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Natale Reload

Ci si alza a un’ora scandalosa come le nove meno venti, quindi si passa il tempo a speculare sui pacchetti sotto l’albero, in attesa che si svegli anche l’Orso. I Maiores elucubrano che secondo i dettami di Orso, che sostiene che “marrone è una casa da vecchi”, bisogna apportare delle migliorie alla decorazione del salotto: l’Amperodattilo vuole ridipingere cornici, lampade e forse anche mobili di bianco o di azzurro; U Babbu non sembra convinto. L’Orso si sveglia, effettua la sua routine mattutina sul periodo medio-lungo, quindi ci si può infine dedicare al ricco spacchettamento natalizio, questa volta live e non via Skype come l’anno scorso. La catasta di pacchetti è talmente grossa che è un evidente recupero del perduto Natale 2020.

Dal mucchio selvaggio sotto l’albero escono maglioni, pigiami, guanti da sci, uno scanner per diapositive, joypad, giochi PS4 mutilati perché Amazogn ci odia, tute da speleo ma soprattutto un gigantesco vaso da piante indirizzato a U Babbu. Koris, individuo serio e compito, si infila nell’enorme sacco verde che impacchettava il vaso. “Ma quando diventa adulta questa?” si lagna l’Amperodattilo invano. Il regalo di Iset si rivela essere composto da due bottigliette alcoliche, una blu e una rossa, con le etichette “mana” e “vita” perché più di vent’anni di nerditudine vanno festeggiati in maniera degna.

Koris: “quindi adesso che non sono più ricattabile posso dirvi cosa mi ha regalato ‘thieu per Natale e compleanno!”
Amperodattilo: “No”
Segue mezz’ora in cui l’Amperodattilo cerca di convincere Koris, offesa, a confessare. Nel mentre U Babbu deve andare a cercare vini e mandarini. “Ma con uno champagne del 2007 ci avveleniamo?” è il dilemma che lo assilla. L’Amperordattilo e Orso elucubrano sui servizi di piatti.

Orso viene arruolato per decorare l’insalata russa, visto che è l’arbiter elegantiarum di casa. Pontifica dicendo che i gamberi andrebbero mangiati crudi, con grande sconforto di Koris e dell’Amperodattilo. “Ma noi li facciamo cuocere, che ci frega” sentenzia l’Amper. Orso insiste che la famiglia ha bisogno di un cane, Koris minaccia di non farsi mai più viva, quindi propone come potenziali animali domestici un ratto o una pogona. Via sms, ‘thieu si lamenta dei cani di sua sorella.

Mentre prepara teglie di gamberi e peperoni ripieni di bestie del Devoniano, l’Amperodattilo si lancia in commenti degni della Contessa Madre di Downton Abbey (sua guida spirituale) su come allestire le tavole natalizie. Koris lancia sguardi languidi all’insalata russa fatta coi santi crismi (cit. Amperodattilo) che tanto le è mancata l’anno scorso, segno dell’opulenza anni ’80. U Babbu ribadisce il suo astio per il tonno al naturale, aberrazione che non dovrebbe esistere, come anche il salmone al naturale. Arrivano gli affettati. “Ho preso pancetta, lardo, coppa, culatello, mortadella, prosciutto crudo toscano, salame milano, lo strolghino, poi c’è la mocetta da affettare. Dici che basta come affettato di antipasto? Dovevo prendere anche il vitello tonnato?” chiede l’Amperodattilo, organizzando l’orgia di trigliceridi. “Vabbè, per il nostro parco pranzo…” aggiunge, sapendo di mentire.

Si comincia a mangiare. U Babbu tesse le lodi del bagnetto piemontese, come ogni anno. Koris si suicida di affettati e insalata russa perché quando le ricapita? Dopodiché arrivano i ravioli, ragione che spinto Koris all’impresa del passaggio della frontiera. A posteriori possiamo dirlo: ne valeva la pena.

