Scuole di un altro secolo

Koris ha fatto le elementari negli anni ’90, che detto così pare di parlare di un altro millennio… no, fermi tutti, era un altro millennio.
All’epoca Koris non era edotta di eventuali polemiche sull’insegnamento agli infanti, se esistevano. Fatto che se tale scuola fosse trapiantata oggi, nel XXI secolo, probabilmente sarebbe linciata su Facebook, Twitter, i quotidiani locali e probabilmente anche un paio di trafiletti in quotidiani nazionali. Per dire, si portava ancora il grembiule. Nero. Obbligatorio per tutti, maschi e femmine. Una generazione di fashion blogger uccisa sul nascere.
Il maestro B., che in prima elementare li accolse con “Non dovete dirmi ciao maestro, dovete dire buongiorno signor maestro, non siamo amici del cuore”, non disdegnava urlare contro chiunque osasse anche solo muovere un dito durante le lezioni di matematica e scienze. In classe ne fece piangere più d’uno con rimproveri e note, perché nel banco si sta composti, non ci si alza durante la lezione, si sta in silenzio e si segue. Al giorno d’oggi gli direbbero che i bambini hanno bisogno di giocare, di sentirsi liberi e se gli si urla contro si generano traumi infantili insanabili, fior fiore di psicologi docent. Ciò detto, il maestro B. era un ottimo botanico e Koris ricorda pomeriggi di autunno a raccogliere foglie e piante per disegnare un erbario, ma non l’erbario basic “la margherita è gialla”, qualcosa con nomi scientifici, nomi dialettali, eventuali usi, stagioni… l’aula del maestro B. era piena di piante fatte crescere dagli scolari (fra cui l’acero di Koris, germogliato in un vasetto di yogurt) coi semi raccolti nei giardini. Non da agricoltura biologica, certo.
Il maestro B. insegnava anche musica e la prima canzone che insegnò alla classe fu “Bella ciao”. Oggi guadagnerebbe immediatamente un bollino di “comunista” su Facebook. Ma insegnava anche canti in dialetto ligure (“Leghista!”), per non parlare di una sorta di progetto in quarta elementare in cui raccolsero canzoni di tutti i dialetti d’Italia. Per non parlare delle canzoni della Prima Guerra Mondiale, che nelle orecchie di poveri infanti di dieci provocherebbero turbe senza fine.
La maestra F., che era la preferita di Koris probabilmente perché insegnava storia, predicava la necessità dell’imparare a memoria, perché la memoria è utile. Non nel XXI secolo, ora c’è Wikipedia, quindi perché mai saper collocare temporalmente gli eventi del medioevo? O perché imparare a menadito le province della Lombardia? Tarpa la fantasia dei pargoli, li costringe troppo tempo sui libri.
La maestra C. insegnava italiano nei primi anni delle elementari e se Koris ha una grafia più o meno leggibile, lo deve a lei (e anche all’Amperodattilo che davanti ai compiti mal fatti urlava “Zampe di gallina, nient’altro che zampe di gallina!” e strappava la pagina). Fu quella che anziché cercare il disagio profondo che portava Koris a scrivere da destra verso sinistra, disse semplicemente “Un giorno le passerà”.
Della maestra V. che prese il posto della maestra C. si è già ampiamente parlato. Più che una maestra, un generale prussiano. In questo XXI secolo non ci sarebbe più posto per lei. I compitini di grammatica a sorpresa scatenerebbero una levata di scudi in nome del panico in cui i poveri bambini sarebbero costretti a vivere ogni giorno. Le poesie imparate a memoria sarebbero aberrate da legioni di genitori scandalizzati. Le punizioni a base di “coniugare N volte il tale verbo in tutti i modi, forme desuete comprese” le varrebbero una citazione per crimini contro l’infanzia. Il divieto a tenere sul banco nulla più della penna, del foglio ed eventualmente del libro sarebbe visto come una sorta di regime 41 bis da quinta elementare. Le letture in classe, fra cui brani da “Le mie prigioni”, potrebbero infliggere incubi agli impuberi fino all’età adulta.
Ad essere onesti i metodi della maestra V. erano effettivamente osteggiati da una parte dei genitori, ma la maestra andava avanti lo stesso. “Sono decenni che faccio questo lavoro, non saranno i genitori ad insegnarmelo”, diceva.
E insomma, Koris è sopravvissuta lo stesso. Anche piuttosto bene, senza sentirsi particolarmente turbata, facendo i compiti tutti i giorni (ogni tanto sbuffando) senza che ciò le impedisse di giocare, senza sognarsi la gamba amputata di Maroncelli tutte le notti, senza diventare anarco-insurrezionalista o leghista. Forse giusto un po’ più autonoma e con un certo senso del dovere di un pargolo sempre giustificato e cresciuto nella bambagia.
Non era una scuola così terribile. Peccato che oggi non sarebbe più possibile.

