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Pioggia nel pineto

Piove nel pineto ma soprattutto su Marseille, cosa che rende Koris irritabile a livelli di isotopo instabile. Letteralmente, la goccia che fa traboccare il vaso, più o meno da notte. E a proposito di vasi, l’unico contento della situazione pare essere l’acero David Bowie della specie asahi-zuru, quella con le foglie rosa glitterate: gli sembra di essere tornato in Giappone. La pianta Nana di origine incognita (che fu affidata a Koris col consiglio “piscia in una bottiglia e concimala così che lei apprezza”), invece, non ha più la minima idea della stagione attuale e fiorisce a tutto spiano, anche in assenza di trattamento urinario. Fine della parte fito-trash.
Koris è indispettita dal meteo poiché sabato ha comprato ottanta metri di corda nuova e smania per provarla. Ma verosimilmente ciò accadrà solo alla fine della stagione delle piogge nel duemilaequindi. Ieri, giorno di vacanza, il tempo era così orribilmente instabile che si sarebbe detto che Giove Pluvio fosse reduce da un rave party pesante, chissà che c’era mischiato ai fumi dell’ecatombe. Anche quelli di MeteoFrance non scherzano quanto a sostanze psicotrope prima di pubblicare le previsioni, eh. Ma del resto, come si dice in Valbormida, ‘l temp e ‘l cü fan quel che vol lü, questa antica saggezza intraducibile ai giorni nostri.
Oggi arriva il Mathematicus, praticamente uno Stark temprato dal freddo del Nord, e verosimilmente se ne tornerà a casa dicendo alla fine le differenze meteo fra il Midi e il Pas-de-Calais sono trascurabili. Vita infame di chi arrampicava in mutande sabato scorso, perché per la t-shirt faceva troppo caldo.
Fatto che sta passando sotto silenzio tomo tomo cacchio cacchio: Koris dovrebbe fare gli ultimi incartamenti per il parchegghio, visto la settimana prossima è probabile che arrivi la potentissima Koris-mobile, passata di mano in mano dall’Amperodattilo a Orso fino ad approdare in Provenza. Al servizio della patente meno usata degli ultimi dieci anni. Sarà quanto meno bizzarro.
Almeno smettesse di piovere.

Venni l’autunnu

Alla fine l’autunno è arrivato anche a Marsiglia, dopo l’estate part-time dal tempo incerto e l’uragano facile.
I segni sono inequivocabili.
Il bucato non si asciuga più in mezza giornata e tocca togliere le mutande con gli angoli ancora umidicci per fare posto alla lavatrice numero due. La dura vita del giorno delle lenzuola. La bulimia della lavatrice, elettrodomestico della Koris-vita.
Si comincia a non disdegnare le falesie a sud-ovest, ma ancora meglio sud-est. E si dibatte su tema “falesie orientate a nord, si, no, forse”. Koris comincerà a rompere le palle al mondo per andare alla Sainte Victoire.
Si è materializzato l’amico PigiamaManicheLunghe, scacciando la maglietta “I love neutrinos, Kyoto 2012” che ha prestato servizio tutt le notti in cui il caldo non imponeva di dormire ignudi. La trapunta invece non se n’è mai veramente andata, è stata una presenza costante ove ce ne fosse bisogno.
C’è voglia di minestrone nell’aria. Koris cerca quindi tracce di minestrone surgelato (perché dopo aver trafficato col boro tutto la giornata, la sera la voglia di far da mangiare latita sempre) fra i freezer del supermercato. Ma questa è una terra ostile e le minestre pronte sono vendute già frullate in confezioni da succo di frutta. Non annoverando fra le sue aspirazioni il succhiare il passato di verdura con la cannuccia, Koris si trasforma nella MassiaPerfetta (facendosi teleguidare dall’Amperodattilo), compra sei tonnellate di verdure assortite e si prepara una scorta di minestrone surgelato in quantità assedio di Troia. E ora che vengano pure gli Achei.

E nonostante tutto, Koris si sente in modalità primaverile. Forse è colpa dell’acero che è pieno di foglie verdi, e della pianta sarda risorta dalla morte che sta rimettendo i fiori. Fatto sta che Koris sente il risveglio di primavera, la rinascita della natura e tutto il pacchetto, dalla hominus divumque voluptas, Alma Venus a april is the cruellest month. E invece fra un po’ è la stagione del vino di quattro anni dalla diota sabina (e con questo Koris la finisce qui coi classicismi da strapazzo). Alla faccia del jet lag stagionale.

