Archivi categoria: Dottorato

Andiamo a bruciargli la casa, PhD edition vol. 2

Antefatto: Koris è stata più o meno obbligata a partecipare a colloqui di selezione per trovare qualcuno che continui il suo lavoro in scadenza. Il Capo ha deciso che questo qualcuno sarà un dottorando, perché i dottorandi costano poco e rendono tanto. Siccome il progetto sarebbe da attuare in collaborazione presso un altro laboratorio, Capo ha preso due picconi con una fava (il significato di fava potrebbe anche essere traslato, tutto sommato) e ha preparato una proposta di dottorato in cotutela; due laboratori e un dottorando a metà prezzo, affrettatevi gente che l’offerta scade e alle prime dieci chiamate una batteria di pentole in omaggio. Il capo di quest’altro laboratorio verrà ai fini del post etichettato con l’evocativo nome di Obi Wan Kestronzo, ricercatore dal cv decorato, dallo stipendio fisso di giada e che ci tiene a farlo sapere.

Dunque Koris, essere della medesima importanza del due di coppe con la briscola a bastoni, si è ritrovata a dover colloquiare con alcuni aspiranti dottorandi per saggiarne le competenze e le intenzioni. In teoria, se le cose fossero andate come auspicava il Capo, Koris sarebbe stata la co-tutrice di dottorato, tuttavia il Cetriolo Cosmico ha voluto diversamente e quindi nada, oggi le è toccato il ruolo di quella-che-non-si-sa-bene-perché-è-lì. Visto il giro che hanno preso di eventi, Koris pensava di mostrarsi in webcam con sullo sfondo Gandalf al ponte di Khazad-dum, per mandare un velato messaggio ai candidati. Ma non è questo il punto.

Obi Wan Kestronzo in quanto ricercatore blasonato di un istituto rispettato ha pensato bene di mettere subito in chiaro le cose: o hai il sacro fuoco (al culo), oppure tanto vale che lasci perdere subito il dottorato. Si è registrato questo crescendo di uscite da maestro jedi di stocazzo versione accademica:
“Fare un dottorato significa mettere in pausa la propria vita per tre anni per dedicarsi solo alla scienza”
“Quando si decide di fare un dottorato, la vita privata deve contare meno di zero”
“Un dottorando fa una vita di merda, è pagato male, non ci guadagna nulla se non un diploma e noi advisor lo sfruttiamo, ahahahah” (cazzo ti ridi? n.d.K.)
“La vita di un dottorando è la vita di un monaco: ti alzi alle quattro del mattino per fare la preghiera e lavori fino a mezzanotte e ogni giorno di nuovo”

Il Capo, che si rifà alla massima francese “pas de couilles, pas d’embrouilles”, non ha detto nulla. Dopo la prima frase Koris ha cercato di intervenire, non l’hanno calcolata sempre per l’importanza di cui sopra. Alla seconda massima sapienziale di Obi Wan Kestronzo Koris era pronta ad urlare “armatevi, cattiva gente!” ed è un attimo che il furore dilaga in città, che poi è quello che si meriterebbe gente di tal fatta. Siccome non aveva abbastanza, Obi Wan Kestronzo ha aggravato la sua posizione facendo le pulci a un candidato preparato perché “non c’è la scintilla, io le cose devo sentirle a istinto. E poi ho paura che non sia una persona con cui è piacevole discutere, non sembra simpatico” (ci devi fare un dottorato, non una vacanza, cosa cazzo non ti è chiaro del tuo ruolo di advisor?). Koris ha finito questo pomeriggio di colloqui in uno stato di furia, col fegato che ormai si era fatto un’attestazione per cause di forza maggiore ed era fuggito alle Fiji.

Momento serio: sì, il dottorato è un culo, anche abbastanza mostruoso. Sì, il dottorato è impegnativo. Sì, il dottorato è un impegno preso per tre anni e non un semplice contratto a tempo determinato che, anche se rotto, ti apporta comunque qualcosa. No, il dottorato non è un parcheggio e non è solo uno stipendio. No, il dottorato non è una grande vacanza erasmus da prendere sotto gamba. No, il dottorato non è un “massì perché no”.

