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Abbruttimento e brutture

‘theiu se n’è partito per la sua settimana di vacanza supplementare perché egli può, quindi da sabato Koris è padrona dei luoghi. Subito è stata colta dalla sindrome dell’Amperodattilo per cui la casa doveva essere pulita pulitissima, persino le fughe delle piastrelle della doccia e sotto a quel mobile in cui ormai la polvere sta costruendo architetture faraonica. Peggio che peggio, Koris-massaia è stata anche contenta e soddisfatta del risultato, durato più di cinque minuti per l’assenza di Zozzorath nei paraggi. Poi è tornata se stessa, ha giocato a Civilization IV per un numero di ore che per pudore non riporteremo, ha cercato di finire The Moment of Silence, punta e clicca con un’ottima storia e un gameplay discutibile, ha guardato un numero elevato di episodi di “The Fall” perché nessuno le ha detto di andare a dormire.

La prossima volta che ‘thieu se ne va in vacanza da infame perché egli può, al suo ritorno troverà almeno due gatti di cui è fiero obiettore di coscienza. Colpa sua, chi va all’osto perde il posto e si sa che i felini saltano volentieri sulle sedie libere. Del resto nella famiglia Koris è chiaro che i gatti non si adottano ma si appioppano.

In laboratorio è un delirio. Koris ogni giorno sgrana un rosario di bestemmie per non aver mandato quel cv a Neutronland dopo essersi fatta infinocchiare da Capo Giuseppi, che le ha rifilato un bidone degno dell’e-commerce delle origini, quando si mandavano le scatole dei telefoni coi mattoni dentro. Negli uffici temporanei è arrivata l’acqua ma si raggiungono temperature di fusione nucleare. Il caldo dà alla testa un po’ a tutti, si rifanno cose su cose perché nessuno sa davvero cosa vuole. Koris se lo porta già menato da casa, decide che in linea di massima il 90% delle merdate che vede non è un suo problema, però si rompe gli zebedei lo stesso.

Si pensava che più in basso di così non si potesse andare quando sono tornati alla carica i tizi che hanno accollato a Koris lo studio infatti del periodo di prova. Lo rivogliono, ma più bello e puccioso. Si è provato a spiagargli che Capo Giuseppi aveva forse previsto cose nel 2023, dall’altra parte hanno risposto che no, Capo Giuseppi sapeva benissimo che c’era budget per il progetto quest’anno e quindi si deve tirare fuori la ciccia. Tre ore di riunione passate a sparare mirabolanti balle per prendere tempo, compreso “le termiti rosse ci hanno mangiato il server, spiace”, mentre si scrive di nascosto a Capo Giuseppi che nonostante l’invito aveva amorevolmente fatto sega. Capo Giuseppi si degna di rispondere stamattina con “ah, sì, se n’era parlato a fine aprile, poi ci siamo scordati. Magari facciamo qualche calcolo durante l’estate”. Koris vorrebbe decorarsi l’ufficio con le budella del messere in questione, anche perché luglio sarebbe agli sgoccioli, che minchia di estate resta? Contando che ci sarebbe questa trascurabile cosa chiamata vacanza, e Koris non avrebbe alcuna intenzione di rinunciare al suo diritto alla disconnessione.

Insomma, Koris dovrebbe essere in ferie giovedì sera, ma potrebbe non arrivarci incensurata. Andrà a radere al suolo qualche città troppo vicina in Civilization IV.

Ritratto di Koris a due giorni dalle ferie

Crisi, scuse e cose che riappaiono

Koris sarebbe in smartourchi (finché dura), ma la concentrazione è quella che è, soprattutto grazie al vicino che si sta esercitando alla batteria e aiuta molto poco. Altra cosa che non aiuta è la tesi sui trasferimenti termici che Koris cerca di leggere invano, per un progetto appioppato da Capo Giuseppi solo perché c’era scritto “strumentazione” da qualche parte.

