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Il cerchio è chiuso

Dopo anni-secoli-millenni di fifa nei pozzi rivelatasi del tutto ingiustificata (o almeno, ingiustificata per una speleologa che in teoria dovrebbe saper fare), Koris si è decisa a rimettere il culo in carreggiata e il discensore in un pozzo serio. Solo che quando la tua vita va a brandelli è difficile riportare le chiappe sulla giusta via, quindi Koris ha iniziato a chiudere il cerchio della paura solo nel 2019, dopo tre anni di tentennamenti, terrori e altre cose poco lusinghiere. Poi vabbè, è successo quel che è successo, coviddi, confinamenti e coglioni girati, perché quando il Cetriolo Cosmico ci si mette fa le cose per bene.

Il primo cerchio è stato chiuso giusto un attimo che si chiudesse l’universo per la seconda volta nel 2020, alle Doline. E nonostante la soddisfazione di essere riuscita a calarsi giù per quel gustoso pozzo di 50 metri che le tendeva le braccia dal 2017, Koris non era contenta. C’era ancora una macchia su sul cv speleo e quella macchia era il maledetto Thipauganahé, che ha dato origine alla catena di terrore dei pozzi nell’ormai non vicinissimo 2016.

È dovuta passare un po’ di acqua sotto ai ponti perché Koris trovasse il coraggio di rimetterci piede e di non reagire d’istinto rispondendo “Thipaucaca” (maturità prima di tutto). Un afoso giorno di giugno il coraggio è arrivato e Koris ha fatto opera di persuasione verso un malmostoso ‘thieu che era più propenso a restare sul divano per lamentarsi del caldo.

Il giorno designato ‘thieu era del suo solito non-gaio umore, Koris ha sollecitato lo stesso.
“Hai paura che andiamo e che io non riesca a scendere?”
“Un po’ sì”
Koris è quindi entrata nello stesso stato d’animo di quando, qualche millennio fa, quello stronzone di Lerry l’aveva iscritta senza tempo alle regionali di atletica. Che si può riassumere con “te lo faccio vedere io”, ma in verità è un po’ più elaborato e contempla l’opzione “ok, vabbè, avevi ragione tu”, che nella vita non si sa mai. Ad ogni modo, c’era tensione nell’aria, Koris non era sicurissima della riuscita dell’impresa, ma era abbastanza persuasa a provarci.

Il Thipau non è cambiato e Koris ha riconosciuto la macchia di alberi in cui ha vagato nel buio di quel tardo pomeriggio di febbraio in cui non sapeva bene se era davvero viva o se era solo una manifestazione della sua stessa fifa. Questa volta c’erano sani sani 25 gradi di più e un sole implacabile. Koris ha iniziato a ripetersi che è un essere umano abbastanza cambiato rispetto al 2016, al di là del discorso che le cellule si rigenerano ogni sette anni e altra amenità del caso. E poi l’imbrago è un comodo modello col sottocoscia e ben regolato, non quel cesso rosso preso da una cantina perché quello ufficiale era sfilacciato e regolato alla buona. Alla fine tutto quel casino era solo colpa dell’imbrago, vero? Vero?!

‘thieu ha armato la grotta in quanto armare e combattere i propri demoni interiori non è proprio semplicissimo e per una volta Koris voleva una cosa semplice. Della grotta in sé Koris non ricordava granché. O meglio, non ricordava i primi due pozzetti perché probabilmente all’ultimo transito era in uno stato mentale alterato e vedeva i draghi. Non si ricordava nemmeno bene la sommità del maledetto pozzo che in tutto fa 80 metri, di cui 40 in un tubo di due metri di diametro e gli altri 40 nel vuoto. Come cadere dall’intestino in un gabinetto, amis les pöetes bon soir. Koris ci ha messo le chiappe dentro, che tutto sommato era già un bel passo avanti, visto che fino a non così tanto tempo fa la cosa sarebbe stata parecchio difficile.

Il Thipau e il suo pozzo-cesso

Poi giù per il tubo. A differenza del resto, Koris ricordava abbastanza bene il tubo, così come aveva impresse nelle memoria tutte le prese a cui si attaccava in lacrime perché “non mi fido dell’imbrago, è troppo largo, ci cado attraverso” (no, non sarebbe stato possibile). Anche il frazionamento di mezzo del tubo era impresso nella Koris memoria, come uno di quei posti in cui non passeresti più di tanto tempo. E invece questa volta ha approfittato del paesaggio perché al di sotto c’erano problemi logistici.

“C’è la corda tutta arrotolata”
“Senti, sei tu che hai deciso di buttarla dall’alto, eh…”
“E ho rischiato di ammazzarmi”
“IN CHE SENSO SCUSA??”
“Ho fatto male un nodo e stava scivolando. Vabbè, non mi sarei proprio ammazzato, ma comunque ora scendo…”

Che poi era tutto quello che Koris voleva sentire proprio nella grotta in cui lei aveva pensato di non sopravvivere. Grande momento di solitudine: che facciamo, ritentiamo una prossima volta che potrebbe anche essere mai? I presupposti non sono rassicuranti e in questo posto ci sarebbe bisogno di un po’ di rassicurazioni e per adesso non è che ne abbiamo ricevute granché…

Però ormai siamo qui, ci sono solo quei trascurabili quaranta metri che dividono Koris dal suolo. Nel vuoto. A quel frazionamento protagonista di una crisi di nervi coi fiocchi, dove le stalattiti ti guardano negli occhi e se le fissi troppo iniziano ad assomigliare a zanne pronte a mordere. Ok, forse stiamo divagando. Se non fosse quel frazionamento sarebbe un frazionamento come tutto gli altri, no? A parte i quaranta metri sotto al culo che insomma, se fossero solo dieci sarebbe meglio…

Quaranta metri di buio, quaranta metri di corda che scivolano nel discensore mentre Koris lo fissa perché attorno c’è solo nero o un fotone disperso su una parete lontana. Poi la terra rossiccia, prima i piedi, poi le chiappe perché le gambe hanno una strana consistenza gommosa. Il frazionamento adesso è quaranta metri più in alto, Koris è a terra. Viva. Dopo più di sei anni di terrori, plus peur que mal.