Solo che se Koris continua ad andare in giro a dire che è tanto felice della sua vita, finirà che il Grande Cetriolo Cosmico troverà il suo numero in rubrica e decida di passare a farle un saluto.

Ritorno alla vita reale

Per due settimane Koris ha fatto finta di non essersene mai andata via dalla casa dei Maiores, si è goduta l’essere figlia, lasciando che fossero gli altri a risolvere i problemi, riservandosi grandi dilemmi della vita quali gatta Spin e il suo eleggere a gabinetto il vaso della spirea o l’Amperodattilo che non passa i livelli dei giochini di Facebook.
Per una settimana Koris ha vissuto in un limbo spazio-temporale, nell’Ile de France a metà fra il XVIII e XIX secolo, passando così tanto tempo a Fontainebleau da credere che fosse casa sua (tralasciando il trascurabile fatto che casa sua entra comodamente nel salone da ballo, balconi compresi).
Tornata a Marseille, la vita reale aspettava al varco una Koris che invece avrebbe voluto passare la sua ultima settimana di vacanza a crogiolarsi nell’ansia del nuovo lavoro da cominciare il primo settembre.
Le piante, anziché essere sitibonde come Koris aveva temuto, avevano ricevuto troppa acqua e stavano per annegare. Tranne Nana, che prospera in qualunque ambiente più o meno ostile. La palmetta era marcita per due terzi; amputata per due terzi, nessuno avrebbe scommesso sulla sua sopravvivenza, e invece ad oggi mena un’esistenza quale tronco con un orribile ciuffo punk. L’acero David Bowie non si sa bene cos’abbia sofferto, forse l’abbandono, ha perso tutte le foglie e le sta rimettendo; forse voleva solo rifarsi il guardaroba. La pianta sicula si è trasformata da pianta grassa strisciante a creatura piena di tentacoli uscita dalla mente di Lovecraft e fa un po’ paura. La pianta sarda è marcita per la metà inferiore, ergo Koris ha estirpato tutto, sezionato le metà superiori e ripiantato tutto e ora aspetta i risultati del suo macabro esperimento.
Domenica Koris voleva mettere online tutte le foto parigine, ma la sua connessione era passata a miglior vita. Poi il router ha resettato la password a grande insaputa di tutti. Ci è voluto l’avvento di lunedì perché la connessione tornasse a un’ombra di normalità e anche ora non è che sia una festa.
Nel preparare scartoffierie per il suo nuovo lavoro Koris ha passato 24 ore di panico perché la securité sociale (ovvero la mutua francese) diceva di non averla mai vista e mai conosciuta, nonostante i quattro anni di contributi. Koris ha passato una serata a urlare la sua rabbia impotente contro i Cojones, contro l’università, contro il sistema e contro gente che non ne poteva niente. Poi il giorno dopo s’è scoperto che era colpa di un mancato aggiornamento e del “ma gli insegnanti hanno uno statuto a sé”. Tanta bile nera per niente.
La spesa da pre-guerra atomica, con l’approvvigionamento di ben 12 litri di latte, ha generato nelle braccia di Koris l’acido lattico equivalente a una cordata di sei lunghezze.
Dulcis in fundo, appena finito di vedere “Opera” di Dario Argento (chiedendosi se era ambientato in un teatro lirico o ai Laboratori Nazionali del Gran Sasso), la lampadina del Koris-bagno di è fulminata. Così, tanto per fare atmosfera, tanto perché sei sola in casa.
Forse tutto sommato è meglio tornare a vivere a Fontainebleau.

P.S. Il template del blog ha avuto un incidente in seguito alla Koris-frustrazione. Ditelo se vi fa schifo.

