Archivi categoria: Neutrini malandrini

A volte ritornano (Japanese version)

Essere ad una conferenza enorme con un poster del cappero (perché all’ultimo momento il tuo capo… vabbé lasciamo perdere) è come andare ad un matrimonio a cui sono state invitate tutte le tue ex fidanzate. E tu sei single.
È come aggirarsi per i corridoi per i corridoi della tua università e incontrare gli ex professori che hanno tormentato le tue notti per anni. Anzi, è peggio, perché gli ex professori sono innocui, gli ex colleghi/capi no. Soprattutto se tu hai un poster urfido da presentare.
Nella fattispecie Koris ha incontrata la capa-gruppo di Boulogne e non alla conferenza, ancora per strada a Kyoto. Contando che in due scappate a Boulogne non c’era per entrambe le volte. Quando si dice che scappare dall’altra parte del mondo non serve.
Poi ci sono i Bernesi, che sono i peggiori. Il capissimo E. nonché ex spokeperson di OPER non ha ancora riconosciuto Koris perché troppo occupato, ma si teme che la cosa vada a pochi. In compenso Koris ha incrociato quella sorta di Giapponese nazista che le ha avvelenato gli ultimi tre mesi di tesi a Berna. È stato giusto un attimo, un incrociarsi. Dai che non mi ha riconosciuto. Dai che manco si ricorda che esisto. Dai che non mi ha visto…
“Ehi!”
Cazz…
“Oh, nice to see you here! And you have a poster! I will come to see it!”
Quando le bestemmie non bastano. L’unica risposta riparatrice poteva essere “no, sono stata assunta qui, faccio le pulizie. Questo? Non è un poster, lo uso per sturare i cessi”. Solo che quando Koris viene sgamata non ha cotanta presenza di spirito e ha preferito surgelarsi.
Ora manca solo R*, il figlio del premio Nobel, poi l’incubo sarà completo. Ah, ci dicono che arriva mercoledì. Perfetto.

And you can fly to the other side of world
You know who you will find
I’ve reserved the seat behind you
We can talk about the old times…

* Per chi si fosse perso quella parte della storia, R è un pezzo grosso di dimensioni enormi che, in sequenza, offrì un dottorato a Koris a Ginevra, si beò delle Koris-false promesse, le fece uno stalking estivo degno di un ex-amante e infine si vide il dottorato rifiutato fuori tempo massimo.
A seguire, due o tre foto di Gion per dimenticare il passato.

tempio

Non si sa che tempio sia, ma la foto faceva fico.

arione

Un airone a Gion.

