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Laser show ma anche no

Oggi Koris è dovuta andare in uno dei tanti posti sperduti dell’Ile-de-France, che per assonanza chiameremo Saclà anche se non ha nulla a che fare coi sottaceti. Koris doveva andare a Saclà per una questione di laser spingitori di neutroni su cui non ci dilunghiamo. Koris non ha molta simpatia per l’Ile-de-France al di fuori di Parigi (e a piccole dosi), ma se s’ha da fare, facciamo. Era abbastanza convinta di poter prendere il TGV per la capitale e quindi di affrontare il magico mondo della RER che chissà come funziona, se funziona. Ma il grande vantaggio ipotizzato era il treno: si arriva alla stazione un po’ prima delle 6, si sviene sul sedile del TGV e ci si risveglia tre ore dopo nel caos assoluto di Chatelet-Les Halles. Una sorta di drag&drop del dormiente con annesso risveglio traumatico.

Si è scoperto in seguito che per raggiungere l’assai poco magico mondo di Saclà in realtà si fa prima in aereo. Nel senso, uno dei tanti aeroporti parigini è in linea d’aria più prossimo a Saclà, rendendo l’opzione più appetibile, almeno sulla carta. E poi si evita il caos della capitale.

Ora, non è che Koris abbia paura di volare o robe del genere. Però l’aereo è un’immensa rottura di quaglioni. Un po’ perché bisogna andare a sbattersi a Marignane con mezz’ora di navetta se-ti-dice-culo (ma alle 5 del mattino ti dice culo, almeno quello), mentre il TGV è a una fermata di metro. Un po’ per il dover essere lì un’ora prima, i controlli, le attese, lagggente che si mette in coda al gate sedici ore prima. Il tutto per un’ora di volo in cui fra un decollo e una scoreggia del vicino non si ha nemmeno il tempo di schiacciare una pennica. Insomma, se si può scegliere, meglio il treno. Nonostante Koris sia stata a lungo una Trenitalia-user su tratte di lunga percorrenza ed elevato disagio come Genova-Rimini, cambi al volo a Voghera e mantra di “ci scusiamo per il disagio”.

Stamattina è stata una di quelle mattine in cui Ermes, dio dei viaggiatori, appare in sogno e dice “senti, dai retta, statti a casa”. E ne avrebbe anche ragione, altrimenti non sarebbe dio dei viaggiatori.

Koris è svegliata alle maledette 5:15, dopo aver passato le due ore precedenti a sognare di perdere l’aereo. Si è vestita, si è lavata ed è uscita alla volta della stazione per prendere la maledetta navetta verso il maledetto aeroporto. L’autista del bus la ha fatta salire subito, nonostante la navetta dovesse partire solo dieci minuti dopo. “C’è un tizio bizzarro che si aggira da queste parti e prende per il collo i passanti per derubarli” ha spiegato poi. Ottimo, cominciamo bene.

In aeroporto Koris temeva di non trovare la Capa (siamo sempre a corto di soprannomi), invece la cosa è stata meno tragica del previsto, per quanto all’alba delle sei sia tutto abbastanza tragico. La tragedia è venuta dopo: aereo in ritardo di un’ora per avverse condizioni atmosferiche in Ile-de-France.

“Strano, avevo visto le previsioni e dicevano che ci fosse il sole”
“Deve essere quella l’avversa condizione atmosferica, non ci sono abituati”

Al contrario, come si scoprì all’atterraggio, l’avversa condizione atmosferica era il nebbione, così fisso che il pilota ha fatto atterrare la baracca solo con la strumentazione. Guarda, mamma, con visibilità zero.

Il tizio dei laser aveva scritto che sarebbe venute a prenderle. Koris si immaginava in macchina. Invece si è scoperto un tizio con la berretta rossa in attesa al terminal 2 che era… venuto coi mezzi. Parecchi mezzi, per altro.

Inizia quindi una transumanza a base di OlryVal preso nella direzione sbagliata e rettificato correndo in maniera poco canonica, RER B, dieci minuti di bus che forse erano più venti che dieci. Attraversare mezzo nulla cosmico dell’Ile-de-France per arrivare nel campus di Saclà ha rinforzato in Koris la condizione che in quel posto forse si può sopravvivere, ma non vivere.