Panini, test fotografici di ‘thieu che stampano flash a piena potenza sulla Koris-retina, poi si risale, sperando di non fare come Orfeo che si è bruciato nella salita tutti i frutti della discesa agli inferi. Quaranta metri di vuoto in un imbrago da cui non si cade più, quarante metri di tubo, un totale di ottanta metri di sudore. Koris arriva in cima al P80 sentendosi come il personaggio di uno scabercio fantasy motivazionale che ritrova il suo potere scoprendo che il suo peggior nemico in realtà è se stesso. ‘thieu disarma perché “ho fatto troppo casino”, Koris esce per i pozzetti rimanenti portandosi attaccati al culo il sacco foto e un sacco di corda.

E nella calura pomeridiana la maledizione del Thipau è infranta, Koris sentiva che era anche l’ora. Forse se quel giorno del 2016 avesse deciso di starsene a casa invece di rimediare un imbrago di fortuna, tutto questo non sarebbe stato necessario. O forse sì, perché certe cose sono inevitabili e se devono succedere poco importa il luogo (‘thieu il pragmatico risolve la question con “è successo, l’abbiamo gestita, passiamo oltre”). Però adesso Koris è tornata ad essere una speleologa decente, l’incubo del pozzo del Thipau è finito e possiamo iniziare a divertirsi. ‘thieu ha preso la palla al balzo e ha proposto l’Aven Aubert col suo agevole P100, seguito dal P140 della Muraille de Chine, però solo in inverno e sottozero perché altrimenti c’è dentro una cascata. Tanto per stare tranquilli.

Imbuti degli Inferi e spingitori di speleologi

Avvertimento: speleopost denso di tecnicismi e di cose luride, avventuratevi a vostro rischio e pericolo.

Già da venerdì sera si erano create due scuole di pensiero: quella di ‘thieu, ovvero “non ci chiameranno mai prima di mezzogiorno per l’esercitazione del soccorso speleo”, e quella di Koris che è la solita “meglio essere pronti a tutto, carichiamo la macchina”. Stallo messicano, macchina caricata in parte, roba mezza pronta a mezza no, dettaglio che si rivelerà fondamentale.

Sabato, ore 9:30. ‘thieu dall’alto della sua tronfiaggine lava pavimenti ripetendo “poi per mezzogiorno ci muoviamo con calma”. Suona il telefono di Koris, che arriva troppo tardi per rispondere, quindi suona il telefono di ‘theiu. “Ci serve Koris, adesso. E anche tu, ma più tardi”. Koris piazza un TeL’AvevoDetto in canna, si raccatta quello che è pronto e si parte per le assolate colline fra il Var e le Bouches-du-Rhone.

Sabato, ore 10:30. Si arriva in loco dove ci sono i responsabili del soccorso speleo, qualche giovincello e il nulla cosmico. Koris fa appena in tempo a mettere un piede fuori dalla macchina che viene placcata dal capo della baracca.
“La tua roba è pronta? Va incontro al resto della squadra e pronti a partire fra dieci minuti”
“Dovrei solo farmi un panino…”
“Hai ‘thieu, delega”
Koris esegue un veloce ‘sudo make me a sandwich‘, quindi va ad incotrare il resto della prima squadra assistenza vittime composta da giovani e meno giovani, tutti accomunati dalla voglia di non fare un gran cazzo di niente. Ma le squadre non si scelgono e Koris non è capo-squadra.

Sabato, ore 11:10. Dopo emozionante trasferimento per strade sterrate nel cofano della jeep dei pompieri, si arriva all’ingresso dell’Imbuto della Piana degli Inferi. Koris c’era già stata in soccorso speleo nel 2016, non le era piaciuto per nulla, ma non è lì per apprezzare l’estetica del luogo. Si inizia a scendere e Koris trova armi che non sono per niente di suo gusto, corde piazzate male che obbligano a spenzolare da una parte all’altra di un pozzo, placchette avvitate solo a metà, attriti su roccia che sarebbe meglio anche no. Koris si limita a dare qualche giro in più a viti posate un po’ troppo alla svelta, bestemmia spesso contro chi ha armato chiamandola VecchiaDiMerda, perché la gentile signora si crede stocazzo sotterraneo e fa commenti sgradevoli, quando uno stage di tecniche di base le sarebbe utile (Koris, dopo 48 ore sei ancora incazzata? Always).

Imbuti degli Inferi e spingitori di speleologi, su Rieducational Channel!

