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Speleologia casalinga: la cantina

Nel palazzo di ‘thieu c’è una cantina seminterrata in cui nessuno si avventura mai in quanto luogo insalubre, oscuro e per lo più umido. Koris sapeva dell’esistenza del luogo e sapeva anche che la cantina di ‘thieu alberga per lo più fuffa, all’infuori della roba da campeggio. ‘thieu ha troppa paura che i ratti marsigliesi col porto d’armi vadano a sgranocchiare corde e altri armamentari per metterli in cantina.

Quando si iniziava a sentire la primavera nell’aria, o più la primavera il lockdown episodio 3, si era presa la decisione di compare due sacchi di cemento e rimettere in sesto i muri della cantina che, complice l’umidità, si erano disfatti di quella scomoda struttura estetica chiamata intonaco. Visto il meteo novembrino, Koris ha deciso che il fatidico giorno di restauro poteva essere oggi. Tuttavia, prima di iniziare qualunque lavoro, sarebbe stata cosa buona e giusta evacuare i detriti dei muri suicidi. E anche sudici, ma lo scoprirete a breve.

Koris è scesa in cantina armata di una pala, dei sacchi per detriti e un paio di guanti da lavoro macchiati di vernice rossa. Il più fraintendibile degli outfit, perché Koris è anche una persona normale, ma non accade spesso. Il piano era semplice: prendere i detriti, metterli nei sacchi, convincere ‘thieu a tappare i buchi prima del duemilamai. Appena entrata Koris si è resa conto che la memoria le aveva tirato un brutto tiro, i detriti da impacchettare risultano molto di più di quanto si ricordasse. C’è inoltre un angolo buio, oltre la trave da cui pendono le mute, che appare in tutto e per tutto l’antro oscuro degli orrori.

Koris inizia a spostare brandelli di muro con e senza pala, accorgendosi che al suolo c’è qualcosa di strano. Interrogato sulla natura del pavimento, ‘thieu aveva minimizzando dicendo “è uno stabile vecchio, il pavimento è in terra battuta”. Koris, calatasi nella parte di Indiana Koris e il tempio della zozzura, si china ad esaminare il suolo fra calcinacci e fa una sordida scoperta: fra la presunta terra battuta c’è del cartone. Qualcuno non proprio brillante ha avuto l’idea piazzare degli scatoloni a pezzi per… boh, livellare il pavimento? Avere un linoleum effetto marcio a costo zero? A giudicare dalle scritte fa il marciume, qualcuno negli anni ’70 o forse anche prima.

A questo punto la nostra archeologa della spazzatura è catturata dalla fenomenale scoperta e si mette a seguire il pavimento cartonato, estirpandolo perché c’è un limite alle schifezze anche in cantina. Trascinata dall’entusiasmo, si ritrova nell’antro oscuro della cantina, dove il suolo si fa di polvere nera, con frammenti brillanti. Alla luce del casco da speleo, che qui mica ci si improvvisa nella speleologia a chilometro zero, Koris scopre tesori destinati a restare nascosti: bastoni per le tende in ottone dorato e scrostato, la colonna di un lavandino ingiallito, un termosifone venuto da chissà dove, plinti dipinti con affascinante vernice al piombo color caghetto. Bisogna prevedere una gita alla discarica. Koris ha l’incauta idea di smuovere la polvere nera con la scarpa; l’aria si riempie di fuliggine come in una Londra qualsiasi del XIX secolo e dalla polvere emerge un barattolo di yogurt anni ’60-’70. Perché non è l’amore che dura in eterno, è la plastica. Orrore degli orrori.

Koris torna su al terzo piano e si arma di scopa, paletta e mascherina. Torna nell’antro oscuro e si mette a ramazzare, posseduta dal sacro fuoco dell’Amperodattilo che si butta contro la rumenta all’urlo di “REPULISTI!”. Oltre a spazzature di vario genere databili col carbonio 14, Koris trova il cranio di una bestia, forse una volpe, forse il cane degli inquilini precedenti; non avendo rinvenuto altre ossa, Koris decide di pensare che non c’è una carcassa intera sotto i sedimenti, ma solo il cranio messo lì per decorazione. Nel frattempo, si svela agli occhi di Koris la natura dei bizzarri ciottoli brillanti: è carbone, quindi la polvere è vera fuliggine, dal XIX secolo con furore.