Sul sito dei laser show aspettavano una coppia di colleghi dell’istituto, ma del centro di FarFarAway, altro posto sperduto in Ile-de-France ma che necessita solo uno spostamento in macchina e non la logistica delicata dei provenzali sfigati. Erano indispettiti dal ritardo, ma anche sticazzi.

Il laser show è stato da una parte istruttivo, dall’altra… beh, dall’altra Koris pensava di essersi sciroppata la sveglia alle 5 e le amenità aeroportuali per discutere di cose di scienza dopo. Invece, quando si è proposto di andare a pranzare, la coppia di colleghi da FarFarAway ha risposto così: “No, noi ce ne andiamo che abbiamo una riunione questo pomeriggio, pensavamo di fare tutto entro la mattina ma a quanto pare… vabbè, ci sentiremo via Skype, cià”

Koris era un po’ indispettita, la Capa anche, ma la Capa ha potuto commentare “loro sono così, loro sono… parigini”. Paris-shaming fatto da due che hanno a casa dei Parigini, quindi Paris-shaming fatto con cognizione di causa.

Dopo un pranzo con Berretta Rossa e il clone di Renè Ferretti che però non veniva da Fiano Romano, si è cercato di fare un abbozzo di discussione. Invano.

“Vabbè, vi mando dei dati e poi discutiamo per bene via Skype” ha concluso Berretta Rossa.

Koris e la Capa hanno quindi fatto il percorso del combattente al contrario, permettendosi svariati “potevano anche dirlo, non è che avremmo attraversato la Francia per nulla”. Per altro, se all’andata avrebbero potuto tranquillamente prendere l’aereo dopo, al ritorno avrebbero potuto permettersi quello prima. Ma non è stato possibile, perché quando non è giornata, non è giornata e basta.

Del Koris-feeling e della subitanea illuminazione “sto diventando la Tacchettina, ziogatto!” parleremo in un post apposito con meno disagio aviotrasportato.

Permute e crisi momentanee

In quel Neutronland, Koris ha un nuovo ufficio, che poi è quello della moglie-del-capo (per i blog-names ci stiamo ancora attrezzando, promesso). La giornata della grande permuta è stata ieri, dove Koris ha potuto dimostrare le sue doti di traslocatrice, molto più apprezzabili di quelle di fisico. La quantità di roba che si era stipata nell’ufficio della moglie-del-capo era notevole. Compresi floppy disk e altre cose di dubbia provenienza come un calendario cinese. L’Amperodattilo avrebbe gridato al repulisti e al “cacciare tutto”. Solo che non puoi invocare il repulisti quando sgomberi l’ufficio della moglie-del-capo.

Sopravvissuta alla polvere secolare, Koris ora ha un ufficio delle dimensioni di uno sgabuzzino. Che può sembrare orribile e umiliante come un fantozziano sottoscala, ma gli sgabuzzini hanno un vantaggio vincente: ci entra una sola persona. Quindi nessun rischio di ritrovarsi faccia a faccia con Intrallazzoni, Binomi e altri individui molesti che telefonano, ruttano o mangiano cibo spazzatura. Solitudine, ascetismo, ermitaggio. Non si chiede di meglio, anche se il blog perde una fonte di ispirazione notevole.

Koris ha temuto che la permuta generasse una crisi diplomatica. Perché la moglie-del-capo è territoriale (pare) ed erano anni che si cercava di spostarla in un altro ufficio. Koris è stata usata come pretesto e forse ne avrebbe anche fatto a meno, ma non ha avuto molta voce in capitolo. Si sarebbe anche tenuta il grosso ufficio temporaneo, col rischio di dover ospitare tirocinanti di passaggio. Ma invece no.

Questo terrore di farsi odiare da quasi subito dalla persona con cui dovrebbe lavorare ha fruttato a Koris una notte insonne come ai bei vecchi tempi. Si è poi rivelato essere ingiustificato, ma tant’è, all’insonnia non si comanda e ai traumi pregressi nemmeno. Perché ci sono dei momenti in cui a Koris pare di camminare su una voragine tappata con lo scotch: potrebbe anche andare giù tutto appena soffia un alito di vento. Anche se il vento è una brezzolina e non la tormenta. C’è sempre il terrore che possa iniziare la tregenda e tutto ricominci da capo, anche in assenza di nubi all’orizzonte.