Sabato, ore 12:10. Si arriva al meandro del fondo, quota 150, in un’ora e cinquecentosessantaquattro bestemmie. La vittima, accompagnata dalla gentile signora di cui sopra, è un gagliardo maschio che lamenta dolori al petto e che, data la diagnosi, se fosse vero sarebbe morto da qualche ora. Inizia a consumarsi il dramma della grandissima voglia di non fare una ciolla. Fancazzista#1, il caposquadra, delega i ruoli, quindi sparisce dai radar per organizzarsi un angolo tranquillo, maledicendosi per non aver portato il telefono e le casse. Fancazzista#2 e Fancazzista#3 fanno un pallido tentativo con la radio sottrranea, abbandonano quasi subito decretando che non funziona. Fancazzista#4 fa qualche andata e ritorno nel meandro portando sacchi, per il resto è diversamente utile. Fancazzista#5, in quanto pompiere, fa il bilancio medico della vittima alla buona, ottima scusa per ritornare in superficie. Non si è ancora scoperto cosa abbia fatto Fancazzista#6, ma verosimilmente una mazza. Fancazzista#3 e Fancazzista#5 dicono che vogliono essere fuori per le 14, quindi accompagnano su la Vecchia che tanto non ha niente.

Sabato, ore 13:00. Koris è riuscita a convincere Fancazzista#4 per costruire una tenda termica per la vittima, il problema è che il meandro è largo un metro e scomodo, la tenda termica è un affare gigantesco pensato per sale dal diametro importante. Koris si barcamena con elastici, mollette e sempre tante colorite imprecazioni. Alla fine si mangia perché si muore di fame. Fancazzista#2 fa una cosa utile e porta due fette di salame.

Sabato, ore 14:00. Koris chiede se non si dovrebbe fare un bilancio dello stato della vittima, Fancazzista#1 risponde che tanto sono isolati dalla superficie, cazzocene. Si torna a parlare della rava e della fava.

Sabato, ore 15:00. Koris si rompe il cazzo e fa il bilancio dello stato della vittima perché hai visto mai. Fancazzista#4 si infila nella tenda e, nonostante la pronunciata scomodità, inizia a russare. Di Fancazzista#1, #2 e #6 nessuna notizia.

Sabato, ore 16:00. Arriva la linea telefonica, si può parlare con la superficie. Arriva anche un rivelatore di ossigeno che rivela una concentrazione di 18.2% su un minimo sindacale di 19, ecco perché respirano tutti come Darth Vader appena muovono un dito. Allargare il meandro con gli esplosivi sarà difficile, la barella non passerà, saranno uccelli per diabetici. Al telefono dicono che sta scendendo un medico vero per valutare lo stato della vittima.

Sabato, ore 17:00. Arriva il medico, Fancazzista#1 declina ogni responsabilità e incarica Koris di assisterlo. Il medico si mette a sparare termini tecnici che Koris riesce ad annotare solo grazie a un recente rewatch della serie “ER”. Il risultato assomiglia più a Stanis La Rochelle nei panni del dottor Giorgio, ma sono dettagli. Pare che sia arrivato il cambio per la squadra assistenza vittime, quindi si può uscire. Fancazzista#6 fa un cameo per dire “ah, io non ho fatto una mazza tutto il tempo”, per poi risalire senza prendere nemmeno un sacco per tenere fede al suo proposito. Fra polvere e ossigeno rarefatto, Koris risale su corda in stato semicosciente. Per fortuna non è l’unica ad avere l’impressione di essere finita a -600, a fronte di un misero -150.

Sabato, ore 19:00. Fuori, si respira a pieni polmoni. Si aspetta che la jeep dei pompieri passi a riportare tutti al campo. Nel frattempo si sentono battute di dubbio gusto, del genere “c’est pas bien quand la canicule s’emballe, mais c’est pire si les cannibales s’enculent” perché l’umorismo è quello che è.

Sabato, ore 20:00. Arriva la jeep che sbarca una consistente prima squadra di evacuazione fra cui ‘thieu. Koris ne approfitta per lamentarsi. ‘thieu la rassicura dicendo “hanno fatto le squadre per la notte e tu non ci sei, non ho visto il tuo nome sul tabellone, quindi hai finito”. Nella Koris-testa si creano scenari piacevoli di una cena consumata con calma, una notte nel confortevole sacco a pelo, preparare il caffè a ‘thieu per quando uscirà domattina.

Sabato, ore 20:10. Si arriva al campo base, Koris fa il suo trionfale ingresso sotto la tenda degli organizzatori. Quindi lancia un grido di dolore vedendo il suo nome a lettere cubitali sotto la mansione “squadra evacuazione 2”. ‘thieu ha mentito, pagherà caro, pagherà tutto.
“Ma a che ora ripartiamo?”
“Nella notte”
“Nella notte nel senso le quattro?”
“Più probabile che sia l’una, conviene che andiate a mangiare”
Koris, con un odio infinito per l’universo conosciuto, fa riscaldare un orribile cous cous alle verdure già pronto, aromatizzato con alcheni e cicloalcani. Mangia anche del pane senza niente perché ha fame, lo stomaco chiede se ‘ste verdure di merda sono solo un antipasto, quando arrivano le salsicce e le patate cotte nella sugna d’anatra? Per un lungo attimo Koris medita di ingurgitare anche una zuppa liofilizzata scaduta nel 2017 e trovata al fondo dell’equipaggiamento da campeggio, poi decide di darsi un contegno. Dolce non pervenuto, frutta nemmeno, bestemmie quanto basta.