Arrivano quindi i gamberi, secondo leggero per cercare di far sopravvivere il quartetto fino alla fine del pranzo. Va in scena il seguente scambio:
Amperodattilo: “Aspetta che ti do due gamberi di più che se no sono tutte teste”
Koris: “Minchia, sembra il Terrore del 1793!”
U Babbu: “Era il piatto preferito di Robespierre!”
Amperodattilo: “Non trovo le code, ci sono le teste che vanno per conto loro…”
U Babbu: “Ecco, quelli che vanno per conto loro sono sempre decapitati per primi”
Koris: “Ma perché dici ‘ste stronzate?”
U Babbu: “Inizi tu, io ti vado dietro”
Orso racconta aneddoti raccapriccianti sugli astici, sostenendo che hanno un gusto di formaggio. Si discute sulla superiorità del filetto al Roquefort sul branzino.

Si giunge infine al dolce. U Babbu apre uno champagne del 2007 di cui Orso segnala un retrogusto vintage. Il plantigrade ci rende edotti che il vero panettone andrebbe mangiato tiepido, almeno secondo la scuola bergamasca. “Non vi ho portato il panettone artigianale perché tanto non lo sappiamo distinguere da uno industriale” si giustifica. L’Amperodattilo continua a ripetere di avere uno arrosto in repertorio pronto a presentarsi in un qualunque momento, anche a metà pomeriggio.

L’Amperodattilo si mette a giocare col suo nuovo scanner per diapositive e negativi, riesumando eventi lontani. Orso le guarda e considera “beh, però a vederle a non è che i tempi sembrino tanto cambiati”. U Babbu si indispettisce: “beh, non è nemmeno che fossero i tempi delle Guerre Puniche; erano gli anni ’70, mica dovevano andare vestiti come Pericle”. L’Amperodattilo decide di salvarsi tutte le foto con le pose fighe per metterle su Instagram con quasi quarant’anni di ritardo. Koris capisce che nella scelta del suo pool genetico, pur avendo una vasta scelta estetica, ha puntato tutto sulla simpatia.

La giornata termina sempre con l’Amperodattilo che decide di svuotare gli scaffali degli aggeggi informatici desueti. Orso è latitante, secondo la migliore tradizione che non si scalfisce nemmeno di fronte al coviddi. Koris magari si attacca a un videogioco per evadere a suo modo.

Selfie natalizi che puntano tutto sulla simpatia

Un anno dopo

Coviddi, coprifuochi, restrizioni, Natali che saltano, Pasque in differita, ecco che Koris non metteva piede a Merdopoli da un annetto circa. L’ultimo transito fu a settembre 2020 per portare la Ya(xa)ris a fare la revisione. E anche per vedere i Maiores e mangiare, non secondario. Poi i traffici sono diventati complicati, i Thelli spariti dalla circolazione ferroviaria, i netFlixBus latitanti; tornare nella gimcana dei divieti di due nazioni è stato improbabile finché Koris non ha avuto un paio di iniezioni certificate in una spalla. Quindi tornare nella patria d’origine tornava ad essere complicato come al solito, circa.

Koris è arrivata in Italia a bordo di un netFlixBus in cui la mascherina era demodé, tuttavia essendo lei amante del vintage e controcorrente ne ha messe due, FFP2 sotto, mascherina di stoffa impermeabile sopra. Quattro ore con la mobilità mascellare di Hannibal Lecter con la mordaccia e il respiro di Darth Vader. Senza bere, senza mangiare e senza pisciare. Mancava giusto un cilicio per fare la parure del perfetto penitente in cerca di espiazione. Qualcuno le ha chiesto il pass sanitario per valicare il confine? Ma quando mai.

Merdopoli ha sfoderato un’estate di fine settembre, con vento freschetto che ha fatto suicidare un vaso di tagetes, cieli densi di nubi, temperature ben al di sotto della media, mare non proprio tipico della stagione. Maiores molto incazzati verso Giove Pluvio, non fanno più i riscaldamenti climatici di una volta con 35 gradi all’ombra. Che débacle.

