La fragile bellezza del sottoterra

C’è una ragione per cui si prendono armi e bagagli e, anche con la benzina a prezzi proibitivi, si fanno tre ore di macchina un venerdì sera per arrivare nel nulla cosmico dell’Aude. In barba alle tossine lasciate un po’ in giro dal coviddi, all’insonnia importante e al GPS che una volta usciti dall’autostrada a Narbonne fa passare per le vigne immerse nell’oscurità (che si tratti di vigne si scoprirà poi, sono solo campi nelle tenebre). Visto che si è partiti un po’ rintronati, si inizia a fare l’esegesi di tutto quello che potrebbe essere rimasto a casa, ma a quanto pare c’è tutto.

C’è una ragione per cui un sabato mattina si acconsente a ritrovarsi alla scandalosa ora delle otto del mattino, di fianco a un ruscello in secca o quasi. C’è una grotta da qualche parte, una grotta che ha richiesto anni e anni di scavo da parte di accaniti speleologi che hanno creduto al refolo d’aria che soffiava fra i blocchi informi. Si striscia, si scende, si scivola, ci si bagna sulla medusa di calcite, si impreca perché senza imprecazioni si gode solo a metà.

E poi si arriva nelle gallerie che la natura ha tenuto per sé per millenni, nel buio eterno dove per millenni ha intessuto meraviglie di cristalli leggeri come neve, decorazioni fragili cresciute molecola dopo molecola a creare una bellezza che non sembra di questo mondo. E infatti forse non lo è, visto che in quel regno i fotoni non mettono piede e la vita come la conosciamo non è di casa. E mentre ti chiedi se uno spettacolo del genere non fosse davvero riservato a nessuno o se sia solo il caso che fa le cose per bene, ti trovi circondato da forme irreali: abeti bianchi, porri che pendono dal soffitto, nuvole candide spalmate sulla roccia. Tutti vecchi di secoli, tutti pronti a cedere alla più piccola goccia d’acqua che vi scivola sopra.

E con gli occhi che luccicano di fronte a tanti scintillii, mentre le lampade giocano sui piani di riflessione dei cristalli, hai la risposta alla levataccia mattutina e alla benzina a caro prezzo: sì, ne valeva la pena.

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