Acer deliciae meae puellae

(E chi leggendo “Acer” ha pensato ai computer, non lo dica, pliz)

Alle elementari Koris aveva un maestro (ebbene sì, un uomo) di matematica e scienze con una passione per la botanica. Spesso portava la classe di Koris a spasso per i giardini pubblici, insegnando a identificare le piante e gli alberi. Ogni tanto si raccoglievano semi: quercia rossa, giuggiolo, ibischi ed altri. I semi venivano quindi posti a germogliare in vasetti di yogurt e si aspettava per vedere se ne usciva qualcosa. L’aula assomigliava a una serra, ma Koris lo trovava piacevole.
Nel vasetto di yogurt corrispondente a Koris germogliò un acero palmato. Koris se lo portò a casa e i Maiores lo adottarono sul terrazzo, cambiandogli vaso alla bisogna. La famiglia sviluppò una sorta di attaccamento alla pianta, che cresceva con le sue foglie verdi e rosse, dal tronco dritto e la forma vagamente a palla.
Poi venne la terrificante estate del 2003, in cui casa Koris venne messa sottosopra per rinnovo di bagni e cucina. La famiglia, tranne il gatto Spotty di allora, fu esiliata nelle lande della Valbormida a cercare rifugio. L’acero mal sopportò la mancanza d’acqua e non sopravvisse fino all’autunno. Koris la prese malissimo, ma non ci si poteva fare più di tanto.Durante il suo viaggio giapponese, Koris andava di tempio in tempio a raccattare semi di acero, dicendosi che se lo aveva fatto crescere una volta, poteva farlo di nuovo. Dal Giappone germogliarono i nespoli, sopravvissero i bambù (solo per essere lasciati a morire di incuria nel Var, sob!), ma gli aceri si rifiutarono di spuntare. Koris cominciò a pensare che non era destino.

nara_acero

Aceri giapponesi a Nara. E Koris con gli occhi a cuoricino.

Ieri sera Koris tornava dalla spesa mastodontica (perché si è comprato un aceto in più e tre bottiglie di passata per sbaglio, ma ci si è dimenticati la pellicola trasparente), carica di zaino e due borse, a piedi come al solito. E lo ha visto lì, ai piedi del bidone davanti casa, abbandonato nel suo vasetto. Un acero palmato abbandonato. Forse qualcuno lo aveva comprato al marché aux plantes di domenica e poi non si è deciso a tenerlo. Forse era un regalo sgradito. Forse non hanno voluto tenerlo perché ha un ramo di foglie rosa e magari pensavano che sarebbe stata solo questione di tempo perché mettesse il glitter sul tronco. Ma a Koris non è importanto né della sua provenienza, né del suo orientameto. E poi ha i geni di U Babbu, che recupera dalla rumenta i pinetti ex-alberi di natale e le palme moribonde. Quindi ha preso vaso e tutto quanto e se lo è portato sul terrazzo. Non imporata se hai appena adottato un pianta di Neanderthal e ha già una palma e la pianta Nanà (ovvero la pianta che prospera ne vunciume e nel casino, come nell'”Assommoir”). Per un acero c’è sempre spazio.

acero_nuovo

Piccolo e rosa. Koris già lo adora.

A la belle etoile

Quando era alle elementari/medie, Koris aveva problemi a ricordarsi che giorno fosse durante l’estate. Poteva essere un qualunque giorno fra giugno e agosto, lei lo ignorava. Il giorno preciso della settimana meno che meno. Questa volta le è bastata una settimana di vacanza per perdere completamente la concezione del tempo e persino dello spazio, perché troppi trasbordi al giorno sballottano l’essere.
Koris ha cominciato il viaggio col dubbio di aver capito male il luogo del rendez-vous (si sta francesizzando un po’ troppo, lo ammette) e di ritrovarsi da tutt’altra parte. Ma di Manosque fortunatamente non ce ne sono troppi e nonostante venti minuti di panico perché non si stava presentando nessuno a prenderla, alla fine ha trovato di che farsi scarrozzare a nord, verso la Drome e l’Isère.

paesaggio

Paesaggio tipico del Vercors. Il tempo di cacca è Koris-implicito, come la nuvoletta di Fantozzi.

Ancora una volta Koris non aveva capito niente e quella che lei reputava essere una sessione di endurance a piedi si è rivelata piuttosto un’esplorazione in macchina.
Ma il disagio non è mancato. Nella fattispecie, Koris ha scoperto che:

  • l’antico insegnamento dell’Amperodattilo secondo cui è meglio non trovarsi sotto un traliccio dell’alta tensione quando il cielo minaccia temporale non è noto a tutti, nemmeno a escursionisti reputati esperti. Quindi meglio dormire al vento, con i teli dell’accampamento (montato al buio) che sbattono e ti impediscono di dormire.
  • la rugiada è insidiosa quanto il vento, soprattutto se il telo ti sgocciola in testa.
  • è altresì sconsigliabile farsi bagnare la parte bassa del sacco a pelo, soprattutto se si dorme a sette gradi, alla diaccio e in una stazione sciistica chiusa. Il lato positivo dell’essere altri un metro e un barattolo (Orso cit.) è potersi raggomitolare nel sacco a pelo in larghezza e riuscire a sopravvivere all’assideramento.