Sabato, ore 21:00. “Pare che si parta a mezzanotte”. In seguito all’annuncio, Koris si dice che sarebbe carino dormire un paio d’ore,quindi si infila nel sacco a pelo con sottotuta speleo e puzza e di sudore. Come in parecchie circostanze della sua vita in cui è indicato il riposo, non ha sonno nemmeno per sbaglio. Per altro c’è qualcuno che russa come una sega elettrica nella tenda di fianco e da qualche parte si sentono i giovini che stanno discutendo a volume improbabile.Koris si maledice per non aver portato il lettore mp3. Sono quasi le 22 quando riesce a chiudere gli occhi in una parvenza di fase REM…

Sabato, ore 22:10. “Koris, sveglia che dobbiamo partire!”. Koris emerge dal suo sonno appena abbozzato, guarda l’orologio al polso e si lamenta.
“Ma non si era detto di partire a mezzanotte?”
“Contrordine, bisogna dare una mano alla squadra evacuazione uno che sono lenti”
Koris si rimette la tuta che ha lasciato circa due ore prima e va nella tenda comune per preparare il materiale. E qui si consumano i drammi. Il capo-squadra questa volta è un giovane volenteroso ma Incasinato, all’appello c’è anche Fancazzista#2 della missione precedente, qualche individuo mai visto ma che si crede stocazzo solo perché dotato dell’Impareggiabile Parte; per fortuna ci sono anche l’Astronomo e l’Ape Maia (che è un abbondante messere il cui soprannome deriva più da trascorsi col miele che dalla sua costituzione). Koris osserva gente che prende corde troppo corte,fettucce dinamiche quando servirebbero statiche, moschettoni e pulegge scelti perché fanno fèscion. Koris propone di prendere un trapano perforatore, Incasinato si stupisce.
“Perché vuoi prendere un trapano?”
“Perché potrebbero mancare degli armi nei pozzi per montare gli armi dei vari recuperi, sarebbe saggio portarlo”
“Ma no, usiamo degli armi naturali”
“Io sono già scesa e di naturale non ne ho visto mezzo”
“Vabbè, allora prendi il trapano, ma assicurati che le batterie siano cariche”
“Sì, ok, sono le basi, dove trovo una protezione per il trapano?”
“Lo portiamo senza, piuttosto le batterie sono cariche?”
“Sì, sono cariche, ma senza protezione il trapano arriva a pezzi. E poi serve anche una saccoccia con martello e piantaspit”
“Mi sa che si saccocce non ce ne sono, piuttosto le batterie sono cariche?”
“CRISTIDDIO SÌ, ma con le batterie e senza martello non si va da nessuna parte”
“Ho visto che c’è una mazza da cantiere da qualche parte, vabbè, è unpo’ pesante, altrimenti cerchiamo dei sassi in luogo”
Koris si sfava definitivamente e va dal consigliere tecnico a dire che senza saccocce possiamo anche tornare a dormire, abbandonando la vittima al suo triste destino. Il consigliere arriva, si incazza, fa smontare tutti i sacchi. Per miracolo compaiono le saccocce e la protezione per il trapano. Fatica infinita per rifare tutto, poi si può ripartire. Koris bofonchia imprecazioni perché ne ha piene le palle di passare per scema quando sono gli altri che fanno casini.

Sabato, ore 23:30. Ah, shit, there we go again. Si raccatta all’ingresso della grotta un’Idrogeologa masochista che vuole dare manforte. Si torna nell’imbuto. Koris per fortuna è assegnata all’atelier con l’Astronomo fino alla base del P30. Si piantano spits a mano perché il tanto vituperato trapano alla fine è utile altrove.Al posto telefonico si sentono lamentele perché non si hanno notizie della prima squadra di evacuazione, forse è il caso che qualcuno vada a sincerarsi che siano vivi.

Domenica, ore 01:30. Succedono cose confuse, Koris e l’Idrogeologa si scambiano confidenze anche se non si conoscono, scoprono di essere coetanee e si spartiscono del cioccolato alla base del P30. Si trasferisce materiale da una parte all’altra della cavità secondo il collaudato metodo “il lupo, la capra e il cavolo”. La vescica di Koris si fa viva e chiede attenzioni.

Domenica, ore 02:30. Nel P30 piovono sassolini, che lancianti da 30 metri di altezza non è che facciano piacere. Koris urla contro uno degli Stocazzari in cima al P30, quello le risponde che è la vita, mica può anche stare attento a dove mette i piedi, oh. Altri Stocazzari nel pozzo più in basso si fanno infamare dall’Astronomo perché non sanno usare un trapano. La Koris-vescica manda solleciti.

Domenica, ore 3:00. Si sente un rumore poco rassicurante dalla cima del P30 assieme a un’imprecazione dell’Ape Maia. Koris ed altri, alla base del P30, si inquietano.
“Cos’era quel rumore?”
“Ahem, avete presente quel masso incastrato su cui siamo passati tutti da stamattina, proprio sotto l’armo?”
“Sì, che c’è?”
“C’è che non è più incastrato e adesso si muove”
Si fa vivo lo Stocazzaro dall’alto.
“Se vi spostate lo faccio cadere”
“MA COL CAZZO PROPRIO, rischi di rovinare la corda e non possiamo nemmeno toglierla”
“E allora?”
“Vi mandiamo il trapano, piantate due chiodi, legate il masso esperiamo che regga”
Seguono lunghi attimi di silenzio mentre il trapano vola su per il P30. Nascosta sotto una sporgenza, Koris pensa che è proprio una brutta fine morire spiaccicati e con la voglia di pisciare.

Domenica, ore 3:30. Il masso è stato ancorato con successo, Koris e l’Astronomo risalgono il P30 per andare a preparare l’ultimo paranco prima dell’uscita. Pausa in cima al P30 con scambio di convenevoli con l’Ape Maia e lo Stocazzaro. La Koris-vescica potrebbe esplodere.

