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Andiamo a bruciargli la casa, PhD edition vol. 2

Antefatto: Koris è stata più o meno obbligata a partecipare a colloqui di selezione per trovare qualcuno che continui il suo lavoro in scadenza. Il Capo ha deciso che questo qualcuno sarà un dottorando, perché i dottorandi costano poco e rendono tanto. Siccome il progetto sarebbe da attuare in collaborazione presso un altro laboratorio, Capo ha preso due picconi con una fava (il significato di fava potrebbe anche essere traslato, tutto sommato) e ha preparato una proposta di dottorato in cotutela; due laboratori e un dottorando a metà prezzo, affrettatevi gente che l’offerta scade e alle prime dieci chiamate una batteria di pentole in omaggio. Il capo di quest’altro laboratorio verrà ai fini del post etichettato con l’evocativo nome di Obi Wan Kestronzo, ricercatore dal cv decorato, dallo stipendio fisso di giada e che ci tiene a farlo sapere.

Dunque Koris, essere della medesima importanza del due di coppe con la briscola a bastoni, si è ritrovata a dover colloquiare con alcuni aspiranti dottorandi per saggiarne le competenze e le intenzioni. In teoria, se le cose fossero andate come auspicava il Capo, Koris sarebbe stata la co-tutrice di dottorato, tuttavia il Cetriolo Cosmico ha voluto diversamente e quindi nada, oggi le è toccato il ruolo di quella-che-non-si-sa-bene-perché-è-lì. Visto il giro che hanno preso di eventi, Koris pensava di mostrarsi in webcam con sullo sfondo Gandalf al ponte di Khazad-dum, per mandare un velato messaggio ai candidati. Ma non è questo il punto.

Obi Wan Kestronzo in quanto ricercatore blasonato di un istituto rispettato ha pensato bene di mettere subito in chiaro le cose: o hai il sacro fuoco (al culo), oppure tanto vale che lasci perdere subito il dottorato. Si è registrato questo crescendo di uscite da maestro jedi di stocazzo versione accademica:
“Fare un dottorato significa mettere in pausa la propria vita per tre anni per dedicarsi solo alla scienza”
“Quando si decide di fare un dottorato, la vita privata deve contare meno di zero”
“Un dottorando fa una vita di merda, è pagato male, non ci guadagna nulla se non un diploma e noi advisor lo sfruttiamo, ahahahah” (cazzo ti ridi? n.d.K.)
“La vita di un dottorando è la vita di un monaco: ti alzi alle quattro del mattino per fare la preghiera e lavori fino a mezzanotte e ogni giorno di nuovo”

Il Capo, che si rifà alla massima francese “pas de couilles, pas d’embrouilles”, non ha detto nulla. Dopo la prima frase Koris ha cercato di intervenire, non l’hanno calcolata sempre per l’importanza di cui sopra. Alla seconda massima sapienziale di Obi Wan Kestronzo Koris era pronta ad urlare “armatevi, cattiva gente!” ed è un attimo che il furore dilaga in città, che poi è quello che si meriterebbe gente di tal fatta. Siccome non aveva abbastanza, Obi Wan Kestronzo ha aggravato la sua posizione facendo le pulci a un candidato preparato perché “non c’è la scintilla, io le cose devo sentirle a istinto. E poi ho paura che non sia una persona con cui è piacevole discutere, non sembra simpatico” (ci devi fare un dottorato, non una vacanza, cosa cazzo non ti è chiaro del tuo ruolo di advisor?). Koris ha finito questo pomeriggio di colloqui in uno stato di furia, col fegato che ormai si era fatto un’attestazione per cause di forza maggiore ed era fuggito alle Fiji.

Momento serio: sì, il dottorato è un culo, anche abbastanza mostruoso. Sì, il dottorato è impegnativo. Sì, il dottorato è un impegno preso per tre anni e non un semplice contratto a tempo determinato che, anche se rotto, ti apporta comunque qualcosa. No, il dottorato non è un parcheggio e non è solo uno stipendio. No, il dottorato non è una grande vacanza erasmus da prendere sotto gamba. No, il dottorato non è un “massì perché no”.

Però CAZZO. Anzi, CAZZISSIMO. Un dottorando non è uno schiavo, non è lì per fare un piacere all’advisor e macinare pubblicazioni, non deve essere simpatico e soprattutto non deve essere sfruttato. Innanzitutto, è un cazzo di essere umano che lavora e come tale va trattato, col rispetto dovuto, anche se accademicamente parlando è una merdina che non sa nulla. Un dottorando che mette in pausa la sua vita per tre anni, senza relazioni, famiglia, amici e altre cose all’infuori della sua tesi… beh, non è una persona appassionata, ha un problema. E un Obi Wan Kestronzo che pretende fedeltà, obbedienza, simpatia e orari da sfruttamento non è un advisor, è una merda umana e basta. Non ci sono scusanti.

