La nausea del dottorato (e non solo)

Questo post è stato generato da un messagio facebookiano di Celia, ma in verità Koris lo meditava da tempo. Le ultime riflessioni dell’amica A. non hanno fatto altro che confermare il sentimento comune che da qualche tempo serpeggia fra un numero sempre crescente di dottorandi e neo-dottori.
Chiariamoci: nessuno inizia il dottorato con la nausea, altrimenti chiude subito baracca e va a fare altro. Di solito si è giovani di belle speranze (o di belle pietanze) all’inizio. Si inizia con l’entusiasmo e la motivazione di una grande avventura scintillante, zaino in spalla e si parte a conquistare l’Everest.
E poi cosa succede?
La stessa cosa che si verifica durante l’ascensione dell’Everest: ti manca l’aria e ti viene da vomitare. Ma non è l’altitudine, è la somma di tante gocce che fanno traboccare il vaso della pazienza.
Si inizia come sempre dalle piccole cose: una mail che vegeta senza risposta per settimane, un “non ho tempo ora, magari dopo” da parte del relatore, una procedura amministrativa che si perde nelle nebbie perché, in fondo in fondo, i dottorandi sono una grande incognita burocratica, visto che sono pochi. Sono le piccole crepe dello scazzo che minano l’edificio della pazienza e che offuscano quella che dovrebbe essere la stella splendente della ricerca.
Poi c’è lui, il Coccodrillo di Capitano Unico che ti perseguita al ritmo di una sveglia, il Tempo. Perché un dottorato si fa in tre anni, ti pagano per quello. È un conto alla rovescia che si fa sempre più incombente. Tic tac, sono al primo anno, non funziona niente e il mio prof è latitante, ma sto ancora imparando, c’è tempo. Tic tac, sono al secondo anno, funziona poco o niente e vedo il prof una volta ogni morte di papa, ma ok, don’t panic, succederà un miracolo. Tic tac, sono al terzo anno, devo scrivere la tesi, ho dei risultati che fanno schifo, il professore non mi caga di striscio, non ho più una vita e se non finisco in tempo devo anche trovarmi un finanziamento per l’anno prossimo, uccidetemi ora.
In tre anni l’entusiasmo dell’inizio si è trasformato in una serie di notti insonni, in una sequenza di momenti di disperazione perché “se lascio tutto, ho buttato tre anni della mia vita in nulla” (manco una riga sul cv, per dire), in sabati e domeniche passati davanti a un computer, in famiglia e amici che non capiscono perché ci si sta dannando tanto l’anima per qualcosa che nella migliore delle ipotesi leggerano in cinque. Perché purtroppo è così, con tutta la buona volontà da parte degli esterni, nessuno può capire quanto possa soffrire un dottorando se non chi ci è passato. Insomma, intender non lo può chi non lo prova.
Il rapporto col professore meriterebbe un romanzo a sé. Non è il tuo datore di lavoro, almeno sulla carta, cosa che ti priva di tutta una serie di protezioni di cui invece godono gli impiegati. Può comunque rovinarti la carriera per un suo capriccio, in mille modi diversi. Spesso e volentieri sparisce lasciando il dottorando a sé stesso per un periodo indeterminato e lungo, solo per tornare a dire “sbrigati, sei in ritardo”. È una sorta di dio in terra quando permette di avanzare di un millimetro. È l’Odi et amo di Catullo portato agli estremi.
Si è talmente presi da questo vortice di stress che ormai la brillante stella della ricerca è un’esplosione di supernova di ansia. Finché a un certo punto arriva la consapevolezza. Si presenta in un momento più o meno opportuno, per esempio quando, per fare una pausa dalle analisi dati, ti metti a pulire le piastrelle della doccia all’una di notte di Ferragosto (ogni riferimento a fatti veramente accaduti è puramente casuale). E ha più o meno questa forma:
“Cosa cazzo sto facendo?”
E no, non stai parlando delle piastrelle del doccia. Hai 25/26/27 o più anni e la tua vita negli ultimi mesi è andata a rotoli per una tesi. Va bene, se ti fermi al titolo pare una roba fighissima che tutti vorrebbero fare. È un lavoro di ricerca, baby, ricerca vera, mica quelle cosette da una botta e via che si fanno per la tesi di laurea. Però tu sai di che lacrime grondi e di che sangue. Il tuo sangue, nella fattispecie. E di lì si arriva alla domanda numero due:
“Ma perché sto facendo tutto questo?”
Perché vorrei fare ricerca, ecco perché. Ah sì? E sei consapevole che in questo folle mondo i posti sono sempre meno? Lo sai che non stai facendo la ricerca figa e/o alla moda nel tuo settore, ci sarà qualcun altro che ti passerà davati? Hai abbastanza articoli pubblicati su riviste importanti, che sono un po’ la versione accademica del gioco a chi lo ha più lungo? Sei disposto a mettere da parte la tua vita sociale, sentimentale, personale per dare sempre di più? Vuoi davvero affidarti a quel tiro di dadi che significa “la posizione per me in un posto che non sia il Kirghizistan e non fra vent’anni”?
E lì, in ginocchio sul piatto doccia, metti tutto sulla bilancia, le rinunce e le prospettive. La bilancia non dà sempre lo stesso risultato, sia chiaro. C’è chi ha una tesi talmente grossa che dice “sì, io sono il Prescelto, io ce la farò”. Ma c’è anche chi non vuole risvegliarsi fra vent’anni a fare ricerca in Kirghizistan. E soprattutto non vuoi farlo solo perché “non saprei cos’altro fare”.
E l’entusiasmo della ricerca, in tutto ciò? Tramontato. Si è scontrato contro tre anni di ostacoli a non finire, di difficoltà insormontabili, di menefreghismo accademico, di soprusi più o meno marcati, di rinunce a fronte di troppo poche gratificazioni. Del resto la ricerca è la tua passione, dovrebbe riempirti appieno, dovresti considerarti un privilegiato per poter fare della tua passione un lavoro.
Solo che ogni tanto la passione non basta: non ti sfama nei mesi in cui rischi di dover lavorare gratis in attesa di un contratto, non ti fa pat pat sulla spalla dopo una lunga giornata di merda lavorativa, non ti rende meno lieve lo stress da fare-di-più-meglio-e-più-velocemente. Forse non era un vero Amore, per quello lo hai mollato. Ma non c’è Amore che tenga di fronte alle relazioni tossiche.