lanterna

Lanterna rossa

Nuove vie per il Nirvana

Come sul capo al naufrago l’onda si avvolge e pesa, così lo scazzo esistenziale a un certo punto ti sommerge a mo’ di tsunami e arriva anche la citazione manzoniana. Tanto per dare un’idea.
Koris è attualmente in post-presentazione da una ventina di minuti. Per il dottorando medio (o anche alluce), essere in post-presentazione dà la medesima sensazione della liberazione dopo una settimana di stitichezza: tutti i rifiuti sono stati espulsi, meglio se con alcuni particolari orifizi rimasti indenni. Scorie espulse non importa come, è interessante notare.
Koris ha vissuto in un vortice di follia che è iniziato sabato al ritorno dalle nebbie di Avalon. Che poi lei lo aveva pure detto a Roy Batty che andare a Boulogne sarebbe stato felicemente inutile, a Roy Batty non si discute.
Così Koris domenica ha lavorato part-time.
Lunedì era ponte, ma Koris ha cercato invano di lavorare, prendendosi un’acquazzone sul muso.
Martedì non c’erano autobus, quindi salire a Luminy era hors de question. Lo Stato Maggiore si era convinto che fosse questione di rifare un paio di grafici e la presentazione sarebbe stata pronta. Quindi al pomeriggio ha chiamato un’altra dottoranda sfigata del par suo e se n’è andata ad arrampicare a Pastré. In bici.
Mercoledì il delirio aspettava al varco con gli istogrammi impazziti. Koris si illuse di averlo domato, ricevendo chiamate folli all’una di notte.
Giovedì Koris fece un all-day long di dodici ore in laboratorio, dalle otto e mezza alle otto e mezza, a inseguire un bozzo in un istogramma che giocava a nascondino. La presentazione, nonostante tutto, era pronta. La sera andò in scena un terrificante crollo nervoso, con seguito di seduta di autocoscienza con il suo confessore Whisper. Una di quelle conversazioni che durano fino a notte inoltrata e che contemplano il suicidio come gioiosa soluzione finale.
“C’est la solution de laches!”
“Ou des desésperès”
Venerdì alla riunione di gruppo la presentazione è stata smontata in pezzi infinitesimi. L’autostima di Koris anche. Le simulazioni si sono messe a dare di matto, lo Stato Maggiore le ha seguite. Si sono visti fenomeni paranormali, apparizioni mistiche, Cinesi che hanno lasciato l’ufficio alle sei per andare a una festa. Roy Batty si è piazzato sulla scrivani di Koris mormorando la frase del terrore:
“Stiamo qui finché non ci tornano i conti”
Che per Koris oscillava fra ad libitum e in secula seculorum (amen). Alle nove e mezza passate da un pezzo, anche Roy Batty ha deciso di dare forfait, con l’altrettanto inquietante frase del terrore:
“Continuiamo domani”
Incurante che domani fosse sabato. Incurante che si andasse per le dieci e che davanti a casa Koris ci fosse un campo profughi. Incurante che Koris avesse la faccia dell’omicidio-suicidio pronta all’uso. Fra una cosa e l’altra, Koris è andata a dormire alle due di notte, mortacci sua.
Sabato è il giorno in cui tradizionalmente il dottorando ronfa duro. Koris ha smesso di dormire alle sei del mattino, quando si è resa conto che stava sognando confronti dati-MonteCarlo. Lavorare per lavorare, tanto valeva andare a lavorare in ufficio. Ora di arrivo in laboratorio: sette e quaranta. Roy Batty nemmeno c’era, comparve ore più tardi e si fece inseguire per tutti i corridoi, alla principino, dove siete? Principino, dove state? Ah, perché mi abbandonate? Mi farete disperar. Le simulazioni sono state fatte tornare a forza con magie nere. Le cose avevano un vago senso. Non c’era che mettere a posto la presentazione per il mercoledì successivo. Koris è evasa dal laboratorio alla Lupin, strisciando lungo i muri per non farsi vedere, alle quattro del pomeriggio.
Domenica, al risveglio, Koris ha optato per “oggi gna’a’ fo”. La volontà ha vacillato, è caduta sotto i colpi di una gita ad Allauch. Lo Stato Maggiore decise di rimandare tutto a durante il meeting, tanto la presentazione era prevista per mercoledì.

falesia
Non sappiamo come si chiami questo posto, ma ci piace lo stesso
falesia rossa
La falesia insanguinata, perché no?
macelleria
Qui pare il banco di una macelleria
fichissima
Stupid girl with a reflex, ma lo si fa per rilassarsi.

Lunedì Koris si è svegliata alle 4:45 per trasportare il suo stress su un aereo per Roma. Si è addormentata come ha toccato il sedile dell’airbus, si è risvegliata che la discesa verso Roma era cominciata da un bel pezzo. Raggiunto il luogo del meeting come uno zombie, la ha raggiunta una mail da stalker di Roy Batty che le chiedeva un grafico ulteriore.
“Tanto ho tempo fino a mercoledì, la sessione di analisi dei flussi diffusi è sempre stata mercoledì…”
E invece, sorpresona: spostata a martedì pomeriggio. Panico. Terrore. Grafici che non vengono. Tempo che scivola via. Desideri suicidi. Poi un Russo provvidenziale, il grafico esce. Si impacchetta la presentazione, la si manda a Roy Batty alle sette di sera.
“E ora non apro la mail fino a domani mattina.”
Poscia più che ‘l dolor potè lo scazzo. Koris oggi ha fatto la presentazione in un miscuglio omogeneo di scazzo, disillusione, voglia di farla finita. Tutto sommato, non è andata nemmeno così male come pensava.
Ma la cosa più importante, è fatta.

