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Il cerchio è chiuso

Dopo anni-secoli-millenni di fifa nei pozzi rivelatasi del tutto ingiustificata (o almeno, ingiustificata per una speleologa che in teoria dovrebbe saper fare), Koris si è decisa a rimettere il culo in carreggiata e il discensore in un pozzo serio. Solo che quando la tua vita va a brandelli è difficile riportare le chiappe sulla giusta via, quindi Koris ha iniziato a chiudere il cerchio della paura solo nel 2019, dopo tre anni di tentennamenti, terrori e altre cose poco lusinghiere. Poi vabbè, è successo quel che è successo, coviddi, confinamenti e coglioni girati, perché quando il Cetriolo Cosmico ci si mette fa le cose per bene.

Il primo cerchio è stato chiuso giusto un attimo che si chiudesse l’universo per la seconda volta nel 2020, alle Doline. E nonostante la soddisfazione di essere riuscita a calarsi giù per quel gustoso pozzo di 50 metri che le tendeva le braccia dal 2017, Koris non era contenta. C’era ancora una macchia su sul cv speleo e quella macchia era il maledetto Thipauganahé, che ha dato origine alla catena di terrore dei pozzi nell’ormai non vicinissimo 2016.

È dovuta passare un po’ di acqua sotto ai ponti perché Koris trovasse il coraggio di rimetterci piede e di non reagire d’istinto rispondendo “Thipaucaca” (maturità prima di tutto). Un afoso giorno di giugno il coraggio è arrivato e Koris ha fatto opera di persuasione verso un malmostoso ‘thieu che era più propenso a restare sul divano per lamentarsi del caldo.

Il giorno designato ‘thieu era del suo solito non-gaio umore, Koris ha sollecitato lo stesso.
“Hai paura che andiamo e che io non riesca a scendere?”
“Un po’ sì”
Koris è quindi entrata nello stesso stato d’animo di quando, qualche millennio fa, quello stronzone di Lerry l’aveva iscritta senza tempo alle regionali di atletica. Che si può riassumere con “te lo faccio vedere io”, ma in verità è un po’ più elaborato e contempla l’opzione “ok, vabbè, avevi ragione tu”, che nella vita non si sa mai. Ad ogni modo, c’era tensione nell’aria, Koris non era sicurissima della riuscita dell’impresa, ma era abbastanza persuasa a provarci.

Il Thipau non è cambiato e Koris ha riconosciuto la macchia di alberi in cui ha vagato nel buio di quel tardo pomeriggio di febbraio in cui non sapeva bene se era davvero viva o se era solo una manifestazione della sua stessa fifa. Questa volta c’erano sani sani 25 gradi di più e un sole implacabile. Koris ha iniziato a ripetersi che è un essere umano abbastanza cambiato rispetto al 2016, al di là del discorso che le cellule si rigenerano ogni sette anni e altra amenità del caso. E poi l’imbrago è un comodo modello col sottocoscia e ben regolato, non quel cesso rosso preso da una cantina perché quello ufficiale era sfilacciato e regolato alla buona. Alla fine tutto quel casino era solo colpa dell’imbrago, vero? Vero?!

‘thieu ha armato la grotta in quanto armare e combattere i propri demoni interiori non è proprio semplicissimo e per una volta Koris voleva una cosa semplice. Della grotta in sé Koris non ricordava granché. O meglio, non ricordava i primi due pozzetti perché probabilmente all’ultimo transito era in uno stato mentale alterato e vedeva i draghi. Non si ricordava nemmeno bene la sommità del maledetto pozzo che in tutto fa 80 metri, di cui 40 in un tubo di due metri di diametro e gli altri 40 nel vuoto. Come cadere dall’intestino in un gabinetto, amis les pöetes bon soir. Koris ci ha messo le chiappe dentro, che tutto sommato era già un bel passo avanti, visto che fino a non così tanto tempo fa la cosa sarebbe stata parecchio difficile.

Il Thipau e il suo pozzo-cesso

Poi giù per il tubo. A differenza del resto, Koris ricordava abbastanza bene il tubo, così come aveva impresse nelle memoria tutte le prese a cui si attaccava in lacrime perché “non mi fido dell’imbrago, è troppo largo, ci cado attraverso” (no, non sarebbe stato possibile). Anche il frazionamento di mezzo del tubo era impresso nella Koris memoria, come uno di quei posti in cui non passeresti più di tanto tempo. E invece questa volta ha approfittato del paesaggio perché al di sotto c’erano problemi logistici.

“C’è la corda tutta arrotolata”
“Senti, sei tu che hai deciso di buttarla dall’alto, eh…”
“E ho rischiato di ammazzarmi”
“IN CHE SENSO SCUSA??”
“Ho fatto male un nodo e stava scivolando. Vabbè, non mi sarei proprio ammazzato, ma comunque ora scendo…”

Che poi era tutto quello che Koris voleva sentire proprio nella grotta in cui lei aveva pensato di non sopravvivere. Grande momento di solitudine: che facciamo, ritentiamo una prossima volta che potrebbe anche essere mai? I presupposti non sono rassicuranti e in questo posto ci sarebbe bisogno di un po’ di rassicurazioni e per adesso non è che ne abbiamo ricevute granché…

Però ormai siamo qui, ci sono solo quei trascurabili quaranta metri che dividono Koris dal suolo. Nel vuoto. A quel frazionamento protagonista di una crisi di nervi coi fiocchi, dove le stalattiti ti guardano negli occhi e se le fissi troppo iniziano ad assomigliare a zanne pronte a mordere. Ok, forse stiamo divagando. Se non fosse quel frazionamento sarebbe un frazionamento come tutto gli altri, no? A parte i quaranta metri sotto al culo che insomma, se fossero solo dieci sarebbe meglio…

Quaranta metri di buio, quaranta metri di corda che scivolano nel discensore mentre Koris lo fissa perché attorno c’è solo nero o un fotone disperso su una parete lontana. Poi la terra rossiccia, prima i piedi, poi le chiappe perché le gambe hanno una strana consistenza gommosa. Il frazionamento adesso è quaranta metri più in alto, Koris è a terra. Viva. Dopo più di sei anni di terrori, plus peur que mal.