Però CAZZO. Anzi, CAZZISSIMO. Un dottorando non è uno schiavo, non è lì per fare un piacere all’advisor e macinare pubblicazioni, non deve essere simpatico e soprattutto non deve essere sfruttato. Innanzitutto, è un cazzo di essere umano che lavora e come tale va trattato, col rispetto dovuto, anche se accademicamente parlando è una merdina che non sa nulla. Un dottorando che mette in pausa la sua vita per tre anni, senza relazioni, famiglia, amici e altre cose all’infuori della sua tesi… beh, non è una persona appassionata, ha un problema. E un Obi Wan Kestronzo che pretende fedeltà, obbedienza, simpatia e orari da sfruttamento non è un advisor, è una merda umana e basta. Non ci sono scusanti.

Oh, sì, una ragione c’è: è sempre stato così, in saecula saecolurom amen, i dottorandi soffrono e poi, se arrivano al vertice, si vendicheranno delle loro sofferenze sulla nuova generazione. “Eh, ma la gavetta è importante”, diranno. Oppure, “un dottorato che finisce bene non è normale”, come dissero a Koris al terzo anno al culmine dello stress. Essere maltrattati forma alla vita vera, insegna ad affrontare le avversità, tempra il carattere, gli avvilimenti ti insegnano a stare al tuo posto, e poi questo mondo è una valle di lacrime, tanto vale farti le ossa subito.

Piccole e come al solito volgare Koris-opinione: proprio col cazzo. Il rapporto padrone-schiavo, farsi belli del “io so’ io e voi non siete un cazzo” solo perché firmi quella cazzo di tesi da cui dipendono tre anni di lavoro di una persona, l’atteggiamento indisponente e da mi-sento-stocazzo non servono proprio a nulla. Sono solo un perverso desiderio di rivalsa per avere una chissà quale vendetta per traumi sofferti, vendetta per altro perpetrata su chi non ne può nulla. Non è che se tu hai attraversato l’inferno a piedi nudi devono farlo tutti. Non è che perché sei stato trattato come lo straccio del cesso che allora devi farlo a tua volta. O forse sì, ma solo per soddisfare il tuo stupido ego di pallone gonfiato che si rifà su chi non può risponderti di andare affanculo, tu e la tua tesi di merda.

Cosa ha potuto fare Koris? Niente. Cosa potrà fare Koris in materia? Altrettanto niente, a parte farlo presente al Capo che liquiderà la cosa con “è il modo di fare Obi Wan Kestronzo”. Ecco, di questi modi di fare ne avremmo un po’ pieni i coglioni. A XXI secolo inoltrato sarebbe il caso di rendersi conto che si può insegnare anche nel rispetto dell’altro e nei limiti di un’attività lavorativa sana, che non escluda il resto dell’esistenza. Perché sì, incredibile, la ricerca è un lavoro, il dottorato è un apprendistato per quel lavoro e forse sarebbe l’ora che smettiamo di nasconderci dietro allo spauracchio “ma che contratti, paSSione ci vuole, paSSione“, per iniziare a dare a ognuno la dignità che merita.

Vignetta pubblicata una settimana sulla pagina facebook di ScienceDirect, che volevano fare i simpatici. Magari dovremmo smettere di ridere di questo schiavismo istituzionalizzato e fare qualcosa per migliorare la situazione dei dottorandi.

Cambiamento di ausiliare

Pensieri di quando sei un dottorando:

  1. “Oddio, il mio responsabile non mi caga! Sicuro che mi odia!”
  2. “Certo che potrebbe anche interessarsi della mia vita ogni tanto…”
  3. “Avrei dovuto pensarci prima, non ho niente di pronto!”
  4. “E se sbaglio la conversione da centimetri quadri a metri quadri?”
  5. “Se non mi do una calmata non ne esco viva!”

Pensieri di quando hai un dottorando:

  1. “Perché non dà segno di vita? Sta cazzeggiando?”
  2. “Certo che potrebbe anche degnarsi di dirmi a che punto è…”
  3. “Sempre all’ultimo momento, ci mancherebbe, la pianificazione fa male alla salute…”
  4. “Ma mi ha chiesto la conversione da centimetri quadri a metri quadri? Ma veramente?!”
  5. “Se non si dà una calmata non ne esce vivo e tutto il lavoro che faccio per lui sarà inutile…”

Cambi un verbo ausiliare e ti cambiano il cervello. Un giorno Koris si sveglierà Replicante.