Domenica, ore 4:30. All’uscita del meandro, Koris riesce finalmente a trovare un angolo per pisciare, visto che la situazione stava virando alla tragedia. Al telefono dicono che ‘thieu e un’altra della prima squadra stanno uscendo in anticipo per evitare ingorghi, visto che le due squadre di evacuazione hanno finito per incontrarsi. Koris e l’Astronomo discutono di quanto maschilismo ci sia nelle formazioni scientifiche. Ogni tanto qualche fine umorista mette della musica techno nel telefono, siccome la diplomazia è al minimo Koris gli urla di smetterla.
“Ma è musica? Pare che abbiano registrato il tamburo della lavatrice sul programma centrifuga”
“Devi essere fatto per considerarla musica”
“Allora non siamo abbastanza fatti”

Domenica, ore 5:00. Arriva ‘thieu e si aggiunge per un po’ alla conversazione. Si lamenta che è stanco e che i pozzi del fondo sono troppo stretti per far passare la barella. Beve ed esce. Passa altra gente, Koris sequestra materiale per montare il suo paranco.

Domenica, ore 6:00. Il paranco è montato, lo stomaco fa presente che sarebbe ora di colazione ma non c’è né tempo né colazione. Pare che la barella sia alla base del P30 e che ci sia un gran casino fra contrappesi e coglioni appesi.

Domenica, ore 6:30. La barella arriva al paranco manovrato da Koris in solitaria. Vittima di almeno 80 kg contro la titanica potenza di 50 kg scarsi di Koris. Maledizioni perché quel paranco doveva avere almeno altri due rinvii, ma mancavano le pulegge. Al ritmo di “tira! tira adesso!” e “trazione di dieci centimetri, non di più”, Koris si scortica le mani sulla corda nonostante i guanti.Domenica, ore 7:10. La vittima è fuori. Koris vorrebbe uscire, ma deve lasciare passare gli altri.

Domenica, ore 7:30. Esce anche Koris, fra gli ultimi. Non ha sonno, ha soprattutto fame.

Domenica, ore 8:10. Si torna al campo base. Koris pensa che tutto sommato potrebbe infilarsi in tenda a dormire un po’, ma appena apre uno spiraglio viene investita da un solido muro di puzza: è ‘thieu che se ne sta spalmato e sudato nel mezzo, a russare. Koris ripiega per pisolare fuori dalla tenda, dove non si rischia l’anossia per la seconda volta in ventiquattr’ore.

Domencia, ore 9:qualche. Il capo base si anima, Koris si sveglia,’thieu si sveglia. Si consuma un dramma perché si scopre che il giorno prima, nella fretta della partenza, nessuno ha preso né latte né cacao, solo caffè. E non c’è niente di solido da mangiare. Koris ricomincia a mangiare il suo mix di frutta secca e frutta candita, pensando che ormai ne ha mangiati talmente tanti che sta per trasformarsi in un fottuto scoiattolo. Torna in auge l’opzione “zuppa liofilizzata scaduta nel 2017”, quando ‘thieu riesce a mendicare una bustina di té all’astronomo.

Domenica, ore confuse. Mentre si mette a posto il materiale, si soffre il caldo. ‘thieu fa la contabilità oraria.
“Quindi sono entrato alle otto di sera e uscito alle cinque del mattino, in tutto fanno…”
“Nove ore”
“Mica male. E tu?”
“Otto ore”
“Eh, vedi? Per quello sono stanco”
“Più altre otto di notte”
“Va bene, va bene, non dico più niente”

Domenica, ore 12:00. Aperitivo più debriefing. Koris vorrebbe dire tante volgarità ma si contiene perché tanto che non serve a niente. Fancazzista#3 del giorno prima giustifica la sua incapacità a usare la radio con “è stato spiegato a noi che siamo due ragazze, non possiamo mica capire queste cose tecnologiche per i maschi”, Koris è sul punto di rispondere che siccome la radio non usa il pisello come antenna non è una questione di genitali, ma di cervello. Poi ci facciamo le pugnette sull’inclusività, quando ci si sabota così… vabbè, lasciamo stare. Si passa un tempo indeterminato a lungo a discutere di stronzate come dotare il filo telefonico di elastici e chiodi per fissarlo meglio. Koris vorrebbe mettere un test d’ingresso per la partecipazione al soccorso speleo, perché non ci possono essere così tanti coglionazzi in circolazione. Siccome sa di essere già bollata come “quella che urla sempre”, preferisce non infierire, ma rumina.

Domenica, ore 15:00. Casa. Doccia. Merenda ad orari improbi. Oblio dei sensi.

La fragile bellezza del sottoterra

C’è una ragione per cui si prendono armi e bagagli e, anche con la benzina a prezzi proibitivi, si fanno tre ore di macchina un venerdì sera per arrivare nel nulla cosmico dell’Aude. In barba alle tossine lasciate un po’ in giro dal coviddi, all’insonnia importante e al GPS che una volta usciti dall’autostrada a Narbonne fa passare per le vigne immerse nell’oscurità (che si tratti di vigne si scoprirà poi, sono solo campi nelle tenebre). Visto che si è partiti un po’ rintronati, si inizia a fare l’esegesi di tutto quello che potrebbe essere rimasto a casa, ma a quanto pare c’è tutto.

C’è una ragione per cui un sabato mattina si acconsente a ritrovarsi alla scandalosa ora delle otto del mattino, di fianco a un ruscello in secca o quasi. C’è una grotta da qualche parte, una grotta che ha richiesto anni e anni di scavo da parte di accaniti speleologi che hanno creduto al refolo d’aria che soffiava fra i blocchi informi. Si striscia, si scende, si scivola, ci si bagna sulla medusa di calcite, si impreca perché senza imprecazioni si gode solo a metà.