Sedute di autocoscienza

Il caffè klatchiano ha la virtù di riportarti alla realtà più di un’inattesa busta marrone proveniente dall’esattore delle tasse.  Infatti gli estimatori del caffè si preoccupano di ubriacarsi pesantemente prima di toccarlo, siccome il caffè klatchiano riporta alla sobrietà e, se non si sta attenti, anche oltre, dove la mente umana non dovrebbe mai andare.

Terry  Partchett, “Uomini d’arme” (liberamente Koris-tradotto)

Ecco, le sedute di autocoscienza fra fisici a mezzanotte hanno lo stesso effetto. Koris e Whisper dovrebbero abolirle per la loro intrinseca pericolosità. Ma Koris e Whisper assieme ne hanno viste troppe, fisicamente parlando, quindi giocano alla confessione scambiandosi a turno l’abito talare.
Riassunto delle sedute per fisici anonimi (sarebbe divertente trovarsi in un gruppo di nerdoni disposti in cerchio, alzarsi e dire “Salve, sono Yaxara e ho un problema con i neutrini cosmici“) degli ultimi giorni: se il rapporto col dottorato fosse uno status di Facebook, ci sarebbero in giro un milione di “relazione complicata”.
Pare che ci sia una sindrome endemica che colpisce i dottorandi al secondo anno. Sintomi:

  1. scazzo generale e persistente,
  2.  insorgere di domande esistenziali all’ora di andare a dormire,
  3. disillusione verso la scienza, il mondo, l’universo con conseguente umore uggioso
  4. gonadi roteanti,
  5. rispostacce ai superiori nei casi più gravi (ogni riferimento a Koris-mail inviate ieri è puramente casuale)

Insomma, una crisi di mezza età del dottorato. Solo che con lo stipendio del dottorando non ci si compra sicuramente la Porche per farsela passare, al massimo una bicicletta da Decathlon. È come il matrimonio, passati i primi tempi goderecci si casca nella routine e sorge la necessità di evasione. O di attesa che finisca, siccome il contratto recita “per tre anni” e non “finché morte non vi separi” (in compenso c’è la clausula “siete disposti ad accogliere gli articoli che il gruppo di ricerca vorrà farvi firmare e a correggerli secondo le politiche dell’esperimento e del suo pubblication committee?”).
Ci si domanda se valga veramente la pena passare dieci ore in laboratorio, chini su un computer che ne ha ancora meno voglia di te, condividendo l’ufficio con uno dei due Cinesi che puzza e rutta (ogni riferimento a Koris-condizioni è ancora una volta puramente casuale), mentre dalle alte sfere piovono ordini e cose da fare con un preavviso medio di tre giorni, solo per vedere il proprio lavoro soffiato da sotto il naso.
“Ma fra meno di un mese parti per il Giappone, sopporta!” qualcuno potrebbe anche dire. Sì, è vero, ma a Koris piacerebbe andare ad abbronzarsi alle radiazioni di Fukushima senza ulcera epatica. Si ringrazia solo che Roy Batty è un sant’uomo ed è l’unica fonte di consolazione per l’afflitta Koris. Ieri le ha elargito la massima “Il y a toujours une solution pour tous”. Koris voleva saltargli in braccio in lacrime.
La cosa truce è che Whisper dice grossomodo le stesse cose, condite in salsa teorica. “Il mio capo non mi caga, mi hanno messo a fare un lavoro inutile che mi porta via un sacco di tempo e la concorrenza di un altro gruppo di ricerca sul lavoro vero mi sta stritolando. Molliamo tutto e andiamo ad aprire un bar sulla spiaggia a Friburgo”.
Insomma, qui ci sono due conclusioni possibili: o nel settore c’è grossa crisi, oppure si sta  preparando la rivolta di Spartaco.