Un altro innocente fatto che sbalestra Koris se ci pensa troppo è la presenza di una coppia marito&moglie in laboratorio. E di dover lavorare con la moglie. Questo le ricorda l’affatto felice periodo all’università nel gruppo dei Cojones. Certo, l’assenza di una Tacchettina è apprezzabile (ma se non hai una Tacchettina in ufficio, forse la Tacchettina sei tu). Ma tant’è, ogni volta che le dicono “oggi non c’è tempo per discutere, magari domani” le piglia il “domani non arriva mai finché le cose non precipitano”. Ottimismo, questo sconosciuto. Che poi a dirla tutta la prima coppia di marito&moglie in laboratorio furono il Relatore e Micozza a Boulogne, quindi non proprio un trauma permanente, altrimenti Koris non sarebbe dov’è e alleverebbe forse carpe da corsa (anche se nel laboratorio di fianco allevano pesci-zebra a cui dar da mangiare il trizio, quindi forse…).

Insomma, Koris è ancora soggetta a subitanee crisi passeggere e vorrebbe che non succedesse. Hai visto mai una decidesse di restare.

In tutto ciò, nota di colore: per mantenere rapporti di buon vicinato, Koris ha scritto una mail di saluto a ex-Capo Palpatine. Il quale ha risposto nel suo stile col 100% di grammatica e sintassi in meno, chiudendo la frase con “scusa ho Corea ti lascio a dopo ci teniamo in contatto”. Tutto sommato è adorabile, quando tutti i danni piovono sul Rimpiazzo e non su Koris.

Sfere ebbasta

Dopo anni di scartoffie preceduti da due anni di boh, Koris aveva un po’ dimenticato di essere un fisico smanettone. O meglio, di essere un sacco di cose, ma di aver studiato soprattutto per essere un fisico smanettone.

Poi ieri ha sentito dire che c’era una giornata di irradiazione con i rivelatori a pallozze (davvero: sfere di polietilene con un contatore dentro, ogni sfera di un certo diametro conta i neutroni di una certa energia) e ha chiesto se poteva assistere. Tanto il dosimetro ce l’ha, bastava non lasciarla mai sola.

Koris è salita agli acceleratori, nel cuore di Neutronland, e si è ritrovata ad essere un’entusiasta bambina molesta di quattro anni e mezzo a cui hanno messo delle anfetamine nel Nesquick. Il camice troppo grande dava persino un tocco di credibilità alla cosa.

“Posso salire nella hall di irradiazione? Posso toccare il rivelatore? Posso mettere la pallozza sulla linea del fascio?”

Perché non la abbiano cacciata o non l’abbiano affidata a una baby sitter è un mistero.
Il tecnico le ha fatto sbirciare dentro l’acceleratore, dove c’era il plasma, una zuppa di ioni fucsia, color Barbie incantesimo della reazione deuterio trizio.

“Fai una foto e mandala a Capo Palpatine, digli che se vuole rifarsi gli occhi può sempre fare un salto”
In effetti lavorare per tre anni su quello che non sarà mai la più grande macchina per la fusione nucleare senza vedere… beh, nulla, è un pochino ridicolo. Dovevi aspettare di andartene e farti fare il plasma di Barbie da un acceleratore anni ’70, con gli indicatori ad ago e i la chiave di sicurezza che pare quella di San Pietro.

È vero che la (futura) sala di comando di Neutroni Porcelloni era più di design, con gli schermi a non si sa quanti pollici e la stanza della realtà virtuale accanto. Ma fa lo stesso effetto di una Ferrari senza motore lasciata in garage: sarà anche bella, ma non è utile. Meglio una Panda che macina chilometri, anche se si dovrebbe cambiare.

