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Situazioni pre-natalizie

Mancano due giorni (vabbè, un po’ meno di due giorni) alle Koris-ferie. La voglia è morta tempo fa, la pazienza è inumata assieme a Thutmose III nella Valle dei Re, sull’attesa abbiamo messo una pietra sopra. E un’altra pietra. E un’altra ancora. In pratica, ci abbiamo messo una frana sopra. Se ne riparla… no, facciamo che non se ne riparla proprio e a gennaio si prenderanno decisioni in merito.
Incredibile ma vero, coi regali stiamo apposto. È stata durissima, ma ce l’abbiamo fatta. Tutto quello che poteva succedere è successo, Babbo Natale è in grembo a Zeus.
Koris dovrebbe partire venerdì per Merdopoli. Il condizionale è d’obbligo e riguarda il mezzo. Prima doveva partire in treno, poi le è stato offerto un passaggio, quindi il biglietto del treno è stato annullato. Ieri il passaggio ha iniziato a tentennare con un “sì-no-forse-ci penso-ti so dire” affatto rassicurante. Ri-prendere un biglietto del treno potrebbe essere complicato e BlablaCar scarseggia di tragitti Marseille-Merdopoli. Lo spettro di uno scammellamento via Ya(xa)ris sull’AutoFiori non è impossibile, ma se non ci fosse la Ya(xa)ris fruibile in caso di bisogno saremmo veramente nella cacca. A venerdì l’ardua sentenza.
‘thieu (attualmente in grotta quindi mortacci suoi) si lamenta di dover andare a Parigi e a Parigi piove, e a Parigi fa sempre brutto, e cosa ci faccio io a Parigi. Koris liquida la cosa con cinismo dicendo “la prossima volta prima di nascere a Parigi ci pensi due volte”. Comunque se vogliamo fare cambio Parigi-Merdopoli…
Koris vive in funzione della prospettiva di appallottolarsi sabato mattina assieme a gatta Spin, disattivando qualunque sveglia nel raggio di 3 km dal suo giaciglio.

Pasqua’n’furious

La vera novità della Pasqua 2016 è stato il viaggio Marseille-Merdopoli effettuato sulla Ya(xa)ris quasi senza scalo a parte una pisciata rapida prima di Albenga, perché la Koris-vescica non reggeva più. Koris è giunta a Merdopoli per trovare quella che in piemontese si chiama la porta ‘d bosch: ovvero chiusa fuori di casa e i Maiores in coda sull’Aurelia.
Il collaudo della Ya(xa)ris è stato parimenti trovato nell’uovo di Pasqua. La macchina rischia di cadere a pezzi e fischia ai 130 km/h, ma il bollino della revisione è stampigliato sul libretto. Santa burocraizia.
Il meteo di Merdopoli è ottimizzato per far sì che il tempo di cacca faccia capolino esattamente quando si decide di uscire. O quando si decide di emigrare in Valbormida alla ricerca delle orgini. Il tempo merdoso non ha impedito la calata dei Longobardi in Riviera, rendendo improbabile qualunque speranza di parcheggio nelle zone del litorale. Fine del servizio da Studio Aperto.
L’Amperodattilo ha scoperto lo streaming online. Nel mentre cerca di sbolognare a Koris una parte consistente della biblioteca di casa.
U Babbu ce l’ha accoratamente col parcheggio delle gru sotto casa, con la piattaforma dei container nel porto e con gatta Spin nel suo parossistico andare e venire per la cucina.
Gatta Spin, in quanto felino di un metro quadro, odia tutti in maniera incondizionata. Soprattutto quando viene manipolata e puzza di umano. Poi detesta la Pentax di Koris, ma è un altro discorso.
Orso è sempre lui, personificato talvolta nel suo stesso torcicollo. Si bea della presenza a Merdopoli della sua ex futura macchina per vantarsi di un parco macchine degno del principe di Galles:
“Quindi stasera posso scegliere se prendere la 500 o la Ya(xa)ris!”
Velleità prestamente sedate.
Come le veilleità di rientrare a Marseille a un’ora umana, dopo una sosta nel VarVunciume per un tradizionale piscio-su-pianta. Si arriva in vista delle Sainte Baume, con lo stesso valore simbolico del San Luca Bolognese fuori dal finestrino del coast-to-coast, e ci si illude di essere giunti. E invece si è solo giunti alla coda del casello di Aubagne, scoglio su cui si infrangono le speranze.
Ma finché non si infrange il paraurti, si può andare.