P.S. Scusate lo sfogo. Viste le visite vertiginose di ieri, presto si tornerà a parlare di alligatori e di water.

I neutrini nel loro piccolo ti stressano

Oggi non è un dottorato, è una tragedia. Stile “Antigone”, con tanto di ecatombe finale. E quando mi tornano in mente i ricordi del liceo significa che la gravità della situazione è paragonabile a quella un buco nero supermassiccio.
Ho corretto, ma avevo scritto “buco neuro”. Molto selft explicative, non c’è che dire.
(E anche il fatto che stia scrivendo in prima persona denota un livello non trascurabile di scazzo in libera uscita).
Brancolo nel buio. Cosmico. O almeno ci brancolavo stamattina, quando mal me ne incolse ho scoperto che aprile è fottutamente a metà. Dove diamine sia sparito non è dato sapere, fatto sta che non me lo aspettavo. Ma il tempo stringe, tanto per cambiare.
Non ho ancora capito se sono a buon punto o se posso buttarmi giù da una falesia senza corda. Stamattina propendevo per la seconda opzione, poi è arrivato il mio capo.
Io devo sposare il mio capo, di questo sono serenamente consapevole. È l’unico uomo che mi tranquillizza senza uscirne lacero-contuso.
Secondo lui basta fare alcuni essenziali punti, presentare due o tre grafici ben fighi al meeting di Roma, calcolare la sensitività et voilà et voilà.
Il tutto in due settimane. Se non si pianta il server. Se non cambiano ancora una volta versioni ai software del Centro di Calcolo, perché in quel caso Lione diverrà un cratere nucleare.  L’impresa pareva fattibile.
Ho pranzato di fronte al pc, ma giuro che non lo rifarò a breve. Però è comparso un qualche timido risultato.
Il flusso di neutrini da GZK è verosimilmente inventato, ma ci assomiglia abbastanza.  Diciamo che se lo guardi da lontano non si nota troppo la differenza. Poi non sputtana nemmeno troppo le analisi già fatte senza, per cui sì, credo proprio che me lo terrò.
Dopo questa scoperta e dopo aver mondato i job da immondizie ereditate potevo dirmi una donna felice.
Quando poi ho scoperto che la struttura dei file di TMVA mi permetteva cose mai viste prima, ero quasi euforica.
Poi venne il segmentation fault.
E il segmentation fault alle cinque del pomeriggio di venerdì ti fa passare la voglia di vivere, ti sprofonda l’umore sotto le scarpe e ti fa guardare con concupiscenza il coltello sulla tua scrivania (usato per sbucciare una mela, anche se riconosco che la presenza di un coltello sulla mia scrivania è inquietante, visto che potrei anche usarlo).
Ora siamo ancora al punto morto. Lui lì, io qui che lo guardo. È colpa della variabili male allocate. Che se le allochi fra le chiappe, allora. No, è colpa del file. Posso farci qualcosa? No, devo aspettare che i dati finiscano di analizzarsi.
Scambio un fegato per un dottorato, in pratica.
Verrebbe voglia di procrastinare tutto alla settimana prossima, ma la situazione non migliorerebbe. Cioè, al massimo cambierebbero due variabili di ambiente sul server e si ripasserebbe al debug selvaggio, dopo aver perso un week-end domandandosi perché perché perché.
Che poi grazie al cielo c’è Flu che insiste per andare ad arrampicare stasera. E ci si va, anche se le mie braccia eruttano ancora acido lattico da mercoledì sera. Ma mica sono nata per soffrire. O forse anche sì. A tal proposito dovrei chiedere indietro il battesimo, dicono che gli ultimi saranno i primi nel regno dei cieli. O forse no, come disse Pinuzzo quando mi insegnava filosofia al liceo, “il succo non è ‘beati i malpresi'”. Poi capace che ci siano i neutrini nel regno dei cieli e non so se voglio passare il resto della mia vita ultraterrena in mezzo ai neutrini.
Affermazione che equivale a un divorzio, più o meno. Non lo dico più, va bene?
Questo perché c’è un dottorando che si è dottorato (ah ah!) e che parte per gli USA. A me mette ansia, che fra un anno e mezzo tocca a me. E mica ci vorrei andare, negli USA. Tocca trovarsi un’alternativa. Nel frattempo mi ripeto il mantra del mio ex relatore, “c’è tempo”.
Non avrei dovuto assentarmi due giorni a Pasqua. Mi trovo nello stato mentale in cui ogni ora è preziosa. E allora che stai cazzeggiare sul blog a fare? Ah sì, aspetto che finisca il job per prendermi l’ennesimo segmentation fault nelle corna.
Sono un po’ stressata. Giusto un pochino, eh. Al punto che è da stamattina che ho una voglia pazza di fragole con panna e torta cocco-cioccolato. Sì, è una gravidanza isterica, il feto è la tesi. Però mi sa che almeno la torta verrà saziata. Domani è pur sempre sabato, no? Certo, c’è vela. Quindi se non annego posso ritirarmi in buon ordine a fare torte, come una qualunque casalinga zitella in crisi glicemica.
Ma se una volta atterrata in Giappone mi ritirassi in un monastero shinto a qualcuno dispiacerebbe veramente?
(Ma fra mezz’ora vado a scalare e mi calmo, eh. Promesso.)