Talmente débacle U Babbu non è del color terracotta etrusca abituale, è più un’argilla carica. Ha spacciato a Koris due libri per il buon vecchio brocardo “posso consigliarti questo tomo”. Va in scooter come se stesse concorrendo al motomondiale, dimentico di avere sul sellino dietro una Koris non più avvezza alle due ruote. Ha portato Koris a spiaggia rendendola edotta dell’esistenza del chiringuito, rituale umano in cui si mettono casse con musica latina discutibile (il che significa né “Norwegian Reggaeton” né “Cerveza y Latifondo“) e si fa l’aperitivo sulla battigia; in seguito alla scoperta, Koris ha cercato di chiedere asilo specistico alle oloturie. U Babbu ha guardato la partita dell’Italia scuotendo la testa e dicendo “come giocano male”, per poi esultare in maniera molto composta davanti all’ultimo rigore (Koris è ancora traumatizzata quando, durante Francia ’98, U Babbu urlò davanti al rigore sbagliato da Di Biagio “MA COSA TIRA UN CANNONE SUL PALO?!”, esperienze segnanti).

L’Amperodattilo è a rischio una stella e pessima recensione su TrippAdvisor perché ha rifilato alla prole zucchini e cipolle ripiene per ben tre pasti consecutivi. Quando ha cercato rivalsa impastando una pizza, ha tardato ad arrivare per stenderla ed è toccato a Koris occuparsi dell’impasto inferocito. Però ha fatto gli gnocchi al Castelmagno, bisogna ammetterlo (“Gnocchi al Castelmagno, belin, piatto estivo!” si è lamentato Orso, “Il castelmagno si mangia quando c’è” ha risposto Koris). Si serve di Koris come ghost writer per biglietti di auguri, fa le parole crociate, si lagna di non saper risolvere i rebus. La sera della finale ha messo piede in salotto dichiarando “Tanto lo sappiamo tutti che finiscono ai rigori”, per poi ritirarsi a giocare a “Secret Files: Tunguska”. Se l’Amperodattilo sfruttasse meglio questo dono di preveggenza calcistica magari la famiglia potrebbe usarlo per arrotondare.

Orso lavora in smartworking, si lagna dei dati incomprensibili e degli studenti olandesi che “belin, si chiamano tutti allo stesso modo”. Ha potuto riparare al trauma subito nel 2006 e andare finalmente a festeggiare la vittoria in piazza. Esce tutte le sere, ma rincasa verso le due perché nemmeno lui ha più vent’anni. Scomodato a tagliare le cipolle per la pizza, cerca di amputarsi un dito con moderato successo. Fa stalking alla ASL per sapere se può spostare la seconda dose di vaccino dall’Olanda all’Italia, gli rispondono che “ci stanno lavorando”.

Koris ha finalmente conosciuto il gatto Steve, felino abusivo della casa di Piana che è stato preso a noleggio dagli zii. Gatto Steve, nella sua muta estiva non proprio imponente, si è fatto fare più coccole in due ore che gatta Spin in nove anni di permanenza in casa dei Maiores (“Ma Spin aveva avuto l’imprinting dalla cugina del Vunciume; e poi l’avevamo pagata 20 centesimi, che pretendi per un investimento simile?” ha commentato l’Amperodattilo). Koris avrebbe voluto portarselo a Marsiglia, non fosse che ‘thieu è anti-cat.

Il ritorno in Francia si è fatto nelle stesse condizioni dell’andata, senza controlli di pass sanitari alla frontiera, nonostante i tuoi e i fulmini di Manù-Jupiter il lunedì sera. Ora non resta che sperare che il coviddi si dia una calmata e che si possa calare ancora in Italia in tempi ragionevoli.

Per esempio che il castelmagno si può mangiare d’estate senza problemi

Se è per buttarlo via…

Nella famiglia Koris, la frase “se è per buttarlo via…” è l’introduzione a un sacrificio onde evitare uno spreco che sarebbe davvero un peccato commettere. Pronunciata in origine da U Babbu, la frase in questione viene spesso pronunciata di fronte alle pantagrueliche porzioni preparate dall’Amperodattilo e tirate fuori dal frigo dopo qualche giorno di permanenza. Il dialogo è di solito il seguente:
“Ehi voi, ci sono ancora quattro mozzarelle di bufala, mezza frittata di zucchini, un avanzo di minestrone e due creme catalane”
“E non possiamo mangiarli domani?”
“No, fra un po’ fanno i vermi, imbelino (lett.) via tutto”
“Vabbè, se è per buttarlo via…”
La frase ha assunto un significato traslato anche per cose buone di cui si mangiano ingenti quantità e, nonostante lo stomaco pieno, si fa lo sforzo di prendere una seconda se non una terza dose.

