Chiudere i cerchi

C’è da qualche parte nel quasi-nulla cosmico del Larzac, oltre le pecore e i formaggi puzzoni, una grotta chiamata l’Aven des Dolines. Una volta superate le sue strettoie talvolta acquose, talvolta sabbiose, talvolta cagacazzi e basta, si arriva a un pozzo di cinquanta metri in un solo tiro, direttamente nel fiume sottostante. Koris aveva un conto in sospeso con questo messere.

Nell’ormai mica tanto vicino 2016 Koris si era trovata faccia a faccia con quello che nella sua immaginazione era diventato un mostro di 20 metri di diametro per 50 di profondità, due moschettoni penzolanti nel nulla e una corda che sprofondava nelle tenebre. Era l’inizio di un periodo bizzarro in cui Koris aveva paura dei pozzi e quel P50 fu il primo vero rifiuto della sua carriera di speleologa. Ne seguirono un po’ troppi altri.

L’anno scorso, dopo anni di pozzo-terapia regolare e intensa, si pensava fosse venuto il momento di lavare l’onta su onta. Ma ‘thieu perse il jumar in una vasca e Koris dovette prestargli il suo senza scendere, per cui no, niente, l’onta rimase tale anche nel tardo 2019. Koris iniziava a pensare che ci sono tanti altri pozzi da scendere, epperò…

Poi si decise che prima che il vairus costringesse di nuovo alla speleologia casalinga, tanto valeva fare un’ultima scappata nel Larzac. L’obiettivo era l’Aven Eole, che tuttavia si è rivelato chiuso, sigillato da un pietrone ad appena tre metri dall’ingresso. E cosa si fa e cosa non si fa, visto che è già l’una e alle nove di sera scatta il coprifuoco, quindi manco a dire “usciamo tardi”, se usciamo tardi sono 135 pippi di multa. Qui a fianco c’è l’Aven des Dolines. Vabbé, recuperiamo una corda da 70 metri e andiamo a salvare ‘sta giornata.

Koris è finalmente arriva alla testa del P50 mormorando “here we go again”, come i peggiori cattivi di serie B, e per scoprire che in realtà il diametro era solo 4 metri, i moschettoni non erano attaccati al nulla e… e però sì, la corda precipitava in un buio che lasciava intravedere solo qualche riflesso. Koris sapeva soprattutto che non doveva mettersi a fare più di tanti pensieri, perché più pensi e più realizzi “che cazzo sto facendo?”, più arriva il panico e più addio P50, non ci frequenteremo nemmeno stavolta.

Invece è stato un inconscio arrivo al frazionamento, davanzale del pozzo, discensore in posizione, culo nel vuoto e hop, c’est parti! Koris vorrebbe dire che non le ha fatto nessuna impressione, ma sarebbe una lurida menzogna. Solo che ormai sei in ballo e ti tocca ballare, anche se la corda è pesante e sembra voglia scapparti dalle mani in quegli eterni 50 metri, ma fare una conversione sarebbe una solenne menata, quindi ti metti a cantare “Valhalleluja” e continui a scendere.

Finché a metà pozzo non si incastra un pezzo di Koris-guanto nel freno del discensore. Istante di panico lunghissimo, cazzofaccio, cazzofaccio, che idea di merda essere qui. Però la mano sinistra libera tiene saldamente la corda, se si tira forte forse il guanto esce. Il guanto si strappa, il discensore è libero, si continua a scendere.

Arrivati al corrimano sul fiume Koris era un misto di soddisfazione personale, voglia di piangere moltissimo e tremore assortito. Ma oh, era fatta. Correzione: era finalmente fatta. Quattro anni a rimuginare il fallimento sono giunti al termine, si lava l’onta nell’acqua del fiume, si vedono queste maledette perle di caverna di cui tanto si favoleggia, un bel premio per il cerchio che si chiude. P50 risalito infine in undici minuti, con ‘thieu attonito che chiede “ma sei risalita come un razzo!”. Sì, ecco, perché d’accordo affrontare le proprio paure, ma non è necessario corteggiarle più del necessario.

Il cerchio della paura nei grossi pozzi monotiro si è chiuso o almeno si sta chiudendo. Koris ha trovato una spiegazione razionale: quando cresci e impari troppo in fretta, poi le paure di rito ti riacchiappano e festeggiano nel tuo inconscio finché non maturano a dovere. Manca solo il Thipau e il suo maledetto P40 dove tutto è cominciato; poi Koris sarà (forse) tornata la piccola furia sotterranea che era. Questo merdosissimo 2020 ha fatto almeno una piccola cosa buona.

Tutto ciò nonostante:

  • ‘thieu che si incastra in una strettoia e pianta su un capriccio degno di un treenne
  • il malumore di ‘thieu perché l’Aven Eole era tappato
  • il filo della Koris-lampada che si stacca dalla presa, facendo piombare Koris nel buio per un lunghissimo momento, ma soprattutto facendo temere che si fosse strappato male
  • ‘thieu che perde il freno del discensore e Koris che urla che quel freno deve uscire fuori tempo 10 secondi (cosa che è stata)
  • un’incredibile voglia di pisciare soddisfatta solo una volta arrivati al fiume

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2 thoughts on “Chiudere i cerchi

  1. Emanuele Balboni 26 ottobre 2020 alle 21:28 Reply

    Non so perché, ma io forse mi sarei messo a canticchiare “Pollution is low, no fuel to go, we ride the tricycles of steel!” Strane associazioni… 🙂

    Piace a 1 persona

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