E poi si arriva nelle gallerie che la natura ha tenuto per sé per millenni, nel buio eterno dove per millenni ha intessuto meraviglie di cristalli leggeri come neve, decorazioni fragili cresciute molecola dopo molecola a creare una bellezza che non sembra di questo mondo. E infatti forse non lo è, visto che in quel regno i fotoni non mettono piede e la vita come la conosciamo non è di casa. E mentre ti chiedi se uno spettacolo del genere non fosse davvero riservato a nessuno o se sia solo il caso che fa le cose per bene, ti trovi circondato da forme irreali: abeti bianchi, porri che pendono dal soffitto, nuvole candide spalmate sulla roccia. Tutti vecchi di secoli, tutti pronti a cedere alla più piccola goccia d’acqua che vi scivola sopra.

E con gli occhi che luccicano di fronte a tanti scintillii, mentre le lampade giocano sui piani di riflessione dei cristalli, hai la risposta alla levataccia mattutina e alla benzina a caro prezzo: sì, ne valeva la pena.

It’s been a long road

E venne la data che a settembre pareva così distante, ovvero il primo marzo con la fine del fottutto fottutissimo periodo di prova. Koris ha passato gli ultimi giorni di febbraio a ripetersi “Capo Giuseppi non sarà così psicopatico da aspettare proprio l’ultimo giorno per cacciarmi, non avrebbe senso”. Solo che la psicologia di Capo Giuseppi è di difficile inquadramento, quindi avrebbe anche potuto mostrare un lato sadico. E in questi anni ormai anche l’improbabile diventa possibile, what a time to be a live, si stava meglio quando si stava fra i trilobiti.

Prima del colloquio su “cosa voglio fare di te”, Collega Mediterranea ha spifferato che Capo Giuseppi ne stava combinando una delle sue, quindi Koris è partita armata delle peggiori intenzioni perché già c’è tensione a livello internazionale, la diplomazia non è proprio un’opzione. Capo Giuseppi tuttavia è disorganizzato ma non sadico, quindi ha ribadito che vuole tenersi Koris dicendo cose per lo più lusinghiere e giustificandosi che è un periodo complicato, si naviga a vista. “Facciamo che sarà un anno di formazione” ha concluso. Koris ha rivendicato per la prima volta una locuzione fino ad oggi di oscuro significato, ovvero una “prospettiva di carriera”. Ha lasciato l’ufficio del sancta sanctorum di un umore non proprio ottimo, quindi ha ricominciato a pistolare potenze radioattive residue.

La consapevolezza è arrivata tutta assieme, mentre Koris calcolava l’emissione alfa del curio: il periodo di prova è finito, Koris ce l’ha fatta. Anzi, di più, è l’obiettivo del Risiko raggiunto dopo anni di tirare la cinghia. E questa volta non è un ripiego, perché su quel foglio di conferma di incarico Capo Giuseppi ha scritto “ingénieur-chercheur en physique des réacteurs”. Koris adesso può davvero dire “sono un fisico”, come voleva da quando si è iscritta nel 2005. E non è un ripiego e soprattutto non è più un “per adesso”.

Non è soltanto “alla faccia di”, per quanto ce ne sarebbe un discreto elenco, come nei ringraziamenti della magistrale. Alla faccia del Replicante e dei suoi “non hai senso critico e sei approssimativa, non andrai da nessuna parte” o “tanto ci sarà sempre un candidato migliore di te da scegliere”. Alla faccia dei Cojones che dissero “si vede che non ti impegni e non hai voglia di lavorare”. Ma è anche una questione di qualità della vita, del non sentire più il countdown del contratto che finisce, delle notizie sui blocchi delle assunzioni, dei timori notturni di dover mollare tutta la vita qui e doversi stabilire in posti assurdi per inseguire un lavoro. La fine delle pressioni assurde, come “io ti licenzio quando voglio, basta pagare” o “se non lo fai tu, troverò qualcun altro che lo farà al tuo posto”, perché far parte di un ente di ricerca serio non è solo prestigio, è anche un minimo di protezione contro coglionate del genere. Non è più l’ansia di dover tornare in un’azienda di truffatori o lavorare come manodopera schiavile a Neutroni Porcelloni.

Sia chiaro, non è che adesso diventa tutto rose e fiori, la cacca profuma di vaniglia e Capo Giuseppi si trasforma in leader carismatico e organizzato. Tuttavia è saltato un tappo di pensieri non sempre edificanti, di compromessi impervi e di preoccupazioni che durava da anni e anni; è un passo avanti sulla strada di una serenità che, per quanto in bilico nel mare tumultuoso della vita, oggi sembra un po’ più vicina.

It’s been a long road getting from there to here…

P.S. Siccome Koris prospera nel caos e adora andare a mettere il culo nelle pedate, da domani architetterà bislacchi piani da Willy il Coyote per tornare a Neutronland o per farsi trasferire in un altro laboratorio. Magari se le troviamo un passatempo si dimentica.

Desideri di bambina

Per qualche ragione del tutto inconscia, innata e difficilmente spiegabile, Koris adora la neve e la montagna, pur essendo nata sulle sponde del mare. E non la adora nel senso “baita, tazza di tè davanti al camino mentre fuori nevica”, no, è più del genere “pigliamo qualunque mezzo di locomozione sia lecito per due piedi e andiamo in vetta”. Koris ha avuto un subitaneo amore con lo sci di discesa, che è stato ucciso a mazza dal SonnoDellaRagione (che strano) e dalla convinzione adulta che lo sci di discesa non è la migliore attività per vivere la montagna col dovuto rispetto. Un piccolo desiderio di baby-Koris era festeggiare il compleanno sulla neve e se possibile sugli sci, ma non era mai stato possibile.