Panini, test fotografici di ‘thieu che stampano flash a piena potenza sulla Koris-retina, poi si risale, sperando di non fare come Orfeo che si è bruciato nella salita tutti i frutti della discesa agli inferi. Quaranta metri di vuoto in un imbrago da cui non si cade più, quarante metri di tubo, un totale di ottanta metri di sudore. Koris arriva in cima al P80 sentendosi come il personaggio di uno scabercio fantasy motivazionale che ritrova il suo potere scoprendo che il suo peggior nemico in realtà è se stesso. ‘thieu disarma perché “ho fatto troppo casino”, Koris esce per i pozzetti rimanenti portandosi attaccati al culo il sacco foto e un sacco di corda.

E nella calura pomeridiana la maledizione del Thipau è infranta, Koris sentiva che era anche l’ora. Forse se quel giorno del 2016 avesse deciso di starsene a casa invece di rimediare un imbrago di fortuna, tutto questo non sarebbe stato necessario. O forse sì, perché certe cose sono inevitabili e se devono succedere poco importa il luogo (‘thieu il pragmatico risolve la question con “è successo, l’abbiamo gestita, passiamo oltre”). Però adesso Koris è tornata ad essere una speleologa decente, l’incubo del pozzo del Thipau è finito e possiamo iniziare a divertirsi. ‘thieu ha preso la palla al balzo e ha proposto l’Aven Aubert col suo agevole P100, seguito dal P140 della Muraille de Chine, però solo in inverno e sottozero perché altrimenti c’è dentro una cascata. Tanto per stare tranquilli.

Avanti, in Savoia!

Quando ‘thieu si mette in testa qualcosa, di solito l’unico modo per fargliela passare è assecondarlo. Oppure picchiarlo molto, molto, molto forte, ma poi Koris prova strani sensi di colpa. Complice un libro di grotte appena uscito, ‘thieu si era fissato che bisognava andare a fare speleo in Savoia circa ad ogni costo. Koris aveva qualche perplessità viste le quattro ore di macchina necessarie, poi visto che il meteo sembrava clemente ha optato per la via non violenta e assecondare questo amminchiamento, lanciandosi nella ricerca di un alloggio che si è rivelata più perigliosa del previsto. Per blandire gli animi, ‘thieu aveva promesso una scampagnata a -300 alla Tana dei Maiali e Koris necessita di disagio sotterraneo (no, il soccorso speleo non conta). E visto tutto il merdaio del mese di aprile, alla fine c’era bisogno di qualche giorno senza preoccupazioni.

Il primo giorno ‘thieu propone di fare una passeggiata alla Grotta dell’Orso (e non di Orso non è animale sotterraneo) per evitare di affaticarsi troppo, visto che si prevedevano tre giorni di speleo. Quindi si parte subito male perché si scopre che i due non sono soli, ma nel raggio di qualche chilometro ci sono anche due Piccioncini in trasferta (aderenti allo stesso gruppo di Koris e ‘thieu, ma uscenti solo fra solo due ma pur sempre con corde comuni). Inizio scambio di accuse “potevate dirlo, organizzavate anche noi!”, ‘thieu fa quella che U Babbu definirebbe la faccia dell’arme, Koris minchioneggia per sciogliere la tensione, dentro di sé dice le parolacce perché si voleva godere il week-end senza tensioni.

Secondo giorno ‘thieu si amminchia (episodio 2) che bisogna andare a fare il fiume sotterraneo del Creux de la Cavale, con tanto di mute perché così passiamo a guado. Koris all’idea del bagno a sei gradi direbbe “anche no”, però seguita che tanto si vive una volta sola. La guida dice che ci vogliono venti minuti per andare dalla macchina all’ingresso della grotta, si passa invece un’ora a girare col GPS che indica una distanza fissa di 900 metri. Vista l’ora ‘thieu propone di lasciar perdere il bagno integrale e di andare solo a bagnarsi i piedi, anche perché l’ingresso si rivela essere un nevaio diversamente caldo e passarci attraverso al ritorno bagnati fradici potrebbe non essere un’idea luminosa. Koris si lamenta di essere stata gabbata perché il fiume non è così fantastico-meraviglioso come si diceva, ‘thieu le risponde che è una viziata perché ha visto troppe cose belle, Koris ribatte “sì, e allora?”. Quindi tenta il suicidio cadendo di spalle in un meandro, si salva solo rimbalzando sul bidone che contiene il costosissimo flash di ‘thieu, quindi si ritrova sulle due zampe e nemmeno nell’acqua. Nessun ferito, né Koris, né il flash costosissimo, né il bidone, faremo un ex-voto agli dèi ctoni. Superato il sifone del proctologo e giunti al bagno turno, ‘thieu decide di avere troppo freddo e di tornare indietro. Koris la miracolata si lamenta perché si sentiva prontissima per il tuffo a sei gradi.

Nota di colore: Koris è passata in quel di Planpalais, uno degli ultimi posti in cui è andata col SonnoDellaRagione, un pre-capodanno in cui si sapeva già che la relazione sarebbe terminata in capo a un mese e a Koris giravano solo i coglioni. Mentre il SonnoDellaRagione le stava tenendo un sermone su tutte le sue mancanze sociali e femminili dall’alto di stocazzo, Koris si riprometteva che se doveva tornare in coppia con qualcuno doveva valerne la pena. Beh, insomma, Koris-del-passato, siamo stati di parola.

Terzo giorno, le promesse del -300 si rivelano essere elettorali perché ‘thieu non se la sente. Peggio, vogliono imbucarsi anche i due Piccioncini perché quando sei un volatile parassita e rompicazzo fai parte dello stesso gruppo fa brutto non fare cose assieme. Si decide per un -200 facile di nome Germinal, il perché si scopre subito: l’ingresso è una sorta di zona franosa tenuta assieme da assi, scale e putrelle che non sarebbe sfigurato nell’omonimo romanzo di Zolà. Koris ci si infila dentro non con uno ma con due sacchi, perché ha deciso di armare tutto fino a -200, compreso il corrimano di venti metri. Passare le frane e i conunicoli con due sacchi pieni di corda si fa soltanto con molte colorite imprecazioni dirette a divinità a scelta. Koris arriva a -200 correndo e sudandosi l’anima sotto la tuta di pile, i Piccioncini tubano mentre mangiano cetrioli, ‘thieu potrebbe aver ingoiato un limone e viene addolcito solo con la promessa di fare foto. Koris risale com’è scesa: sudando, imprecando e lamentandosi che doveva essere a -300. Fuori dopo solo quattro ore e mezza di speleo, dove andremo a finire, signora mia.