 

Blue Whale Challenge, PhD edition

Da qualche giorno rimbalza su tutti i quotidiani e non la notizia dell’espandersi della cosiddetta Blue Whale Challenge, un “gioco” sull’internet in cui il “giocatore” si piazza sotto il controllo di un “amministratore” che gli impone una lista di 50 cose umilianti da fare, fino ad indurlo al suicidio. Che sia vero o meno, sull’internet si dice che abbia condotto alla morte un certo numero di teenagers russi. Amministratore che invia mail con compiti umilianti che a lungo andare inducono al suicidio. Ci ricorda qualcosa.

bluewhale

E ti pareva!

In fondo, le somiglianze sono parecchie. Come comincia il gioco? Con una conversazione di questo tipo:

PhD Student: voglio fare un dottorato!
Advisor: sei sicuro? Non puoi tirarti indietro.
PhD Student: Certo. Che significa che non posso tirarmi indietro?
Advisor: una volta che il gioco comincia non puoi più ritirarti.
PhD Student: sono pronto!
Advisor: porta a termine ogni compito con diligenza e non dirlo a nessuno. Quando finisci un compito, mandamelo via mail. Sei pronto?
PhD Student: e se voglio smettere?
Advisor: so tutto di te, verrò a cercarti e ti rovino la carriera.

Anche le prove si adattano facilmente. Solo che anziché in qualche mese sono necessari almeno tre anni. Un esempio delle prove da superare?

  1. Iscriviti alla scuola di dottorato, consegna in segreteria tutti i 4783748 moduli. Manda una copia al tuo Advisor;
  2. Svegliati alle 4:20 e leggi i paper di bibliografia che il tuo Advisor ti ha mandato;
  3. Comincia a fare le prime analisi dati, fallisci miseramente perché sei nuovo, manda una mail al tuo Advisor;
  4. Fai un report troppo corto/lungo/off topic, mandalo per mail al tuo Advisor (che tanto non te lo caca paro);
  5. Se sei veramente pronto a diventare un PhD student, iscriviti al gruppo Facebook della tua facoltà. Se no soccombi in preda ai sensi di colpa;
  6. Fai un algoritmo che chiaramente non funziona;
  7. Manda i risultati (sbagliati) al tuo Advisor;
  8. Scrivi “PhD Student” sul tuo profilo Facebook alla voce “lavoro”. Derpimiti perché il tuo compagno di classe delle elementari, quello che non sapeva fare 2×3, è vice-dirigente dell’agenda del papi e si è appena comprato il BMW;
  9. Cerca di tenere a bada lo stress, l’ansia, la sindrome dell’impostore;
  10. Svegliati alle 4:20, scrivi il tuo primo paper per tutto un week-end;
  11. Manda il paper che ti è costato il week-end al tuo Advisor (tanto non lo legge uguale);
  12. Passa la giornata a procrastinare presentazioni urgenti;
  13. Partecipa a un seminario con altri PhD Student sicuramente più brillanti di te;
  14. Fai la tua presentazione. Sarà orribile e priva di senso;
  15. Cerca di migliorare i tuoi risultati sperimentali;
  16. Stai male, cadi in preda all’ansia sapendo che non avrai un post doc e tanto meno un lavoro;
  17. Accollati le lezioni più noiose del tuo Advisor;
  18. Accollati gli esami del tuo Advisor da correggere;
  19. Accollati gli orali al posto del tuo Advisor;
  20. L’Advisor ti chiede un incontro per discutere del tuo lavoro e se sei degno di continuare;
  21. Parla via Skype con un altro PhD Student disperato;
  22. Accollati tutto l’insegnamento del tuo Advisor per un semestre;
  23. Un altro algoritmo che andrà male;
  24. Compito segretissimo e urgentissimo che l’Advisor ti darà all’ultimo momento;
  25. Momento di autocoscienza con un altro PhD Student sul “cosa cazzo stiamo facendo delle nostre vite?”;
  26. L’Advisor ti comunica la data entro cui consegnare la tesi e discutere e tu non puoi fare altro che accettarla;
  27. Svegliati alle 4:20 in preda all’ansia, sapendo che non riuscirai mai a scrivere la tesi in tempo;
  28. Non parlare a nessuno per tutto il giorno. Tanto il tuo dottorato è l’unico argomento di conversazione, nessuno vuole starti ad ascoltare;
  29. Cercati un post doc, senza trovarlo;
  30. fino alla 49. Svegliati alle 4:20, scrivi la tesi, rispondi alle mail incazzatissime del tuo Advisor;
  31. Scaraventa la tua tesi e la tua persona davanti a una giuria di Advisor strafottenti che la ucciderà. È finita.