Oh, sì, una ragione c’è: è sempre stato così, in saecula saecolurom amen, i dottorandi soffrono e poi, se arrivano al vertice, si vendicheranno delle loro sofferenze sulla nuova generazione. “Eh, ma la gavetta è importante”, diranno. Oppure, “un dottorato che finisce bene non è normale”, come dissero a Koris al terzo anno al culmine dello stress. Essere maltrattati forma alla vita vera, insegna ad affrontare le avversità, tempra il carattere, gli avvilimenti ti insegnano a stare al tuo posto, e poi questo mondo è una valle di lacrime, tanto vale farti le ossa subito.

Piccole e come al solito volgare Koris-opinione: proprio col cazzo. Il rapporto padrone-schiavo, farsi belli del “io so’ io e voi non siete un cazzo” solo perché firmi quella cazzo di tesi da cui dipendono tre anni di lavoro di una persona, l’atteggiamento indisponente e da mi-sento-stocazzo non servono proprio a nulla. Sono solo un perverso desiderio di rivalsa per avere una chissà quale vendetta per traumi sofferti, vendetta per altro perpetrata su chi non ne può nulla. Non è che se tu hai attraversato l’inferno a piedi nudi devono farlo tutti. Non è che perché sei stato trattato come lo straccio del cesso che allora devi farlo a tua volta. O forse sì, ma solo per soddisfare il tuo stupido ego di pallone gonfiato che si rifà su chi non può risponderti di andare affanculo, tu e la tua tesi di merda.

Cosa ha potuto fare Koris? Niente. Cosa potrà fare Koris in materia? Altrettanto niente, a parte farlo presente al Capo che liquiderà la cosa con “è il modo di fare Obi Wan Kestronzo”. Ecco, di questi modi di fare ne avremmo un po’ pieni i coglioni. A XXI secolo inoltrato sarebbe il caso di rendersi conto che si può insegnare anche nel rispetto dell’altro e nei limiti di un’attività lavorativa sana, che non escluda il resto dell’esistenza. Perché sì, incredibile, la ricerca è un lavoro, il dottorato è un apprendistato per quel lavoro e forse sarebbe l’ora che smettiamo di nasconderci dietro allo spauracchio “ma che contratti, paSSione ci vuole, paSSione“, per iniziare a dare a ognuno la dignità che merita.

Vignetta pubblicata una settimana sulla pagina facebook di ScienceDirect, che volevano fare i simpatici. Magari dovremmo smettere di ridere di questo schiavismo istituzionalizzato e fare qualcosa per migliorare la situazione dei dottorandi.

Speleologia casalinga: la cantina

Nel palazzo di ‘thieu c’è una cantina seminterrata in cui nessuno si avventura mai in quanto luogo insalubre, oscuro e per lo più umido. Koris sapeva dell’esistenza del luogo e sapeva anche che la cantina di ‘thieu alberga per lo più fuffa, all’infuori della roba da campeggio. ‘thieu ha troppa paura che i ratti marsigliesi col porto d’armi vadano a sgranocchiare corde e altri armamentari per metterli in cantina.

Quando si iniziava a sentire la primavera nell’aria, o più la primavera il lockdown episodio 3, si era presa la decisione di compare due sacchi di cemento e rimettere in sesto i muri della cantina che, complice l’umidità, si erano disfatti di quella scomoda struttura estetica chiamata intonaco. Visto il meteo novembrino, Koris ha deciso che il fatidico giorno di restauro poteva essere oggi. Tuttavia, prima di iniziare qualunque lavoro, sarebbe stata cosa buona e giusta evacuare i detriti dei muri suicidi. E anche sudici, ma lo scoprirete a breve.

Koris è scesa in cantina armata di una pala, dei sacchi per detriti e un paio di guanti da lavoro macchiati di vernice rossa. Il più fraintendibile degli outfit, perché Koris è anche una persona normale, ma non accade spesso. Il piano era semplice: prendere i detriti, metterli nei sacchi, convincere ‘thieu a tappare i buchi prima del duemilamai. Appena entrata Koris si è resa conto che la memoria le aveva tirato un brutto tiro, i detriti da impacchettare risultano molto di più di quanto si ricordasse. C’è inoltre un angolo buio, oltre la trave da cui pendono le mute, che appare in tutto e per tutto l’antro oscuro degli orrori.