E niente, poteva andare molto peggio. Ma poteva anche meglio, a -300 per esempio. Però i paesaggi montani col Monte Bianco in guest star hanno in parte parato il colpo. Koris sente tuttavia la necessità di segnare sul suo diario almeno un -400 prima dell’autunno. Finirà malissimo.

Savoia col filtro studio Ghibli

Imbuti degli Inferi e spingitori di speleologi

Avvertimento: speleopost denso di tecnicismi e di cose luride, avventuratevi a vostro rischio e pericolo.

Già da venerdì sera si erano create due scuole di pensiero: quella di ‘thieu, ovvero “non ci chiameranno mai prima di mezzogiorno per l’esercitazione del soccorso speleo”, e quella di Koris che è la solita “meglio essere pronti a tutto, carichiamo la macchina”. Stallo messicano, macchina caricata in parte, roba mezza pronta a mezza no, dettaglio che si rivelerà fondamentale.

Sabato, ore 9:30. ‘thieu dall’alto della sua tronfiaggine lava pavimenti ripetendo “poi per mezzogiorno ci muoviamo con calma”. Suona il telefono di Koris, che arriva troppo tardi per rispondere, quindi suona il telefono di ‘theiu. “Ci serve Koris, adesso. E anche tu, ma più tardi”. Koris piazza un TeL’AvevoDetto in canna, si raccatta quello che è pronto e si parte per le assolate colline fra il Var e le Bouches-du-Rhone.

Sabato, ore 10:30. Si arriva in loco dove ci sono i responsabili del soccorso speleo, qualche giovincello e il nulla cosmico. Koris fa appena in tempo a mettere un piede fuori dalla macchina che viene placcata dal capo della baracca.
“La tua roba è pronta? Va incontro al resto della squadra e pronti a partire fra dieci minuti”
“Dovrei solo farmi un panino…”
“Hai ‘thieu, delega”
Koris esegue un veloce ‘sudo make me a sandwich‘, quindi va ad incotrare il resto della prima squadra assistenza vittime composta da giovani e meno giovani, tutti accomunati dalla voglia di non fare un gran cazzo di niente. Ma le squadre non si scelgono e Koris non è capo-squadra.

Sabato, ore 11:10. Dopo emozionante trasferimento per strade sterrate nel cofano della jeep dei pompieri, si arriva all’ingresso dell’Imbuto della Piana degli Inferi. Koris c’era già stata in soccorso speleo nel 2016, non le era piaciuto per nulla, ma non è lì per apprezzare l’estetica del luogo. Si inizia a scendere e Koris trova armi che non sono per niente di suo gusto, corde piazzate male che obbligano a spenzolare da una parte all’altra di un pozzo, placchette avvitate solo a metà, attriti su roccia che sarebbe meglio anche no. Koris si limita a dare qualche giro in più a viti posate un po’ troppo alla svelta, bestemmia spesso contro chi ha armato chiamandola VecchiaDiMerda, perché la gentile signora si crede stocazzo sotterraneo e fa commenti sgradevoli, quando uno stage di tecniche di base le sarebbe utile (Koris, dopo 48 ore sei ancora incazzata? Always).

Imbuti degli Inferi e spingitori di speleologi, su Rieducational Channel!

Sabato, ore 12:10. Si arriva al meandro del fondo, quota 150, in un’ora e cinquecentosessantaquattro bestemmie. La vittima, accompagnata dalla gentile signora di cui sopra, è un gagliardo maschio che lamenta dolori al petto e che, data la diagnosi, se fosse vero sarebbe morto da qualche ora. Inizia a consumarsi il dramma della grandissima voglia di non fare una ciolla. Fancazzista#1, il caposquadra, delega i ruoli, quindi sparisce dai radar per organizzarsi un angolo tranquillo, maledicendosi per non aver portato il telefono e le casse. Fancazzista#2 e Fancazzista#3 fanno un pallido tentativo con la radio sottrranea, abbandonano quasi subito decretando che non funziona. Fancazzista#4 fa qualche andata e ritorno nel meandro portando sacchi, per il resto è diversamente utile. Fancazzista#5, in quanto pompiere, fa il bilancio medico della vittima alla buona, ottima scusa per ritornare in superficie. Non si è ancora scoperto cosa abbia fatto Fancazzista#6, ma verosimilmente una mazza. Fancazzista#3 e Fancazzista#5 dicono che vogliono essere fuori per le 14, quindi accompagnano su la Vecchia che tanto non ha niente.

Sabato, ore 13:00. Koris è riuscita a convincere Fancazzista#4 per costruire una tenda termica per la vittima, il problema è che il meandro è largo un metro e scomodo, la tenda termica è un affare gigantesco pensato per sale dal diametro importante. Koris si barcamena con elastici, mollette e sempre tante colorite imprecazioni. Alla fine si mangia perché si muore di fame. Fancazzista#2 fa una cosa utile e porta due fette di salame.

Sabato, ore 14:00. Koris chiede se non si dovrebbe fare un bilancio dello stato della vittima, Fancazzista#1 risponde che tanto sono isolati dalla superficie, cazzocene. Si torna a parlare della rava e della fava.

Sabato, ore 15:00. Koris si rompe il cazzo e fa il bilancio dello stato della vittima perché hai visto mai. Fancazzista#4 si infila nella tenda e, nonostante la pronunciata scomodità, inizia a russare. Di Fancazzista#1, #2 e #6 nessuna notizia.