Un po’ di tutto

Capita che ci si aspetti una settimana tranquilla che finisce al giovedì. Succede, sono errori di valutazione che si compiono. O pie illusioni che piace coltivare. Del resto, se la settimana finisce il giovedì non potrà succedere niente di tragico, no?
Et ho errato. Del resto è aprile, Koris doveva aspettarselo.
Per una ragione o per l’altra, Koris si trova circa un milione di cose da sbrigare, entro le 16:00 di oggi pomeriggio, ora in cui sarebbe salutare trovarsi a Gare Saint Charles, se si vuole coltivare la seconda pia illusione, ovvero tornare dai Maiores a Merdopoli per pasqua. Sì, in teoria le vacanze di pasqua in Francia non esistono, ma lo Stato Maggiore ha deciso di attaccare due giorni a Pasquetta per pura convenienza. Poi l’Amperodattilo nicchiava in maniera insostenibile, contraddirlo non sarebbe stato salutare.
Ovviamente da lunedì si è scatenata la bufera laboratorial-burocratica, condita di Koris-lamentele, perché l’ottimismo non si sa nemmeno dove stia di casa (del resto, è aprile). In somma delle somme, questo è quanto:

  • ai Giapponesi piacerebbe essere pagati. Koris temporeggia, guarda quei 106 yen che deve sborsare o far sborsare a qualcuno. “Ma dai, quanto vuoi che siano 100 yen, su, posso anche anticiparli io…”. Poi si scopre che 100 yen sono circa mille euri. Quindi anche no, anticiperà qualcun altro, visto che dato lo status di dottorando metà del mio palazzo è già crollata, e l’altra è in agonia.
    Il qualcun altro da rincorrere è la scuola di dottorato, che dovrebbe farsi carico di metà delle spese. Il problema è rappresentato dalla quantità di scartoffie da riempire, probabilmente di derivazione Vogon, standard europei che non corrispondono a quelli giapponesi quali il codice IBAN ed altre amenità di cui lo Stato Maggiore non capisce un’acca. Si aspettano risposte. Verosimilmente dal cielo.
  • anche lo stato francese ha deciso che vuole essere pagato. Il faut payer les impots, come dicono loro. E allora d’accordo, sganciamo les impots. Peccato che la registrazione on line non permetta di accedere se non si è mai pagato prima. Come si deve fare? Mistero. Per fortuna c’è chi si sta occupando della questione per conto di Koris.
  • tocca pagare l’affitto di aprile. Cosa che di per sé non sarebbe difficile, se Koris non se ne dimenticasse puntualmente. Attualmente gira con un assegno nel portafoglio, nella speranza che la cosa non si protragga ad libitum.
  • si deve organizzare una trasferta a Roma, di cui fortunatamente gli aerei sono già prenotati (partenza ore 7:10 da Marignane, oh yeah!). Bisognerebbe quindi trovarsi un alloggio. E meditare quanto sia opportuno rifare un toccata-e-fuga a Boulogne, viaggio di due giorni che potrebbe anche uccidere Koris. Mah, a Roy Batty l’ardua sentenza.