Capo Giuseppi, l’uomo in grado di fare casini anche quando è in ferie e non fa niente. Ieri la collega Mediterranea con cui ci si dovrebbe smezzare un progetto scopre che il siddetto progetto è smezzato male, perché dovrebbe essere condiviso anche con un altro laboratorio nel nulla cosmico dell’Ile-de-France. Nessuno sa chi fa cosa, i capi sono latitanti quando non prendono il partito del “facci lei”, Koris ha deciso che finché non si chiarisce l’arcano non muove un mignolo. Capo Giuseppi non sa che lunedì gli aspetta una telefonata de fuego da parte di collega Mediterranea (che non è nuova a tali compiti), Koris invece tiene ancora un basso profilo essendo in periodo di trial come WinRAR. Nel mentre del progetto fuffoso non si sa niente, l’offerta a Neutronland è ancora online e Koris ci pensa un po’ troppo spesso per qualcuno che ha deciso di lasciar perdere.

La situazione internazionale si fa pensante, perché i Maiores stanno sgombrando il soppalco del garage dove sono stipati i vecchi giocattoli. Koris è molto preoccupata per la sorte delle action figures dei Biker Mice, giocattoli preferiti da… sempre. Stamattina ha chiesto che i Biker Mice fossero fotografati col giornale di oggi per essere certa che stanno bene, in pieno stile “rapimento delle BR”. U Babbu ha cercato di mediare, ma gli animi non sono sereni. Soprattutto perché l’Amperodattilo armato di sacco della spazzatura ha lo stesso potere intimidatorio di una colonna di carriarmati schierati al confine, anche quando sostengono di venire in pace (sorpattutto quando sostengono di venire in pace). Si è convenuto che le Koris-bambole poco usate (Bebi Mia, Baby Brava e Cicci Belli vari) vadano a chi di sicuro saprà apprezzarle di più. Ci si è anche separati della pista delle Mini-4WD, che tanto faceva incazzare Orso quando veniva soprassato dalla Diospada tamarra di Koris. Lego, Playmobil e MicroMachines paiono essere in salvo. Intanto dei Biker Mice non si hanno notizie, il ministro degli esteri Cenzino (ovvero il Biker Mice che vive sulla Koris-scrivania perché è bello avere 35 anni e non sentirli) è pronto ad attivare l’unità di crisi e a creare un corridoio umanitario in caso di escalation.

Cenzino segue con apprensione l’evolversi della situazione internazionale

‘thieu è in vacanza da una settimana, pertanto si è trasformato in un casalingo. Anche qui ci sono motivi di inquietudine in quanto ha chiesto di andare all’Ikea. Gli unici mobili che Koris sarebbe in grado di gestire sarebbero quelli fatti di pixel in The Sims, gioco da cui si cerca di stare lontani perché è un gorgo. E in tema di ristrutturazioni, Koris ha comprato l’indegno gioco House Flipper perché era in saldo su GoG, con la patetica scusa “tanto lo passo all’Amperodattilo”.

In tema di ruderi, Koris ha scoperto che il suo vecchio iPod Touch classe 2008 funziona ancora, anche se convinto di essere nel 1970. Le ragioni per cui non fosse finito nella discarica informatica non sono chiare, a meno di antiche maledizioni che nessuno si sente di escludere. Del resto dentro c’è una foto di Koris assieme al SonnoDellaRagione e non si capisce come cancellarla, pertanto la pista delle arti oscure è tutt’altro che improbabile.

Speleologia casalinga: la cantina

Nel palazzo di ‘thieu c’è una cantina seminterrata in cui nessuno si avventura mai in quanto luogo insalubre, oscuro e per lo più umido. Koris sapeva dell’esistenza del luogo e sapeva anche che la cantina di ‘thieu alberga per lo più fuffa, all’infuori della roba da campeggio. ‘thieu ha troppa paura che i ratti marsigliesi col porto d’armi vadano a sgranocchiare corde e altri armamentari per metterli in cantina.

Quando si iniziava a sentire la primavera nell’aria, o più la primavera il lockdown episodio 3, si era presa la decisione di compare due sacchi di cemento e rimettere in sesto i muri della cantina che, complice l’umidità, si erano disfatti di quella scomoda struttura estetica chiamata intonaco. Visto il meteo novembrino, Koris ha deciso che il fatidico giorno di restauro poteva essere oggi. Tuttavia, prima di iniziare qualunque lavoro, sarebbe stata cosa buona e giusta evacuare i detriti dei muri suicidi. E anche sudici, ma lo scoprirete a breve.