La stessa politica può essere applicata ai vaccini. Era da un po’ che Koris cercava un modo per procurarsi una dose anzitempo. Prima con le liste d’attesa, che non hanno funzionato granché. Poi facendo gli agguati ai centri vaccinali, cosa che non è proprio il punto forte di Koris, che nonostante la faccia da chiappe non è molto destra a persuadere spacciatori di vaccini. Alla fine Manù se n’è uscito che se uno si procura una dose ventiquattr’ore massimo prima dell’appuntamento, non deve mostrare nessun requisito ufficiale se non la destrezza nel clic. Koris s’è detta che si può fare.

Da “si può fare” è diventato “si deve fare” e Koris si è amminchiata con questa storia. Del resto non c’era niente da perdere e un vaccino da guadagnare. E si può dire che Koris abbia una decennale esperienza in ctrl+R compulsivo, salto sul pulsante “aggiorna” e click più veloce del west (coast). Ricordiamo prodezze del genere prenotazione della Play Station 2, scelta dei corsi collegiali serali onde evitare improponibili diti al culo, acquisto di “A Dance with Dragons” o “Harry Potter e i Doni della Morte” edizione figa prima di subito, iscrizioni ad esami assortiti, procacciarsi biglietti per festival lirici. La lunga esperienza di disagi ha insegnato a Koris la tecnica del piccione: piazzarsi sulla sporgenza più prossima e aspettare che gli avventori liberino il tavolino, quindi buttarsi sulle briciole senza distinzione, siano esse pezzi di pizza, di pane, di brioche o di cose meno digeribili.

Attrezzata con un’app che le riportava le dosi disponibili minuto per minuti e soprattutto ad orari improbabili della notte, Koris era prontissima per tentare. Poi, colta da un momento di gentilezza perniciosa, ha chiesto a ‘thieu “vuoi che prenoti anche per te?”. Ma ‘thieu non ha vissuto la medesima esperienza di disagi prendere-o-lasciare last minutes ciapa chi ciapa, quindi ha risposto sprezzante “no, lo farò poi con calma in settimana, troverò di certo un momento libero”.

Koris era in macchina sul sedile del passeggero di ritorno dalle Causses giusto ieri quando il telefono ha segnalato “dosi disponibili”. Nonostante la relativa destrezza sullo SmartPhogn, detta anche sindrome delle dita a banana, Koris è riuscita a buttarsi su un appuntamento alle 8:55. Che le è stato rubato da sotto il naso mentre si registrava al sito per appuntamenti medici. Koris ha rimediato prontamente con un nuovo appuntamento alle 9:10 di lunedì. Liscio, semplice, rapido.

Passiamo la parte in cui Koris si fa prendere dagli scrupoli perché doveva lavorare, che non riusciva a prendere una mattina di ferie e che poi alla fine anche stigrandissimicazzi. Quindi si è presentata, con il solito largo Koris-anticipo, in uno dei posti che negli ultimi undici anni marsigliesi non aveva mai bazzicato: lo stadio. Scelta forse non molto logica, ma bisogna pur trovare un modo per convincere i marsigliesi a farsi vaccinare. In un maggio che sembrava più un ottobre inoltrato, con Mistral e nuvole sparse in cielo, Koris ha atteso in fila che un energumeno biascicasse “rendez-vous de 9 heures 10!”. Momento di panico perché Koris si sentiva un po’ un’impostora, con quell’appuntamento smozzicato, ma anche da impostora è passata.