Se sei abbastanza stupido da voler giocare questo gioco, sarà dura: i posti di dottorato sono sempre meno. Si dice che di solito siano gli Advisor a scegliere le loro vittime. Nessuna mente vulnerabile dovrebbe essere esposta a tanto.
Sono tutte coincidenze? Noi di Voyager pensiamo di no.

Disclaimer#1: (visto che ormai l’internet è pieno di tristoni che prendono tutto sul serio) qui non si sta sfottendo chi si è suicidato perché abusato da uno sconosciuto su internet. Amesso che sia vero e confermato, poi.
Disclaimer#2: qui non si stanno nemmeno sfottendo i dottorandi, né si vuole scoraggiare la gente a intraprendere quella strada. Koris ha fatto un dottorato e lo rifarebbe (vabbè, magari non proprio uguale uguale, ma lo rifarebbe). Al limite, se proprio si vuole cercare uno scopo nel post, si può vedere una “denuncia” delle condizioni di stress a cui sono sottoposti PhD students e post-doc nella ricerca odierna, un argomento di cui si parla sempre troppo poco.

Bastoni e carote 404 not found

(Sì, ancora una volta è sempre la solita storia)

La tecnica motivazione top-down (ovvero dall’alto verso il basso della piramide gerarchica) è l’alternanza del bastone e della carota. In anni e anni di evoluzione gli asini (e non solo) avrebbero dovuto imparare a mangiarsi la carota e a fuggire appena si profila l’ombra di un bastone. Alcuni ci riescono anche.
Koris è ghiotta di carote ed è pronta a prendersi tutte le bastonate del caso, anche se non si direbbe.
Però. C’è il solito però.
Se continui a tirare bastonate a caso senza mai mostrare l’ombra di una carota, forse anche l’asino si stufa. Oppure dopo un po’ si dice “fanculo le carote, vado a mangiare cavoli”.
Questo genere tutta una serie di meccaniche interne anticarotistiche, il cui termine tecnico è “seghe mentali”, che in parte corrispondono a verità, ma che vanno ad arricchire quella patina di grasso (“vunciume” secondo l’Amperodattilo) che offusa definitivamente l’autostima: non valgo abbastanza per avere delle carote, merito solo le bastonate, meglio che lasci le carote a chi se le merita, ma cosa me ne faccio di mangiare carote se mi spaccano i denti.
Il Replicante in tre anni si è sempre presentato armato di un nodoso bastone. Lavoro e bastone, lavoro e bastone, quando non scopariva nell’iperspazio per riprensentarsi con un bastone ancora più grosso. Koris ha visto pochissime carote, visto che la roba che agonizzava nell’orto del SonnoDellaRagione si poteva identificare piuttosto come “aborto arancione”. E quando qualcuno le lanciava una carota, il Replicante correva ad avvelenarla. È vero che il giorno della discussione di dottorato il Replicante disse “devi essere fiera di quello che hai fatto, ma alle orecchie di Koris era suonato come le frasi fatte che si dicono ai funerali: da morte sono tutte delle brave persone.
Come già detto un sacco di volte, Koris arrivò alla conclusione “sticazzi le carote”. E ovviamente le è rimasta una paura sacrosanta delle bastonate.
Così quando ha dovuto dire ai suoi collaboratori che NJOY funzionava ma non faceva quello che ci si aspettava, Koris ha temuto il peggio. E il peggio che Koris riesce ad immaginare si trova in un abisso non trascurabile.
“NJOY è una brutta bestia, ci ho avuto a che fare vent’anni fa e non lo auguro a nessuno. Anzi, complimenti per la tua tenacia nel cercare a tutti i costi di risolvere il problema, noi al tuo posto avremmo lasciato perdere. Va bene, alla fine è un risultato negativo, ma noi lo cosideriamo positivo, molto positivo”
Il golem di autostima di Koris si è avventato su questa carota motivazionale come una mosca sul miele (o su altro, a scelta). Che poi magari scopriremo che è una carota, al curaro, ma intanto Koris non si sente una fallita totale.
E forse, solo forse, se il Replicante fosse stato un po’ più incoraggiante, se non avesse tranciato giudizi del genere “un risultato negativo significa che non ti sei applicata abbastanza” oppure “se non ci riesci significa che non capisci niente” o ancora “o ci riesci o ci riesci, non hai scelta”, beh, forse le cose sarebbero andate diversamente. Forse.
Ma la storia non si fa con i “se” e alla fine va bene così.