Sabato, ore 16:00. Arriva la linea telefonica, si può parlare con la superficie. Arriva anche un rivelatore di ossigeno che rivela una concentrazione di 18.2% su un minimo sindacale di 19, ecco perché respirano tutti come Darth Vader appena muovono un dito. Allargare il meandro con gli esplosivi sarà difficile, la barella non passerà, saranno uccelli per diabetici. Al telefono dicono che sta scendendo un medico vero per valutare lo stato della vittima.

Sabato, ore 17:00. Arriva il medico, Fancazzista#1 declina ogni responsabilità e incarica Koris di assisterlo. Il medico si mette a sparare termini tecnici che Koris riesce ad annotare solo grazie a un recente rewatch della serie “ER”. Il risultato assomiglia più a Stanis La Rochelle nei panni del dottor Giorgio, ma sono dettagli. Pare che sia arrivato il cambio per la squadra assistenza vittime, quindi si può uscire. Fancazzista#6 fa un cameo per dire “ah, io non ho fatto una mazza tutto il tempo”, per poi risalire senza prendere nemmeno un sacco per tenere fede al suo proposito. Fra polvere e ossigeno rarefatto, Koris risale su corda in stato semicosciente. Per fortuna non è l’unica ad avere l’impressione di essere finita a -600, a fronte di un misero -150.

Sabato, ore 19:00. Fuori, si respira a pieni polmoni. Si aspetta che la jeep dei pompieri passi a riportare tutti al campo. Nel frattempo si sentono battute di dubbio gusto, del genere “c’est pas bien quand la canicule s’emballe, mais c’est pire si les cannibales s’enculent” perché l’umorismo è quello che è.

Sabato, ore 20:00. Arriva la jeep che sbarca una consistente prima squadra di evacuazione fra cui ‘thieu. Koris ne approfitta per lamentarsi. ‘thieu la rassicura dicendo “hanno fatto le squadre per la notte e tu non ci sei, non ho visto il tuo nome sul tabellone, quindi hai finito”. Nella Koris-testa si creano scenari piacevoli di una cena consumata con calma, una notte nel confortevole sacco a pelo, preparare il caffè a ‘thieu per quando uscirà domattina.

Sabato, ore 20:10. Si arriva al campo base, Koris fa il suo trionfale ingresso sotto la tenda degli organizzatori. Quindi lancia un grido di dolore vedendo il suo nome a lettere cubitali sotto la mansione “squadra evacuazione 2”. ‘thieu ha mentito, pagherà caro, pagherà tutto.
“Ma a che ora ripartiamo?”
“Nella notte”
“Nella notte nel senso le quattro?”
“Più probabile che sia l’una, conviene che andiate a mangiare”
Koris, con un odio infinito per l’universo conosciuto, fa riscaldare un orribile cous cous alle verdure già pronto, aromatizzato con alcheni e cicloalcani. Mangia anche del pane senza niente perché ha fame, lo stomaco chiede se ‘ste verdure di merda sono solo un antipasto, quando arrivano le salsicce e le patate cotte nella sugna d’anatra? Per un lungo attimo Koris medita di ingurgitare anche una zuppa liofilizzata scaduta nel 2017 e trovata al fondo dell’equipaggiamento da campeggio, poi decide di darsi un contegno. Dolce non pervenuto, frutta nemmeno, bestemmie quanto basta.

Sabato, ore 21:00. “Pare che si parta a mezzanotte”. In seguito all’annuncio, Koris si dice che sarebbe carino dormire un paio d’ore,quindi si infila nel sacco a pelo con sottotuta speleo e puzza e di sudore. Come in parecchie circostanze della sua vita in cui è indicato il riposo, non ha sonno nemmeno per sbaglio. Per altro c’è qualcuno che russa come una sega elettrica nella tenda di fianco e da qualche parte si sentono i giovini che stanno discutendo a volume improbabile.Koris si maledice per non aver portato il lettore mp3. Sono quasi le 22 quando riesce a chiudere gli occhi in una parvenza di fase REM…

Sabato, ore 22:10. “Koris, sveglia che dobbiamo partire!”. Koris emerge dal suo sonno appena abbozzato, guarda l’orologio al polso e si lamenta.
“Ma non si era detto di partire a mezzanotte?”
“Contrordine, bisogna dare una mano alla squadra evacuazione uno che sono lenti”
Koris si rimette la tuta che ha lasciato circa due ore prima e va nella tenda comune per preparare il materiale. E qui si consumano i drammi. Il capo-squadra questa volta è un giovane volenteroso ma Incasinato, all’appello c’è anche Fancazzista#2 della missione precedente, qualche individuo mai visto ma che si crede stocazzo solo perché dotato dell’Impareggiabile Parte; per fortuna ci sono anche l’Astronomo e l’Ape Maia (che è un abbondante messere il cui soprannome deriva più da trascorsi col miele che dalla sua costituzione). Koris osserva gente che prende corde troppo corte,fettucce dinamiche quando servirebbero statiche, moschettoni e pulegge scelti perché fanno fèscion. Koris propone di prendere un trapano perforatore, Incasinato si stupisce.
“Perché vuoi prendere un trapano?”
“Perché potrebbero mancare degli armi nei pozzi per montare gli armi dei vari recuperi, sarebbe saggio portarlo”
“Ma no, usiamo degli armi naturali”
“Io sono già scesa e di naturale non ne ho visto mezzo”
“Vabbè, allora prendi il trapano, ma assicurati che le batterie siano cariche”
“Sì, ok, sono le basi, dove trovo una protezione per il trapano?”
“Lo portiamo senza, piuttosto le batterie sono cariche?”
“Sì, sono cariche, ma senza protezione il trapano arriva a pezzi. E poi serve anche una saccoccia con martello e piantaspit”
“Mi sa che si saccocce non ce ne sono, piuttosto le batterie sono cariche?”
“CRISTIDDIO SÌ, ma con le batterie e senza martello non si va da nessuna parte”
“Ho visto che c’è una mazza da cantiere da qualche parte, vabbè, è unpo’ pesante, altrimenti cerchiamo dei sassi in luogo”
Koris si sfava definitivamente e va dal consigliere tecnico a dire che senza saccocce possiamo anche tornare a dormire, abbandonando la vittima al suo triste destino. Il consigliere arriva, si incazza, fa smontare tutti i sacchi. Per miracolo compaiono le saccocce e la protezione per il trapano. Fatica infinita per rifare tutto, poi si può ripartire. Koris bofonchia imprecazioni perché ne ha piene le palle di passare per scema quando sono gli altri che fanno casini.