E poi arrivano i neutroni, si accomodano negli istogrammi dei canali, rimbalzano e rallentano nelle pallozze, ogni tanto ne scivola fuori uno dalla sorgente blindata di americio-berillio. Koris aveva dimenticato la piccola emozione data dal vedere l’invisibile e sapere che ehi, la scienza funziona, anche se ogni tanto sembra magia (ad alta enegia, in questo caso). L’alchimia della foglie d’oro chiuse in un cassetto con lo scotch “attenzione radioattivo”, che non sai se lo è davvero o se è un dissuasore. Il sandwich di metalli impilati, con l’indio al posto della sottiletta, che si deforma solo a guardarlo.

Koris è tornata a casa dopo le otto di sera, orario che fino a un mese fa avrebbe bollato la giornata come un “dies irae”, e invece no. Forse perché dopo tanto tempo Koris ha avuto l’impressione di fare cose per cui ha studiato otto anni. E perché, come dice Junior, è una brutta persona sperimentale.
Poi magari la settimana prossima la cacciano. O magari Koris odia tutti. Ma intanto…

L’imprinting della sveglia

“Io non ce la faccio a svegliarmi alle 6:15” dichiara ‘thieu zombie “Come poi tu possa prepararti e fare colazione per essere fuori di casa alle 6:35 mi è del tutto incomprensibile”Koris sorride. Certe cose non si improvvisano, certe cose si apprendono durante l’infanzia con prove a cronometro e anni e anni di sveglie organizzate. Organizzate nel senso che avevano la logistica di una campagna napoleonica.

La sveglia diversamente dolce iniziava dalla sera prima. L’Amperodattilo, all’epoca agli occhi di mini-Koris considerato un esemplare di Amperodactilus Infallibilis, tuonava di solito nel dopo cena: “la cartella va fatta prima di andare a dormire, non la mattina. La mattina si dimenticano le cose, si fa casino e si perde tempo”. Organizzazione fu la parola chiave della scolarità di Koris da quando ci furono da preparare cartelle. Non che vi si applicasse sempre, cosa che permetteva all’Amperodattilo di lanciarsi in epici cazziatoni.

Al mattino propriamente detto Koris veniva svegliata ad ore che la sua memoria ha rimosso per pudore. Di solito trovava U Babbu che aveva preparato colazione e le bon café. L’Amperodattilo di solito era già in fase di decollo, quando non già decollato. Koris faceva colazione e si vestiva coi vestiti che di solito trovava appesi alla maniglia del frigo, un’altra prova dell’Ampero-organizzazione. Ah, sì, c’era anche il grembiulazzo nero col collo bianco enorme, che a parlarne oggi pare uscito dal Devoniano. Baby-Orso dormiva beato in attesa della tata Vanna.

In epoche più tardive anche Orso si aggiunse al rituale organizzativo mattutino. Solo che essendo un ribelle nell’animo, fece svariati tentativi di sabotare il sistema dall’interno. L’Amperodattilo gli faceva la cortesia di svegliarlo per ultimo, solo per mettergli tutta la fretta necessaria.

Calzata e vestita, Koris veniva caricata in macchina per il tragitto verso la scuola. Una volta giunti a destinazione, U Babbu attuava la tecnica del “ti lascio in corsa”, equivalente del fantozziano “autobus al volo”. La macchina rallentava, Koris si catafotteva fuori dalla portiera  (con buona pace dei moderni seggiolini intelligenti) e U Babbu ripartiva alla volta del liceo. Koris attraversava la giungla dei giardini della scuola, per presentarsi sulla soglia all’inizio del cosiddetto pre-scuola, alle ore 7:30.

Alle medie l’orario del “ti lascio in corsa” era diventato così mattiniero che in assenza di pre-scuola a Koris vennero date le chiavi del portone degli zii, siti davanti alla scuola. Di solito, una zia di buon cuore la faceva salire e contemplare ZuVenturino che faceva colazione prima di andare a prendere il treno. Altrettanto di solito, bisognava fare piano perché la Cuginastra dormiva ancora.

Al liceo Koris si imbucava in classe grazie al pass VIP di U Babbu, nascondendosi dalle bidelle mannare. Se le congiunzioni astrali lo permettevano, si imbucava anche Iset, appena calata col bus della Barriera Valbormidese.

