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Inutilità didattiche

Koris ultimamente segue il tirocinio degli studenti della triennale, amichevolmente detti i Mostrilli perché sono piccoli. Ripartiti su quattro diversi progetti, ognuno fa il suo in una sala diversa. Siccome Koris non è ancora dotata del dono dell’ubiquità, li sorveglia a turno.
Oggi pomeriggio ha fatto irruzione nella sala informatica in cui era radunato un gruppo di Mostrilli.
Si è trovata davanti il proiettore acceso e sulla parete il video di uno studente che illustrava una presentazione Power Point su Amsterdam. Koris è tollerante e democratica, ma c’è un limite a tutto.
“Cosa state guardando lì?”
“Rivedevamo l’esame di oggi”
“Non prendetemi per il culo, quella roba lì non è un esame”
“Prof, glielo giuriamo, si tratta del corso di capacità di comunicazione”
Koris ha scoperto che mentre lei impara sul campo a gestire i Mostri e le loro termocoppie che non funzionano, qualcuno è pagato per insegnare come parlare in pubblico. Il corso prevede alcuni avvincenti argomenti degni di un’accademia istrionica: presentarsi davanti a compagni, leggere una pagina ad alta voce, recitare una poesia. Prova finale del corso: fare una presentazione Power Point per illustrare una città a scelta. Detto fuori dai denti, la maestra F. di storia e geografia pretendeva da Koris ben di più (della maestra V. manco a parlarne).
“Ma questo corso è a frequenza obbligatoria?”
“Ma sì, prof! Ci obbligano ad andarci, alcuni di noi si sono rifiutati e sono finiti in commissione disciplinare”
“E non vi siete ribellati?”
“Certo, la Tacchettina ci ha dato udienza solo per dirci che le cose per lei vanno benissimo così, quindi non cambieranno”
La Tacchettina, ovvio. C’è una ciclicità nelle inutilità del sistema e la Tacchettina pare essere una costante di quell’universo. Koris ha scosso la testa con aria mesta, elargendo una ventata di solidarietà ai Mostrilli.
“Beh, guardate il lato positivo, non vi richiede più di tante energie. Ma io al vostro posto avrei approfittato per fare una presentazione completamente delirante. Per dire, su Amsterdam avrei fatto una presentazioni degli migliori coffee shop e negozi hot della città”
Manco a dire, standing ovation. Che se lo sapessero i Capi minimo minimo fucilerebbero Koris per diserzione e troppa familiarità col nemico.

Ora, ai tempi dell’università a Boulogne nelle Nebbie di Avalon, Koris ha dovuto sorbirsi dei corsi orrendi, vedasi quello di astrofisica dell’Uomo Pera, con le sue galassie semifredde (al cioccolato) e le stelle di tipo Giove. Ma qui stanno veramente passando il limite.

Mille punti

Set: aula di sperimentazioni, sala del banco termico. Fine della sessione, verso mezzogiorno. I Mostri, divenuti notevolmente più gestibili (ma alcuni non meno ignoranti), hanno in gran parte finito l’esperienza, quindi si cazzeggia in attesa della fine della lezione, hai visto mai passasse la Tacchettina prima dell’orario stabilito e vedesse gente che se ne va, si metterebbe a urlare ultrasuoni. Koris, essendo persuasa della filosofia “il generale ogni tanto deve stare con la truppa”, cazzeggia coi Mostri che si rivelano essere di vedute molto più ampie della maggior parte dei colleghi.
Uno dei Mostri si avvicina con fare cospiratorio.
“Prof, scusi la domanda indiscreta, ma lei quanti anni ha?”
“Ventisette compiuti da poco”
“Ah, ma allora non abbiamo tanta differenza d’età, io ne ho 26! Quindi potrei invitarla una sera a bere un caffè!”
Ilarità generale suscitata.
Ora Koris si chiede: quanti punti stima verso i compagni avrebbe guadagnato il siddetto studente se fosse riuscito a rimorchiare la prof?

P.S. Nonostante si insista da più lati, Koris è in un periodo di sentimenti adiabatici e preferisce la nutella ai limoni. Lasciatela sul suo pianeta, forse un giorno tornerà. O anche no.