Incubi dall’Ile-de-France

Quando Koris, un anno e mezzo fa, si ripeteva ossessivamente “io non voglio andare a lavorare in Île de France” non ci aveva visto giusto.
Ci aveva azzeccato in pieno. Poteri divinatori che scattano al quarto anno di residenza marsigliese, probabilmente quando un ratto di fogna ti morde a tua insaputa.
Koris si trova attualmente nel nulla brumoso dell’Île de France (ovvero vicino a Parigi, ma stocazzo Parigi) per un corso su un codice di simulazione nucleare. Il corso è figo, tutto il resto è un incubo che fa desiderare ardentemente di avere le chiappe sul TGV per il Sud dopodomani sera.
Gif-sur-Yvette non è un formato di compressione di immagini, è più lo scenario ideale per un efferato delitto. Da persone normali che si trasformano in Patrick Bateman, quelli che ammazzano tutta la famiglia, animali domestici inclusi, per suscitare ai vicini il commento “salutava sempre”.
Ma non è questo il problema. Fosse per Koris potrebbero trucidarsi tutti in un tripudio di follia omicida.
Il problema è il trasporto. Poi uno dice che a Marsiglia è impossibile vivere. Tralasciamo il solito momento alla “Giù al nord” in cui si arriva a Gare de Lyon sotto le nubi basse quando 1000 km prima a Gare Saint Charles c’era il sole. Koris ha fatto un fly-by parigino riassumibile con “correre nel metrò dietro al metrò”. O dietro alla RER, il che uguale. Giunta 40 minuti dopo a Gif-sur-Yvette, trovato il giusto autobus e scesa alla giusta fermata per arrivare in tempo limite al corso, ha osato sperare che la parte complicata della giornata fosse finita.
Sticazzi.
Finito il corso, il bus che doveva riportarla a Gif-sur-Yvette non è passato, manco fosse il 21 di Luminy il giovedì sera. Koris ha preso un altro autobus che la riportasse sulla tratta della RER, possibilmente prima che finissero gli autobus e fosse condannata a dormire nel vuoto del centro atomico. Giunta alla stazione della RER, ci è voluto un’ora prima che le si palesasse l’arcano di dover prendere non uno, ma due treni. Per fare tre fermate.
Il lunedì sera la movida di Gif-sur-Yvette offre solo uno Spizzico (che sarà fallito vent’anni fa, ma Koris non si è più aggiornata) fetido. Ma tanto Koris ha saltato il pranzo, quindi qualunque cosa fosse commestibile andava bene.
Il ritorno del martedì non poteva essere parimenti sfortunato.
Infatti è andata peggio.
A Koris è stato consigliato un secondo bus, solo che ignorandone il tragitto si è chiesto all’autista se poteva indicare la fermata giusta. L’autista si è finto Giapponese. Una signora dal trucco plastico e le labbra a canotto si è offerta di indicare la fermata.
Giunta in una zona residenziale su una collina che rinomineremo Montenotte-en-Essonne, data la spiccata somiglianza con la Val Bormida, Koris cominciava ad inquetarsi. La signora col canotto labiale è scesa dalle nuvole:
“Oh, mi sono dimenticata di indicarti la fermata! Meglio se scendi qui e vai a piedi”
Koris ha pensato di scioglierla nell’acido. Poi ha escogitato un modo nuovo ad ogni metro fino a coprire a piotte i 4 km fra Montenotte-en-Essonne e Gif-sur-Yvette. Per arrivare in albergo e scoprire che nessuno si era degnato di portarle il phon richiesto. Drammi dell’esistenza, già.
Koris preferisce non pensare a quali peripezie la attendono domani. Anche perché è appena uscita a consolarsi con una crêpe nutella, banana e panna Chantilly, meglio non osare troppo.