  • dopo mesi di convivenza pacifica, due variabili di analisi hanno penato bene di dare di matto, capo Roy Batty presente. Koris ne ha fatta rientrare nei ranghi una a martellate, all’altra sta lavorando. Ieri forse ha trovato il busillis, caricando quindi il server di tanti piccoli job, in attesa del responso dell’oracolo. Il responso dell’oracolo è giunto sotto forma di mail dal centro di calcolo: il server è fuori uso fino a data da cestinarsi (sic!), stiamo cancellando i vostri job a minchia perché non sappiamo che altro fare. Quindi lanciatevi 500 processi a mano.  Μῆνιν ἄειδε, θεά… capace che stiamo esagerando col classicismo, ma quando succedono codeste cose Koris si domanda perché non ha fatto lettere.
  • si scrive poco. Quel poco che si scrive lo si scrive male. Ovviamente nessuno risponde, perché quando si è vox clamantis in deserto (Koris deve smettere col latino, se ne rende conto) bisogna calarsi nel ruolo. E si dimenticano le penne usb a casa. Onta su di me!
  • non si tocca il flauto da giorni. Giusto ieri sera si è suonata un’Ungaresca di rappresentanza, solo per dire “so ancora da che parte si soffia”, niente di più.
  • ieri sera si voleva andare ad arrampicare ed invece nada. Lo Stato Maggiore medita folli macchinazioni di fare un’incursione in una palestra a Merdopoli, ma sa già che non lo farà.

In tutto ciò sono aperte le scommesse: riuscirà Koris a giungere alla stazione in tempo per acchiappare il treno o resterà a meditare sulle sciagure umane, dimenticandosi dei Maiores che l’attendono dall’altra parte del confine?

E poi dice sì

Una risposta che si attendeva da più di un mese. Una risposta che non faceva dormire la notte. Quella domanda che poteva avere solo due risposte possibili, una proposta che poteva benissimo essere rifiutata (mica siamo tutti Don Vito Corleone).
Prima il silenzio, inquietante, che faceva propendere per un no. Si sa mai si fosse mirato troppo in alto. L’inquietudine che se ne resta nascosta nel retro dei pensieri e che esce quando meno te l’aspetti. Perché il silenzio non è una bella cosa.
E quando meno te l’aspetti, arriva il sì. Il "sì, sei proprio tu". Il "sì, ti vogliamo". Quel sì che tutti davano per scontato. Tranne te, ovviamente, perché essere pessimisti cronici è una missione.
E invece il "sì" arriva in un pomeriggio di sabato, di ritorno dalla spesa, con queste parole:

Dear Ms. Koris
Thank you for your submission of the poster abstract to the Neutrino 2012 conference. Your contribution ( ID 138 ) titled Search for Ultra High Energy Neutrino Diffuse Flux with ANTARES Telescope 