Koris è scesa in cantina armata di una pala, dei sacchi per detriti e un paio di guanti da lavoro macchiati di vernice rossa. Il più fraintendibile degli outfit, perché Koris è anche una persona normale, ma non accade spesso. Il piano era semplice: prendere i detriti, metterli nei sacchi, convincere ‘thieu a tappare i buchi prima del duemilamai. Appena entrata Koris si è resa conto che la memoria le aveva tirato un brutto tiro, i detriti da impacchettare risultano molto di più di quanto si ricordasse. C’è inoltre un angolo buio, oltre la trave da cui pendono le mute, che appare in tutto e per tutto l’antro oscuro degli orrori.

Koris inizia a spostare brandelli di muro con e senza pala, accorgendosi che al suolo c’è qualcosa di strano. Interrogato sulla natura del pavimento, ‘thieu aveva minimizzando dicendo “è uno stabile vecchio, il pavimento è in terra battuta”. Koris, calatasi nella parte di Indiana Koris e il tempio della zozzura, si china ad esaminare il suolo fra calcinacci e fa una sordida scoperta: fra la presunta terra battuta c’è del cartone. Qualcuno non proprio brillante ha avuto l’idea piazzare degli scatoloni a pezzi per… boh, livellare il pavimento? Avere un linoleum effetto marcio a costo zero? A giudicare dalle scritte fa il marciume, qualcuno negli anni ’70 o forse anche prima.

A questo punto la nostra archeologa della spazzatura è catturata dalla fenomenale scoperta e si mette a seguire il pavimento cartonato, estirpandolo perché c’è un limite alle schifezze anche in cantina. Trascinata dall’entusiasmo, si ritrova nell’antro oscuro della cantina, dove il suolo si fa di polvere nera, con frammenti brillanti. Alla luce del casco da speleo, che qui mica ci si improvvisa nella speleologia a chilometro zero, Koris scopre tesori destinati a restare nascosti: bastoni per le tende in ottone dorato e scrostato, la colonna di un lavandino ingiallito, un termosifone venuto da chissà dove, plinti dipinti con affascinante vernice al piombo color caghetto. Bisogna prevedere una gita alla discarica. Koris ha l’incauta idea di smuovere la polvere nera con la scarpa; l’aria si riempie di fuliggine come in una Londra qualsiasi del XIX secolo e dalla polvere emerge un barattolo di yogurt anni ’60-’70. Perché non è l’amore che dura in eterno, è la plastica. Orrore degli orrori.

Koris torna su al terzo piano e si arma di scopa, paletta e mascherina. Torna nell’antro oscuro e si mette a ramazzare, posseduta dal sacro fuoco dell’Amperodattilo che si butta contro la rumenta all’urlo di “REPULISTI!”. Oltre a spazzature di vario genere databili col carbonio 14, Koris trova il cranio di una bestia, forse una volpe, forse il cane degli inquilini precedenti; non avendo rinvenuto altre ossa, Koris decide di pensare che non c’è una carcassa intera sotto i sedimenti, ma solo il cranio messo lì per decorazione. Nel frattempo, si svela agli occhi di Koris la natura dei bizzarri ciottoli brillanti: è carbone, quindi la polvere è vera fuliggine, dal XIX secolo con furore.

‘thieu fa il suo ingresso in cantina che Koris sta soffocando immersa in una nube nera di Mordor. Il soffocamento non le impedisce di urlare che bonificare le macerie di un reattore nucleare è un’operazione meno tossica, stop a tutti questi merdosi carburanti fossili, mettiamo uranio e plutonio dappertutto (le scorie possono essere messe tranquillamente in cantina) e vaffanculo anche al riscaldamento globale. L’operazione di pulizia, ormai trasformata in un risanamento, prosegue a quattro mani munite di scopa e pala. A colpi di ramazza emerge il vero pavimento sepolto nell’oblio dei secoli, che si rivela essere non in terra battuta, ma acciottolato. Emergono anche un paio di occhiali anni ’60, un pennarello indelebile a inchiostro pestilenziale, l’incarto di un Mars, fogli di giornale privi di data e meno male. Koris, ormai un tutt’uno genetico con l’Amperodattilo, è a metà fra l’euforia pulitrice e la furia devastatrice, che a ben vedere sono le due facce della stessa medaglia.