Attesa in fila. Altra attesa in un’altra fila. Nome, scartoffie, carta d’identità. Altra attesa in un’altra fila, mentre il mitico Velodrome si rivela assai deludente, niente più che l’interno di un brutto palazzetto dello sport. Altre scartoffie in cui si domanda se si è proprio convinti, convintissimi di farsi impiantare il 5G o espiantare l’anima o qualunque cosa sia di moda adesso. Riempi il foglio di crocette, va bene tutto, cacciate ‘sta dose che è da quel dì che se ne sente parlare, l’hype è alle stelle. Nel box un’infermiera formato Gimli e gentilissima sbriga la pratica nel tempo che il cervello impiega a formulare il “ehi, la siringa della DTP era più piccola, cos’è quel coso?”. Troppo tardi, hop, fatto: circolare, non c’è niente da vedere, avanti il prossimo.

Un pompiere sbrigativo fa parcheggiare Koris per un quarto d’ora, per sincerarsi che non le crescano tentacoli in mezzo alla fronte o altre amenità del genere. La cosa più eccitante accaduta nel suddetto quarto d’ora è un un refresh compulsivo del sito per trovare una dose per ‘thieu (sforzi vani, arriverà solo nel pomeriggio, quando sembrava persa la speranza, aggiornando la pagina in momento a caso). Ultimo passaggio burocratico: abbiamo già l’appuntamento per la seconda dose? A posto così.

Koris è attualmente un po’ addormentata, non le è chiaro se è colpa del 5G, del genoma modificato, o dell’anima che è fuggita. Per ora la rete continua a funzionare, quindi vaccino e wireless non danno interferenza. Koris non ha ancora provato ad andare a leccare le ringhiere del metrò per vedere se il vaccino funziona, magari aspetterà un paio di settimane e un vaccino contro il tifo in più. E a fine giugno, se tutto va bene, si chiude una parte di questa storiaccia pandemica. Forse Koris poteva aspettare il 15 giugno, giorno ufficiale dell’apertura vaccinale per tutti quanti. Ma diciamocelo, se tanto quella dose finiva buttata via…

Et in terra PACS

La cosa era nell’aria già da un po’ e non assieme al coviddi. C’era già prima, da quando ‘thieu buttò lì un “potremmo anche sposarci” due o tre anni fa. ‘thieu sceglie sempre momenti opportuni per queste grandi risoluzioni ed essendo quel momento proprio l’attimo in cui Koris stava precipitando nel regno dei sogni, la risposta fu “potremmo anche dormire”. Il romanticismo bussava alla porta e quando il romanticismo bussa alla porta, “tu dà due giri di chiave e chiama la polizia”, come ebbe a dire una volta l’Amperodattilo.

Non che la cosa fosse morta lì, ogni tanto emergeva il discorso, allo stesso modo di quel paio di calzini improponibili smessi da anni ma che si fanno vedere di tanto, riportati a galla dall’entropia del cassetto. Essendo i nostri due protagonisti poco amanti di dichiarazioni con cene a lume di candela e brillocchi inanellati sotto la Tour Eiffel (che poi come romanticismo sta a zero per uno che è davvero nato a Parigi), la questione si risolveva con uno sbrigativo “on verra”, poi ci pensiamo. E vissero tutti felici e contenti, procrastinando ad libitum, come finale per una favola non è poi così male.

In verità Koris si era anche informata: la mole di scartoffie era notevole. Soprattutto chiedevano andirivieni col consolato italico, non sempre sul pezzo e con alzate d’ingegno del genere “prendere un appuntamento per prendere un appuntamento”. All’epoca Koris aveva appena il tempo di andare a pisciare e nemmeno tutti i giorni, stare dietro alle menate del consolato. Koris e ‘thieu sono giunti al compromesso “aspettiamo la naturalizzazione francese”. Che è un altro modo di procrastinare alle grande, poiché i tempi per la naturalizzazione potevano essere molto più lunghi del previsto e il decreto arrivare soltanto nella settimana dei cinque venerdì dell’anno del mai.

Contro ogni aspettativa, tuttavia, Koris è diventata una froggy prima del previsto e nonostante il coviddi, riuscendo persino a farsi fare una carta di identità marsigliese. Divenuta una pseudo-francese papiers-munita, non c’erano più tentennamenti di sorta. A parte il coviddi, si intende. Koris si è più o meno piazzata davanti a ‘thieu pronunciando un internazionale e in ogni caso comprensibilissimo “embè?”.