Una settimana, nell’entroterra provenzale ai piedi delle Alpi (dove Koris lavora da quasi cinque anni, da una lochèscion all’altra) ha nevicato. Koris ha iniziato a fare calcoli cabalisitici perché se nevica a 200 metri di altitudine nevica pure più in alto, giusto? Noi di Voyager pensiamo di sì. Si era abbastanza certi che la neve si sarebbe sciolta sotto il sole del week-end, ma lunedì Koris ha scoperto che la maggior parte aveva resistito nelle zone d’ombra. È quindi iniziato uno stalking ferocissimo del sito di Col Bayard e della macchia di neve fuori dalla finestra dell’ufficio, col terrore che l’uno o l’altra indicassero la fine di tutte le Koris-speranze. Koris aveva annunciato il piano a ‘thieu a mezza voce, perché il Grande Cetriolo Cosmico del Riscaldamento Climatico ci sente benissimo e non ci mette niente a far venire trenta gradi a metà dicembre.

Venerdì Koris era tutta felice perché dalla webcam sembrava che a Col Bayard ci fosse ancora un sacco di neve, l’unica cosa strana erano i due sciatori, sempre gli stessi, che passavano davanti alla telecamera. Dubbio ferocissimo, verifica: la webcam indicava la situazione al 25/12/2020. Terrore, furia, raccapriccio. Il sito della stazione di sci di fondo continuava a dire “tutte le piste aperte”, ma metti che lo fanno per marketing e ti fanno sciare sulla moquette dismessa dal salotto della catanonna? Bisognava essere sicuri. Le webcam delle stazioni vicine mostravano che c’era effettivamente della neve, tuttavia non era proprio lo stesso posto, magari per questioni di esposizione, sfiga, radioattività naturale a Col Bayard si era già sciolto tutto.

“Vabbè, andiamo e vediamo” ha riassunto ‘thieu che è una persona misurata e pertanto non sa che una tale frase non poteva che alimentare la Koris-paranoia. Il piano di backup sarebbe stato prendere i ramponcini (“dove sono?” “davanti al tuo naso, maskio”) e la guida dei trekking nell’arrière pays de Gap e accontentarsi di fare una passeggiata. Del resto la legge di Murphy parla chiaro, se hai un piano di backup può anche darsi che il piano originale funzioni; oppure possono verificarsi catastrofi assortite, ma a quel punto la presenza del piano di backup diventa trascurabile.

Sabato, ovvero oggi Koris-compleanno, sveglia alle sette, preparazione dei panini al volo, colazione, recupero sci, in macchina e si parte. La guida dei trekking nell’arrière pays de Gap è ovviamente rimasta a casa, cosa di cui ci si è accorti troppo tardi per tornare indietro. Koris è andata nel pallone: prima ha iniziato ad autoconvincersi che se c’era neve verso Sisteron, ci doveva essere anche a Col Bayard, vero? VERO?! Poi ha iniziato a chiederlo a ‘thieu con un ritmo preoccupante, del resto doveva espiare la colpa di aver dimenticato la guida. Quindi si è messa ad emulare Zerocalcare e a ripetersi in loop “e vabbè, è andata così”, perché di neve forse non ce n’era abbastanza e di sicuro il Grande Cetriolo Cosmico l’aveva sentita.

E invece no. A Col Bayard c’era tanta neve quanto bastava per tenere aperte tutte le piste e ridicolizzarsi a dovere perché l’ultima volta che Koris ha messo gli sci era il normalissimo 2019, e se il fondo ti perdona la tecnica ti ammazza con la tua resistenza degna di una medusa spiaggiata. Un po’ arrancando, un po’ scivolando, un po’ notando che forse se metti i piedi in un certo modo si pattina meglio, Koris si è fatta quindici chilometri, il massimo che la sua tempra le permettesse. Che poi a trentatroppi anni ci si dovrebbe dare una regolata, ma Koris continua a portare una taglia 14 anni e ignora la sua età.

Ora le Koris-zampe vorrebbero chiedere la secessione all’urlo di “machicazzotelhafattofare”, però il resto del Koris-organismo è molto soddisfatto. Certo, forse la bambina di trent’anni fa non si immaginava proprio questa configurazione, ma va bene lo stesso. Un piccolo desiderio che si avvera dopo tre decenni, che era una cosa non fondamentale, ma che ha fatto un piacere immenso.

Selfie on the rocks all’ombra

Stanchezze autunnali

Koris inizia a pensare che l’inizio di un nuovo lavoro dovrebbe farsi come l’inserimento all’asilo nido: graduale, poche ore al giorno, nessuno strappo brutale. Invece sticazzi perché siamo adulti, ora di nuovo nella locuzione adulti e vaccinati. Che poi Koris si prenderebbe a schiaffi da sola perché tutto sommato le avevano detto che era poco saggio non prendersi nemmeno un giorno di stop fra Neutronland e il nuovo lavoro; e invece no, col cappero, fuori uno, dentro l’altro, tanto a me chi m’ammazza. Risultato: Koris ha le energie di una medusa lasciata a seccare sul bagnasciuga. Troppo poche per esistere, abbastanza per stressarsi con varie ed eventuali.

Al lavoro Koris dovrebbe fare cose che prevedono il far evolvere attinidi minori e le avevano detto che doveva essere tutto pronto per fine ottobre. Questa cosa ha generato una mole non trascurabile di Koris-sensi di inferiorità e un surplus di stress da aprire un import/export. Poi venerdì s’è scoperto che visto che questa cosa non poteva essere consegnata per fine agosto (e non è un Koris-problema), allora poi vediamo per quando la vogliono. E cosa vogliono in dettaglio. E perché lo vogliono. Koris vorrebbe parlare col capo che se la tira da manager per avere le idee un filo più chiare, che qui è un attimo che si diventa come Neutroni Porcelloni. Nel mentre il protoattinio vuole imbucarsi nelle lista degli isotopi fissili, “vengo anch’io” “no, tu no”, e allora fa schiantare la simulazione. Non diremo ancora una volta che ci manca Neutronland, che ormai stiamo diventando noiosi come quelli che si sono mollati col fidanzato storico.