Dopo quasi due ore di ramazzamenti immersi fra le polveri sottili, le polveri di carbone, le polveri di calcinacci e le polveri tout court, Koris e ‘thieu hanno riempito sei sacchi di detriti assortiti e difficilmente riciclabili. Il pavimento è lunghi dall’essere pulito, ma almeno si mostra per quello che è e non più per una distesa uniforme di lerciume. Nessuno ha il coraggio di attaccarsi alla riparazione del muro e la discarica tanto è chiusa, quindi le scorie per ora resteranno in loco. Ci si complimenta dicendo “un bon travail de fait“.

Koris attualmente si soffia il naso in maniera compulsiva e visto che le escono caccole nere (buongiorno, amici poeti!), si lamenta che le pare di essere appena emersa da una miniera delle pagine di “Germinal”. Nel mentre cerca idee per scaffali resistenti all’umidità, che la prossima vittima della speleologia a chilometro zero sarà quell’ammasso di casse tenute insieme dalla muffa che fa da mobilier de rangement dell’antro oscuro. Poi magari ci de-confinano e torniamo a fare della speleologia vera, meno nociva per la salute.

P.S. Appena scrivi che non c’è niente da bloggare l’universo di propone assurde avventure, fai te la vita.

P.P.S Non provate a farlo a casa, ma magari voi altri a casa avete una cantina meno sudicia.

Consiglio di ispiroBot arrivato troppo tardi.

Quelle domeniche di novembre

Anche se è lunedì, del resto quando si è confinati il tempo è un po’ un’illusione, almeno finché da uno schermo non compare Manù a dire tana libera tutti. Ma non è ancora quello il momento e quanto alla tana, ci si deve restare. Dentro.

Queste domeniche novembrine passate in casa hanno un sapore d’altri tempi. Hanno anche un sapore di muro preso a craniate perché vorresti essere in grotta, ma se cominciamo con queste spirale di violenza nel giro di due giorni abbiamo finito i crani da spiaccicare e i muri da imbrattare. Sapori d’altri tempi, si diceva, di un altro millennio. Quando le domeniche sembravano senza fine e novembre di Merdopoli era un grigiore eterno fra le alpi e il mare. E ci si chiudeva in cameretta, Koris, Orso e una decina di Biker Mice, a giocare e a fare un casino preparatorio di un dramma serale. E l’Amperodattilo cucinava mentre sul terrazzo pioveva con le cocalle (termine dell’Amperodattilo per designare gli schizzi delle gocce quando cadono a terra, forse dialetto, forse genio letterario). E U Babbu compariva ogni tanto a controllare che i Biker Mice non stessero cercando di evadere dalla finestra (no, sul serio, vivevano in una casa a rotelle con quattro camere, cucina abitabile e salone, non avevano nessuna ragione di evadere). E si passava la domenica in tuta e in ciabatte, in attesa che arrivasse la sera e il lunedì e che l’Amperodattilo scoprisse il gigantesco casino che imperava in cameretta.

Sotto la sottile crosta di solenne rottura di coglioni, c’è qualcosa di vagamente familiare e rassicurante in queste domeniche confinate, fra una lasagna fatta in casa, una mano di intonaco e un boss di Parasite Eve. O forse si cerca qualcosa di familiare e rassicurante, per dimenticare un attimo l’apocalisse che si scatena al di fuori delle mura domestiche.

Calma piatta senza bonaccia

Sono giorni di Mistral gelido che non sembra nemmeno giugno. Ci assomiglia con qualche grado di meno. Che va benissimo, capiamoci. Meglio il Mistral che strisciare come amebe con trentamila gradi, canicola e accessori estivi. A Koris va bene l’estate, ma con moderazione.

Cosa buona dell’estate: le melanzane. Cosa buona del Mistral: la temperatura permette di avvicinarsi ai fornelli. Mettendo assieme le due cose e aggiungendo mozzarella e pomodoro, si fa la parmigiana. Poi a posteri l’ardua sentenza, ma intano è assemblata. E non assembrata. Un assembramento di parmigiane è estatico quanto spaventoso, per grassi insaturi e mole di lavoro da friggere. Cioè, svolgere.

Mistral a parte, calma piatta. Koris vive giorni che si alternano e in cui succede poco. Sappiamo che marzo è finito, ma non sappiamo granché d’altro. Koris sta iniziando a pensare che il non dover andare fisicamente al lavoro sia nocivo per la percezione del tempo. Ormai ha dei sentimenti così confusi che non sa se le manca la routine quotidiana pre-vairus, o se non vuole tornare mai più alla vita di prima. Nel mentre comunicano che, se si ritorna alla normalità, sarà in settembre. Koris non sa bene cosa pensarne, quindi non pensa. Alla fine, essere una pedina rimovibile dalla scacchiera in questo periodo ha il grande vantaggio di comportare pochissime rotture di palle. Tu non decidi, tu fai, tanto nessuno ha chiesto il tuo parere.