‘thieu fa il suo ingresso in cantina che Koris sta soffocando immersa in una nube nera di Mordor. Il soffocamento non le impedisce di urlare che bonificare le macerie di un reattore nucleare è un’operazione meno tossica, stop a tutti questi merdosi carburanti fossili, mettiamo uranio e plutonio dappertutto (le scorie possono essere messe tranquillamente in cantina) e vaffanculo anche al riscaldamento globale. L’operazione di pulizia, ormai trasformata in un risanamento, prosegue a quattro mani munite di scopa e pala. A colpi di ramazza emerge il vero pavimento sepolto nell’oblio dei secoli, che si rivela essere non in terra battuta, ma acciottolato. Emergono anche un paio di occhiali anni ’60, un pennarello indelebile a inchiostro pestilenziale, l’incarto di un Mars, fogli di giornale privi di data e meno male. Koris, ormai un tutt’uno genetico con l’Amperodattilo, è a metà fra l’euforia pulitrice e la furia devastatrice, che a ben vedere sono le due facce della stessa medaglia.

Dopo quasi due ore di ramazzamenti immersi fra le polveri sottili, le polveri di carbone, le polveri di calcinacci e le polveri tout court, Koris e ‘thieu hanno riempito sei sacchi di detriti assortiti e difficilmente riciclabili. Il pavimento è lunghi dall’essere pulito, ma almeno si mostra per quello che è e non più per una distesa uniforme di lerciume. Nessuno ha il coraggio di attaccarsi alla riparazione del muro e la discarica tanto è chiusa, quindi le scorie per ora resteranno in loco. Ci si complimenta dicendo “un bon travail de fait“.

Koris attualmente si soffia il naso in maniera compulsiva e visto che le escono caccole nere (buongiorno, amici poeti!), si lamenta che le pare di essere appena emersa da una miniera delle pagine di “Germinal”. Nel mentre cerca idee per scaffali resistenti all’umidità, che la prossima vittima della speleologia a chilometro zero sarà quell’ammasso di casse tenute insieme dalla muffa che fa da mobilier de rangement dell’antro oscuro. Poi magari ci de-confinano e torniamo a fare della speleologia vera, meno nociva per la salute.

P.S. Appena scrivi che non c’è niente da bloggare l’universo di propone assurde avventure, fai te la vita.

P.P.S Non provate a farlo a casa, ma magari voi altri a casa avete una cantina meno sudicia.

Consiglio di ispiroBot arrivato troppo tardi.

Quelle domeniche di novembre

Anche se è lunedì, del resto quando si è confinati il tempo è un po’ un’illusione, almeno finché da uno schermo non compare Manù a dire tana libera tutti. Ma non è ancora quello il momento e quanto alla tana, ci si deve restare. Dentro.

Queste domeniche novembrine passate in casa hanno un sapore d’altri tempi. Hanno anche un sapore di muro preso a craniate perché vorresti essere in grotta, ma se cominciamo con queste spirale di violenza nel giro di due giorni abbiamo finito i crani da spiaccicare e i muri da imbrattare. Sapori d’altri tempi, si diceva, di un altro millennio. Quando le domeniche sembravano senza fine e novembre di Merdopoli era un grigiore eterno fra le alpi e il mare. E ci si chiudeva in cameretta, Koris, Orso e una decina di Biker Mice, a giocare e a fare un casino preparatorio di un dramma serale. E l’Amperodattilo cucinava mentre sul terrazzo pioveva con le cocalle (termine dell’Amperodattilo per designare gli schizzi delle gocce quando cadono a terra, forse dialetto, forse genio letterario). E U Babbu compariva ogni tanto a controllare che i Biker Mice non stessero cercando di evadere dalla finestra (no, sul serio, vivevano in una casa a rotelle con quattro camere, cucina abitabile e salone, non avevano nessuna ragione di evadere). E si passava la domenica in tuta e in ciabatte, in attesa che arrivasse la sera e il lunedì e che l’Amperodattilo scoprisse il gigantesco casino che imperava in cameretta.

Sotto la sottile crosta di solenne rottura di coglioni, c’è qualcosa di vagamente familiare e rassicurante in queste domeniche confinate, fra una lasagna fatta in casa, una mano di intonaco e un boss di Parasite Eve. O forse si cerca qualcosa di familiare e rassicurante, per dimenticare un attimo l’apocalisse che si scatena al di fuori delle mura domestiche.