Koris inizia a spostare brandelli di muro con e senza pala, accorgendosi che al suolo c’è qualcosa di strano. Interrogato sulla natura del pavimento, ‘thieu aveva minimizzando dicendo “è uno stabile vecchio, il pavimento è in terra battuta”. Koris, calatasi nella parte di Indiana Koris e il tempio della zozzura, si china ad esaminare il suolo fra calcinacci e fa una sordida scoperta: fra la presunta terra battuta c’è del cartone. Qualcuno non proprio brillante ha avuto l’idea piazzare degli scatoloni a pezzi per… boh, livellare il pavimento? Avere un linoleum effetto marcio a costo zero? A giudicare dalle scritte fa il marciume, qualcuno negli anni ’70 o forse anche prima.

A questo punto la nostra archeologa della spazzatura è catturata dalla fenomenale scoperta e si mette a seguire il pavimento cartonato, estirpandolo perché c’è un limite alle schifezze anche in cantina. Trascinata dall’entusiasmo, si ritrova nell’antro oscuro della cantina, dove il suolo si fa di polvere nera, con frammenti brillanti. Alla luce del casco da speleo, che qui mica ci si improvvisa nella speleologia a chilometro zero, Koris scopre tesori destinati a restare nascosti: bastoni per le tende in ottone dorato e scrostato, la colonna di un lavandino ingiallito, un termosifone venuto da chissà dove, plinti dipinti con affascinante vernice al piombo color caghetto. Bisogna prevedere una gita alla discarica. Koris ha l’incauta idea di smuovere la polvere nera con la scarpa; l’aria si riempie di fuliggine come in una Londra qualsiasi del XIX secolo e dalla polvere emerge un barattolo di yogurt anni ’60-’70. Perché non è l’amore che dura in eterno, è la plastica. Orrore degli orrori.

Koris torna su al terzo piano e si arma di scopa, paletta e mascherina. Torna nell’antro oscuro e si mette a ramazzare, posseduta dal sacro fuoco dell’Amperodattilo che si butta contro la rumenta all’urlo di “REPULISTI!”. Oltre a spazzature di vario genere databili col carbonio 14, Koris trova il cranio di una bestia, forse una volpe, forse il cane degli inquilini precedenti; non avendo rinvenuto altre ossa, Koris decide di pensare che non c’è una carcassa intera sotto i sedimenti, ma solo il cranio messo lì per decorazione. Nel frattempo, si svela agli occhi di Koris la natura dei bizzarri ciottoli brillanti: è carbone, quindi la polvere è vera fuliggine, dal XIX secolo con furore.

‘thieu fa il suo ingresso in cantina che Koris sta soffocando immersa in una nube nera di Mordor. Il soffocamento non le impedisce di urlare che bonificare le macerie di un reattore nucleare è un’operazione meno tossica, stop a tutti questi merdosi carburanti fossili, mettiamo uranio e plutonio dappertutto (le scorie possono essere messe tranquillamente in cantina) e vaffanculo anche al riscaldamento globale. L’operazione di pulizia, ormai trasformata in un risanamento, prosegue a quattro mani munite di scopa e pala. A colpi di ramazza emerge il vero pavimento sepolto nell’oblio dei secoli, che si rivela essere non in terra battuta, ma acciottolato. Emergono anche un paio di occhiali anni ’60, un pennarello indelebile a inchiostro pestilenziale, l’incarto di un Mars, fogli di giornale privi di data e meno male. Koris, ormai un tutt’uno genetico con l’Amperodattilo, è a metà fra l’euforia pulitrice e la furia devastatrice, che a ben vedere sono le due facce della stessa medaglia.

Dopo quasi due ore di ramazzamenti immersi fra le polveri sottili, le polveri di carbone, le polveri di calcinacci e le polveri tout court, Koris e ‘thieu hanno riempito sei sacchi di detriti assortiti e difficilmente riciclabili. Il pavimento è lunghi dall’essere pulito, ma almeno si mostra per quello che è e non più per una distesa uniforme di lerciume. Nessuno ha il coraggio di attaccarsi alla riparazione del muro e la discarica tanto è chiusa, quindi le scorie per ora resteranno in loco. Ci si complimenta dicendo “un bon travail de fait“.

Koris attualmente si soffia il naso in maniera compulsiva e visto che le escono caccole nere (buongiorno, amici poeti!), si lamenta che le pare di essere appena emersa da una miniera delle pagine di “Germinal”. Nel mentre cerca idee per scaffali resistenti all’umidità, che la prossima vittima della speleologia a chilometro zero sarà quell’ammasso di casse tenute insieme dalla muffa che fa da mobilier de rangement dell’antro oscuro. Poi magari ci de-confinano e torniamo a fare della speleologia vera, meno nociva per la salute.

P.S. Appena scrivi che non c’è niente da bloggare l’universo di propone assurde avventure, fai te la vita.

P.P.S Non provate a farlo a casa, ma magari voi altri a casa avete una cantina meno sudicia.

Consiglio di ispiroBot arrivato troppo tardi.