Notti furiose a parte, in cui Koris ha dormito col berretto in testa per la prima volta nella sua vita, ci sono stati anche particolari piacevoli. Come i primi funghi della stagione, perché fra le alpi è già autunno.

funghi


funghi
funghi Funghi. Per dedicarli a Quella del Sangue di Porco. L’ultimo per qualche ragione ha una forma… bizzarra.

O passare in villaggi piuttosto significativi, come quello che diede i natali all’inventore dell’orologio parlante (così dicevano le indicazioni, Koris non ha indagato oltre, ma a fianco c’era un campo di marijuana). O il villaggio chiamato Glandage, la cui traduzione letterale è pressappoco Cazzeggio. Per la cronaca, nel villaggio perduto all’ombra delle montagne abita stabilmente un pastore di pecore che fa un formaggio eccezionale.

dioce

Koris-foto in stile “dio c’è”. Ogni tanto le scappa.

Il viaggio è stato anche foriero di soprese, come trovare aperta la baita ai piedi degli impianti non era chiusa a chiave. E c’era ancora la corrente. E l’acqua calda per lavare i piatti. Dettagli insignificanti, ma che fanno la differenza fra la vita e l’abbattimento cosmico se il pranzo è stato consumato al vento sul Col du Rousset.

fantasy

Scenario vagamente fantastico, fa quasi Bretagna.

Sorpresa un po’ meno gradita è stato il tubo di scappamento che ha salutato la compagnia fuori dal villaggio di Chamaloc, ma Koris non entrerà in dettagli meccanici per cui Koris è assolutamente negata a causa del suo secondo cromosoma X. Diremo solo che è stato provvidenziale un tubo di aspirapolvere trovato nella spazzatura, come abbia funzionato resta misterioso.

chamaloc

Chamaloc. Si sconsiglia di forare il tubo di scappamento qui.

Sabato, dopo la notte passata a troppo pochi gradi per sopravvivere all’esterno (e con un sacco a pelo bagnato), si è deciso di fare i secessionisti e fuggire in Savoia, a sbagliare strada nell’attraversare l’Isè, a colpi di autocoscienza e confessioni spinose, per ritrovarsi perduti nella piovosa campagna savoiarda a cercare pane per sfamarsi.
“Scommetto che le oreillettes non le hai mai mangiate.”
“Sembrano tanto le bugie che fanno da noi.”
“Ma sono un dolce di questi posti!”
“La Savoia era italiana, qualcosa di buono ve lo avremo pure lasciato”
E soprattutto tornare alla civiltà che ti attende a the caldo e La Doccia. Soprattutto La Doccia che ti gratta via lo sporco, il sudore e le erbacce ramazzate in giorni di pascolo selvaggio. La Doccia calda che ti ammette di nuovo nel regno degli umani e ti rende felice di essere vivo. Per non parlare del letto col piumone, che non si vorrebbe uscire mai.
Dormire à la belle étoile serve anche a questo: a farti apprezzare il minimo conforto della civiltà una volta che ritrovi un tetto sulla testa.

Sulla riviera delle Felpe

Esiste, all’interno dei confini europei, il genere di madre che, trovandosi a ospitare la progenie per due giorni, gli dice “non è il caso che tu faccia la spesa, ci penso io e poi mi dai la tua parte. Ora che lavori vorrai mica che io ti mantenga”. Cecidere manus, direbbe Mazoni.
Poi esiste l’Amperodattilo, che oltre ad essere una meraviglia del Cenozoico, è anche un modello della cosiddetta Mater Italica, per cui riguardo al cibo non esistono mezze misure. Nemmeno misure piccole, qualora sia ispirata a preparare da mangiare.
“Tiriamo fuori un po’ di porcate” ha sentenziato l’Amperodattilo, accogliendo la figlia a Merdopoli, reduce da un TGV in ritardo di due ore causa suicidio a Bordeaux. Il caso volle che anche l’intercity di Orso, il Salerno-Ventimiglia (treno che deve essere altamente raccomandabile), avesse un ritardo mostruoso.
“Tuo fratello, essendo assai politicamente scorretto, dice che gli manca il suo volo Roma-Cuneo dell’aeroporto delle badanti rumene e che vorrebbe cancellare la Campania”
“Beh, io cosa dovrei dire? Che dovrebbero cancellare la Gironda?”
“In effetti i Giacobini c’erano quasi riusciti
“Peccato per il quasi”
Tornando all’Amperodattilo, come già detto è stata sdoganata la porcata assortita: patatine, cipster, formaggi vari, salami di cui Koris era in astinenza, olive taggiasche, pomodorini ripieni. Poi dal forno è uscita la mozzarella in carrozza, da rinforzare con prosciutto crudo e speck e non ce n’è stato più per nessuno. Koris, abituata a una dieta di insalate e fagiolini, ha rischiato di soccombere. È sopravvissuta solo perché dopo cena le era stato promesso un gelato con l’Orso e perchè per il giorno dopo erano previsti gamberi.