Calma piatta senza bonaccia

Sono giorni di Mistral gelido che non sembra nemmeno giugno. Ci assomiglia con qualche grado di meno. Che va benissimo, capiamoci. Meglio il Mistral che strisciare come amebe con trentamila gradi, canicola e accessori estivi. A Koris va bene l’estate, ma con moderazione.

Cosa buona dell’estate: le melanzane. Cosa buona del Mistral: la temperatura permette di avvicinarsi ai fornelli. Mettendo assieme le due cose e aggiungendo mozzarella e pomodoro, si fa la parmigiana. Poi a posteri l’ardua sentenza, ma intano è assemblata. E non assembrata. Un assembramento di parmigiane è estatico quanto spaventoso, per grassi insaturi e mole di lavoro da friggere. Cioè, svolgere.

Mistral a parte, calma piatta. Koris vive giorni che si alternano e in cui succede poco. Sappiamo che marzo è finito, ma non sappiamo granché d’altro. Koris sta iniziando a pensare che il non dover andare fisicamente al lavoro sia nocivo per la percezione del tempo. Ormai ha dei sentimenti così confusi che non sa se le manca la routine quotidiana pre-vairus, o se non vuole tornare mai più alla vita di prima. Nel mentre comunicano che, se si ritorna alla normalità, sarà in settembre. Koris non sa bene cosa pensarne, quindi non pensa. Alla fine, essere una pedina rimovibile dalla scacchiera in questo periodo ha il grande vantaggio di comportare pochissime rotture di palle. Tu non decidi, tu fai, tanto nessuno ha chiesto il tuo parere.

‘thieu invece deve decidere cose, ma colpa sua che vuole essere il capo. Vedi i lati positivi dell’essere il signor nessuno?

Il salotto di Penelope in compenso ha subito un’accelerazione verso la fine dei lavori. Diciamo che ora quattro pareti su quattro sono color bianco sporco, colore tattico per quando non hai voglia di pulire. Manca il battiscopa, color talpa anche se Koris non è convintissima che le talpe siano di quel colore. Resta il dilemma del battiscopa nella rientranza con gli angoli arrotondati, ma l’Amperodattilo da remoto potrebbe aver trovato una soluzione. Tratta dal “De arte bricolandi cum Amper”.

Vabbè, alla fine è uscita una parmigiana-nana. Si va a cena.

Speleologia casalinga: la pulitura della cappa

Dal titolo può sembrare un’operazione banale. Banale per voi che vivete nel XXI secolo e avete delle cappe con filtro che, per quanto sia una rottura lavarle, non necessitano equipaggiamenti particolari per la pulitura. Né troppe doti atletiche, solo parecchia candeggina. Provateci con una cappa che deve essere stata costruita e pensata alla fine dell’800 e lavata per la prima volta… boh, probabilmente mai lavata prima d’ora.

Piccolo excursus architettonico perché possiate meglio apprezzare l’impresa. La cappa in questione, a casa di ‘thieu, è una sorta di parallelepipedo per i tre quarti in muratura, per un quarto falso-pensile non apribile, che si staglia sopra ai fornelli, da un’altezza di circa un metro e cinquanta fino al soffitto, a tre metri e più d’altezza. Sistema di aspirazione: un buco posto in alto. Come dire, nulla. O almeno, abbastanza perché nubi tossiche cariche di grassumi da cucina si accumulino nella cappa e si solidifichino. E che i loro successori creino più strati, fino a formare una patina di colore cangiante che per quanto cangi fa sempre e comunque schifo. Bonus: alcuni schizzi di materiale non identificato fino ad altezze sospette. Possibili esplosioni culinarie o bombe atomiche fritte, non lo sapremo mai.

Koris si era sempre guardata dal lanciarsi nell’impresa poi ché la geometria non consente un accesso semplice. L’unica è stare in bilico su una sedia, con un piede in equilibrio sul fornello, sapendo che il fornello non reggerebbe mai il peso di un essere umano. Insomma, un’operazione tediosa e rischiosa. E unta.

Poi venne il vairus e nulla fu più come prima. E se dobbiamo restare confinati sine die, à jamais, Koris ha iniziato a prendere il partito secondo cui la cucina è troppo piccola perché possano convivere lei e la cappa lurida.

Bonus: in verità, se tutto fosse andato come doveva andare, la cucina doveva essere demolita e rifatta, e la cappa zozzona consegnata all’oblio. Ma no, il fato scelse per noi il coronavairus e con esso la cappa zozzona prosperante. Questo di tanta speme oggi mi resta.