Nota: mentre scriveva questo post, Koris si è sentita come l’Amperodattilo quando raccontava dei suoi tempi andati. I trent’anni incombono e la vecchiaia con essi.

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18 thoughts on “Scuole di un altro secolo

  1. Celia 26 ottobre 2016 alle 07:56 Reply

    Elementari anni ’90, presente. Grembiule (bianco lungo abbottonato femmine, maschio nero corto con la zip) portato disinvoltamente e anarchicamente sbottonato a mo’ di camice da scienziato pazzo, poesie imparate a memoria (Lanebbiaglirticolli*respiro*piovigginandosale*respiro*esottoilmaestrale*respiro*urlaebiancheggiailmar), benevoli coppini sulla nuca dalla maestra di matematica (e il giorno in cui Celia ha deciso che la coda di cavallo si porta bassa, a mo’ di scudo alla nuca) e i lavoretti natalizi col traforo e il compensato e il punteruolo. Che forse oggi i bimbi li userebbero per cercare di ammazzarsi a vicenda.

    E sono venuta su bene lo stesso.
    Il trauma, come per tutti quanti, l’hanno fatto le medie.

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    • yaxara 26 ottobre 2016 alle 11:46 Reply

      Ecco, io non ho mai imparato ad usare il punteruolo! Traumi infantili!
      Alle medie in realtà il trauma me lo sono fatto tutto da sola e alla fine sopportavo molto meglio i professori dei compagni di classe.

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      • Celia 26 ottobre 2016 alle 16:01

        A me il trauma l’hanno fatto i compagni. Come per molti.

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  2. fradicuneo 26 ottobre 2016 alle 09:42 Reply

    In parte sono d’accordo con quello che dici, in parte no: la mia maestra ci obbligava a mangiare tutto quello che ci davano in mensa, finche non finivi non ti alzavi, per anni non ho mangiato la sogliola, solo vederla mi faceva venire il vomito, avevo alcuni compagni che andavano a vomitare in bagno, gente che beveva litri d’acqua per mandare giú un fagliolino…questo metodo educativo (applicabile anche fuori dalla mensa) non mi sembra il migliore. Sicuramente ha i suoi risultati, ma credo che ci si possa arrivare con un altro cammino…

    Sono d’accordo con Celia, che il trauma arriva alle medie!

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    • altrirespiri 26 ottobre 2016 alle 11:03 Reply

      mensa a parte, consideri così terribili questi metodi?

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      • fradicuneo 28 ottobre 2016 alle 09:49

        No.solo dico che obbligando, gridando e forzando sicuramente si raggiunge l’obiettivo, forse peró esistono altri metodi effefficaci per arrivare allo stesso obiettivo.

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      • altrirespiri 28 ottobre 2016 alle 10:25

        sul cibo di certo.
        Però questa lassità in voga oggi, dove è sempre colpa degli insegnanti e i bambini sono sempre vittime, mi pare esagerata. E improduttiva.

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      • fradicuneo 28 ottobre 2016 alle 10:37

        Sono d’accordo con te in quanto a colpevolizzare gli insegnanti x qualsiasi cosa, quello che dico é che perché la gente impari delle cose non c’é bisogno di gridare, né di obbligare, né di spaventare: avevo una prof. di mate e fisica al liceo che generava il panico nella gente, urlava.si arrabbiava etc. io imparavo a memoria formule e teoremi. senza capire realmente di che cosa si stava parlando, ho sempre avuto dei bei voti, ma non ho mai capito nulla, avevo paura di lei, non mi interessava capire quello che stavo facendo, solo volevo evitare che urlasse e che mi umiliasse davanti al resto della classe. Quello era il suo metodo di insegnamento, i risultati che voleva raggiungere li raggiungeva…la gente studiava. Mi ha traumatizzato? Non credo piú di tanto, ma sicuramente non ho mai mparato nulla delle sue materie.