La nausea del dottorato (e non solo)

Questo post è stato generato da un messagio facebookiano di Celia, ma in verità Koris lo meditava da tempo. Le ultime riflessioni dell’amica A. non hanno fatto altro che confermare il sentimento comune che da qualche tempo serpeggia fra un numero sempre crescente di dottorandi e neo-dottori.
Chiariamoci: nessuno inizia il dottorato con la nausea, altrimenti chiude subito baracca e va a fare altro. Di solito si è giovani di belle speranze (o di belle pietanze) all’inizio. Si inizia con l’entusiasmo e la motivazione di una grande avventura scintillante, zaino in spalla e si parte a conquistare l’Everest.
E poi cosa succede?
La stessa cosa che si verifica durante l’ascensione dell’Everest: ti manca l’aria e ti viene da vomitare. Ma non è l’altitudine, è la somma di tante gocce che fanno traboccare il vaso della pazienza.
Si inizia come sempre dalle piccole cose: una mail che vegeta senza risposta per settimane, un “non ho tempo ora, magari dopo” da parte del relatore, una procedura amministrativa che si perde nelle nebbie perché, in fondo in fondo, i dottorandi sono una grande incognita burocratica, visto che sono pochi. Sono le piccole crepe dello scazzo che minano l’edificio della pazienza e che offuscano quella che dovrebbe essere la stella splendente della ricerca.
Poi c’è lui, il Coccodrillo di Capitano Unico che ti perseguita al ritmo di una sveglia, il Tempo. Perché un dottorato si fa in tre anni, ti pagano per quello. È un conto alla rovescia che si fa sempre più incombente. Tic tac, sono al primo anno, non funziona niente e il mio prof è latitante, ma sto ancora imparando, c’è tempo. Tic tac, sono al secondo anno, funziona poco o niente e vedo il prof una volta ogni morte di papa, ma ok, don’t panic, succederà un miracolo. Tic tac, sono al terzo anno, devo scrivere la tesi, ho dei risultati che fanno schifo, il professore non mi caga di striscio, non ho più una vita e se non finisco in tempo devo anche trovarmi un finanziamento per l’anno prossimo, uccidetemi ora.
In tre anni l’entusiasmo dell’inizio si è trasformato in una serie di notti insonni, in una sequenza di momenti di disperazione perché “se lascio tutto, ho buttato tre anni della mia vita in nulla” (manco una riga sul cv, per dire), in sabati e domeniche passati davanti a un computer, in famiglia e amici che non capiscono perché ci si sta dannando tanto l’anima per qualcosa che nella migliore delle ipotesi leggerano in cinque. Perché purtroppo è così, con tutta la buona volontà da parte degli esterni, nessuno può capire quanto possa soffrire un dottorando se non chi ci è passato. Insomma, intender non lo può chi non lo prova.
Il rapporto col professore meriterebbe un romanzo a sé. Non è il tuo datore di lavoro, almeno sulla carta, cosa che ti priva di tutta una serie di protezioni di cui invece godono gli impiegati. Può comunque rovinarti la carriera per un suo capriccio, in mille modi diversi. Spesso e volentieri sparisce lasciando il dottorando a sé stesso per un periodo indeterminato e lungo, solo per tornare a dire “sbrigati, sei in ritardo”. È una sorta di dio in terra quando permette di avanzare di un millimetro. È l’Odi et amo di Catullo portato agli estremi.
Si è talmente presi da questo vortice di stress che ormai la brillante stella della ricerca è un’esplosione di supernova di ansia. Finché a un certo punto arriva la consapevolezza. Si presenta in un momento più o meno opportuno, per esempio quando, per fare una pausa dalle analisi dati, ti metti a pulire le piastrelle della doccia all’una di notte di Ferragosto (ogni riferimento a fatti veramente accaduti è puramente casuale). E ha più o meno questa forma:
“Cosa cazzo sto facendo?”
E no, non stai parlando delle piastrelle del doccia. Hai 25/26/27 o più anni e la tua vita negli ultimi mesi è andata a rotoli per una tesi. Va bene, se ti fermi al titolo pare una roba fighissima che tutti vorrebbero fare. È un lavoro di ricerca, baby, ricerca vera, mica quelle cosette da una botta e via che si fanno per la tesi di laurea. Però tu sai di che lacrime grondi e di che sangue. Il tuo sangue, nella fattispecie. E di lì si arriva alla domanda numero due:
“Ma perché sto facendo tutto questo?”
Perché vorrei fare ricerca, ecco perché. Ah sì? E sei consapevole che in questo folle mondo i posti sono sempre meno? Lo sai che non stai facendo la ricerca figa e/o alla moda nel tuo settore, ci sarà qualcun altro che ti passerà davati? Hai abbastanza articoli pubblicati su riviste importanti, che sono un po’ la versione accademica del gioco a chi lo ha più lungo? Sei disposto a mettere da parte la tua vita sociale, sentimentale, personale per dare sempre di più? Vuoi davvero affidarti a quel tiro di dadi che significa “la posizione per me in un posto che non sia il Kirghizistan e non fra vent’anni”?
E lì, in ginocchio sul piatto doccia, metti tutto sulla bilancia, le rinunce e le prospettive. La bilancia non dà sempre lo stesso risultato, sia chiaro. C’è chi ha una tesi talmente grossa che dice “sì, io sono il Prescelto, io ce la farò”. Ma c’è anche chi non vuole risvegliarsi fra vent’anni a fare ricerca in Kirghizistan. E soprattutto non vuoi farlo solo perché “non saprei cos’altro fare”.
E l’entusiasmo della ricerca, in tutto ciò? Tramontato. Si è scontrato contro tre anni di ostacoli a non finire, di difficoltà insormontabili, di menefreghismo accademico, di soprusi più o meno marcati, di rinunce a fronte di troppo poche gratificazioni. Del resto la ricerca è la tua passione, dovrebbe riempirti appieno, dovresti considerarti un privilegiato per poter fare della tua passione un lavoro.
Solo che ogni tanto la passione non basta: non ti sfama nei mesi in cui rischi di dover lavorare gratis in attesa di un contratto, non ti fa pat pat sulla spalla dopo una lunga giornata di merda lavorativa, non ti rende meno lieve lo stress da fare-di-più-meglio-e-più-velocemente. Forse non era un vero Amore, per quello lo hai mollato. Ma non c’è Amore che tenga di fronte alle relazioni tossiche.