All’inizio Koris si è limitata a pulire le piastrelle che confinano con la terra incognita della cappa. E di solito si è sempre fermata lì. Ma non oggi. Oggi ha preso una sedia, si è messa in bilico sul fornello e ha sbirciato nell’antro verticale.

Ne è uscita subito portando con sé due considerazioni: uno, è tutto buio; due, il buio non è abbastanza denso per impedire di scorgere gli strati di morchia accumulati nei secoli. Koris si è armata di casco speleo, guanti a manicotto, terribile detersivo Saint-Marc di cui si dice possa corrodere anche la carne umana, spray alla candeggina approvato da Trump come aerosol. O pulizia, o morte.

La seconda ipotesi si è rivelata molto più facile da percorrere. Bastava scegliere se morire soffocati per i fumi di candeggina e detersivo tossico, oppure se infrangersi a terra dopo essere miseramente scivolati sui fornelli. ‘thieu si è subito dissociato dall’affare facendo finta di non conoscere Koris, tanto la cappa era troppo stretta per poter partecipare all’impresa.

La prima tappa è stata la rimozione delle vestigia di… di… di… di un apparecchio a cui erano appesi dei fili elettrici. Forse fu un neon. Forse fu un manufatto alieno. Non lo sapremo mai. Koris ha rimosso vestigia di fili elettrici isolati con la canapa. Appena può tornare in laboratorio fa l’analisi al C14 per datarli, promesso.

È venuta quindi la singolare tenzone fra la donzella guerriera e l’unto. Lei armata di spugna e spruzzino, lui armato di se stesso e della sua stessa tenacia secolare. Non è stato un bel combattimento. La candeggina ha lasciato tracce più chiare che hanno rivelato un colore del muro del tutto inatteso, mentre dalla macchia colava un liquido tossico a formare una pozza sui precari piedi di Koris. Sono state identificate macchie di unto riconducibili a braciole di brontosauro. Altre potevano essere fritture di Tubiferoceras, fricassea di trilobiti o padellate di molluschi primordiali del periodo Devoniano. Del resto le grotte sono spesso e volentieri formate da calcare sedimentatosi in quei periodi, quindi l’attività può essere definita speleologica e per genesi, e per contorsionismo/sforzo necessario.

phragmoceras

Impanata e fritta è la morte sua, garantito, anche perché essendo un fossile è già stramorto.

Fiumi di candeggina e chili di detersivo corrosivo dopo, Koris è uscita se non vincitrice, almeno viva. Se non avesse portato i guanti, si sarebbe abrasa le impronte digitali e avrebbe potuto iniziare una carriera nel narcotraffico. Sarà per un’altra volta. Nel mentre si è convertita alla dieta crudista perché non intende usare il fornello mai più, sapendo cosa si accumula nella cappa maledetta. I cibi cotti torneranno solo quando la cucina verrà rifatta, con l’installazione di una cappa dotata della modalità “ciclone aspirante”. Oppure niente, insalate fino alla fine dei tempi.

Il salotto di Penelope

S’è già detto dell’alzata di ingegno migliore che si potesse avere in questa prima metà del 2020 (forse anche del 2020 intero, che se continua così potrebbe non esserci una seconda metà) è stata comprare tutto il necessario all’Ultimo Sabato delle Nostre Vite di Prima e rifare il salotto. Almeno per darsi un obiettivo per il week-end. Un’illusione di sopravvivenza.

Dal quindici marzo Koris e ‘thieu hanno strappato tappezzerie, rifatto intonaci, tappato buchi, incollato metri e metri di carta pitturabile, estirpato zoccoli dietro cui si celavano cumuli di polveri intonsi dal XIX secolo. Non è stato sempre un compito facile, complici i soffitti alti tre metri e l’orribile parete assassina con due angoli smussati, talmente orribile da aver fatto propendere ‘thieu per la via del trasloco (dove? Non si sa, ma ovunque non ci fossero angoli arrotondati).

L’opera poteva avanzare in maniera più spedita, ma la lentezza è stata voluta. Rifare il salotto non è stata che una pallida scusa per occuparsi nei fine settimana e non sentire la mancanza delle grotte. Almeno, non troppo. Il lavoro è stato centellinato in modo da occupare il più tempo possibile, fino alla fine della quarantena. Una sorta di tela di Penelope, ma senza i fili. Ci mancava solo che durante la notte andassero a riattaccare la tappezzeria per andare a scollarla di nuovo.