Fenomenologia della Tacchettina

Post per il ciclo “sempre allegri bisogna stare”, che è vero che il fegato si rigenera, ma ha già abbastanza arretrati che se non lo carichiamo con ulteriore incazzatura forse è meglio.
However.
Se appartenesse al regno dei canidi, la Tacchettina sarebbe un carlino alle calcagna della padrona, in questo caso la Capa, che si fa accarezzare mentre si prende il the in salotto, ma non esita a mozzicare quando nessuno la guarda (Koris non può girare la similitudine dei canidi su di sé stessa perché è gatto dentro). La Tacchettina tuba assieme alla Capa, segue ogni impronta della Capa dimenando le sue chiappe da taglie forti strizzate in pantaloni da tre taglie di meno, magnifica qualunque idea della Capa, fosse anche solo andare al cesso, pardon, alla toilette.
La Tacchettina fa il muso se a tavola non si siede accanto alla Capa, a cui va regolarmente a prendere il pranzo alla mensa. Come Miranda Priestly ne “Il diavolo veste Prada”, ma in versione molto più patetica.
Manco a dirlo, la Capa e la Tacchettina si vestono in coordinato. O forse saccheggiano lo stesso negozio di tappezzerie, Koris non è sicura.
La Tacchettina è una martire della ricerca, a sentire la Capa. Arriva all’alba, se ne va a notte fonda, lavora i week-end (da casa, nota di una Koris incattivita). Roba che il Replicante se lo sogna, insomma.
C’è però un lato oscuro in tutti noi.
Un lato B, anche se le malelingue direbbero quello della Tacchettina ha un campo gravitazionale imponente (“Guardati dalla volpe e dal tasso, ma soprattutto dalla donna col culo basso” Amperodattilo feat. saggezza popolare con fonte non pervenuta).
Una faccia nascosta della Luna.
Questa settimana la Capa è all’estero per una conferenza. E ha lasciato la Tacchettina dal dog-sitter, pardon, in laboratorio.
Il carlino-Tacchettina è divenuto irriconoscibile.
Per prima cosa, latita. Con orari da poste italiane se non peggio.
Tratta male chiunque, non solo Koris e gli studenti.
Passa le giornate al telefono. Perché è una martire del lavoro già.
Oggi ha fatto a Koris un bel regalino, mentre spostava i suoi quindici chili di culo verso l’uscita, ad un orario che dire anticipato è un eufemismo.
“Ah, dobbiamo fissarti un altro ciclo di lezioni”
“Ma mi avevi detto che piazzate le esercitazioni di elettronica non ce n’erano più”
“Ah, no, no, no! Ce ne sono almeno altri due!”
“Da fare quando?”
“A marzo”
“Scusa un po’, ma io a marzo ho già piazzato altri corsi. E queste lezioni andranno anche preparate con un minimo di anticipo…”
“Ah, che ne posso io?”
“Sei tu che organizzi l’orario, quindi ne puoi eccome”
“Vabbè, ne parliamo magari domani se ho tempo”
Segue eclissi di culo oltre la porta, con concerto per tacchi e orchestra più coreografia di piume di struzzo attaccate alla borsa.
Koris ha gli estremi per incazzarsi tantissimo. Ma si dice che la lingua ferisce più della spada, quindi sperimentiamo il potere distruttivo della tastiera. Se non bastasse, c’è sempre la katana Nimi.

Buttarsi sotto un trenino elettrico

La vita di Koris attualmente procede come qualcuno che fissa uno tsunami in avvicinamento alla spiaggia e senza nessun rilievo su cui ripararsi. Forse quando arriverà l’acqua si ricorderà di saper nuotare, o forse no.
Sta aspettando che la proprietaria della casa nuova le dica quando si firmerà il contratto, in modo da organizzare la missione Ikea e iniziare tutte le pratiche a sfracellamento di palle che seguiranno. Di voglia non se ne vede traccia, ma s’ha da fare.
Koris ha il morale talmente a terra che sono riusciti a farla ridere persino i Mostri, durante l’esperienza di laboratorio. O forse bisogna ringraziare piuttosto il genio che ha architettato l’esperienza di programmazione con l’ausilio di un circuito per trenini elettrici. Tutti contenti, studenti e insegnante, mentre inventavano incidenti ferroviari anziché programmare.
Koris si stava quasi colpevolizzando per aver fatto cazzeggiare gli studenti, poi si è accorta che il suo capo, che doveva fare lezione di LabView nella sala accanto, ha passato due ore a prendere il caffè coi colleghi. Perché qui lavora gente seria.
Tardivo fioretto per il 2014: smettere di colpevolizzarsi. Pena: farsi arrotare le dita da un trenino elettrico ogni volta che ci si sente in colpa per stupidaggini.