Il primo imprinting non si scorda mai, quindi anni di università e simili non hanno fatto perdere a Koris le antiche abitudini logistiche. È quindi il possibile il miracolo del saltare fuori dal letto, vestirsi, colazionarsi e lavarsi per essere fuori di casa in meno di venti minuti, il tutto a meno di tragici imprevisti. Finché dura.

Si lavora un sacco

Una cosa è sicura: Koris non ha più lo stesso tempo libero di quando lavorava coi Neutroni Porcelloni, in cui cazzaeggiava sul blog fra un file Excel e una riunione col MegaCapo. O meglio, più che cazzeggiare era una sorta di valvola di sfogo onde evitare di finire in penale prima delle cinque del pomeriggio. Forse all’epoca sapeva organizzarsi meglio, giostrandosi i ritagli di tempo, e ora non ci riesce più.

Cioè, insomma. Continuano le sensazioni strane, di cui verosilmente Koris si pentirà con dolore, perché quando cadi dalla nuvoletta di zucchero filato, cadi comunque dagli strati bassi dell’atmosfera e ti fa un sacco male. Però Koris non sente il bisogno di cazzeggiare, fra un sezione d’urto d’oro e una di bismuto. Perché in un certo modo si diverte, forse anche senza “in un certo modo”. Finirà probabilmente malissimo, ma intanto si portano a casa le giornate. Poi spesso e volentieri si portano a casa in bus, che senza dover guidare è anche meglio.

L’unica vera fonte di anZia è il cartellino da timbrare per la prima volta nella Koris vita lavorativa, con relativo monte ora monitorato in permanenza, pausa pranzo inclusa. A dire la verità, è una cosa che fa un po’ incazzare Koris, che ha fatto anni-secoli-millenni in ore supplementari senza badge, senza conti, senza niente. E ora che i trasporti rosicchiano l’orario, zac! Il cartellino. Cetriolo, is that you? Comunque Koris passa ogni mattina cinque minuti buoni a fare calcoli cabalistici, mentre i colleghi la rassicurano che tanto poi ci si abitua. C’è anche da dire che sono tutti calmissimi, o almeno, calmissimi rispetto allo standard di Neutroni Porcelloni, ove il più tranquillo aveva un cappio pronto all’uso appeso sopra la scrivania.

Incredibile ma vero, l’azienda si è fatta viva anzitempo per scrivere a Koris quanto le deve in materia di arretrati, ferie mai prese, conti vari. Ed è a tutti gli effetti un gruzzolo non trascurabile. I miracoli che fa la formula magica “se trovo delle irregolarità vi denuncio”.

Comunque sia non abbassiamo la guardia, che uno si distrae un attimo ed esce il grande Cetriolo Cosmico dalla sezione d’urto del vanadio. Però intanto Koris potrebbe essere quasi meno burbera del solito. O magari fra dieci giorni odia tutti e scrive a ex-Capo Palpatine in preda alla Sindrome di Stoccolma, ma intanto…

Finale col botto

Come già fatto, facciamo due pesi e due misure. C’è il finale di Neutroni Porcelloni e c’è il finale con l’azienda. Entrambi sono finiti, ma comunque, ci sono pur sempre delle differenze.

Neutroni Porcelloni, game over

Ieri i Koris-colleghi hanno consegnato a Koris un (orribilmente grosso) mazzo di fiori e una scatola di cioccolatini, per salutare la sua partenza. Doveva essere una sorpresa, ma qualcuno ha pensato bene di mettere Koris in copia della mail che annunciava la sorpresa. Da un certo punto di vista meglio così, perché le reazioni di Koris alle sorprese non sempre controllate e controllabili. Comunque sotto sotto le ha fatto piacere che non la odino e che abbiano capito che il cioccolato risolve sempre tanti problemi.

Stamattina era l’ultima mattina. Koris ha sbolognato ancora qualche file al Rimpiazzo, ha detto a Capo Palpatine cosa c’era da fare, ha aiutato il Rimpiazzo a tirare parolacce a MCNP. Poi, verso mezzogiorno, ha iniziato a dire ciao a tutti.