‘thieu invece deve decidere cose, ma colpa sua che vuole essere il capo. Vedi i lati positivi dell’essere il signor nessuno?

Il salotto di Penelope in compenso ha subito un’accelerazione verso la fine dei lavori. Diciamo che ora quattro pareti su quattro sono color bianco sporco, colore tattico per quando non hai voglia di pulire. Manca il battiscopa, color talpa anche se Koris non è convintissima che le talpe siano di quel colore. Resta il dilemma del battiscopa nella rientranza con gli angoli arrotondati, ma l’Amperodattilo da remoto potrebbe aver trovato una soluzione. Tratta dal “De arte bricolandi cum Amper”.

Vabbè, alla fine è uscita una parmigiana-nana. Si va a cena.

Speleologia casalinga: la pulitura della cappa

Dal titolo può sembrare un’operazione banale. Banale per voi che vivete nel XXI secolo e avete delle cappe con filtro che, per quanto sia una rottura lavarle, non necessitano equipaggiamenti particolari per la pulitura. Né troppe doti atletiche, solo parecchia candeggina. Provateci con una cappa che deve essere stata costruita e pensata alla fine dell’800 e lavata per la prima volta… boh, probabilmente mai lavata prima d’ora.

Piccolo excursus architettonico perché possiate meglio apprezzare l’impresa. La cappa in questione, a casa di ‘thieu, è una sorta di parallelepipedo per i tre quarti in muratura, per un quarto falso-pensile non apribile, che si staglia sopra ai fornelli, da un’altezza di circa un metro e cinquanta fino al soffitto, a tre metri e più d’altezza. Sistema di aspirazione: un buco posto in alto. Come dire, nulla. O almeno, abbastanza perché nubi tossiche cariche di grassumi da cucina si accumulino nella cappa e si solidifichino. E che i loro successori creino più strati, fino a formare una patina di colore cangiante che per quanto cangi fa sempre e comunque schifo. Bonus: alcuni schizzi di materiale non identificato fino ad altezze sospette. Possibili esplosioni culinarie o bombe atomiche fritte, non lo sapremo mai.

Koris si era sempre guardata dal lanciarsi nell’impresa poi ché la geometria non consente un accesso semplice. L’unica è stare in bilico su una sedia, con un piede in equilibrio sul fornello, sapendo che il fornello non reggerebbe mai il peso di un essere umano. Insomma, un’operazione tediosa e rischiosa. E unta.

Poi venne il vairus e nulla fu più come prima. E se dobbiamo restare confinati sine die, à jamais, Koris ha iniziato a prendere il partito secondo cui la cucina è troppo piccola perché possano convivere lei e la cappa lurida.

Bonus: in verità, se tutto fosse andato come doveva andare, la cucina doveva essere demolita e rifatta, e la cappa zozzona consegnata all’oblio. Ma no, il fato scelse per noi il coronavairus e con esso la cappa zozzona prosperante. Questo di tanta speme oggi mi resta.

All’inizio Koris si è limitata a pulire le piastrelle che confinano con la terra incognita della cappa. E di solito si è sempre fermata lì. Ma non oggi. Oggi ha preso una sedia, si è messa in bilico sul fornello e ha sbirciato nell’antro verticale.

Ne è uscita subito portando con sé due considerazioni: uno, è tutto buio; due, il buio non è abbastanza denso per impedire di scorgere gli strati di morchia accumulati nei secoli. Koris si è armata di casco speleo, guanti a manicotto, terribile detersivo Saint-Marc di cui si dice possa corrodere anche la carne umana, spray alla candeggina approvato da Trump come aerosol. O pulizia, o morte.

La seconda ipotesi si è rivelata molto più facile da percorrere. Bastava scegliere se morire soffocati per i fumi di candeggina e detersivo tossico, oppure se infrangersi a terra dopo essere miseramente scivolati sui fornelli. ‘thieu si è subito dissociato dall’affare facendo finta di non conoscere Koris, tanto la cappa era troppo stretta per poter partecipare all’impresa.