Il Cetriolo e la tartaruga

Ci sono quelle giornate al termine delle quali Koris vorrebbe soltanto ritrovarsi su una spiaggia. Sul mare di Weddell, fra foche e pinguini, in modo da evitare qualunque contatto con esseri umani di sorta, generatori di problemi a catena.
(Sì, Koris è ancora nel suo trip sull’Antartide, bisogna aspettare che le passi la cotta per Shackelton. Però a differenza delle sue cotte precedenti almeno è vissuto nel XX secolo, il Koris-romanticismo si sta avvicinando al presente)
Nel platonico mondo delle idee, Koris doveva arrivare tardi perché sarebbe andata a firmare il contratto di alloggio delle Koris-mobile in arrivo. Nada, bisogna essere sul pezzo per lavoro, ci si andrà dopo. Karma.
Il lavoro diventa un rimpallo allucinante fra Word e LaTeX, che dovrebbero essere gemelli ma non sono nemmeno cugini di terzo grado. E i due documenti sono da consegnare entro le 14. Miao.
Alle 14 Koris fa un grossolano errore di valutazione, convincendosi che la riunione pomeridiana sia a Meyrargues, una distanza tale che permetterebbe di tornare a Marseille in tempo per firmare il contratto. Solo che la riunione è a Sorgues, oltre Avignone. Possiamo farcela, ma di misura.
Ma il Fato è lì che se la ghigna e piuttosto che niente al ritorno si inventa l’autostrada bloccata da un cane. Un cane. Un ingorgo enorme a causa di un cane.
Koris riesce finalmente a defilarsi dal lavoro che sono quasi le sei. Il tizio dell’agenzia le propone di aspettarla. Si può fare. Crediamoci.
Secondo LOL da parte del Fato, che sogghigna nella sua celestiale trasfigurazione di Cetriolo Cosmico. L’autostrada di Marseille è bloccata. Causa partita. Forse era meglio il cane. Forse era meglio una squadra di cani che giocano a calcio. Fatto sta che Koris impiega due ore per arrivare a casa sua. Nessuna speranza di firmare il contratto. La Koris-mobile sarà lasciata in balia dei casseurs che spaccano i finestrini per esternare il loro disagio e usata come bidone della spazzatura.
“Il caso vuole che sono a guardare la partita in un bar vicino casa sua e ho il contratto con me. Ce la fa a passare?”
E fu così che Koris ebbe l’alloggio per veicoli nani pseudogiapponesi. Farci entrare la Koris-mobile sarà tutt’altra storia, ma ce ne occuperemo in seguito. Per il momento l’unico Koris-desiderio è la spiaggia col pack di cui sopra.

“È che tu anche se non te ne rendi conto sei emotivamente una tartaruga. Resisti ai capricci della sorte grazie al tuo guscio. Anzi, quando ti metti i piedi sotto al culo e le braccia fra le gambe sembri veramente una tartaruga, noi il guscetto te l’abbiamo comprato solo per l’estetica” dixit l’Amperodattilo, rivelando il Koris-regalo di Natale&Compleanno (n.d.K. il guscetto è la giacca da montagna leggera ma calda, antivento e atta ad andare anche sotto le cascate, parola di Amper).

Vergogna è far del male

Il titolo è una massima dell’Amperodatillo, tramandata di generazione in generazione, che esorta a vivere una vita serena fregandosene dell’altrui giudizio e pensiero, a patto che si rispetti il fondamentale “la mia libertà del mio pugno finisce dove comincia il naso di un altro”. Seguendo tale filosofia si dovrebbe vivere una vita tranquilla e rilassata, in cui andare al lavoro in pigiama lilla e scarponi da sci leggendo “La critica della ragion pura” di Kant non crea nessunissimo problema.
Solo che Koris (e manco l’Amperodattilo) non è mai stata un’adepta fedele e si vergogna di un sacco di cose, tranne in certi giorni in stato di grazia in cui se ne frega del mondo. Ma in linea di massima tende a celare gran parte delle sue attività dietro una cortina di fumo, cambiando repentinamente argomento quando il discorso cade da quelle parti. Alcuni esempi:

  • “Cosa stai leggendo?”
    Risposta vera: “Storia di Napoleone e della Grande Armée nel 1812”
    Risposta di Koris: “Niente, un libro di storia”
  • “Cosa fai stasera?”
    Risposta vera: “Scrivo il mio romanzo che ormai è la tela di Penelope”
    Risposta di Koris: “Niente di che, sto al computer”
  • “Cosa stai guardando?”
    Risposta vera: “E.R. Medici in Prima Linea”
    Risposta di Koris: “Una vecchia serie”
  • “Hai dei progetti per domenica sera?”
    Risposta vera: “Vado a giocare di ruolo che ho un’elfa oscura che si sta creando un esercito di non morti”
    Risposta di Koris: “Vedo degli amici”