Sabato, ore 23:30. Ah, shit, there we go again. Si raccatta all’ingresso della grotta un’Idrogeologa masochista che vuole dare manforte. Si torna nell’imbuto. Koris per fortuna è assegnata all’atelier con l’Astronomo fino alla base del P30. Si piantano spits a mano perché il tanto vituperato trapano alla fine è utile altrove.Al posto telefonico si sentono lamentele perché non si hanno notizie della prima squadra di evacuazione, forse è il caso che qualcuno vada a sincerarsi che siano vivi.

Domenica, ore 01:30. Succedono cose confuse, Koris e l’Idrogeologa si scambiano confidenze anche se non si conoscono, scoprono di essere coetanee e si spartiscono del cioccolato alla base del P30. Si trasferisce materiale da una parte all’altra della cavità secondo il collaudato metodo “il lupo, la capra e il cavolo”. La vescica di Koris si fa viva e chiede attenzioni.

Domenica, ore 02:30. Nel P30 piovono sassolini, che lancianti da 30 metri di altezza non è che facciano piacere. Koris urla contro uno degli Stocazzari in cima al P30, quello le risponde che è la vita, mica può anche stare attento a dove mette i piedi, oh. Altri Stocazzari nel pozzo più in basso si fanno infamare dall’Astronomo perché non sanno usare un trapano. La Koris-vescica manda solleciti.

Domenica, ore 3:00. Si sente un rumore poco rassicurante dalla cima del P30 assieme a un’imprecazione dell’Ape Maia. Koris ed altri, alla base del P30, si inquietano.
“Cos’era quel rumore?”
“Ahem, avete presente quel masso incastrato su cui siamo passati tutti da stamattina, proprio sotto l’armo?”
“Sì, che c’è?”
“C’è che non è più incastrato e adesso si muove”
Si fa vivo lo Stocazzaro dall’alto.
“Se vi spostate lo faccio cadere”
“MA COL CAZZO PROPRIO, rischi di rovinare la corda e non possiamo nemmeno toglierla”
“E allora?”
“Vi mandiamo il trapano, piantate due chiodi, legate il masso esperiamo che regga”
Seguono lunghi attimi di silenzio mentre il trapano vola su per il P30. Nascosta sotto una sporgenza, Koris pensa che è proprio una brutta fine morire spiaccicati e con la voglia di pisciare.

Domenica, ore 3:30. Il masso è stato ancorato con successo, Koris e l’Astronomo risalgono il P30 per andare a preparare l’ultimo paranco prima dell’uscita. Pausa in cima al P30 con scambio di convenevoli con l’Ape Maia e lo Stocazzaro. La Koris-vescica potrebbe esplodere.

Domenica, ore 4:30. All’uscita del meandro, Koris riesce finalmente a trovare un angolo per pisciare, visto che la situazione stava virando alla tragedia. Al telefono dicono che ‘thieu e un’altra della prima squadra stanno uscendo in anticipo per evitare ingorghi, visto che le due squadre di evacuazione hanno finito per incontrarsi. Koris e l’Astronomo discutono di quanto maschilismo ci sia nelle formazioni scientifiche. Ogni tanto qualche fine umorista mette della musica techno nel telefono, siccome la diplomazia è al minimo Koris gli urla di smetterla.
“Ma è musica? Pare che abbiano registrato il tamburo della lavatrice sul programma centrifuga”
“Devi essere fatto per considerarla musica”
“Allora non siamo abbastanza fatti”

Domenica, ore 5:00. Arriva ‘thieu e si aggiunge per un po’ alla conversazione. Si lamenta che è stanco e che i pozzi del fondo sono troppo stretti per far passare la barella. Beve ed esce. Passa altra gente, Koris sequestra materiale per montare il suo paranco.

Domenica, ore 6:00. Il paranco è montato, lo stomaco fa presente che sarebbe ora di colazione ma non c’è né tempo né colazione. Pare che la barella sia alla base del P30 e che ci sia un gran casino fra contrappesi e coglioni appesi.

Domenica, ore 6:30. La barella arriva al paranco manovrato da Koris in solitaria. Vittima di almeno 80 kg contro la titanica potenza di 50 kg scarsi di Koris. Maledizioni perché quel paranco doveva avere almeno altri due rinvii, ma mancavano le pulegge. Al ritmo di “tira! tira adesso!” e “trazione di dieci centimetri, non di più”, Koris si scortica le mani sulla corda nonostante i guanti.Domenica, ore 7:10. La vittima è fuori. Koris vorrebbe uscire, ma deve lasciare passare gli altri.

Domenica, ore 7:30. Esce anche Koris, fra gli ultimi. Non ha sonno, ha soprattutto fame.

Domenica, ore 8:10. Si torna al campo base. Koris pensa che tutto sommato potrebbe infilarsi in tenda a dormire un po’, ma appena apre uno spiraglio viene investita da un solido muro di puzza: è ‘thieu che se ne sta spalmato e sudato nel mezzo, a russare. Koris ripiega per pisolare fuori dalla tenda, dove non si rischia l’anossia per la seconda volta in ventiquattr’ore.

Domencia, ore 9:qualche. Il capo base si anima, Koris si sveglia,’thieu si sveglia. Si consuma un dramma perché si scopre che il giorno prima, nella fretta della partenza, nessuno ha preso né latte né cacao, solo caffè. E non c’è niente di solido da mangiare. Koris ricomincia a mangiare il suo mix di frutta secca e frutta candita, pensando che ormai ne ha mangiati talmente tanti che sta per trasformarsi in un fottuto scoiattolo. Torna in auge l’opzione “zuppa liofilizzata scaduta nel 2017”, quando ‘thieu riesce a mendicare una bustina di té all’astronomo.