SpettroDisagi

E fu così che si scoprì che lo spettrometro non funziona. O meglio, funziona, ma non alle performance nominali; che per i non addetti al lavoro significa che è comprare un forno che dovrebbe scaldare fino a 250 gradi, ma quello oltre i 190 non va. Secondo il fabbricante è colpa della rete elettrica dell’acceleratore, che non si sa che norme segua e che pare sia stata fatto da quel cugggino che se ne capisce perché cambia sempre le lampadine, a un prezzo di favore. Secondo la Capa è colpa del fabbricante che ha fatto le cose a cazzo e ora non vuole assumersi le sue responsabilità. Secondo Koris è colpa sua. Sua nel senso di Koris, tanto come accumulatore di colpe ha un discreto talento.

Koris passa le sue giornate in laboratorio con stagista J al seguito, cercando di capire dove sia il disagio spettrometrico. Di solito non capisce una fava, avrebbe una gran voglia di sedersi e frignare in mezzo al deposito delle sorgenti radioattive, passa un sacco di tempo a chiedere scusa a stagista J. Poi si ricorda che il primo capitolo della tesina di stagista J ha risvegliato il Bazilla sopito da quanto era scritta male, quindi si sente un po’ meno in colpa. Quanto a chiedere aiuto a chi di disagi spettrometrici potrebbe saperne di più, manco a parlarne: da quando Koris è passata da “futura collega” a “elemento consumabile di laboratorio” le vengono elargite risposte non proprio utili e talvolta non proprio cortesi.

Il Capo continua a chiedere perché il Koris-umore non migliora. A ogni domanda del genere il Koris-umore peggiora. Si tratta di un meccanismo automatico e forse il Capo vive in un universo in cui non c’è il coviddi e non hanno dovuto aggiungere il viola per classificare le regioni. Cosa che probabilmente è vera anche per Neutronland, visto che sostengono che non c’è bisogno di restrizioni, o se ce n’è bisogno è solo a Parigi: nella regione Marsigliese si possono leccare le maniglie, con o senza zucchero a seconda dei gusti.

E niente, anche stavolta si fa tanto rumore per nulla. Koris inizia a chiedersi se non è lei stessa il problema in tutta questa storia, che forse porta iella a persone, laboratori, nazioni intere. Ma sono domande che è meglio non farsi, quindi Koris tornerà a martoriare PlayOnLinux che non vuole lasciarla giocare a Still Life.

A che prezzo

(Nota: questo post doveva essere scritto 24 ore fa, ma c’è stato un disguido tecnico. Nelle 24 ore successive sono successi altri eventi, ma ne parleremo domani. Forse)

Oggi doveva essere quel giorno, il giorno atteso da un anno a questa parte… no, non quello in cui confermano Koris a tempo indeterminato, quella era una fandonia che esisteva solo nel cervello del Capo. Oggi era il giorno in cui lo spettrometro gamma sarebbe tornato operativo, dopo un anno di immani rotture di cazzo fra lockdown e altre amenità. In previsione Koris aveva fatto una certa quantità di scartoffie che non aveva nemmeno capito bene lei. Visto che negli ultimi giorni tutto taceva, Koris osava sperare di aver fatto la sua parte e fine lì.

Stamattina c’era la riunione di laboratorio, per cui Koris aveva detto un mese fa al tizio “venite al pomeriggio”. Alle nove si è scatenato l’inferno.
“C’è un tizio che aspetta all’entrata e non può entrare”
“Il formulario di autorizzatone C985 rosso non è firmato”
“Manca il modulo AB26 barrato a pois”
“Koris non s’è occupata del piano di prevenzione dei meteoriti dal pianeta degli insettoidi”

Koris ha staccato il telefono per cinque minuti buoni perché si sentiva sopraffatta e aveva bisogno di calmarsi. Anche perché non aveva ricevuto nemmeno la metà di tutte quelle mail e scartoffie che le richiedevano. In quei cinque minuti la Capa si è manifestata con “ah, forse dovevo farlo io ma pensavo lo facesse Koris. Ma devo fare qualcosa? Che stamattina sono a casa a preparare i pancakes al cane, mica posso occuparmene”. Koris ha dovuto ponderare la scelta se fingersi morta e passare per fancazzista, oppure attivarsi come la cretina che è. Koris ha un debole per passare per cretina.

Prima chiamata, la segretaria. Va riconosciuto che ha avuto il buon senso di non dire “calmati”, altrimenti ci sarebbero state conseguenze. La segretaria dice che Koris deve andare all’ingresso di tutto il comprensorio a raccattare l’installatore di spettrometri, poi di vedere con la responsabile delle scartoffie come fare. Koris ruba una macchina di servizio e mentre guida riceve la chiamata della responsabile, che è già nella sala delle misure, chi minchia ti ha chiesto niente a che te mannaggia agli dèi tutti. Koris recupera l’installatore, che per fortuna aveva già un accesso fatto non si sa come, magari è un hackerz, ma a sto punto va bene tutto. All’ingresso le fanno giurare di non abbandonare l’installatore mai, di essere la sua ombra. E va bene tutto.