Ovvero, come dare il minor numero di dettagli possibile sulla propria vita privata pur non essendo una spia del KGB. Tante volte questa situazione porta a scoperte incredibili per conto terzi e finisce con “averlo saputo prima!”.
Venerdì, causa sciopero selvaggio dei bus in un’ottima porzione del dipartimento, Koris si è fatta portare a casa da una collega. Una carina, sempre in ordine, sempre sorridente, madre di tre bambini. Ora, se c’è una cosa che mostro-Koris detesta è la conversazione riempitiva fra pseudo-sconosciuti. Koris non ha mai preso “Conversazione Generale 1 e 2” come corso opzionale all’università. E in più è timida.
Poi la collega ha fatto la fatidica domanda: “Cosa fai questo week-end?”.
E qualcosa nei circuiti a risposta automatica deve essere andato storto. Forse il superego dormiva. Forse il filtro della vergogna si era intasato sulle calze bucate dal ginocchio in giù.
“Domenica sera vado a giocare di ruolo da amici”
Oh no, Koris, lo hai fatto. Ben che ti vada adesso ti si accolla l’etichetta NERD sulla porta dell’ufficio. Oppure ora ti tocca spiegare di qui fino alla stazione cosa sia un gioco di ruolo e se ti va bene ti prende per matta. Senza contare che poi ti chiederanno ogni giorno se la sera prima sei andata a giocare di ruolo, come i Cojones con l’arrampicata l’anno scorso.
“Fico! Io attualmente faccio il tecnoprete in Dark Heresy.”
E finisce che si passano tre ore a discutere l’eterna disputa elfi contro nani, delle campagne che partono serie e finisco a tarallucci e vino, di giocatori che si mandano affanculo in gioco e si sposano nella vita reale.
Anche se non lo avresti mai detto. Anche se non l’avresti ammesso nemmeno sotto tortura. Anche se il gioco di ruolo è po’ come il Fight Club, ergo “non parlare mai del gioco di ruolo”.
Ma Koris ha deciso di cambiare vita, ergo le gente pensi quel che vuole, lei del suo essere ruolista ne parla eccome. Tanto non fa del male a nessuno [1].

1. Nel “nessuno” non sono compresi personaggi non giocanti scassapalle, gente incauta che fa arrabbiare un mezz’elfo oscuro prima di colazione, svenevoli elfi silvani e chiunque si trovi sulla traiettoria di un 19 tirato sul D20.

Ritorno alla vita reale

Per due settimane Koris ha fatto finta di non essersene mai andata via dalla casa dei Maiores, si è goduta l’essere figlia, lasciando che fossero gli altri a risolvere i problemi, riservandosi grandi dilemmi della vita quali gatta Spin e il suo eleggere a gabinetto il vaso della spirea o l’Amperodattilo che non passa i livelli dei giochini di Facebook.
Per una settimana Koris ha vissuto in un limbo spazio-temporale, nell’Ile de France a metà fra il XVIII e XIX secolo, passando così tanto tempo a Fontainebleau da credere che fosse casa sua (tralasciando il trascurabile fatto che casa sua entra comodamente nel salone da ballo, balconi compresi).
Tornata a Marseille, la vita reale aspettava al varco una Koris che invece avrebbe voluto passare la sua ultima settimana di vacanza a crogiolarsi nell’ansia del nuovo lavoro da cominciare il primo settembre.
Le piante, anziché essere sitibonde come Koris aveva temuto, avevano ricevuto troppa acqua e stavano per annegare. Tranne Nana, che prospera in qualunque ambiente più o meno ostile. La palmetta era marcita per due terzi; amputata per due terzi, nessuno avrebbe scommesso sulla sua sopravvivenza, e invece ad oggi mena un’esistenza quale tronco con un orribile ciuffo punk. L’acero David Bowie non si sa bene cos’abbia sofferto, forse l’abbandono, ha perso tutte le foglie e le sta rimettendo; forse voleva solo rifarsi il guardaroba. La pianta sicula si è trasformata da pianta grassa strisciante a creatura piena di tentacoli uscita dalla mente di Lovecraft e fa un po’ paura. La pianta sarda è marcita per la metà inferiore, ergo Koris ha estirpato tutto, sezionato le metà superiori e ripiantato tutto e ora aspetta i risultati del suo macabro esperimento.
Domenica Koris voleva mettere online tutte le foto parigine, ma la sua connessione era passata a miglior vita. Poi il router ha resettato la password a grande insaputa di tutti. Ci è voluto l’avvento di lunedì perché la connessione tornasse a un’ombra di normalità e anche ora non è che sia una festa.
Nel preparare scartoffierie per il suo nuovo lavoro Koris ha passato 24 ore di panico perché la securité sociale (ovvero la mutua francese) diceva di non averla mai vista e mai conosciuta, nonostante i quattro anni di contributi. Koris ha passato una serata a urlare la sua rabbia impotente contro i Cojones, contro l’università, contro il sistema e contro gente che non ne poteva niente. Poi il giorno dopo s’è scoperto che era colpa di un mancato aggiornamento e del “ma gli insegnanti hanno uno statuto a sé”. Tanta bile nera per niente.
La spesa da pre-guerra atomica, con l’approvvigionamento di ben 12 litri di latte, ha generato nelle braccia di Koris l’acido lattico equivalente a una cordata di sei lunghezze.
Dulcis in fundo, appena finito di vedere “Opera” di Dario Argento (chiedendosi se era ambientato in un teatro lirico o ai Laboratori Nazionali del Gran Sasso), la lampadina del Koris-bagno di è fulminata. Così, tanto per fare atmosfera, tanto perché sei sola in casa.
Forse tutto sommato è meglio tornare a vivere a Fontainebleau.