Al MegaCapo, che anche se non ci rivediamo pazienza (no, vabbè, Koris ha fatto finta di essere una persona civile).
Al MedioCapo, che verrà ricordato come colui che non ruppe quasi mai le palle.
Ai colleghi, che restano e resistono.
Al Rimpiazzo, che avrà bisogno di fortuna.
A Intrallazzone, che si è detto sempre pronto ad arruolare Koris just in case (#credici, ma non si può mai dire).
A Capo Palpatine, con cui si stava consumando una scena da film strappalacrime in corridoio. Perché sì, è vero, è incasinato, è confusionario, non è sempre facilissimo capire cosa voglia e altri mille difetti di cui si è già lungamente parlato. Però in questi tre anni Koris ha finito per volergli un po’ bene. Bisogna anche ammettere il vero: se non fosse stato per Capo Palpatine, Koris non starebbe andando dove andrà e forse avrebbe continuato a pensare di essere una nullità buona solo a farsi sfruttare. Capo Palpatine, pur con tutti i problemi annessi, ha ridato a Koris un po’ di autostima e di dubbio di saper forse fare delle cose. “Sei una rompicoglioni, ma hai ragione di essere una rompicoglioni e mi mancherai” ha detto. Certo, non poteva durare (anche perché avanti di questo passo non sarebbe durata Koris), ma è stato importante che ci sia stato. E comunque Capo Palpatine ha già minacciato Koris di collaborazioni o, quanto meno, di averla come esperta per le review. Insomma, se ne esce ma non se ne esce.

Quando Koris ha restituito il badge, è stata una sensazione strana. Di qualcosa che finiva, di crollo di alcune certezze, di libertà, di sollievo, di ommoddioeorachefaccio. Però è fatto.

Ciao, Neutroni Porcelloni, anche se non era per sempre, forse alla fine è stato bello lasciarti una Koris-impronta.

L’azienda, ovvero come morire gonfi

Presente tutti i discorsi strappalacrime di cui sopra sul “è stato bello”, “bisognava passarci”, “alla fine non è stato tutto inutile”? Ecco, per l’azienda non valgono proprio per una cippa di minchia. Koris se ne va e benissimo così, a mai più rivedersi davvero, piuttosto che lavorare di nuovo con loro si va a spalare cacca di oloturia in fondo al mar.

Il CCC ha detto che non aveva capito quale vetro della macchina fosse rotto, pensava il finestrino, ma se era solo il triangolo allora Koris poteva circolare lo stesso. Certo, come no. In ottobre, un’ora in autostrada ad andare e un’ora a tornare (se ci dice culo), ai 130, col triangolo rotto. Koris gli ha detto gentilmente che no, non poteva e cazzi suoi se non è contento.

Si è inoltre scoperto che la macchina circolava senza assicurazione. “Però la paghiamo, credo” ha detto interdetto il CCC. Accendiamo un cero postumo a tre anni di guida marsigliese senza incidenti, che qui c’è da gridare al miracolo, altro che Medugorje.

Last but not least, il bollo per la circolazione in periodi di guida alternata non è mai arrivato perché… il CCC ha sbagliato a mettere la targa. Commentiamo? No, non commentiamo, tanto non è più un nostro problema.

La ciliegina sulla torta: la tipa delle risorse umane, appena tornata da due ore di palestra, non ha voluto ricevere Koris. Nemmeno farla entrare in ufficio. Koris ha fatto presente che doveva ricevere il certificato di fine impiego e il saldo di stipendio, arretrati, giorni di ferie. La tipa ha risposto che non aveva pronto niente perché “c’era da organizzarsi”. Ora, Koris ha scritto che se ne andava tre fottuti mesi fa. TRE FOTTUTI MESI, se non si fosse capito. C’era tutto il tempo di organizzarsi, come hanno organizzato il Rimpiazzo. Forse non c’era la voglia. Koris ha detto che o le arriva tutto per posta entro dieci giorni, oppure buongiornissimo denuncia. Tanto è l’unico orecchio da cui sentono.

Però. È finita. Nel senso, domani si ricomincia. Altro, ma si ricomincia. Se Koris sopravvive all’orgia di panissa che ha previsto per cena.