L’urlo probabilmente è stato sentito sano sano fino a Tolone. Ricapitolando: Koris va Kyoto. A una grossa conferenza. In Giappone, dove vuole andare dall’età di sedici anni. Koris avrà il viaggio scandalosamente pagato e un’ottima riga da aggiungere al curriculum.
Koris è fuori di sé dalla gioia. Sono giornate di indulgenza plenaria per quasi qualunque genere di malefatte.
Questo almeno finché Roy Batty non si accorgerà che per presentare a Kyoto c’è ancora un sacco di lavoro da fare…

Prof. Koris

Ho ritrovato questo post che seguì la prima esperienza di laboratorio di fisica I, da studente di fisica e non da squatter liceale. All’epoca gli assistenti in laboratorio erano quelle figure eteree che non ne sapevano molto, si barcamenavano come meglio potevano dando rispose insoddisfacenti e lasciavano il tempo che trovavano. In una parola, detestabili.
Ad oggi l’assistente in laboratorio viene percepito come quel povero dottorando derelitto che è arrivato in ufficio trovando il messaggio del suo capo "oggi a fare la baby sitar per gli studenti vai tu",  ha fatto una full immersion di un quarto d’ora in ricordi di fisica I che manco ricordava di avere tanto per non fare la figura del pesce in barile, ha mangiato una cosa fetida davanti al computer per guadagnare in analisi (sì, anche psichiatriche, ma verranno dopo) il pomeriggio a perdere e si è catapultato in laboratorio didattico a mettere a posto.
Questo credo si chiami cambio di prospettiva. Come una laurea di cambia la visione del mondo. Quanto meno quello accademico. 
Che poi alla fine, trovandoti dall’altra parte della barricata (tanto per cambiare), cominci a capire quanto tu, studente del primo anno con un sacco di velleità, nessuna capacità e ancor meno nozioni, rompessi le palle con le tue idee bislacche a chi ne sapeva molto di più.
Con le debite differente, vedi i pischelli come se fossero le tue foto di sette anni fa.
Quando ti dicono che non funziona niente perché il sistema non cambia temperatura in mezzo secondo ti intenerisci, pensando che non hanno ancora acquisito la pazienza di chi aspetta cinque neutrini in un secolo.
Quando si rompono le scatole a contare le gocce nell’esperimento di Millikan ti ricordi di quanto ti rompevi le palle tu a fare esperimenti sull’attrito. Ma come hai imparato a tue spese, la sofferenza è pedagogica, quindi che soffrano. Tu hai sofferto e tutto sommato sei sopravvissuto a tutti i tuoi tentativi di suicidio, anche loro lo capiranno col tempo.
Quando si lamentano che cinque misure sono troppe e secondo loro ne bastano tre, usi la tua autorità (fino a prova contraria ti danno del voi e ti chiamano "madame", per cui secondo l’etologia sei il fisico alfa del branco) per spiegargli che la statistica non è un’opinione e se gli hai detto cinque ci sarà un motivo. Solo cerchi di farlo senza urlare, perché forse non è giusto che rivivano i tuoi stessi traumi accademici. Forse, eh.
Quando vengono a dirti che non sanno calcolare l’incertezza nell’accelerazione di gravità ammetti però che tu, alla loro età, eri più sveglia e non andavi a frignare da qualcuno sulle derivate parziali. Anche perché frignare davanti a certi individui non sarebbe stato salutare.
Quando ti dicono che l’esperimento è sbagliato e poi scoprono di aver preso metri per millimetri, capisci appieno quando Bazilla si aggirava per il laboratorio di microelettronica proclamando "Ora comincio a tagliare qualche arto!".
Sì, forse devi delle scuse a quegli individui che avevano forse di meglio da fare che passare i loro pomeriggi dietro a fisici poppanti. Poi però ti ricordi che i medesimi individui popolano ancora i tuoi incubi (di preferenza mangiandosi la barba) e quindi la voglia di porgere loro le tue scuse passa.
Il seguito alla prossima eventuale puntata.

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