Ne è scaturita una lunga discussione, mentre ‘thieu cucinava e mentre Koris se ne stava seduta sulla lavatrice. Ne è emerso che se la cosa si voleva davvero fare, si doveva battere il ferro finché era caldo, coviddi nonostante. Ne sarebbe conseguito che non ci sarebbero state feste, cerimonie e celebrazioni di sorta, del resto in era coviddi non si può fare altrimenti; a onor del vero, anche in assenza di vairus, Koris e ‘thieu non sono proprio inclini a ricevimenti e sollazzi (in particolare ‘thieu, l’uomo dai troppi cugini, tutti sposatisi con cerimonie faraoniche da ‘thieu molto sofferte), quindi se si poteva evitare era meglio. Koris ha tuttavia fatto notare che bisognava trovare due testimoni, ovvero convincere due persone a prendere un giorno di ferie o perdere un giorno festivo per mettere una firma su un pezzo di carta non destinato a loro. Il romanticismo di cui sopra. A ‘thieu è comparsa in faccia la vecchia clessidra di Windows 3.1 che significava “ci penso”.

“Ma perché non facciamo un PACS?” se n’è uscito ‘thieu, un giorno di febbraio qualunque. Koris ha storto il naso, per traumi pregressi: forse non tutti sanno che il SonnoDellaRagione propose a Koris di firmare un PACS solo per tirarsi indietro (e mollarla) cinque giorni prima della data stabilita. Si è presa qualche giorno per processare la cosa, soprattutto per convincersi che ‘thieu non ha dato segni di SonnoDellaRagione per più di cinque anni, quindi decretò che si poteva fare. Per altro, essendo Froggy, a Koris non restava che chiedere un agevole certificato di stato civile online a Nantes e niente più scartoffie col consolato. C’è stata ancora un’avventura minore col comune di Marseille convinto di essere al di sopra della legge, ma niente che un urlo di ‘thieu non potesse risolvere.

E oggi hanno firmato: Koris e ‘thieu, soli, un po’ rincoglioniti, vestiti non benissimo ma almeno senza scarpe coi buchi. Hanno firmato in un ufficio pieno di plexiglass, alla vigilia di quella che sembra la terza fine del mondo. Il tutto ha richiesto un rapidissimo quarto d’ora: certi pacchi alle poste richiedono più tempo di un PACS. I due più novelli cosi che novelli sposi se ne sono tornati a casa con due pasticcini zozzi della pasticceria di fiducia, da mangiare rigorosamente prima che Manù (o chi per esso) dia le attese pessime notizie.

Ora come ora non si registrano cambiamenti radicali. A parte ‘thieu esagitato e euforico che continua a ripetere “ora ti tocca mettere il tuo nome sul citofono, non puoi più rifiutarti!”. The things I do for love.

L’anno senza feste

Dopo Pasqua, nel 2020 annodemmerda è saltato anche Natale. Oddio, non proprio saltato come Pasqua, ma Koris si è scoperta molto legata alle tradizioni della sua italica famiglia, in barba ai suoi “massì, Natale lo puoi fare come vuoi”. Spoiler: no. O forse non per forza di cose, se fosse stata una scelta e non un’obbligazione covidica le cose sarebbero andate diversamente. O forse no, ma non è dato sapere.

Koris ha sentito nostalgia di cose sepolte nell’oblio dei secoli e che non aveva mai avvertito prima d’ora. Come la nostalgia del presepe, tradizione che è andata persa negli anni per mancanza di sbattimento, di spazio e di quant’altro. Ma non un presepe qualsiasi: il presepe dell’Amperodattilo, a basso contenuto di religiosità, quanto basta di tradizione e un sacco di modellismo ingegneristico. Le montagne con l’anima di carta di giornale, la copertura fatta con la carta giusta e la spruzzatina di neve sopra. Le mini-casette da sistemare sulle montagne, perché “la prospettiva è così, sono lontane” (AmperoCit.). Le lucine nelle casette con erba e sassi sistemati meticolosamente in modo che non si vedesse il filo, “se no viene fuori un arrabaio”. Il classico fiume di carta stagnola. I pastori che più che adorare bambinelli si facevano la sporta degli affari loro. Koris non ci pensava da un sacco di tempo, ma ci ha pensato quest’anno.