La prima tappa è stata la rimozione delle vestigia di… di… di… di un apparecchio a cui erano appesi dei fili elettrici. Forse fu un neon. Forse fu un manufatto alieno. Non lo sapremo mai. Koris ha rimosso vestigia di fili elettrici isolati con la canapa. Appena può tornare in laboratorio fa l’analisi al C14 per datarli, promesso.

È venuta quindi la singolare tenzone fra la donzella guerriera e l’unto. Lei armata di spugna e spruzzino, lui armato di se stesso e della sua stessa tenacia secolare. Non è stato un bel combattimento. La candeggina ha lasciato tracce più chiare che hanno rivelato un colore del muro del tutto inatteso, mentre dalla macchia colava un liquido tossico a formare una pozza sui precari piedi di Koris. Sono state identificate macchie di unto riconducibili a braciole di brontosauro. Altre potevano essere fritture di Tubiferoceras, fricassea di trilobiti o padellate di molluschi primordiali del periodo Devoniano. Del resto le grotte sono spesso e volentieri formate da calcare sedimentatosi in quei periodi, quindi l’attività può essere definita speleologica e per genesi, e per contorsionismo/sforzo necessario.

phragmoceras

Impanata e fritta è la morte sua, garantito, anche perché essendo un fossile è già stramorto.

Fiumi di candeggina e chili di detersivo corrosivo dopo, Koris è uscita se non vincitrice, almeno viva. Se non avesse portato i guanti, si sarebbe abrasa le impronte digitali e avrebbe potuto iniziare una carriera nel narcotraffico. Sarà per un’altra volta. Nel mentre si è convertita alla dieta crudista perché non intende usare il fornello mai più, sapendo cosa si accumula nella cappa maledetta. I cibi cotti torneranno solo quando la cucina verrà rifatta, con l’installazione di una cappa dotata della modalità “ciclone aspirante”. Oppure niente, insalate fino alla fine dei tempi.

Il salotto di Penelope

S’è già detto dell’alzata di ingegno migliore che si potesse avere in questa prima metà del 2020 (forse anche del 2020 intero, che se continua così potrebbe non esserci una seconda metà) è stata comprare tutto il necessario all’Ultimo Sabato delle Nostre Vite di Prima e rifare il salotto. Almeno per darsi un obiettivo per il week-end. Un’illusione di sopravvivenza.

Dal quindici marzo Koris e ‘thieu hanno strappato tappezzerie, rifatto intonaci, tappato buchi, incollato metri e metri di carta pitturabile, estirpato zoccoli dietro cui si celavano cumuli di polveri intonsi dal XIX secolo. Non è stato sempre un compito facile, complici i soffitti alti tre metri e l’orribile parete assassina con due angoli smussati, talmente orribile da aver fatto propendere ‘thieu per la via del trasloco (dove? Non si sa, ma ovunque non ci fossero angoli arrotondati).

L’opera poteva avanzare in maniera più spedita, ma la lentezza è stata voluta. Rifare il salotto non è stata che una pallida scusa per occuparsi nei fine settimana e non sentire la mancanza delle grotte. Almeno, non troppo. Il lavoro è stato centellinato in modo da occupare il più tempo possibile, fino alla fine della quarantena. Una sorta di tela di Penelope, ma senza i fili. Ci mancava solo che durante la notte andassero a riattaccare la tappezzeria per andare a scollarla di nuovo.

Lo scorso week-end i due hanno pitturato tre pareti su quattro. Manca solo la maledetta parete con gli angoli arrotondati. Ma manca anche la pittura, perché quei 50 mq indicati sulle confezioni erano una lurida menzogna, ancora più dolorosa in tempi di quarantena. Si può procurare dell’altra pittura? Ovviamente no: Amazon France non consegna e anche i negozi di bricolage, i pochi aperti, si limitano a vendere un ristretto numero di articoli essenziali. La pittura non è considerata un articolo essenziale, pare sia stato deciso che si può sopravvivere fino alla fine della pandemia col salotto bicolore.

Koris e ‘thieu, alle porte di un minaccioso di week-end e con la prospettiva di due ponti di TRE GIORNI da passare confinati, sentono lo sconforto cadere su di loro. E nemmeno un bidone di pittura a poterli consolare. Il morbo infuria, la tinta manca, sul ponte sventola bandiera bianca.

penelope

Uguale, ma con le cazzuole

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