P.S. Il template del blog ha avuto un incidente in seguito alla Koris-frustrazione. Ditelo se vi fa schifo.

From Paris with(out) love

Sfollati a Parigi, senza rete, con una reflex e troppe cose da fare. Da sola, Koris a piede libero e senza alcun controllo. Racconto dei principali misfatti. Nota: le foto erano troppe e il post sarebbe inapribile per la pesantezza. Sono stati creati appositi album, basta cliccare sul titolo di ogni sezione, ove interessati.

Day One: Invalides

Koris ha scoperto che le mancava lo spazzolino quando il TGV stava superando Valence-Alixane. Ovvero, fra l’oggeto dimenticato e Koris si ergevano le Bouches-du-Rhone, la Vaucluse e la Drome. Koris ha optato il “tanto peggio, dimenticato uno spazzolino se ne fa un altro”.
A un’ora dall’arrivo a Parigi è entrata in modalità molestia e probabilmente il suo vicino di posto l’avrebbe volentieri soppressa. Perché Koris in modalità molestia è il compagno di viaggio che nessuno vorrebbe avere mai: l’iperattiva-dispersiva che si mette a fare seimila cose. Assieme. Dimenandosi come un’anguilla. E tu magari vuoi dormire prima di arrivare a Marne-la-Vallée. Che ti devo dire, ti è andata male.
Sbarcata a Marne-la-Vallée e superato lo spaesamento iniziale del “c’è più sole qui che a Marseille, ma ci siamo portati il Mistral da casa”, Koris si è fiondata a prendere la RER A verso il centro, per mollare in hotel il bagaglio e godersi appieno la sua vacanza Koris-only. Mentre il treno attraversava luoghi vagamente assurdi con nomi così tipicamente Ile-de-France, a Koris è preso male all’idea che per un po’ c’è stato il rischio tangibile di finire a lavorare da quelle parti. Ma invece no, si resta nel Midi, nell’adorabile Sud-Est, la calda Provenza. Insomma, l’Ile-de-France è bella, ma non ci vivrei.
Koris ha trovato l’hotel senza eccessivo disagio. La camera pare un sottoscala polveroso, ma anche chissenefrega. Sistemazione del bagaglio in minuti cinque e di nuovo in strada. Guidati da una mappa del secolo scorso e con una guida del Touring Club Italiano del 1981, quando c’era ancora la Germania Est.
Solo che è martedì, il giorno sbagliatissimo: Sainte-Chapelle chiusa, Concièrgerie chiusa, Panteon chiuso. Sticazzi? Chiuso. Soluzione del problema: si va a fare la fangirl agli Invalides, a dare il peggio di sé facendosi cacciare per schiamazzi, a recuperare le foto mai fatte alla sezione medievale.
Riassumere ogni singolo momento sarebbe troppo lungo, troppo complicato e per voi poveri lettori troppo noiosi. Per cui Koris vi lascia il link dell’album col greatest hits (più greatest che hits, a dire la verità) delle 120 foto fatte in un pomeriggio agli Invalides. Andando per sommi capi, si può dire questo: carenza di mazzafrusti (grave!), contest dell’elmo più ridicolo, Koris vuole una sciabola da maresciallo di Francia per il suo compleanno (modello junior, come la katana Nimi scorciata di 20 cm), selfies non voluti in quasi tutte le vetrinette, ghignate fra Korsi e Koris che se nessuno ha chiamato la neuro possiamo considerarlo un ottimo risultato.
Siparietto numero uno con premessa: la maggior parte dei visitatori erano Italiani al pascolo. Il genere di persona che entra in un museo perché glielo consiglia la Lonely Planet e non per interesse. Da trucidarli col mazzafrusto mancante. In mezzo a cotanto sfacelo c’era un uomo con famiglia al seguito che stava pontificando sulla battaglia della Moscova. In italiano. Koris ha drizzato le orecchie, perché i refusi storici sono un aperitivo ghiotto. E invece no, il tizio parlava con cognizione di causa. Fai te, la vita. Mentre costui pontifica, la moglie o chi per essa esplode in romanesco d.o.c. con “E basta con ‘sta lagna storica, è da quando siamo arrivati qui che non parli d’altro! Mica ci siamo fatti 1000 km per ‘sta rottura di coglioni!”. Koris si è a stento trattenuta dal fagli pat pat sulla spalla e confidargli che sa quello che si prova.
Siparietto numero due, di fronte alle vittorie piangenti sotto la cupola degli Invalides. Koris nota che tutte hanno in mano una corona d’alloro. “Ma guarda, pare la mia corona”. E non si sa come alla mente di Koris si affaccia l’aneddoto della corona della triennale, starring il Mathematicus, l’Amperodattilo e il “scusi, ma di che Koris sta parlando?!”. E Koris si soffoca per non ridere in mezzo a tanti cadaveri illustri.
E domani si va a Versailles. State tonnati.