Anche l’albero di Natale, prima sul terrazzo davanti con decorazioni anni ’80, poi evoluto in palo di Natale (non chiedete) e divenuto infine albero da mettere via già pronto all’uso è mancato un po’. Soprattutto la valanga di regali sotto. Anche se a casa dei Maiores stazionava sotto l’albero un sacco che sembrava compost e ha un po’ mitigato la nostalgia. Santa chiamata su Wazzappo con Orso in pigiama scozzese, Amperodattilo che piazzava le natiche sempre e comunque davanti alla telecamera e U Babbu che spacchettava il saccone. Che uno potrebbe dire “è un modo anche quello per stare assieme”, però è un modo della mutua. Menzione speciale per lo spacchettamento del regalo di Iset, filmato in diretta: la donna che spacchettò delle ciabatte a forma di unicorno vestita ella stessa con una tuta da unicorno. Perché vent’anni di amicizia fanno questo ed altro.

Ora inizia una carrellata da Italiano all’estero pizza-mafia-mandolino, quindi se siete individui di mondo si consiglia di passare oltre. Un’altra cosa che a Koris è mancata parecchio è il cibo. L’AmperoPrazo natalizio è qualcosa che si ricorda nei secoli dei secoli amen, farne a meno è un dolore non indifferente. Soprattutto quando sei abituato al pranzo del 25 da proletariato urbano e ti ritrovi all’improvviso a fare una cena del 24 da alta borghesia/classe dominante. Con le ostriche, le lumache e il fois gras, trio di cui Koris evita di nutrirsi; non solo Koris, a dire il vero, anche il ben più raffinato fratello Orso, che quando ha ricevuto una foto della tavola ha commentato “cosa sono quei budini andati a male?!” (era il fois gras). Koris potrebbe aver bisogno di un ciclo di terapia perché non aveva mai visto mangiare le ostriche prima d’ora e adesso ha chiaro perché “huitres” in francese denota tanto le ostriche quanto le caccole di naso. Nel mentre, nella cucina del Terzo Stato a Merdopoli, l’Amperodattilo faceva a meno di porcellane di Sevres e argenteria, e impastava ravioli in quantità industriale. Ricevuta la foto di cotanto cibo, lo stomaco di Koris ha mandato un messaggio al cervello del calibro fratello non temere che corro al mio dovere, trionfi la giustizia proletaria.

Fine della lamentela culinario-italico-lotta di classe.

A Natale nel mezzo dei vulcani spenti è arrivata anche la neve, che fa un Natale molto suggestivo. Ma ancora una volta, sarebbe stato meglio se fosse stata una scelta e non un ripiego, il Natale dai genitori di ‘thieu. C’è sempre questa specie di magone fissato in gola (e non è un’ostrica) che fa pensare che c’è qualcosa di sbagliato, qualcosa che ancora una volta non è andato come doveva in quest’anno storto.

U Babbu, depositario di tutto l’ottimismo familiare, ha detto che si recupera appena possibile, alla prima festa pagana disponibile. Si spera di potersi ritrovare ai Lupercalia, anche se non è chiarissimo come si festeggino i Lupercalia. Ad ogni modo, se Lupercalia devono essere, Koris ha intenzione di far servire in tavola un’assai poco filologica insalata russa, perché necesse est.

P.S. per i benaltristi: sì, è vero, c’è chi ha passato Natali peggiori, c’è chi ha passato questo Natale in maniera atroce. Però questo è il Koris-blog, il Koris-diario di bordo e si lamenta di quello che vuole, fosse anche la tragedia delle doppie punte.

P.P.S. per l’Amperodattilo: no, la Koris-chioma non ha le doppie punte. E no, non arriva ancora alle ginocchia.

Quelle domeniche di novembre

Anche se è lunedì, del resto quando si è confinati il tempo è un po’ un’illusione, almeno finché da uno schermo non compare Manù a dire tana libera tutti. Ma non è ancora quello il momento e quanto alla tana, ci si deve restare. Dentro.