In tutto questo Koris è un po’ fiera di se stessa perché è riuscita a scendere alla Grande Crevasse, cosa che a maggio non sembrava possibile. Anche lì, ci sarebbe poco da essere fieri perché è l’ennesima riprova che non c’è un problema oggettivo, solo un buco nero nel cervello che ogni tanto diventa troppo grosso per essere ignorato e fagocita un po’ troppe cose. Koris sta cercando di imparare a gestirlo, senza indugiare troppo in similitudini alla “Black Swan“.

Il gheming leptop Arael si sta rivelando utile per recuperare tutto quello che Koris si è persa in materia di videogiochi dal 2005 ai giorni nostri. È anche vero che un’adulta e vaccinata forse dovrebbe occuparsi di altro, ma il Koris-cervello ha bisogno di svago, quindi menare spettri assortiti in Dragon Age pare una buona idea. Anche lamentarsi che Dragon Age è un Diablo 2 con una grafica meno putrida è una buona idea. Anzi, Diablo 2 è superiore perché permette di creare un necromante di nome Kakka, Dragon Age per ora no. Anche questi grandi problemi dell’esistenza, assieme all’assenza di una vera e propria campagna di gioco di ruolo. È un mondo difficile, signora mia.

Koris vorrebbe scrivere altro, ma probabilmente sarebbero lamentele su quanto è stanca e su quanto vorrebbe andare in letargo, quindi soprassediamo. Sarà colpa del cielo grigiastro e della nebbiolina autunnale; o sarà colpa del Koris-cervello che come al solito gira troppo veloce.

Siamo nel 90% mind fuck

Momenti di Dunning-Kruger

Dicesi effetto Dunning-Kruger una curiosa capacità delle mente umana a credersi capacissima di tutto quando invece non sa una mazza. Si tratta alla fine della fiera di un grossolano di autovalutazione che porta a pensare di essere i migliori. Il contrario della sindrome dell’impostore, insomma. Si chiama così dai nomi degli scopritori, ma anche perché “sindrome del galletto sulla monnezza” suonava male e “sentirsi stocazzo” ancora peggio.

Sono due giorni che Koris è affetta da questa sensazione di pseudo-onnipotenza e ha l’illusione che, da non capire una fava, è passata a capire tutto. Un po’ come quando in Matrix Neo viene attaccato alla conoscenza via usb nella nuca, ma meno spettacolare. Koris non ha idea della causa di questo suo delirio di (in)comprensione degli attinidi da riciclare, ma visto che ha passato i quattro giorni precedenti a reputarsi una merda secca e a voler tornare a Neutronland, si gode il momento. Tanto la caduta le farà malissimo come al solito.

La nostalgia di Neutronland è sempre lì e Koris non sa bene cosa farne, visto che è la prima volta che non ha lasciato il prima con la voglia di farlo saltare per aria. O meglio, sì, è già capitato, ma ci sono voluti mesi per rendersene conto e comunque tornare indietro non era mai stata una soluzione. Da una parte Koris si dice che se per assurdo la grande congiura di palazzo andasse dritta, potrebbe persino… o forse no, le idee non sono chiarissime in merito. Tanto è tutto ipotetico.

I problemi informatici di ogni genere e numero paiono essersi fermati, cosa che ha permesso a Koris di concentrarsi su codici e non su “chiamare il tecnico e dare di matto”; e forse anche questo aiuta ad avere meno terrore di quella roba là che c’è da consegnare per fine ottobre. Koris vorrebbe che la tizia con lo scazzo imperiale le passasse gli script aggiornati, così magari ci può mettere le mani per davvero e non elucubrare su un vecchio esperimento di cui manca il quadro generale, per cui non si sa quanto uranio ci vuole per fare la salsa tonnata radioattiva.

Koris si vergogna tantissimo a dire che è un’ex-fisica delle particelle, ex-strumentista, ex-quella che ha fatto un po’ di tutto nella vita perché bisognava portare a casa la pagnotta e non era portata per fare la escort. Poi ha scoperto di non essere l’unica, che ci sono due ex-particellari e un ex-cosmologo, quindi insomma, se ce la fanno i cosmologi forse può farcela anche Koris (non abbiamo quasi niente contro i cosmologi, quasi, eh). Il tempo porterà le risposte, e soprattutto le porterà il tempo di calcolo.

Il fatto di poter di nuovo usare ufficialmente Linux per lavoro e non di frodo è un piacere che non si provava dai tempi del dottorato, per restare in tema. Ma non è il caso di farsi prendere dalla nostalgia, che passa al primo “cmake command not found”. E non facciamoci prendere dall’entusiasmo che il segmentation fault è in agguato dietro l’angolo. A proposito, nella sala della stampante qualcuno ha appeso dei meme di programmazione; Koris aspetta di ambientarsi un po’ e poi aggiungerà il suo preferito.

Questo. Non programmatori astenersi

Koris è conscia che questo stato di grazia è transitorio come un nucleo instabile, per cui ne approfitta per farci un post. Tanto già questo week-end ‘thieu vuole andare a fare pozzi grossi nelle Causse, quindi l’inadeguatezza potrebbe presto essere il piatto forte del menù.

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