Day Two: Versailles

Una buona, anzi, ottima ragione per non andare a Versailles: la gente. La reggia di Versailles fa non so quante migliaia se non addittura milioni di visitatori l’anno, il che fa sì che non esista un giorno che non sia di punta. L’universo pare si sia appuntamento qui, forse è colpa di Lady Oscar o di Sofia Coppola. Fatto sta che quando Koris si è trovata davanti il biscione chilometrico di umana transumanza, si è maledetta per non aver fatto il biglietto su internet. Nein: coda per il biglietto quasi inesistente e velocissima. Il biscione chilometrico era per accedere a castello e giardini. Più di un’ora di coda a fare l’inventario delle diverse tipologie di turisti secondo la nazionalità, scoprendo che gli Italiani sono ovunque e nella top ten del fastidio sono a buon punto nella classifica. Il fatto che le file più interminabili che Koris abbia mai visto fossero a Versailles e a San Pietro ha portato la scrivente a considerare che se clero e monarchia sono quelli che tirano, allora la rivoluzione dell’89 è stata fatta per niente. Koris si augurava che una volta varcati i cancelli d’oro la fiumana si disperdesse. E invece no. Nei corridoi del palazzo si procede in coda pestandosi le calcagna. Se poi sei un nano e cerchi di fare una foto, immortali soprattutto gomiti che attentano alla tua Pentax. Generando un giramento di palle che può alimentare l’intera reggia di energia verde.
Comunque, cahier des doléances a parte, Versailles è imponente. Tutti ori, stucchi e tappezzerie. Invivibile, in special modo se uno ha l’asma, ma incredibile. Persino esagerata. Ovvio, uno si godrebbe di più la Galleria degli Specchi senza orde di zombies con l’audioguida che ti calpestano i piedi, ma o sei Maria Antonietta, o non si può avere tutto (e allora forse sono meglio gli zombies). E nel caso fossi Maria Antonietta, fai pulire gli specchi che sono luridi. Koris ha impacchettato qualche foto nel solito album, da vedere a piacimento.
I giardini sono un tripudio anche con le fontane spente. Solo che a fine giornata Koris voleva una bici per scorazzare da una parte all’altra. Perché sulla carta dal Castello al Trianon c’è poco, ma parlatene con i Koris-piedi.
I due Trianon sono forse più vivibili del Castello in sé. E Koris ha stabilito che se Luigi Filippo poteva farsi un intero salotto giallo, allora lei è pienamente giustificata ad avere il divano patchwork. E si direbbe che i letti della dame di compagnia siano divani. Del resto è anche logico, vai a dormire da un’amica e quella ti concede giusto il divano. Poi c’è Le Hameau, la fattoria costruita apposta perché Maria Antonietta andasse a giocare alla contadina, una sorta di eco-bio-fricchettona Ancien Régime. Tanto poi alla fine dei giochi andava a cenare a Palazzo. “Per questo quelli che soffrivano davvero i rigori della natura le hanno segato la testa” commenta U Babbu via Uòzzap. In compenso Koris ha avuto la possibilità di vedere un castoro, anche se da lontano stava per gridare alla pantegana.
La giornata si conclude con piedi in putrefazione, perché per i corridoi di Versailles ci vorrebbero i pattini, e la furbizia dei ferrovieri, che dapprima fingono di non capire “Fontainebleau” per via di un non so quale accento, poi danno informazioni utilissime.
“Scusi, mi sa dire gli orari del treno per Fontainebleau di domattina?”
“Se è domattina ha tutto il tempo, li guardi sul sito”
“Sa com’è, non ho internet dove sto…”
“Ah, allora non posso proprio aiutarla” terminò, dietro a un computer.
Vabbè, Koris non sa ancora come, ma domattina arriverà a Fontainebleau.