gamberi

Lascia perdere il suicidio, l’Amperodattilo ha fatto i gamberi coi santi crismi

C’è quindi stata una congiura Maiores-zii che ha portato Koris a vestirsi con una gonna verdaccia, camicia di lino e scarpe vergognosamente alte.
“Paio la comparsa sexy di un film di Indiana Jones, quella che all’inzio fa l’archeologa fica, poi ha paura degli scorpioni e infine si fa catturare dal cattivo di turno”
“Smetti di dire delle belinate”
Da quelle scarpe da vertigine (o da storta epocale) Koris ha scoperto svariati perché del mondo conosciuto. Ovvero, non è un pianeta per tappi. Koris ha comunque il sospetto che l’Amperodattilo si sia impuntato sulle scarpe per dare alla figlia quei dieci centimetri mancanti di natura, visto che ormai alla soglia dei ventisette anni la speranza è morta. Come acquistare in saldo le proprie mancanze genitoriali, lezione uno.
In tuto ciò, gatta Spin esprime la sua suprema indifferenza.

spin

Sono un gatto. Per me l’universo è un accessorio inessenziale.

Koris ha avuto l’inebriante esperienza di guidare la nuova (in verità comprata a novembre e di seconda mano) ‘500 di famiglia. Del resto nel 2013 non aveva ancora fatto la sua mezz’ora di guida annuale. Al suo fianco sempre U Babbu, che ha probabilmente un bassissimo istinto di conservazione.
“Ha il cambio che pare il secchiello dello champagne. E non arrivo ai pedali. Cioè, arrivo ai pedali se mi metto in punta al sedile, e allora sto scomoda perché non appoggio la schiena. E cos’è ‘sta storia che la macchina si spegne al semaforo? Ehi, non è mica così che si fa, che cazzo, poi io mi inquieto. La macchina non deve pensare, sono io che penso. Che poi se volevate una macchina che si spegnesse ai semafori bastava tenere la Panda. Ok, non eravamo mai sicuri che si sarebbe riaccesa, ma almeno non pensava per te!”
Koris è tornata in Francia con una spiccata narcolessia, tanto da dormirsi la tratta intera da Antibes a dopo Tolone, quattro chinotti che a lei non piacciono, un barattolo di Brioschi che purifica, santifica e lascia come trova, un barattolo di olive taggiasche. E un pieno di follia familiare.
“Però sta crescendo bene la felpa”
“Felpa? Quale felpa?”
“Quella che hai trapiantato”
“Una felpa?!”
“Uffa, non la felpa, la felce!”
“È una palma. Da oggi in poi la chiameremo ‘la riviera delle felpe’. Di inverno fa un bel calduccio”

Colori autunnali (fotopost)

“Ma se domani andassi a fare una passeggiata nelle Cevennes?”
Levasi voce di individuo distolto dal santuario dei ‘azzi propri, quindi palesemente non in ascolto.
“Nella savana?”
“A cercare castagne!”
La cosa non quaglia.
“Ma di che stai parlando?”
“A tre ore di macchina da qui. Potremmo dormire lì. Ovviamente in bivacco perché la tenda è sempre ad Annency. Ti va?”
Tre ore di macchina, quindi non è la Tanzania, ok. Bivaccare all’umidità di inizio novembre, non ok.
“Non ho alcun sacco a pelo invernale, quindi io non posso dormire fuori a una temperatura inferiore a 18°” dichiara Koris, nella speranza che non arrivi nessuna fata turchina a materializzare magicamente sacchi a pelo con vero pelo.
“Domani sveglia alle sei, allora, dobbiamo approfittare della giornata”
Che è poi all’incirca una risposta da Lerry. Anzi, se Lerry non ti avesse svezzata a sangue e arena soffrendo la sete e le intemperie in tenera età, certe cose non le faresti per principio. O per sanità mentale, a seconda.
Si passa dunque per la sveglia alle sei in un giorno che sarebbe stato vacanza. Quindi tre ore di macchina attraverso il deserto di Fos e quindi la Camargue.