Disclaimer: questo post non vuole assolutamente essere una critica per quelli che stringono i denti e che continuano, e tanto meno una excusatio non petita per quelli che rinunciano. Sono solo considerazioni personali. E un po’ di speranza che questo sistema malato cambi.

PS#1: poi magari il Kirghizistan è un posto meraviglioso.
PS#2: nessuna piasterlla della doccia è stata maltrattata per la scrittura di questo post.

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4 thoughts on “La nausea del dottorato (e non solo)

  1. Celia 19 Mag 2016 alle 09:23 Reply

    Sempre colpa mia? u.u
    Il mio caso è stato un po’ diverso – anche perché noialtri non facciamo mica cose serie come le tue. Ma soprattutto perché le ragioni che mi hanno spinto a fare il dottorato sono un po’ diverse dall’amore per l’oggetto della mia ricerca (oggetto che non ha collaborato e con cui c’è stato astio dal primo all’ultimo giorno). Però… la sensazione di inutilità, quella c’è, insieme alla nausea. Ed è prepotente. Insieme al sospetto che per anni ti sei mosso in un mondo chiuso, un mondo finto, dove le dinamiche di potere poi in realtà non sono così ovvie come te le spiegano. E a un certo punto ti rendi conto che tutta quella serie di consuetudini, di nonnismi, di arzigogoli burocratici… non valgono niente. Tutta la gente che ha esercitato potere su di te non conta nulla, fuori. Conta quanto essere il supereroe in un videogioco. E che forse il piastrellista che ti ha posato le piastrelle che stai pulendo all’una di notte di ferragosto, nella vita, umanamente ed economicamente, forse conta di più del relatore despota o dei segretari kafkiani. E che per tutto quel tempo sei stato assoggettato a qualcosa che si avvicina al regolamento di un gioco di ruolo.

    Io forse ne sono uscita viva proprio perché non avevo investimento emotivo nell’oggetto – a differenza della laurea, per cui è stato Amore e basta, corrisposto e faticosissimo ma felice.
    (in compenso avevo dinamiche similissime sul lavoro, lavoro oltretutto non pagato, ma vabbè)

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  2. tetto 19 Mag 2016 alle 11:36 Reply

    Ritrovo nelle tue parole le stesse riflessioni di quasi tutti i dottorandi/dottorati con cui ho parlato nella mia vita.
    Se vuoi aggiungo qualche palata di pessimismo, avendo ascoltato, giusto poche settimane fa, il bilancio di una ex compagna di studi. Tra laurea, dottorato e master vari, tra un concorso e l’altro che vinci ma che annullano perchè doveva vincere un altro, tra lavori uno più precario dell’altro, ma tanto tanto prestigiosi perchè facenti curriculum… in un attimo hai 40 anni. I lavori, anche precari, diventano sempre più evanescenti; tutto quello che hai rimandato nella vita per star dietro allo studio ora è fuori tempo massimo.
    Insomma, altro che nausea. Qui è depressione vera.

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  3. altrirespiri 20 Mag 2016 alle 12:54 Reply

    Il figlio di una mia amica, che ho visto crescere e che ora litiga con la famiglia furiosamente perché vuole evitare la laurea magistrale in scienze motorie, per iscriversi a lettere moderne, direbbe “kirzighistan?… esiste davvero?”

    Per il resto… il dottorato nel mio ambiente è solo una farsa per avere lavoro gratis da un povero cristo che si è fatto 6 anni di università, 6 anni di specialità e ora si paga il mutuo con le guardie di pronto soccorso, e spera in un posto…. Almeno tu hai fatto ricerca!

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    • yaxara 23 Mag 2016 alle 06:51 Reply

      Geografia, questa sconosciuta…
      In realtà non è giusto nemmeno che sia una farsa, il dottorato. In fondo dovrebbe essere il primo passo nel mondo della ricerca, ma pur sempre un lavoro. Non una sorta di manodopera schiavile gratis o quasi.

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