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Allez les vers

(Disclaimer: il titolo è in realtà una parodia del “allez les bleu”, ovvero “Forza blu”, dei Francesi ai mondiali. In questo caso significa “forza vermi”, col doppio senso col colore verde… vabbè, fa ridere solo Koris, non è grave)
Mentre mezza (ma forse è più esatto dire i tre quarti) Marsiglia si preparava per la finale del Mondiale, Koris e ‘thieu erano in un buco. Tanto per cambiare.
Ma questo buco ha il vantaggio di essere un buco poco esplorato e con qualche promessa.
Mentre i Marsigliesi preparavano le birre, i divani e gli eventuali megaschermi, Koris e ‘thieu spalavano pietre in un luogo angusto, trovavano un ciottolo lisciato dal passaggio dell’acqua (cosa che li ha messi in fibrillazione), si aprivano un passaggio.
Mancava poco più di un’ora al calcio di inizio della finale quando Koris è infine riuscita a infilarsi a metà nel passaggio e a buttare un braccio verso il nero al di là della montagna di ciottoli.
“Il metro laser dice quasi cinque metri!”
Ci deve essere una sala dietro a quella catasta di sassi.
Ma la finale si avvicinava tropo e quelle due ore in cui tutto il Dipartimento sarebbe stato col naso incollato allo schermo erano l’unico momento in cui si poteva giungere sani e salvi a casa.
Per tutto il tragitto di ritorno ‘thieu ha ripetuto in loop “Se non ci fosse stata questa cazzo di partita sarei rimasto a oltranza”.
E invece la sala dovrà attendere un paio di settimane, fino al ritorno dalla Pierre Saint Martin.
Però, se si troverà davvero una sala e magari un galleria che porta alle viscere della collina, Koris e ‘thieu rivendicano il diritto di rientrare a Marsiglia strombazzando clacson per tutto il percorso. Ovviamente l’orgia di fumogeni, urla e ululati belluini continuerà fino a mezzanotte. A ognuno la sua finale dei mondiali e a ognuno il suo tempo per festeggiare, giusto?

batman

“Abbiamo vinto! Abbiamo…!”
“Hanno vinto! Tu non hai fatto altro che bere birra sul tuo divano!”
(Noi invece “abbiamo” davvero, gne gne gne!)

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Mezzi fallimenti

C’è chi esorterebbe a guardare il bicchiere mezzo pieno, ma nel caso di Koris quando il bicchiere è mezzo pieno, il contenuto è a scelta fra acqua fognaria e un long island con arsenico e sali di uranio. Quindi lamentele. Ma solo a metà.
Poteva andare peggio: poteva piovere. In effetti è piovigginato, chiamarla pioggia sarebbe eccessivo. E tanto si stava tornando indietro comunque.
Perché non solo Cabrespine ce l’ha con Koris, anche le montagne, per la precisione gli Ecrins, ce l’hanno con Koris. La neve non si è sciolta del tutto e a 2100 m di altitudine un nevaio vomitava acqua sul sentiero. Per la precisione era un torrente che non avrebbe dovuto essere lì, ma c’era, rivendicando il suo diritto all’esistenza. Si è scoperto dopo che forse si poteva passare sopra al nevaio, ma Koris si figurava già la neve che cedeva sotto i suoi piedi, facendola precipitare in una voragine gelida (era un nevaio temporaneo, non chiamiamolo crepaccio).
Vabbè, il Lac de Croupillouse sarà per la prossima volta.
Però Koris in montagna non è mai scontenta al cento per cento, forse perché al di sopra dei duemila mentri inizia ad arrivarle sangue al cervello e quindi comincia a capire qualcosa dell’esistenza. E poi Koris coi piedi nella neve uguale Koris felice (a meno che non sia in ciabatte, ma non è detto).
Anche Koris che si bagna la testa nel torrente in disgelo è Koris felice, così le si rinfrescano le meningi (no, Amper, nessuno si è ustionato, c’era la crema protezione +50).
Poi quando Koris sbuca in un altipiano nascosto e pieno di neve, dopo un passaggio per così dire atletico, dove camosci e stambecchi saltellano fra le rocce e si sentono fischiare le marmotte, Koris potrebbe anche restare lì, a fissare le nuvole che si rincorrono in cielo.
Probabilmente in una vita precedente Koris era un lichene alpino (stambecchi, marmotte e compagnia sono forme di vita troppo evolute).