Queste domeniche novembrine passate in casa hanno un sapore d’altri tempi. Hanno anche un sapore di muro preso a craniate perché vorresti essere in grotta, ma se cominciamo con queste spirale di violenza nel giro di due giorni abbiamo finito i crani da spiaccicare e i muri da imbrattare. Sapori d’altri tempi, si diceva, di un altro millennio. Quando le domeniche sembravano senza fine e novembre di Merdopoli era un grigiore eterno fra le alpi e il mare. E ci si chiudeva in cameretta, Koris, Orso e una decina di Biker Mice, a giocare e a fare un casino preparatorio di un dramma serale. E l’Amperodattilo cucinava mentre sul terrazzo pioveva con le cocalle (termine dell’Amperodattilo per designare gli schizzi delle gocce quando cadono a terra, forse dialetto, forse genio letterario). E U Babbu compariva ogni tanto a controllare che i Biker Mice non stessero cercando di evadere dalla finestra (no, sul serio, vivevano in una casa a rotelle con quattro camere, cucina abitabile e salone, non avevano nessuna ragione di evadere). E si passava la domenica in tuta e in ciabatte, in attesa che arrivasse la sera e il lunedì e che l’Amperodattilo scoprisse il gigantesco casino che imperava in cameretta.

Sotto la sottile crosta di solenne rottura di coglioni, c’è qualcosa di vagamente familiare e rassicurante in queste domeniche confinate, fra una lasagna fatta in casa, una mano di intonaco e un boss di Parasite Eve. O forse si cerca qualcosa di familiare e rassicurante, per dimenticare un attimo l’apocalisse che si scatena al di fuori delle mura domestiche.

Ora o mai più

Con la recrudescenza del vairus che comincia a uscire dalle fottute pareti un po’ dappertutto, Koris ha dovuto prendere decisioni difficili per quanto riguarda i suoi ritorni in Italia. Ovvero prendere armi e bagagli e fare una toccata e fuga su un week-end, prima che le frontiere si chiudano dall’oggi al domani o richiedano quarantene in lazzaretti isolati in attesa di un tampone che potrebbe anche essere mai.

È stato un comportamento giudizioso? Forse sì, forse no, ma ormai è fatta. Il casus belli del resto era la revisione della Ya(xa)ris, macchina diciottenne che nonostante tutto fa ancora il suo sporco lavoro di utilitaria spartana. Ma se Koris avesse indugiato ancora, la Ya(xa)ris forse non avrebbe mai potuto passare la revisione italica. Sono cose complicate, signora mia.

Nel mentre, in famiglia sono tutti sopravvissuti con più o meno danni al confinamento e alla convivenza dal vairus.

U Babbu assume una dose giornaliera di 50 versi dell’Odissea in lingua originale. Si lamenta del suo accolito Tortellino che capisce poco. Inviato a fare la spesa, riesce ad arrivare con enormi provvisioni di qualunque cosa tranne ciò che gli era stato richiesto. Essendo alla fine dell’estate, è color terracotta e se ne vanta alquanto.

L’Amperodattilo ha lo stesso colorito. Di solito parla di cibo, quando non si lamenta del vairus e “io una roba così non l’avevo mai vista”. Ogni tanto legge cose a caso e fa strafalcioni del calibro di “torre merdata”; potrebbe essere un segno dei tempi, invece è sempre stato un segno distintivo del personaggio. Oltre a parlare di cibo, ne prepara in quantità industriali e si lamenta quando si consiglia di finire gli avanzi. “Cosa penserà ‘thieu che gli diamo da mangiare i resti del giorno prima?” si duole l’Amper.

Orso dice alla sorella che è meno magra del solito, ignorando deliberatamente la trave che si trova nel suo occhio. Lavora imprecando a un ritmo importante. Spacca il caricabatterie del MacBook e mentre va a comprarne uno l’Amperodattilo ripara il danno.

Il meteo annunciava temporali e siluri volanti, mentre il tempo meteorologico si è limitato ad essere umidiccio e stinfio. Koris aveva pianificato un nulla cosmico e ha passato 48 ore a scusarsi di non aver pianificato.

Il prossimo transito italico potrebbe risultare alquanto complicato. Ma del resto, del diman non v’è certezza e di questi tempi ancora meno del solito.

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