Domenica, ore confuse. Mentre si mette a posto il materiale, si soffre il caldo. ‘thieu fa la contabilità oraria.
“Quindi sono entrato alle otto di sera e uscito alle cinque del mattino, in tutto fanno…”
“Nove ore”
“Mica male. E tu?”
“Otto ore”
“Eh, vedi? Per quello sono stanco”
“Più altre otto di notte”
“Va bene, va bene, non dico più niente”

Domenica, ore 12:00. Aperitivo più debriefing. Koris vorrebbe dire tante volgarità ma si contiene perché tanto che non serve a niente. Fancazzista#3 del giorno prima giustifica la sua incapacità a usare la radio con “è stato spiegato a noi che siamo due ragazze, non possiamo mica capire queste cose tecnologiche per i maschi”, Koris è sul punto di rispondere che siccome la radio non usa il pisello come antenna non è una questione di genitali, ma di cervello. Poi ci facciamo le pugnette sull’inclusività, quando ci si sabota così… vabbè, lasciamo stare. Si passa un tempo indeterminato a lungo a discutere di stronzate come dotare il filo telefonico di elastici e chiodi per fissarlo meglio. Koris vorrebbe mettere un test d’ingresso per la partecipazione al soccorso speleo, perché non ci possono essere così tanti coglionazzi in circolazione. Siccome sa di essere già bollata come “quella che urla sempre”, preferisce non infierire, ma rumina.

Domenica, ore 15:00. Casa. Doccia. Merenda ad orari improbi. Oblio dei sensi.

PuntiPost

Post simil-resoconto che sviscera alcune cosette inessenziali della Koris-vita.

Piedini che passione: strizziamo l’occhio ai nostri amici feticisti, che se no le keywords de blog si impoveriscono. Koris era abbastanza motivata (leggasi: disperata) per approfittare del sabato senza speleo per andare a procacciarsi le Converse. Poi il suo grasso e grosso culo le ha fatto presente che muoversi dal divano sprovvisti delle necessarie informazioni di base poteva essere una mossa azzardata, quindi Koris ha prima cercato dove andare a colpo sicuro per codeste scapre. Risposta rapida: da nessuna parte. Il vantaggio di calzare scarpe di 22.5 cm fa sì che non le abbia nessuno, proprio nessuno, assolutamente nessuno. Il grasso e grosso culo ha quindi suggerito che essendo i centimetri una misura abbastanza affidabile, si potevano ordinare sull’internet e tanti saluti allo sciòpping. Koris è pertanto in attesa di un paio di Converse numero 35 trovate come occasionissima per la fascia scolastica elementari-medie (per davvero); qualora siano troppo lunghe, l’Amperodattilo ha proposto di mettere del cotone in punta, altrimenti di tagliare un pezzo di piede. Meno male che Koris non ha mai avuto il desiderio di sposarsi con vestito bianco annessi e connessi, altrimenti le sarebbe toccato andare all’altare indossando un abito Barbie Sposa Radiosa e ai piedi delle Lelli Kelly di vernice. Fine della parte umiliazione/”ih ih ih piediny”.

Summertime: la vita torna alla normalità e il solstizio si avvicina, il che significa che Koris è tornata nelle braccia serrate dell’insonnia e Morfeo sta facendo le carte per il divorzio. Di notte non si suda ancora come coguari ma è tutta una questione di tempo. La luce del giorno arriva troppo presto e a Koris ricorda di quella volta a Mosca quando si svegliò alle otto ma il sole era già allo zenit e andò nel panico. Fatto sta che le troppe ore di luce hanno sballato i bioritmi di Koris che già di per sé non erano tanto sani. Ieri notte, in preda a non si sa quali pensieri molesti, ha comprato un libro usato a mezzanotte passata perché altrimenti non sarebbe mai riuscita a dormire. Va tutto benissimo, insomma.

SpeleoCose: non si va in grotta da due settimane per svariate ragioni e questo potrebbe giustifica lo stato alterato. Però sabato-domenica c’è l’esercitazione del soccorso speleo, quindi forse saremo risarciti. O forse no, lo sapremo solo vivendo. ‘thieu si lamenta che non vuole svegliarsi presto per andare all’esercitazione, in compenso è esagitato perché per il ponte dell’Ascensipone vuole andare in Savoia e lo ripete in loop dieci volte al giorno. Coi bambini ci vuole pazienza, signora mia.

Groupies rinascimentali: domenica Koris è andata ad ascoltare ‘thieu che si esibiva in conservatorio. Tuttavia non è andata per supporto morale o per amore, le motivazioni erano tutte la bombarda basso, ovvero due metri di tubo ligneo sforacchiato che hanno abitato per due mesi un angolo del salotto. Vedere ‘thieu maneggiarlo dal basso del suo metro e ottanta è stata un’esperienza indimenticabile. Il suono emesso pareva la modulazione della sirena di un traghetto, ma senza l’inquinamento annesso. A meno che il musicista non abbia il coviddi, come ha dimostrato la vita vissuta.

Traslochi neutronici: Koris si gode l’ufficio solitario in compagnia degli acari, mentre aspetta che le dicano quando dovrà lasciare i luoghi. Nel frattempo i rapporti dei colleghi già traslocati dicono che in certi uffici non ci sono abbastanza prese né di rete né di corrente, non ci sono tende alle finestre esposte a sud, non ci sono né riscaldamento né aria condizionata. Del resto, come dice la Segretaria Karen, è tutto temporaneo, per soli sei mesi o qualcosa di più.

Varie, avariate ed eventuali: siccome ormai il cervello di Koris è perso, ogni tanto si mette a canticchiare “Shiva Shiva Shankara“, canzone tratta dal film high fantasy in lingua telugu “Damarukam“, scoperto una sera con Junior perché la caccia al trash sta diventando una ricerca filosofico-morale. E adesso che l’avete sentita è anche nel vostro cervello.