Koris porta l’installatore nel laboratorio di misura, dove attende la responsabile della scartoffianza con una pila di fogli da firmare. Che poi sono tutte cose di buon senso, come non mettere le dita nella presa o non andare a leccare le sorgenti radioattive. Koris è sempre stupita che si debbano ribadire cose del genere, ma sa anche che le assicurazioni ci sguazzano in questo genere di cavilli; che bella la vita nel XXI secolo.

“Mi serve la firma del capo laboratorio”
“Credo sia a casa a mangiare i pancakes col cane”
“Va a far firmare il vice capo”

Koris riprende la macchina, sgomma sulla ghiaia, maledice tutto e soprattutto se stessa perché in fondo lo sa che è colpa tua. Preleva il vice capo dalla riunione che sta andando avanti senza lei, lo fa firmare e si stampa la delega per la firma in quadruplice copia. Il papa dice che non è necessario che apponga anche lui il sigillo con la ceralacca, come se avesse accettato. Koris torna nel laboratorio di misura.

“Ok, a questo punto è tutto pronto, posso lasciarti da sola con lui. E ricorda, se succede qualcosa sei responsabile”
Koris accetta di essere responsabile, hai visto mai succeda davvero qualcosa e le diano l’ergastolo, quello sì che è un tempo indeterminato.

Finita la bagarre, l’installatore di mette a installare lo spettrometro. Koris, nel tentativo di non soccombere, lo guarda fare e pensa che tutto sommato poteva farlo anche lei, ma visto che pagano anche sticazzi. Arriva un messaggio dalla Capa “oggi pomeriggio vengo per discutere di quello che è successo perché non va bene”. Koris evita di risponderle un francesismo del calibro “la fente de ta mère”, ma ormai se la licenziano pazienza, è stato bello finché è durato.

E niente, lo spettrometro è lì in laboratorio che si raffredda, il cervello di Koris anche ma con molto meno successo. La capa per ora è non pervenuta. Koris si chiede se ne sia valsa la pena sottoporsi all’ennesimo sbatto, se tanto fra meno di un anno e mezzo sarà buttata via tirando lo sciacquone, con buona pace del turnover e dello spettrometro.

Dev’essere così…

Esperienze contraccettive intensive

“Ci sono anche due bambine in campo speleo, è un problema?”
Koris e ‘thieu hanno imparato che dire “no, figurati, vai tranquillo” comporta un rischio per la salute mentale, la salute fisica, nonché per qualsiasi voglia di portare avanti la specie umana ovvero per il desiderio di procreare.

Che poi Koris avrebbe voluto solo staccare il cervello per quattro giorni, di cui due di ferie abbandonando Stagista J perché non si faccia troppe illusioni. Comunque, staccare il cervello e andare in grotta, vedere cose belle ove possibile, mettere il suo grasso e grosso culo nel vuoto di un pozzo, quindi uscire e mangiare come se il grasso e grosso culo di cui sopra non esistesse. Le Koris-velleità hanno dovuto scontrarsi con la cruda realtà, tanto per cambiare.

“Ma sì, sì, le due puffette se la cavano su corda, non vi preoccupate”
Questa frase è stata parafrasata in “scendono in un regime del terrore, piangendo fiumi di lacrime e preparando la futura fortuna di un terapista”. Già il primo giorno si sono viste scene da dramma che forse erano capricci, forse era terrore, noi di Voyager non sappiamo dirlo. Si pensava di fare due pozzi, ‘thieu ha dato l’alt fermi tutti dopo il primo, con grande frustrazione di quella che sta scrivendo. C’è da dire che all’uscita ‘thieu e Koris sono riusciti a far passare un po’ la paura del vuoto facendola appendere alla corda e facendola contare fino a cinque/dieci/venti con le mani sul casco. Roba che se lo avessero detto prima, nessuno ci avrebbe creduto.