Disclaimer: questo post non vuole assolutamente essere una critica per quelli che stringono i denti e che continuano, e tanto meno una excusatio non petita per quelli che rinunciano. Sono solo considerazioni personali. E un po’ di speranza che questo sistema malato cambi.

PS#1: poi magari il Kirghizistan è un posto meraviglioso.
PS#2: nessuna piasterlla della doccia è stata maltrattata per la scrittura di questo post.

Impostori e cicatrici

Si chiama “sindorme dell’impostore” ed esiste veramente. No, la mafia non c’entra. È quel sentimento che porta a dire se “ce l’ho fatta io, possono farcela tutti”, “se mi hanno scelto per quel posto è perché li ho turlupinati a dovere”, “alla fine ho solo avuto un sacco di culo”. Visto che si attribuisce tutto a un gran culo, potevano chiamarla anche “sindrome della cellulite”, solo che non è ritenzione idrica, trattasi piuttosto di ritenzione di insuccessi, mentre i successi si pisciano via appena passata la difficoltà. Pare che colpisca in maggioranza le donne e i programmatori. Delle donzelle che programmano non parliamo nemmeno.
Nei momenti bui in cui le sezione d’urto di fotoproduzione sclerano, le reazioni nucleari giocano all’omertà e i fotoni marcano visita, Koris si sente orribilmente un impostore, grande maestra dei pallonari, una sorta di Grima Vermilinguo che spaccia il suo curriculum per quello che non è.
In tali circostanze si fa più viva che mai, nella Koris-testa, la vocina del Replicante con tutte le piacevolezze che elargiva negli ultimi sei mesi di dottorato. La vocina del “non sei buona e anche se lo fossi non fai abbastanza”. Quel sibilo che sussurra all’orecchio “sei nostra signora delle cause perse, qualunque cosa tu faccia non servirà”. Il giudizio finale che si insinua come un brivido nelle ossa, “ad ogni modo, non è merito suo”. Insomma, si presenta negli incubi come Freddy Kruger e lacera quel minimo di autostima residuo.
‘thieu sostiene che ci vuole tempo per assorbire le botte di un dottorato che ha lasciato il segno, che le cicatrici non hanno fatto male solo perché nessuno è andato a solleticarle. Tre anni di convalescenza potrebbero non essere abbastanza, ognuno ha i suoi tempi e, come al solito, tocca avere pazienza.
Ma intanto, quando scopre che la sua libreria di sezioni d’urto fa un po’ quello che vuole, Koris ha sempre paura di ritrovarsi il Replicante davanti.