Piedini psichedelici

Scatoloni, polvere e Karen

Il laboratorio è in subbuglio perché si trasloca. E si trasloca perché anche qui si è voluto prendersi una fetta di torta del gustoso piano FranceRelance, che alla fine è un bonus facciate col nome più fico. Ci sarebbe molto da discutere su come, post coviddi (che poi siamo davvero post è un altro discorso), l’idea di rilancio generale sia tutto sul rifare beni immobili. Uno spettro si aggira per l’Europa, lo spettro delle ristrutturazioni.

Che poi sia chiaro, questo posto avrebbe un gran bisogno di ristrutturazioni. Ne ha bisogno dal 1970 circa, a giudicare dagli infissi. Termicamente un colabrodo, per non meglio specificate ragioni di sicurezza si può aprire solo una finestra su tre, matasse di cavi di rete ed elettrici un po’ ovunque perché la sicurezza non vale in questi casi. Dal punto di vista estetico tutto è color caghetto che è la tinta preferita di Koris, a metà fra il rosa carne e il vomito post-sbornia con acidosi. Urge uno studio per investigare la ragione profonda per cui negli anni ’60 era in voga il color caghetto, deve c’entrare per forza l’LSD, forse sotto allucinogeni il color caghetto lo stesso odore dell’arcobaleno.

Piccolo excursus sulla gestione della faccenda: nessuno sapeva bene come si sarebbero svolti i lavori. Sulle prime si diceva che si sarebbero svuotati gli uffici per la durata dei lavori nella detta stanza, quindi si sarebbe passati alla successiva. Gli sfollati sarebbero stati parcheggiati presso i colleghi, in una perfetta imitazione del “mi appoggio un attimo da te”. La questione “mettiamo la gente in smartworking” è stata sfiorata e subito abbandonata perché non sarebbe stato giusto verso gli altri lavoratori che non devono subire ristrutturazioni. E del resto, perché fare semplice se si può fare complicato? Poi l’andazzo generale divenne “bisogna svuotare l’edificio”, quindi l’idea fu di spostare tutti in altri uffici, cercando di far stare 90 persone dove c’era posto per 30 scarsi (il coviddi ha messo like a questo elemento). Alla fine qualcuno ebbe l’idea geniale e, per mantenere la tanto sbandierata coesione sociale, si decise di sparpagliare due laboratori in tre edifici diversi. Per aumentare l’entropia, le persone sono state ripartite per “tematica in senso esteso”, e tanto valeva scegliere come criterio il colore dei capelli, le preferenze in fatto di cani o gatti, la lunghezza delle unghie dei piedi o il buon vecchio e collaudato metodo “a cazzo di cane”.

Il trasloco è stato paventato per mesi e mesi (pare da prima che Koris mettesse piede qui dentro) e adesso incombe. Grande protagonista la Segretaria Karen, un crogiolo vivente di stereotipi sulle bionde più o meno tinte, con la stessa voce di UniKitty del “Lego Movie” e l’intelligenza di una gallina non proprio acuta per gli standard aviari. Koris la adora, ça va sans dire. Segretaria Karen ha inziato a inviare irritanti mail da gennaio scrivendo che il trasloco poteva avvenire da un momento all’altro, quindi bisognava mettere TUTTO negli scatoloni, computer compresi. Non era ancora chiara la destinazione, visto che gli edifici temporanei non erano ancora definiti, ma bisognava comunque inscatolare TUTTO. Bonus: Segretaria Karen che entrava senza bussare in qualunque ufficio e veniva a cacare il cazzo perché a suo dire nessuno era pronto.

La bellezza di dieci giorni fa si è saputo qualcosa: metà della gente doveva traslocare entro metà maggio, l’altra metà dopo, dove dopo poteva essere un qualunque momento fino alla morte termica dell’universo. Koris fa ovviamente parte di questo secondo gruppo, mentre il tipo con cui condivide l’ufficio deve sloggiare immediatamente. La cosa ha generato un gran trambusto perché nei nuovi uffici non ci sono né cavi di rete, né hub, né multiprese, quindi chi eredita cosa? Non è chiaro. Le linee telefoniche come verranno trasferite? Mistero.

Segretaria Karen, che si lamenta di dover gestire la logistica del trasloco, non ha risposte a simili domande triviali, tanto mica lavoriamo in rete, oh, da quando i sorgenti dei codici di simulazione stanno su un disco remoto, possiamo simulare tutto su Excel, ovvio. Il problema principale di Segretaria Karen sono… le etichette da apporre a scatolini, computer, varie&eventuali. Un giorno scrive che bisogna apporre le etichette adesso immediatamente a cose, persone, animali e minerali onde evitare che vengano incautamente dimenticati. Due giorni dopo manda uno stupidissimo documento Word in cui dà il modello di etichetta perché pare scriverlo a mano fa brutto. Se le etichette fossero già state attaccate boh, Segretaria Karen vuole le sue etichette che ha passato così tanto tempo a fare (parliamo sempre del documento Word da riempire con cognome-nome-numero edificio-numero ufficio). Per inciso bisogna che siano resistenti perché poi si usano le stesse per ri-traslocare tutto a lavori finiri. Come se l’usura, la polvere, il caldo e il logorio della vita moderna non avessero ragione di loro.

E per quando è prevista la fine dei lavori? Fra sei mesi. Segretaria Karen evita qualunque problema dicendo “è tutto temporaneo, potete sopportare di dover condividere la rete a turno o qualche momentaneo inconveniente, sono solo sei mesi”. Solo sei mesi, che sarà mai. Capo Giuseppi fa il cosplayer di Ponzio Pilato e se ne lava le mani, salvo lamentarsi quando gli studi saranno in ritardissimo a causa di qualche piccolo inconveniente temporaneo.

In tutto ciò, Koris cerca di guardare i lati positivi della faccenda. Siccome tanto il collega quanto lo stagista inquilino abusivo traslocano, Koris si ritrova un ufficio per lei da sola finché non verrà traslocata anche lei. A meno che la polvere smossa non la sommerga prima, rischio da non sottovalutare. Inoltre la sua sistemazione temporanea non è nello stesso edificio di Capo Giuseppi, che si è riservato uno spazietto assieme alla gerarchia per farci sapere che non si mescola ai mortali sgobboni; individui loschi e pelosi di cui non faremo il nome hanno già suggerito di portarsi il gheming leptop in ufficio e diventare giocatori pro di Civilization, giustificando qualunque ritardo sul lavoro a qualche momentaneo inconveniente. Koris sta valutando la cosa, nel mentre si risponde che il resto del disagio lo scopriremo solo vivendo.