Il peggio del fondo del barile si è raschiato il giorno dopo. ‘thieu aveva proposto di fare una grotta senza corda, ma no, troppo facile, non ci sarebbe stato abbastanza dramma. Dopo un primo pozzo ridicolo, che tuttavia stava per finire in tragedia, ci si è accorti che la grotta proseguiva o in un inaccessibile passaggio a sei metri d’altezza, o in un dedalo di pozzi non proprio canonici. Mentre gli adulti maschi cercavano il prosieguo, la puffetta grande stava piangendo tutte le sue lacrime perché aveva visto dei ragni, nell’indifferenza genitoriale. Koris ha cercato di convincerla che gli aracnidi sotterranei sono innocui e fanno la loro vita, ma davanti al panico ostinato ha convinto la puffetta ad andare altrove, dove non si vedevano creature a otto zampe e troppi occhi. Nel mentre ‘thieu ha trovato il prosieguo della grotta, lo ha armato e ha fatto presente all’altro maschio adulto:
“Non è pensabile che le puffette passino di lì, c’è una calata di 18 metri con posizioni folkloristiche, non si può fare”
“Ah, d’accordo. Allora portatele fuori mentre io e la mia tizia andiamo a fare un giro, poi semmai ci raggiungete”

Rumore di mandibole cadute a terra, forse ci sono passati sopra pure i ragni, non era quello il problema. La riposta giusta sarebbe stata “sticazzi”, ma ‘thieu e Koris erano troppo sbalorditi per riuscire a piazzare la risposta giusta. Toccava portare fuori le puffette, ove fuori era un crinale che dava su una strada, non proprio il posto ideale per far pascolare due under otto. ‘thieu ha passato un tempo lungo chiuso nel suo mutismo che è sempre meglio lasciar perdere. La puffetta piccola, fierissima di sé per aver disceso un piano inclinato tutto da sola, era diventata un Koris-satellite e forse Koris se la sarebbe anche portata giù per P100, in quello stato mentale. La puffetta grande, invece, in aracnofobia pura.

Il problema era il seguente: portare le puffette da una sala all’altra, dove c’è sì il pozzo di uscita, ma anche i ragni. Mentre ‘thieu faceva il cosplay di una statua incazzata, Koris si esibiva nel problema del lupo, la capra e il ragno per far muovere due puffette verso un pozzo, una in lacrime, l’altra che iniziava ad avere freddo. Resasi conto che la situazione aracnofobica non andava risolvendosi, Koris ha urlato a ‘thieu di far uscire puffetta piccola, cosa che è avvenuta senza incidenti. Nel mentre Koris ha tenuto in braccio per un’ora puffetta grande, seduta sulla sua gamba, a cercare di tranquillizzarla.
“Senti, se vado a togliere i ragni dalla sala te la senti di andare fino al pozzo?”
“Shi”
Koris è andata a spostare delle bestiole che non ne potevano nulla, U Babbu docet.
“Ora non ci sono più i ragni, andiamo?”
“No! Nel frattempo sono tornati”
Enorme sforzo per evitare di urlare “SENTI STICAZZI DEI RAGNI È GIÀ UNA GIORNATA DI MERDA ANCHE BASTA”, ma solo perché imprecare nella propria lingua madre aiuta.
“Ho paura che mi mangino le mani”
“Tieni i miei guanti, sono persino rosa, i ragni che comunque non ci sono non ti mordono di certo. Adesso andiamo?”
“NO!”
“Ahem, senti, però dobbiamo uscire… o almeno potresti sedere sulla gamba sinistra, che ormai la destra è preda della cancrena?”
“No, ho paura!”
Scende in grotta San Germano Mosconi a congratularsi con Koris per la sua inventiva nelle bestemmie. Bisognava distrarre la marmocchia in qualche modo perché non pensasse ai ragni e fosse trasportabile fino al pozzo.
“Ho un’idea, cantiamo una canzone!” ha esclamato Koris, che avrebbe voluto cantare ‘osteria numero nove’ ma si è trattenuta “Qual è la tua canzone dei cartoni preferita?”
“Non ne conosco”
“… in che senso non ne conosci? Nemmeno la canzone di Frozen? La conoscono pure i sassi la canzone di Frozen, eddaje…”
“Non li guardiamo mai i cartoni animati”
“E cosa guardate?”
“Netflix con mamma”
“E cosa guardate su Netflix con mamma?”
“Netflix”
Appurato che forse Suburra è adatto alle under 8 e che non conoscere né “Giovanni re fasullo di Inghilterra” né “Questo il mondo fa girar” (ma nemmeno qualcosa di meno vintage) è segno di un’infanzia sprecata, Koris è finita per trarsi d’impiccio facendole recitare le tabelline. Forse non il metodo più piacevole e ortodosso, ma abbastanza efficace perché la puffetta grande pensasse ad altro. ‘thieu e Koris la hanno presa pertrafficata le braccia e portata fino al pozzo, quindi restituita alla superficie.