Day Three: Fontainebleau

Dopo il bagno di folla oceanica di Versailles, Koris necessitava di privacy. Aveva quindi optato per andarsene al castello di Fontainebleau, all’urlo di “Fatti una reggia tua!”. Si sapeva che gli orari a cazzo avrebbero fatto sì che Koris sarebbe arrivata a Gare de Lyon esattamente trenta secondi dopo la partenza del treno. Fatto che si è prontamente verificato e Koris ha reagito facendo colazione. Trovato il treno seguente, il mistero da dipanare restava a proposito del binario. Una signora in tenuta da trekking si stava lamentando.
“Certo, noi Parigini abbiamo il metrò ed è veramente geniale. Però per quanto mi riguarda, quando devo prendere la RER sono persa come una Provenzale nella capitale”
E vabbè, mentalità del Parigino rosicone. Che poi a marzo in Provenza si sta con le palle al sole e a Parigi piove. A qualcosa devono pure attaccarsi.
Nonostante i dubbi di Koris, che passata Bois-le-Roi poteva trovarsi veramente ovunque, il treno arrivava effettivamente a Fontainebleau. Quello che non era previsto era tuttavia la presenza di comitive di anziani Giapponesi diretti al castello. E Italiani, everywhere. E nonni francesi che pascolavano nipoti nel vano tentativo di impartire lezioni di storia. E Koris che si era chiesta se fosse stata l’unica a voler visitare il castello. Pie illusioni.
Come si sa, Koris è troppo facilmente suggestionabile, quindi si immaginava di tutto. “Vedo la gente morta”, ma letteralmente. In compenso gli ambienti, che nei film paiono enormi, le sono sembrati piccoli (oh, magari è Koris che è cresciuta, hai visto mai). La sala del trono potrebbe entrare comodamente in salotto. La sala rossa dell’abdicazione del 1814… beh, capace che ci si pestassero i piedi, per questo erano tutti incazzati. Però si respira meglio, senza le ammorbanti tappezzerie di Versailles. E c’è pure il cesso, con lo specchio. Forse i selfies al cesso erano già di moda.
Per visitare gli appartamenti al primo piano era necessaria la visita guidata. Koris ha detto sì obtorto collo, in quanto in questo genere di circostanza, col suo bagaglio di precisinismo insopportabile, preferisce raccontarsela da sé. E invece la guida era anche simpatica, oltre che adeguatamente preparata. Poi ovviamente Koris ha avuto un’ondata di accidia perniciosa, quando la guida raccontava di aver curiosato nella biblioteca imperiale e di gironzolare a suo piacimento nelle sale chiuse della reggia. Al prossimo giro, Koris, col cazzo che ti fregano col dottorato in fisica.
Nota di colore: dalle mappe si scopre che Fontainebleau si chiamava Fontaine Belle Eaux, poi scorciato perché era veramente troppo ridicolo. E infatti le fontane sono verdi, non sono blu.
Koris si è quindi persa per ritrovare la stazione, gironzolando per il villaggio. Che forse a Fontainebleau non si vive male, ma sicuramente a X-en-Provence si vive meglio (ove X è un’agglomerazione urbana più o meno importante, basta che si nel Midi).