Rigurgiti di coscienza e come superarli

Deve essere la vecchiaia che avanza, ma ogni tanto capita anche a Koris di avere una crisi di coscienza. Niente di serio, solo qualche scrupolo ribelle che salta fuori a mo’ di brufolo nei momenti in cui la cattiveria prende ferie.
Per colpa di Facebook, è capitato che, quasi tre anni dopo, Koris pensasse alla Russa.
Flashback: la Russa era la dottoranda che aveva avuto la borsa a Marseille ma che pretendeva di stare a Valencia dal marito. Era quella che rifiutò tutti gli argomenti di tesi perché voleva fare lo stesso di suo marito. Era anche quella che non volle fare il suo service task perché, testuali parole, era troppo intelligente per perdere il suo tempo con le simulazioni. A metà del suo secondo anno e con poco o niente di fatto, la Russa sfornò un bebé e iniziò a dire a tutti che non aveva tempo per la famiglia e per la fisica, ma che il dottorato sarebbe stato gradito comunque. Roy Batty il Replicante andò da Koris-a-fine-dottorato a chiederle di fare un gesto umanitario (qualcuno forse ricorda).
“Il tuo codice è pronto, e quello che hai fatto funziona. Se lo lasci alla Russa, può farlo girare con un anno di dati di più, dottorarsi e magari pubblicare un articolo. Del resto la Russa non ha tempo di fare un lavoro suo”
Koris gli rispose che si sarebbe portata il codice nella tomba, perché molto semplicemente non le sembrava giusto che si fosse fatta il mazzo solo per consegnare il pacchetto a chi ignorava le elementari norme della contraccezione. Nella vita si fanno delle scelte. Persino il Replicante non trovò niente da obiettare.
Andò a finire che la Russa, messa di fronte al fatto che non avrebbe avuto il Koris-codice, mollò capra e cavoli dottorali per seguire il marito nei suoi eterni post-doc, prima in Spagna e poi nel Sud Est asiatico.
Una volta che la polvere ha iniziato a sedimentarsi sul rancore, una vocina si fa strada nell’ingrombrato Koris-cervello:
“Non è che ti sei comportata come una merdaccia? Perché in fondo se non si è dottorata, tu ci hai messo il carico”
Forse non costava niente darle il codice e fanculo tutti. Ma tanto la storia non si fa con i se. Certo, se Koris non andrà in paradiso non staremo a elucubrare sul perché. Mettermo anche questo peccato nella collezione con gli altri, sulla mensola delle cattive azioni. Magari lo condiamo con un po’ di rimorso, hai visto mai ci concedano un’amnistia.
Sempre causa Facebook, Koris ha scoperto che la Russa si muoverà nel Sol Levante al seguito del settordicesimo post-doc del marito. E così commentava:
“Dovrei provare a imparare qualche parola di giapponese, ma non ho tempo. Voglio dire, sono una casalinga e mio figlio è sempre con la baby sitter. Ma ho le mie tre ore di yoga alla settimana. E poi c’è la manicure. Non ho tempo per tutto”
Ma c’avessi, pe’ dì, da lavorare 40 ore a settimana che fai, te spari, bella de mamma? Je dici ar capo che oggi no, non vengo, non c’ho tempo, che c’ho yoga e la manicure?
Leggendo ciò, Koris prende il suo peccato dalla mensola, lo spolvera dal rimorso e lo butta nel cassonetto dell’umido. Perché si può essere comprensivi e tutto, ma coi fancazzisti cronici vige il Nessuna Pietà.

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