‘thieu è uscito dalla grotta urlando “viva il coltellino“, nonostante non abbia velleità a cantare da castrato. Koris ha iniziato a mandare messaggi densi di panico all’Amperodattilo chiedendo se anche lei e Orso fossero così nello scorso millennio (“ma figurati, passi lunghi e ben distesi” disse l’Amper, che nel XX secolo usava intimare “questo è un capriccio!” per far cessare sul nascere qualunque intento lamentoso). “Dipende da come li educhi” ha terminato il responsabile ISO-9001 del Cenozoico via WhatsApp. Ecco, di certo dipenderà dall’educazione e della disposizione d’animo, tuttavia certe esperienze mettono la pietra tombale su qualunque eventuale, minima, residua voglia di shakerare gameti e far venir fuori nuovi esseri umani.

P.S. taciamo tutti i capricci corollari perché se no il post diventa un elenco di lamentele infinito.

Ma infatti, visto che il divertimento non si accompagna alla sofferenza, esperienze del genere facciamo anche basta

Traumi, stagisti e quant’altro

Koris ha uno stagista suo, che chiameremo stagista J e che spereremo essere pių sveglio di dottorando Santuzzo (ci vuole poco). Per ora sembra esserlo, per ora. Koris non aveva granché voglia di prendere uno stagista, per più ragioni, fra cui la voglia di non vedere nessuno dopo la beffa del posto. E anche perché non è d’accordo con la politica del laboratorio che considera gli stagisti tirocinanti “gente a cui sbolognamo roba”: uno stagista viene per imparare, non per accollarsi cose che gli altri non vogliono fare. Il Koris-tirocinio in OPERA lo consideriamo la solita eccezione, un discorso complicato a base di sindrome di Stoccolma. Tant’è, alle strette, Koris ha preso stagista J nella speranza di non fargli troppi danni. Sono seguite (e stanno seguendo) innumerevoli notti insonni perché Koris sa di non saper fare e farà danno e questo tirocinio sarā una catastrofe per tutti. C’è serenità.

Stagista J è arrivato ieri, quando Koris tornava in ufficio dopo due settimane di smartuorchi piene. Stagista J ha trovato Koris chiusa fuori dall’ufficio perché hanno cambiato la combinazione della cassaforte con le chiavi e nessuno lo ha comunicato. Koris ha proposto di mettersi nella sala riunioni ad attendere, così avrebbe potuto guardare le mail e connettersi all’internet. Salvo scoprire che non ci sono più cavi ethernet nella sala riunioni, quindi niente connessione perché il wifi è sotto encoding SeLallero. La quantità di figure di merda era sufficiente per la giornata e non erano nemmeno le otto e mezza del mattino. Però no, non era finita qui. A Koris avevano detto che la domanda del pc per lo stagista era automatica al suo arrivo; hanno mentito, bisognava chiederlo. “Com’è che non lo sai?”, boh, forse perché Koris è qui da un anno e mezzo, non ha mai seguito stagisti qui e forse non ha la scienza infusa, ma sono solo ipotesi. Koris ha stampato lo stampabile per far cominciare a lavorare stagista J, nel mentre urlava contro il servizio informatico perché le serviva un pc prima di subito e il servizio informatico non c’aveva voglia. Ore 11, per Koris si poteva benissimo andare a casa e non volerne sapere più nulla per il resto della giornata.

Ma invece no (e come ti sbagli). Un collega si manifesta dicendo che sarebbe simpatico portare gli stagisti a fare un giro degli acceleratori. Koris dice ok, non sapendo che pesci pigliare. “Però le disposizioni sanitarie non ci permettono di prendere una macchina in quattro. Tu prendi quella lì, la Bianchina del laboratorio” Collega sgomma verso gli acceleratori con la sua stagista. Koris sale sulla Bianchina con stagista J, salvo accorgersi che quella macchina, benché aperta, non ha le chiavi. Koris si odia, dice a stagista J di aspettare, fa il giro degli scarni presenti del laboratorio per chiedere chi minchia si è portato via le chiavi della macchina. Bah, boh, chi ne sa niente, forse se l’è portate via dottorando A. Dov’è attualmente dottorando A? A casa sua, in Marocco. Un le pive traboccanti dal sacco, Koris è andata a dire a stagista J che il giro non si poteva fare causa assenza di macchina. Odiandosi.

Koris è tornata a casa a fine giornata col desiderio di sparire dalla faccia della terra e non avere pių interazioni con nessun essere umano. Forse si sentiva cosė anche il Replicante. O forse il Replicante non si sentiva affatto. Oggi, arrivata in ufficio, Koris si è detto che poteva difficilmente andare peggio. Sembrava quasi una buona notizia quando il servizio informatico ha trovato un pc in un angolo e ha annunciato di portarlo a stagista J per le nove. Forse l’inizio burrascoso era finito.