Day Four: Cité

Koris col gotico non c’ha culo, niente da fare. Tre anni fa, quando andò a trovare il Mathematicus in erasmus, trovò la facciata della cattedrale di Chartres in restauro. Oggi è toccato a metà della Sainte Chapelle, fra cui ovviamente il rosone. Koris si pregustava le vetrate con le scene dell’Apocalisse e invece nada. Miao. Poi ci mancherebbe, meglio le vetrate in restauro che le vetrate cadute a pezzi, però non si può avere cotanta gotica iella.
Visto che il biglietto dava l’ingresso anche alla Concièrgerie, Koris vi si è diretta. Del resto con U Babbu si sono recentemente visti lo sceneggiato “La Rivoluzione Francese” del 1989 e dopo aver visitato Versailles pareva una conseguenza logica. C’era anche lì un’invasione di Italiani, la maggior parte intenta a farsi selfies nella cella di Maria Antonietta. Sarebbe stato interessante proporre una versione di selfie anche alla ghigliottina, nel periodo del Terrore doveva essere un must. Ma non fate caso a Koris, è in un periodo misantropo della sua esistenza e quando è in vacanza da sola, tollererebbe la presenza umana a circa 500 metri di lei, minimo approccio.
Koris in linea di principio non voleva andare a Notre Dame, ma la Sainte Chapelle le aveva lasciato fame di gotico e la coda chilometrica era piuttosto scorrevole. Poi la Pentax non aveva mai visto Notre Dame da dentro, c’erano foto da recuperare, rifare e godersi la versatilità di una reflex dove una compatta arranca. In coda si trovata costretta a sorbirsi tutta la chiamata di un’Italiana, impossibile da non udire, visto che strillava a 40 cm di distanza.
“Sì, Ma’, torniamo domani, sto in coda a Notre Dame. Ieri sera ho visitato il Louvre da fuori, ho visto la Piramide tutta alluminata. Qui ci sta tempo dimmerda, che oh, stiamo meglio a Roma e c’abbiamo le stesse cose!”
Koris voleva gentilmente invitarla a tornarsene a casa sua, ma ha desistito causa ingresso. Ovviamente c’era la messa; deve fare parte della maledizione del gotico, ove questo non si in restauro. Verso l’altare maggiore, Koris stava puntando il rosone del transetto quando una tizia in short arriva correndo, assesta una gomitata alla Pentax che per poco non vola, scatta una foto al celebrante, si fa il segno della croce e si chiude in preghiera. Un attacco mistico così fulminante che pareva più un problema intestinale, data la rapidità dell’esecuzione. E per decenza verso il culto non aggiungiamo altro (A Merdopoli! Il papa doveva restare in esilio a Merdopoli!).
Anche al Luxembourg c’era un’invasione di Italiani, gli stessi che si ostinano a chiedere Koris informazioni in inglese. Perché lei ha quella faccia da straniera che preferisci non collocare, che forse è meglio. Il meteo dell’Ile de France ha fatto battere in ritirata dai giardini a rue St André des Arts, dove Koris ha trovato le porte del paradiso. Ovvero sia una filiale del suo spacciatore di libri usati. Solo che questo era di sei piani. Ne è uscita parecchio tempo dopo, con venti euri di meno e due libri sotto il braccio. Che uscire senza niente era une brutta figura. Ecco perché è un bene che Koris non vada a vivere a Parigi: dilapiderebbe tutte le sue sostanze in libri per consolarsi del tempo di merda.

Day Five: Vinennes

Di solito l’ultimo giorno è quello dedicato allo sciòpping e a Parigi la cosa potrebbe essere pure legittima. Ma Koris no, a lei lo shopping dà l’orticaria. Però non ha mica deciso l’itinerario per l’ultimo giorno, quello in cui tocca tirarsi dietro tutte le masserizie prima di fiondarsi a prendere il treno low-cost a Marne-la-Vallée.
L’idea di partenza era andare al museo Carnavalet, a sfarsi di storia parigina. Ma gli ardori sono sbolliti quando si è scoperto (via U Babbu telematico) che gran parte delle sale sono in restauro (e allora la maledizione non è solo del gotico). Koris medita allora di rifarsi alla cattedrale di Saint Denis, ma vista la nomea del quartiere teme che la rapinino di tutti i troppi averi che si porta adosso. E poi la guida dice che bisogna prendere la RER D, non stiamo a incasinarci con la RER. Il bello di avere una guida del 1982: mica ti dice che la linea 13 del metrò è stata prolungata fino a Saint Denis. Pazienza, sarà per la prossima volta. Del resto, come dice U Babbu, bisogna sempre lasciarsi qualcosa da vedere per avere la scusa per poter tornare.
Koris ha deciso di andare al castello di Vincennes, perché era sulla strada e perché s’era visto poco medioevo in questo giro. E Vincennes è stata a suo modo una sorpresa. A parte il donjon più alto d’Europa e ogni volta che ha letto “donjon” a Koris veniva in mente la minaccia di Fred il Maitre de Jeu. Poi per la prima volta Koris è salita sulla balaustra del coro a guardare un rosone in faccia. Che sarà un rosone del ‘500 e non della Sainte Chapelle, ma intanto ci si accontenta.
Il ritorno al sud si prospettava epico, vista la coda di famiglie con pargoli urlanti alla coda per il TGV. Un’altra esperienza contraccettiva, quel momento in cui capisci che forse le gioie dell’essere genitore sono sopravvalutate. Koris stava già per proporsi novello Erode, poi è sprofondata in “O Cesare o nulla” una volta raggiunto il sedile e la strage deli innocenti è stata rimandata.
E così ci si è lasciati alle spalle la splendida fuga storica in Ile-de-France, mentre il treno prima si lascia alle spalle le colline della Borgogna, poi segue il corso del Rodano. Koris ha guardato con una certa tenerezza il tramonto oltre i monti del Vaucluse, quando la terra ha iniziato a incresparsi davvero e dalle foreste si scorgeva la roccia. Perché Parigi val bene una fuga, ma Koris sta bene nel Midi. O se si preferisce “l’Ile-de-France è bella, ma non ci vivrei”.

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