Come farsela addosso ma fare finta di no

È uno speleopost, ma potrebbe essere anche un qualunque estratto della Koris-vita.

Koris sa perché non ama le uscite coi principianti: perché i principianti si piantano e Koris teme di non saper cosa fare, creare ancora più scompiglio e farsi odiare da tutti. Per cui evita il più possibile. Solo che non si può evitare per sempre, a un certo punto capita.

‘thieu aveva organizzato l’iniziazione di un tipo alla speleologia e aveva reclutato Koris per dare una zampa. Nel senso, portare sacchi e sbrigare altre cose semplici che prevedono poca o niente interazione con l’iniziando. Fin lì tutto a posto.

Visto che nei pozzi della Solitude tutto si era svolto senza intoppi e vista l’ora non abbastanza tarda, si è deciso di affrontare il monopozzo della grotta del Drago, diciassette metri di verticale di cui dieci nel vuoto, una grande sala e poi basta. ‘thieu ha armato, è sceso e ha atteso l’iniziando.

L’intoppo si è presentato sei metri dopo, con un guanto dell’iniziando bloccato nel discensore. L’iniziando, com’è giusto che sia, si è trovato bloccato, senza riuscire né a scendere né a salire, e con una discreta apprensione per i dieci metri di vuoto sotto le chiappe. ‘thieu non poteva risalire sulla stessa corda, troppo rischioso. L’unica che poteva intervenire era Koris, calandosi dall’alto sui bloccanti.
“Arrivo”

Ora seguirà un dialogo fra il Koris-cervello e la proprietaria dopo questa dichiarazione da “arriva la cavalleria”.
“Cosa cazzo stai facendo?!”
“In effetti boh, non so”
“No, ma hai un piano, vero?!”
“Ahem, no. Arrivo fino a lui, lo metto in sicurezza perché non crolli di sotto e poi…”
“E poi?”
“E poi boh, ci mettiamo tutti e due a piangere appesi come dei prosciutti”

Koris è arrivata fino all’iniziando con un sorriso falsissimo di chi sa più o meno esattamente quello che sta facendo. E in cuor suo, la voglia di riconoscere di non essere all’altezza del compito e filarsela in superficie in nome del classico “mors tua, vita mea”. Invece lo ha assicurato a sé, convincendolo (e convincendo soprattutto se stessa) che i bloccanti avrebbero tenuto senza problemi. Guanto strappato via dal discensore, iniziando in parte rassicurato, che si fa?

“Fagli fare una conversione e fallo risalire” ha urlato ‘thieu dal basso.

Nuovo stacchetto di Koris e il Koris-cervello.
“Ahem, una conversione?”
“Pare”
“E tu la sai fare, la conversione?”
“Boh, credo, la ho già fatta, se non ci penso troppo e non penso che ho il vuoto sotto le chiappe magari ci riesco”
“E tu riesci a farla fare a uno che non era mai andato in grotta fino ad oggi?”
“No, hai ragione, buttiamoci di sotto che si fa prima”

Secondo Koris-sorriso falsissimo da pallonara professionista. Alla faccia della sindrome dell’impostore. Koirs ha elargito disposizioni farcite di “tranquillo, va tutto bene, lo abbiamo fatto un sacco di volte” (uh, proprio). Con una gran voglia di farsela addosso per raggiunti limiti di coraggio.

Com’è e come non è, l’iniziando ce l’ha fatta. Si è messo sui bloccanti ed è riuscito a risalire seguendo ciò che restava di Koris, squagliatasi per troppe emozioni. Una volta usciti e ritrovatisi le chiappe al sicuro, i due miracolati hanno minimizzato la cosa, soprattutto Koris che “sai, al soccorso speleo ci addestrano per questo” (come no!).

Insomma, ancora una puntata della Koris-vita a base di fake it until you make it. Solo che in tutta onestà questa volta non pensava che ci sarebbe riuscita senza danni irreparabili. E continuando a fingere di avere tutto sotto controllo.

‘thieu, al solito, ha risolto la questione con “non ho dubitato nemmeno un secondo che l’avresti fatta”. Beato lui.

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