Ma figuriamoci. Il servizio informatico scopre che i codici di identificazione non sono mai stati attivati per stagista J. “Eh, sa, lei non è permanente e quindi tutto deve passare per il capo laboratorio, che ora č in ferie; converrà aspettare” ha detto un tecnico che ne sapeva di computer quanto Koris delle tendenze primavera-estate per le scarpe. Koris ha detto che ora il tecnico se ne andava all’ufficio suo a reinizializzare i codici di identificazione. Scene penose al telefono del calibro: “La password dovrebbe essere Gu4rdiaDiP0rta2020” “Non funziona” “Provi con meno maiuscole” “In che senso? Quali maiuscole?” “Aspetti, perché le cifre potrebbero essere anche 2021, non so bene…” è stata più dura che certe necromanzie informatiche su Debian, ma del resto il servizio informatico è noto per essere un habitat ideale per le minchie di mare. Koris deve ancora sopravvivere tutto il pomeriggio con stagista J e tutta la giornata di domani. A meno che domani stagista non abbia una formazione, il collega non è stato in grado di dirlo.

Koris è abbastanza traumatizzata da tutto questo e ha davvero paura di fare più male che bene. Saranno sei lunghissimi mesi di dubbi interiori, inettitudine sociale e drammi assortiti.

E invece si può benissimo essere entrambi.

Piante morte, Koris quasi

L’echeveria, la piantina che una Koris colma di speranze aveva comprato lo scorso febbraio per decorare l’ufficio, è volata nel paradiso delle piante. Dal lockdown di marzo non era troppo in forma, aveva fatto di tutto per cercare di sopravvivere, ma alla fine si è arresa al fato inevitabile, marcita dall’interno. Koris non riesce a non pensare che tutto sommato le loro sorti siano legate, in fondo ormai Koris fa abbastanza parte del mondo vegetale. Soprattutto quello che è marcio dentro.

La Koris-vita continua a essere una sorta di reboot di giornate tutte uguali in cui tutto fa abbastanza schifo, e più tutto fa schifo più viene voglia di essere altrove. Solo che non ci sono le energie per essere altrove e probabilmente nemmeno il budget. Parlando di budget, Koris si è fatta tentare e ha comprato ben sette videogiochi su GOG. Tutti punta e clicca per disagiati che devono devolvere la scrivania allo smartuorchi e che non sanno giocare con la tastiera. C’erano le promozioni al 90%, la folle cifra spesa ammonta a 12 euri. E ultimamente i videogiochi aiutano non poco a sfuggire da questa realtà con zero stelline di recensione, 100% non raccomandabile.

Lo sperpero di denaro è stato ovviamente mal preso dell’inconscio che ha iniziato a ripetere in loop “e se poi te ne penti?”. Anche perché lunedì il Capo ha ammesso in tutto il suo candore che le assunzioni sono bloccate fino al 2022 e oltre, e che erano bloccate anche prima. Quindi il posto per Koris non è mai davvero esistito e ancor grazie che hanno trovato una pedina da spostare da un posto all’altro, se no erano cazzy amary. Koris ha provato i soliti sentimenti contrastanti, da una parte perché allora non è colpa del suo cv che fa schifo, dall’altra perché le parole “assunzioni bloccate” le ha già sentite anche troppe volte. E poi si sa che c’erano delle liquidazioni d’oro da pagare a discapito di nuove assunzioni, il coviddi è stato solo la scusa principe da sfoderare al momento opportuno. Koris sta leggendo “Germinal” di Zolà, il che non aiuta, visto che se ne esce con cose come “perché ad ogni crisi si decide di lasciar morire i lavoratori per salvare i dividendi degli azionisti?”. E sì, bisogna contestualizzare un libro scritto nel 1885, che le cose non sono nemmeno paragonabili al quadro attuale. Però sì, cazzo.

L’Amperodattilo ha mandato un pacco pieno d’olio e di leccornie. Il pacco è attualmente in ostaggio a Rognac perché al corriere pesava il culo di portarlo a Marsiglia. Perché non potevano consegnare senza il numero di telefono, e anche se il numero di telefono era scritto sul pacco, non era nel campo giusto quindi era come se non ci fosse. C’è gente che si arrangia e ci sono i paraculi che la sfangano sempre. Koris non appartiene al secondo gruppo.

Koris ha ricevuto una mail dall’editor che l’ha lasciata insonne, circa modifiche al malloppo con cui Koris non è molto d’accordo. Solo che com’è noto Koris non sa farsi le sue ragioni in maniera civile, quindi o abbozza (e piange), oppure si decide che non se ne fa nulla (e piange lo stesso). Urge un corso di adulting, ma anche di relazioni sociali per cui si è fuoricorso dall’asilo.

Anche con questo post ci scusiamo per la negatività debordante. Un giorno andrà meglio. Forse quando avremo raggiunto l’echeveria.

Tranquillo, inspiroBot, lo abbiamo già imparato.
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