdopoli, passò un atroce pre-capodanno in Savoia, passò, passò un ottimo capodanno a Miramas con la compagnia dei ruolisti. Nel mentre lo Zappatore ogni tanto buttava lì proposte quali “potremmo continuare a frequentarci e scambiarci affetto (lett.) anche se non stiamo più veramente insieme. Almeno finché io non trovo una ragazza”, ma Koris non si degnava veramente di rispondere.
Il giorno della scadenza era il 31 gennaio, la casa sulla collina dalla facciata rosa era vuota, il proprietario si riprese le chiavi. Koris avrebbo dovuto stappare una bottiglia di champagne, ma invece piangeva. Senza dire una parola, lo Zappatore la accompagnò in macchina fin sulla soglia della Casa delle Libertà, dove U Babbu e l’Amperodattilo stavano montando con sapienza un armadio Ikea. Di fronte alle Koris-lacrime, lo Zappatore decise di prendere la parola.
“Comunque sappi che quando sarai sola e in difficoltà potrai sempre chiamarmi”
Koris sentì di dover giocare l’ultima carta della gentilezza.
“Beh, lo stesso vale per te”
“Bah! Io non ho bisogno di te, io ho i miei amici”
Carta sprecata.
Lo Zappatore giò sui tacchi e risalì in macchina. Koris si asciugò le lacrime e andò a fornire bassa manovalanza al montaggio.
Da allora, a parte sporadiche incursioni nella Koris-casella di posta riassumibili con “niente di nuovo sotto al sole”, non se n’è saputo più nulla.

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17 thoughts on “Il sonno della ragione: il risveglio

  1. fradicuneo 8 maggio 2015 alle 12:09 Reply

    Koris é una ragazza fortunata:

    qualcosa l’ha salvata da un pacs destinato alla deriva
    sa riconoscere l’odore di marcio

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    • yaxara 11 maggio 2015 alle 07:26 Reply

      A suon di occuparmi di astrofisica devo aver trovato una buona stella 🙂

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  2. Mezzatazza 8 maggio 2015 alle 12:31 Reply

    Diomio che storia terribile, grazie al cielo a lieto, lietissimo fine.
    Madó, te sei veramente fuori..

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    • yaxara 11 maggio 2015 alle 07:25 Reply

      Sono una persona dallo stomaco forte!

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      • Mezzatazza 11 maggio 2015 alle 07:28

        Guarda che nei giorni scorsi l’ho riletto perché incredula, capisco i sentimenti ma lo avrei arato quel tizio per molto meno della cosa più banale scritta qui.
        Sei
        troppo
        buona

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      • yaxara 11 maggio 2015 alle 07:29

        È ben quello il mio problema. Devo fare una terapia di gruppo per stronzi.

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      • Mezzatazza 11 maggio 2015 alle 10:03

        Ti aiuto io, non è questione di stronzaggine: è amor proprio

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  3. tetto 8 maggio 2015 alle 12:54 Reply

    no, vabbè, mentre leggevo mi stavo convincendo che, dopo tutto ciò che aveva detto/fatto, alla proposta del PACS fossi stata tu a mandarlo a fanculo!!!
    Attendo di sapere le incredibili doti nascoste di questo tizio, che giustifichino due anni di maltrattamenti
    O, in alternativa, rinnovo la mia teoria della scarsa autostima.

    Però scrivi proprio bene, e il coglione fornisce materiale notevole!

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    • yaxara 11 maggio 2015 alle 07:23 Reply

      Una parte di me diceva “questo PACS non s’ha da fare”, ma in quei giorni era così geneticamente mutato che volli crederci.

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  4. altrirespiri 9 maggio 2015 alle 15:47 Reply

    non credo di aver subito altrettanto, ma forse se ti raccontassi i particolare per benino, mi diresti che non avresti mai accettato certe cose… va a sapere quali meccanismi muovono una persona piuttosto che un’altra…

    Questo troglodita è mosso solo dalla convenienza, dal calcolo… dovresti mettere un cero al Santo per averlo perso…
    Mi dispiace tanto.

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    • yaxara 11 maggio 2015 alle 07:22 Reply

      Temo che dall’esterno sia sempre più facile vedere le cose come stanno.
      Un cero non basta, abbiamo fatto una sorta di fiaccolata. E quello che non uccide fortifica, dicono.

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  5. Celia 10 maggio 2015 alle 16:27 Reply

    Sempre più voglia di corcarlo di legnate.
    Sappilo.
    (e ti ricordo che: il reggimento se lo aspetta.)

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    • yaxara 11 maggio 2015 alle 07:20 Reply

      Il reggimento verrà accontentato a breve (ma solo se promette di leggere il post in calzoni da ussaro a vita alta).

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  6. Quella del Sangue di Porco 10 maggio 2015 alle 17:27 Reply

    Ma secondo me era la ragione sua che dormiva.
    Per quale motivo si aspettava che se lo sarebbero sorbito a vita Jé e la sua ragazza?
    Ho capito che ci piace gente sicura di sé, ma questo è come se io m’andassi a sedere oggi (vabbè, a dicembre di quest’anno) in prima fila alla consegna dei nobel, tutta compiaciuta perché tanto sono convinta che me lo merito, e poi protestassi pure se lo danno a un altro.
    Boh o.O

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    • yaxara 11 maggio 2015 alle 07:18 Reply

      La sua ragione era direttamente in coma, suppongo.
      Per il tuo premio, potremmo inventare il Nobel per la Sugna! Lo avresti assicurato!

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  7. Fannes 11 maggio 2015 alle 10:42 Reply

    Attenta alla gente brutta in giro!

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