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      • altrirespiri 28 ottobre 2016 alle 10:54

        I metodi funzionano a seconda di chi hai davanti.
        Mio figlio è più attento e studia di più se teme un po’ l’insegnante e se lo stima. Il suo prof. di arte li ha convinti di avere una memoria prodigiosa, ed ha un piglio severo e loro hanno i quaderni in ordine e studiano.
        Magari questo non funziona per tutti.
        Però non si può sempre dire che sbagliano gli insegnanti. A volte sono i bambini ed i ragazzi a non interessarsi. Ed a volte alzare la voce può rimetterli in riga. Senza diffondere il terrore.
        Ma se una maestra batte la mano sul tavolo e dice silenzio… non muore nessuno e nessuno diventerà un serial killer. I genitori dovrebbero capire questo dettaglio (e sono certa che tu lo sai, ma scoprirai che altri genitori proprio no).

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    • yaxara 26 ottobre 2016 alle 11:43 Reply

      Ecco, in mensa pero’ non ci forzavano, te lo dice una che non mangiava niente, ma proprio niente. Era cosi’ per me all’asilo, con la suora che ti ingozzava di forza… che incubo!

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    • yaxara 26 ottobre 2016 alle 11:44 Reply

      Ecco, in mensa pero’ non ci forzavano, ognuno mangiava quello che si sentiva. Forse non lo consideravano loro campo di azione. Te lo dice una che non mangiava niente, ma proprio niente. Era cosi’ per me all’asilo, con la suora che ti ingozzava di forza… che incubo!

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  3. altrirespiri 26 ottobre 2016 alle 11:02 Reply

    Io le ho iniziate negli anni settanta, pensa!
    Ed i metodi erano circa gli stessi. E siamo venuti su in tanti, piuttosto benone.
    Annika apprezzerà questo tuo post!

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    • yaxara 26 ottobre 2016 alle 11:44 Reply

      Forse abbiamo dei traumi pregressi e non lo sappiamo!

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      • altrirespiri 26 ottobre 2016 alle 11:53

        Forse mi tengo i miei traumi… che mi pare che di gente “traumatizzata” molto peggio di me, ce ne sia parecchia!

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      • yaxara 26 ottobre 2016 alle 12:32

        Sicuramente!

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  4. Mezzatazza 27 ottobre 2016 alle 09:11 Reply

    Come mi mancano le elementari… facevo fuoco anche lì, figuriamoci dopo.
    Ma sono sempre stata educata con gli insegnanti, uno dei più grandi complimenti che regolarmente mi veniva rivolto: “Ingestibile perché fa come vuole lei, ma sempre in silenzio e rispettosamente”.

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    • yaxara 27 ottobre 2016 alle 11:07 Reply

      Direi che sia un’ottima descrizione!

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  5. laTigli 29 ottobre 2016 alle 19:04 Reply

    negli anni novanta avevo già un diploma di perito informatico, molto all’avanguardia per altro!
    alle elementari ho cambiato maestri ogni anno, due in prima (uno dei quali l’indimenticabile Maestro Rimondi), una diversa in seconda, un’altra in terza, un’altra in quarta e infine un maestro in quinta: quello che ci ha insegnato TUTTO, risolvendo il problema di discontinuità degli anni precedenti. sottolineo solo un dettaglio: i pochi maestri uomini la vivevano come una missione, le maestre… mah!, forse studiare per diventare maestra (negli anni ’50 e ’60) era l’unica possibilità consentita loro, l’unica carriera per cui le donne potessero essere ritenute adeguate.
    quello di quinta è stato anche un pittore piuttosto famoso: Fanco Morelli http://bonzagni.comune.cento.fe.it/2011/04/16/post_23/

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