Mi raccomando, le etichette!

Reprise

Visto che, nonostante tutte le peripezie che si avvicendano, il pianeta continua a girare, deve girare anche l’esistenza su questo sasso spaziale alle deriva su un’orbita sballata.

Il meteo ha sabotato il week-end in grotta, cosa che non aiuta il Koris-morale malmostoso. Koris in generale si odia perché dovrebbe fare diecimila cose e ha voglia per lo più di lamentarsi e lurkare Amazogn Praim. Dovrebbe finire un racconto e mandarlo all’editore ma non sa come finirlo anche se mancano letterlamente quattro parole. Sta ricominciando a fare le liste delle cose da fare perché ogni tanto l’universo è più facile da affrontare se puoi spuntare qualche punto ogni tanto.

Fra le lamentele occasionali di cui tutto sommato si può parlare, c’è il dramma delle scarpe estive. Koris ha portato fino ad oggi un paio di Converse blu modello UnoPampino, comprate nel 2011 da un Amperodattilo che approfittò di un momento di debolezza post rottura coò Senzaddio. Undici anni sono un’età onorevole per un paio di scarpe e vista la suola ad uso scivolo, urge cambiarle. Koris era convinta che fosse sufficiente andare sul sito e ordinare lo stesso modello e lo stesso numero, una tecnica sicura per i cromosomi X che hanno falle nei geni che codificano l’amore per lo shopping di calzature. Tuttavia con grande sgomento Koris ha scoperto che la corrispondenza fra centimetri e taglie è cambiata, quindi il suo piano geniale è fallito ancor prima di cominciare. Si prospettano due soluzioni: staccarsi il piede e mandarlo alla ditta affinché trovino la scarpetta ideale, oppure muovere il suo grosso e grasso culo e procacciarsela da sola. La regia ammette che l’ipotesi “tiriamo un altro anno con le scarpe vecchie” è abbastanza gettonata, in barba alla decenza.

‘thieu maledice uno script python che dovrebbe generare documenti, pontifica di uscite speleo in Savoia e decide di partire per i Pirenei con una settimana di anticipo. Koris medita tremende vendette a base di “invitare amiche a Marsiglia e darsi alla pazza gioia”, bisogna vedere se la logistica sarà d’accordo.

Varie ed eventuali lavorative ce ne sarebbero anche, ma Koris arranca un po’. Ogni tanto il cervello si sveglia e connette i due neuroni per fare qualcosa di utile. Ogni tanto invece la concentrazione si perde e Koris si ritrova a fissare l’abisso, quindi l’abisso guarda Koris e dice fra sé e sé “oh, ma che schifo!”. Poi magari fra qualche giorno torniamo anche a lamentarsi di Capo Giuseppi e compagnia cantante. Ora torniamo a fare un po’ di streaming dall’abisso.

L’abisso sta pensando “che porcheria!”

Pasqua di recupero

Dopo due anni di pandemia portami via e soprattutto di lockdown assortiti e trifolati in marzAprile, ecco che torna la Pasqua italica. I due anni senza allenamento hanno lasciato il segno, tant’è che nessuno era pronto.

Non era pronta Koris che voleva per lo più svitarsi il cervello e metterlo in un barattolo di formaldeide, cosa che non è stata molto possibile. Però ha mangiato, questo va riconosciuto. Tanto presso l’Amperodattilo, che lamenta di aver fatto poco da mangiare, tanto nel basso Piemonte al pranzo di pasqua, dov’era andata solo ed esclusivamente per le crespelle al Raschera. Crespelle al Raschera. Addio, ormai possiamo pensare solo alle crespelle al Raschera. Ma anche al formaggio sott’olio, dai.

Non era pronto ‘thieu che voleva andare in grotta, quando da una parte c’era la neve, dall’altra la descrizione dell’accesso era quanto meno perfettibile, quindi è finita che si sono persi fra i boschi di Bardineto. In compenso grazie al GPS della macchina in modalità “passa per tutti i paesini più demmerda che esistano”, ha scoperto paesaggi mozzafiato sospesi fra Liguria e Piemonte, con intrichi di strade tridimensionali a cui ancora non è abituato. Ha scoperto anche gli involtini di asparagi, che non sono male.

Non era pronto U Babbu che ha il terrazzo in subbuglio causa rifaciamento della pavimentazione, cosa che gli crea gran disagio. Si duole perché Sky non prende in considerazione gli abbonamenti annullati. Ogni tanto accende la tv e fugge in contumacia.

Non era pronto l’Amperodattilo, a causa della perturbazione dei muratori che stanno rifacendo il terrazzo di cui sopra, quindi spandono polvere per casa e impediscono di cucinare come si deve. Si fa recapitare a casa quantità industriali di pasta fresca da Tortellini, inetto adepto del greco di U Babbu. Vuole svuotare casa e fare un vuoto zen, cosa che porta al conflitto con U Babbu accumulatore seriale. Al ristorante schiva qualunque portata possa vagamente contenere della carne, al di fuori del vitello tonnato, quindi termina sostenendo che il suo bunet è migliore. Se la prende perché nei finti Lego trovati nell’uovo di Pasqua non ci sono istruzioni di montaggio.

Non era pronto Orso, che infatti ha pensato bene di fare un passaggio degno di una meteora concedendo la sua presenza a una cena e a un pranzo, per poi fuggire verso più interessanti merendini. Guida sulla A6 facendo il rally fra i lavori, approfittando dei geni di U Babbu per quanto riguarda il rispetto dei limiti di velocità. Trasecola quando scopre che la sorella è disposta ad assaggiare il capretto.

Visto che per cause di forza maggiore si è dovuto rientrare il lunedì, alla fine si sono fatte meno cose di quanto si pensasse. Il prossimo transito italico sarà solo dopo aver smaltito i trigliceridi.

Uova assemblate senza istruzioni
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