Lo scorso week-end i due hanno pitturato tre pareti su quattro. Manca solo la maledetta parete con gli angoli arrotondati. Ma manca anche la pittura, perché quei 50 mq indicati sulle confezioni erano una lurida menzogna, ancora più dolorosa in tempi di quarantena. Si può procurare dell’altra pittura? Ovviamente no: Amazon France non consegna e anche i negozi di bricolage, i pochi aperti, si limitano a vendere un ristretto numero di articoli essenziali. La pittura non è considerata un articolo essenziale, pare sia stato deciso che si può sopravvivere fino alla fine della pandemia col salotto bicolore.

Koris e ‘thieu, alle porte di un minaccioso di week-end e con la prospettiva di due ponti di TRE GIORNI da passare confinati, sentono lo sconforto cadere su di loro. E nemmeno un bidone di pittura a poterli consolare. Il morbo infuria, la tinta manca, sul ponte sventola bandiera bianca.

penelope

Uguale, ma con le cazzuole

Distruzioni

 

Per te, Francia, il confinamento continua. Altre due settimane. Ma i Marsigliesi se ne fottono e vanno a passaggio lo stesso, cosa che fa incazzare Koris come una iena. Cosi si mette a urlare “ma allora andiamo a fare speleo, e che siamo, i più fregnoni?”. Poi non ci vanno perché sì, sono i più fregnoni.

La distruzione sistematica del salotto continua. Si è arrivati a due pareti su quattro, le due più rognose. Oggi si sposta la libreria come esercizio d work-out estremo. Poi vedremo se la legge di Murphy darà i suoi frutti e il vairus sparirà dalla faccia della terra, lasciando un salotto mezzo bianco e mezzo azzurro, con una libreria nel mezzo.

L’umore di Koris non è sempre ottimo e ogni tanto si ritrova al fondo di abissi piuttosto profondi e poco speleo. L’ottimismo non è mai stato il suo forte, per tempi di confinamento ancora meno. Koris ha come l’impressione che il vairus le abbia definitivamente fottuto la sua già agonizzante carriera, ma pazienza, s’è capito che nessuno ne uscirà indenne, chi più chi meno.

‘thieu vive un dramma tricotico. Koris lo aspetta al varco per fargli i codini.

Nel mentre una delle non moltissime ancore di salvezza resta “Call of Cthulhu”, dove ormai si sta smantellando la sanità mentale. Anzi, quella di Iset è già smantellata, il suo personaggio va in giro a leccare arcobaleni. Ma almeno, mentre i Grandi Antichi ti portano alla follia, non pensi al mondo reale. Che in questi giorni è sano e saggio guardare solo dalla finestra.

Alla ricerca di buone notizie

È ricomparsa la carta igienica nei supermercati. Sarà poca cosa, forse la gente ha capito che non serve svaligiare le corsie e che non c’è rischio di carestia. O forse ci sono appartamenti pieni di carta da culo. Misteri dell’epidemia.

Si è scoperto che i muri della casa di ‘thieu non seguono una geometria euclidea. Per farla breve, non sono dritti. Ciò rende assai complicato incollare la carta da pitturare, complici degli angoli arrotondati. Non è proprio una buona notizia, sembra di vivere ne “I sogni nella casa stregata“, ma visto che Lovecraft è l’insegna di questo confinamento, ben vengano i paradossi geometrici. Il prossimo rotolo lo compriamo a geometria parabolica.

Martin, confinato pure lui al di là dell’oceano, pare stia finalmente lavorando al fottutissimo libro. Momento di giubilo per Koris e Junior. Poi Orso ha fatto notare che probabilmente tirerà le cuoia mentre scrive il finale. Segue il solito necessario fat shaming a Martin.

Koris è riuscita a fare una piazza non disgustosa e con una pasta che non sia un blob disseccato. Bastava cambiare la farina.

Pare che Orso faccia tinte improponibili a coinquilini confinati. Peccato non essere lì.

Koris ha stanato un video di Barbero che, oltre che di storia, parla anche di cibo. E finisce con “io vorrei anche andare a buttare la pasta, che ho fatto il pesto”. Raddrizza le giornate storte (ma non i muri non-euclidei).

Iset fa le gocciole a mano, quando non perde punti sanità mentale.

Varie ed eventuali.

Al prossimo episodio, cerchiamo di dare le brutte notizie in modo gradevole.

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