Savana

La Savana, da queste parti, è così.

Si capisce che Koris è sempre meno in grado di leggere una carta e come GPS lascia parecchio a desiderare quando si incasina all’altezza di Beucaire, dando indicazioni a caso. Ciò nonostante, si giunge insperatamente ai piedi del massiccio, cosparso di boschi di castagni. Di funghi, invece, nemmeno l’ombra. Ed è ora di pranzo.
“Cosa abbiamo da mangiare?”
“Fagioli e miglio. Cibo da canarini, insomma”
“Vado a cercare qualcosa in giro”
Quando si dice mangiare locale. Oppure civiltà di cacciatori/raccoglitore, ove la caccia non è praticata perché troppo violenta. Koris ogni tanto dovrebbe porsi più domande sulla sua vita, ma come è noto riflettere troppo non è il suo forte.
“Cosa sarebbe quella roba?”
“Castagne, ortiche, rumex, cinque nervi e citronella per dopo pranzo”
Perché il Neanderthal educato pensa al sostituto del caffè, mica cazzi. Koris non è esattamente il ritratto della convinzione.
“Ortiche?”
“Mai mangiato ortiche? Sono buone!”

ortiche

Ortiche per lo meo giaciglio? No, erba per la mia crapa

Koris osserva il lavaggio delle ortiche con malcelata preoccupazione, mentre viene incaricata della pulizia delle castagne.
“Sei sicuro di quello che fai?”
“Certo!” esclama in Neanderthal che nel frattempo sta perdendo l’uso dei polpastrelli.
“E le spine?”
“Le spine vengono distrutte nella cottura”
“Se lo dici tu…”
Koris-diffidente leccherà le ortiche prima di metterle in bocca, esponendosi senza ritegno al pubblico ludibrio. Nel frattempo ci si pasce di codesta zuppa del legionario (cotti assieme per risparmià tempo), che tutto sommato poteva anche essere peggio. Forse.

zuppa

Come i mischioni che si facevano da bambini. Solo che stavolta lo mangi davvero

Koris conferma il suo reiterato amore per le castagne. Divorandole crude nello stupore generale. Qualuno solleva l’obiezione che forse non si dovrebbero mangiare le castagne crude. Koris, che ne ha già ingurgitato l’equivalente di un castagno intero, decide che non vuole saperlo. E la cosa vale ancora adesso, per cui non diteglielo. Potrebbe vernirle un’acidità retroattiva. Oppure lo stomaco di Koris ha ormai imparato a digerire i sassi e le castagne crude sono roba da debuttanti. Il verme, nel caso, fuge da insperato apporto proteico.

funghi

I funghi non commestibili saranno provati la prossima volta.

“E se portassimo un po’ di castagne a casa?”
“Un po’ quante?”
“Hai presente le casse che sono in macchina?”
“Ho capito, non voglio sapere nemmeno questo”
“Allora vuota lo zaino e cominciamo a ramazzare”
Koris, che per definizione è imbranata, perde il coltello di cui si serve per aprire i ricci. Riuscità a portare a termine il ramazzamento soltanto grazie ai calli cresciuti in seguito alle arrampicate in palestra. E ai guanti da vela, che ormai sono diventati un must del Koris-abbigliamento. Solo che se stavolta i guanti da vela proteggessero le falangi non sarebbe mica poi così male.

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Altri funghi. Manco questi si mangiano.

Alla fine la raccolta si concretizza in quindici chili di castagne ramazzate di frodo. Quanti scoiattoli moriranno di fame a causa dell’ingordigia di Koris? Daremo la colpa alla selezione naturale.

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Ancora funghi. È autunno, che pretendete?

“Allora? Magari pensavi che la passeggiata nei boschi fosse una cosa simpatica, un pic-nic, ascoltare gli uccellini che cinguettano…”
“Certo. E io non sono mai stata in campeggio con Lerry, vero?”

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Ultimi funghi. Promesso. Però sono carini, no?

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