Generazione di risposte casuali

Koris ha dato un esame da mezz’ora, quattro domande a cui rispondere in cinque righe. Gli studenti devono aver capito “quattro domande a cui rispondere a caso in cinque righe”. Ecco qui un greatest hits:

  1. Perché bisogna compensare la misura della termocoppia?
    “… la misura della termocoppia deve essere compensata perché non è quella buona”. Ma dai?
    “… perché è dissociata dalla realtà”. Termocoppie con poteri pisonici.
    “… perché la tensione è misurata dopo e sulle tavole non è la stessa”. Tu avevi l’horror vacui e dovevi pure scrivere qualcosa in quelle cinque righe, vero?
    “… perché la misura è falsa”. Si deus est, unde malus?
    “… si può evitare con le tavole”. Della legge?
  2. Cosa significa equilibrare le resistenze variabili di un ponte?
    “… equilibrare il ponte significa equilibrare il ponte”. Lapalissiano. E inquientante, dal momento che la hanno ripetuta in parecchi.
    “… l’equilibrio permette in qualche modo la misura…”. Misteri delle misure, qui a Kazzenger!
    “… se no la misura d’uscita non sarà bella (lett. jolie)”. L’esteta di St. Jérome.
    “… bisogna saper equilibrare il ponte”. Se no son cazzi amari.
  3. Spiegare il significato del coefficiente di dimensione di una valvola idrica.
    “… il significato del coefficiente permette di determinare…”. Un significato permette?!
    “… il coefficiente dà una dimensione alla valvola”. Lo chiameremo il motore immobile delle valvole.
    “… coefficiente usato per nominare la capacità”. Opzione uno: la capacità è titolo nobiliare, un tempo si veniva nominati baroni, ora con la crisi si opta per le valvole idriche. Opzione due: crisi mistica da roveto ardente, ovvero “non nominare la capacità in vano”.
    “… descrive la valvola”. Quel ramo della valvola idrica che volge a mezzogiorno…
  4. Cosa sono le perdite di carica regolari in un banco idrico e come si misurano quelle singolari?
    “… le misuriamo con un’equazione dell’idrodinamica”. Una a caso, van bene tutte.
    “… la colpa è della geometria che cambia”. La risposta è stata suggerita da Lovecraft quando scriveva “I sogni nella casa stregata“, evidentemente.

Il lato positivo è la fornitura di materiale per blog.

E se otto ore vi sembran poche

Succede che nonostante ci si impegni a prenderli a piccole dosi in quanto decisamente nocivi alla salute, i Mostri si presentino sotto forma di antibiotico (nel senso greco letterale del termine, qualcosa che toglie la vita) con prognosi di otto ore di corso pratico. Un lunedì. C’è gente che si è suicidata per molto meno.
Koris ha un numero indeterminato ma elevato di ore di sonno arretrato e smania per le vacanze natalizie come mai prima d’ora. Le otto ore coi Mostri hanno popolato i suoi incubi, soprattutto dopo la catastrofica lezione di venerdì, quando il banco idraulico ha deciso di diventare incontinente e inondare l’aula. Circostanza in cui Koris, incapace di arrestare la piena, avrebbe voluto morire. O essere catapultata in una realtà alternativa in cui fa la commessa al discount malfamato di Noailles in cui vendono la roba caduta dai camion.
Koris ha deciso che peggio di venerdì non poteva andare, quindi anziché prenderlo come un corso di laboratorio, ha scelto l’approccio sociologico della questione.
Quand’è che i Mostri dicono di non capire? Sempre. Il Mostro medio la ha come risposta di default a qualunque problema. Deve trattarsi del remake in chiave universitaria del “voglio la mia mamma” della scuola materna. Alla terza esperienza di laboratorio Koris ha ormai capito che non è colpa sua se i Mostri si lagnano con on ne comprend pas!. I Mostri non capiscono perché non si prendono la briga di leggere le tracce. O meglio, quando lo fanno la loro memoria si concentra sulla riga corrente (un nerd che interpretano e non compilano). La riga precedente è già dimenticata, quella successiva si trova in un futuro troppo lontano per prenderla in considerazione. Koris porta loro l’illuminazione divina semplicemente congiungendo due rige di uno stesso paragrafo, anche se preferirebbe scotennarli e picchiarli a sangue.
Un’altra variabile da prendere in considerazione è che i Mostri non ascoltano. O meglio, non è mai “buona la prima”. È come quando si imbianca il salotto, tocca dare più mani (anche se Koris preferirebbe dargli manate, ovvero ceffoni) di vernice. Koris ha dovuto ripetere tre volte a un Mostro che il risultato di una temperatura era la differenza fra la referenza e la temperatura misurata. Temperatura misurata, segno meno, referenza.
“Madame, je ne comprends paaaaaaas!”
A Koris è venuto il dubbio di essersi messa a parlare in italiano. O in greco antico, perché rifiutava di arrendersi all’evidenza.
I Mostri non hanno nessunissimo spirito critico e ancor meno senso fisico (frase che probabilmente avrà detto anche Bazilla a proposito del terzo anno di fisica nel lontano 2008). Sanno smanettare con gli strumenti per ragioni a Koris oscure, ma ignorano completamente come gli strumenti funzionino e che cosa essi misurino. Se dentro alla centrale di acquisizione dati vivessero spiritelli dispettosi che disegnano curve sullo schermo, non vederebbero nessunissima differenza.
Tuttavia i Mostri si inquitano se misurando la pressione in due tubi diversi con strumenti diversi non ottengono lo stesso risultato. Eggraziealcazzo, risponde Koris che si è scervellata per dieci minuti per capire la ragione. Perché i Mostri mica palesano la loro incapacità al mondo: preferiscono infondere il dubbio con un “Perché la caratteristica fra i due strumenti non è lineare?”. E Koris, che ha l’autostima di una blatta di fogna, si colpevolizza per non saper rispondere, invece di sparare un tranciante “Se usate gli strumenti a culo, mica è colpa mia”. Stessa cosa per qualunque uso improprio del software dedicato (in tutto ciò Koris si immagina sulla sua spalla un piccolo Bazilla furioso e saltellante che sbraiata il suo urlo di battaglia “Al DAMS! Dovete andare al DAMS!”).
Vedremo quali perle regalerà l’esame, questa volta.
“Madame, possiamo tenere gli appunti per rispondere alle domande?”
No, scusa, ciccio, e la fettina di culo con pinoli no?

Genetica

Per chi ancora non lo sapesse, Koris è figlia di due insegnanti di lettere, U Babbu e l’Amperodattilo. Stesse materie, approcci diversi.
U Babbu fa l’insegnante per vocazione e ha dato di matto quando lo hanno rottamato. Per anni è stato una sorta di idolo del liceo, in ambito più o meno didattico (si vocifera che una studentessa una volta gli abbia confidato “prof, ma sa che lei ha proprio un bel culo?”). Le sue lezioni sono infervorate, quando non fa scherzi di dubbio gusto quali “Avete presente il passo de ‘La quiete dopo la tempesta’, quando Leopardi dice odo augelli far festa? Ecco, recenti studi hanno ripotato che Augelli è maiuscolo: era il vicino di Leopardi e nella poesia l’autore spia il vicino e i suoi ospiti tornare a divertirsi in giardino” (gli alunni tipicamente ci credono). Quando era al liceo nonché nella classe accanto, Koris andava a spiarlo discettare sull’allegoria, il braccio ripiegato sotto l’ascella come solo U Babbu sa fare, ispirato anche davanti alle peggio zucche. Quella di U Babbu è una vocazione.
Per l’Amperodattilo la questione è un po’ diversa. Il suo ritornello preferito è “ho sbagliato tutto nella vita, non dovevo insegnare, dovevo fare…”, frase che si può completare con qualunque cosa: il carpentiere, l’ingegnere Ikea, il panettiere, lo chef, il chirurgo plastico, il falsario, l’addestratore di gatti riottosi. L’Amperodattilo ha dovuto fare di necessità virtù e si è ritrovato ad insegnare, buon viso a cattivo gioco. Non è raro udire frasi del calibro “Domani ho quattro ore e mi sparerei nelle palle. Tanto gli alunni non mi ascoltano. E a me cosa frega di parlare di quel guardone represso di Pascoli, che vedeva sesso dappertutto e se va bene ci provava col cane?”. C’è da dire che l’autoritario Amperodattilo resta comunque competente. Scoglionato, ma competente.
Alla luce delle sue recenti esperienze didattiche, Koris è tutta l’Amperodattilo. Con una goccia di temperamento di U Babbu, se no avrebbe mandato a stendere malamente lo studente che le ha chiesto come si calcola l’area del cerchio.

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