Forse un lichene da queste parti non sta poi così male…

Notti magggggiche

Le notti non finiscono all’alba nella via (o qualcosa del genere) diceva un’inflazionata canzone di quando Koris andava alle medie. Ovvio, le notti finiscono in grotta. A volte non cominciano neppure.
Sabato mattina Koris stava spolverando cassetti quando è giunta la convocazione dell’esercitazione al soccorso speleo.
“Presentati qui alle 16, con ‘thieu in allegato”
Koris già si aspettava di non fare un tubo, di non essere chiamata per niente, di essere al massimo usata come tappezzeria in superficie. Alla chiamata ha pensato di essere stata interpellata solo perché ‘thieu non risponde al telefono.
Poi è arrivata in loco.
“Hai previsto di andare sottoterra?”
“Beh, sì”
“Hai la tua roba pronta?”
“Sì”
“Tu hai la specializzazione ASV, no?”
“Ahem, diciamo che ho fatto lo stage un mese fa…”
“Bene, allora parti ora”
“O… ora?!”
Commento a caldo di ‘thieu:
“Tu sei convinta di non saper far niente, ma c’è gente che la pensa diversamente”
Fatto sta che Koris doveva andare a dare il cambio a quelli che erano sotto dalle otto del mattino, a contatto con la pseudo-vittima. Fra preparazione e salire in cima alla Sainte Victoire, Koris è entrata in grotta alle sette di sera, in preda a un nervosismo tangibile perché conosceva già la cavità e sapeva del P50 col frazionamento mal fatto e la deviazione stronza. Koris ha pisciato due volte prima di entrare in grotta e aveva ancora voglia di pisciare.
Appena entrati in grotta, il primo traumatico incontro è la squadra di riarmo con Pisellone (su Pisellone si potrebbe scrivere un romanzo, ma di scarso successo).
“Cosa fate voi?”
“Riarmo”
“E cosa riarmate qui che è tutto fisso e nuovo?”
“Abbiamo passato la corda negli anelli, abbiamo risparmiato ben tre moschettoni!”
Si scoprirà in seguito che tale squadra di fenomeni ha piantato chiodi nel burro millantando che tenevano. Nessuno si è fatto male, ma ci siamo andati vicini.
Scendendo, ci si ritrova nella nebbia. E no, nessuno aveva preso l’uscita di Agrate Brianza. Sono gli artificeri che vivono in un’atmosfera lattea dall’odore di copertone bruciato.
“Abbiamo fatto saltare un po’ di strettoie, ma ce ne sarebbe per quattro giorni. Per altro l’esposivo nuovo fa una puzza tremenda. Ah, abbiamo anche fatto saltare un frazionamento, per sbaglio”
“E noi come scendiamo?”
“Fate attenzione, intanto chiediamo al riarmo di scendere qui sotto”
Nonostate lo spit tenuto per ora di divinità ctonie che non finiremo mai di ringraziare (a differenza della squadra di riarmo), si scende indenni fino al P50. Koris riesce a tenere sotto controllo la sua apprensione fingendo disinvoltura e pensando a quanto ha voglia di pisciare. Si scopre piacevolmente che hanno cambiato la deviazione stronza in deviazione comeumanalei. Il frazio no, è sempre mal fatto, ma sapendo già cosa ti attende puoi prendere le giuste precauzioni.
Si arriva alla galleria laterale in cui giace la vittima in stato… cazzeggio, per così dire. La squadra precedente torna in superficie, ci si stipa nel punto caldo perché tanto si è tre e bisogna passà a nuttata.
Ore nove, si cena con panino (almeno Koris, che non l’ha dimenticato) e plum cake all’uvetta giunto miracolosamente intonso in un mini-kit senza protezione alcuna. Alle dieci la radio dice che la prima squadra di evacuazione è entrata sottoterra. Seguono due ore di silenzio radio in cui nel capanno caldo si cerca di sistemarsi alla meglio, senza finire col culo nell’acqua, con una concrezione nella schiena, troppo addosso a qualcuno, dentro al P50. Qualcuno riesce a dormire, Koris no perché assieme alla vittima viene colta da un attacco di ridarella estrema, forse dovuto all’assurdità della situazione.
Alle due arriva il primo barelliere, assieme ala barella.
“Stanno armando il pozzo per la risalita, ci vorrà ancora un’ora”
Ciò detto anche il barelliere si addormenta. Tutti sono carichi a pallettoni. Koris ne approfitta per trovarsi un cesso fra due concrezioni e pisciare: bella la decorazione delle toilettes, il confort lascia a desiderare.
Alle tre arriva il capo della squadra evacuazione, sveglia il suo compare e dice che tutto è pronto. ‘thieu e il suo dolce peso da ex-rugbista fanno da contrapeso al paranco, quindi tutto dovrebbe filare rapidamente. Si imbarella la vittima e si parte.
Koris si trova col problema di dover spostare sei sacchi in due, più altro materiale sfuso perché qualche furbone delle squadre precedenti si è portatp via il kit. Alla fine si decide di portare via il kit per la capanna, il telefono e poco altro, tanto siamo già carichi di cibo.
Alla testa del P50 si trova ‘thieu con la faccia umbratile di quello che ha sonno e si trova a -160 troppo lontano dal suo letto. La risalita continua, ogni tanto bisogna far uscire la vittima della barella per evitare che passi a rate, quindi rimetterla copo la strettoia. Ad un’ora che potrebbero essere le sei ma anche più tardi, la squadra evacuazione si mette a martellare uno spuntone di roccia perché la barella non passa. Koirs passa l’eternità seguente in un’alternanza di veglia e sonno mentre piovono ciottoli. La voglia di uscire inizia a farsi sentire.
Il blocco cade, si risale. Seguono pozzi senza corrimano perché dopo più di dieci ore e con un sacco enorme attaccato al culo non sarebbe divertente. La prima squadra di evacuazione finisce la sua missione e se ne va, della seconda non c’è traccia. Non si sa bene dove siano. Segue discussione telefonica con la superficie a base “aspettateli lì”, “ma noi ne abbiamo le palle piene e vogliamo uscire”, “lei non sa chi sono io”, “tanto nessuno ha disostruito gli ultimi pozzi, la barella non ci passa, preparate la colazione che usciamo”.
Si risale ancora, la seconda squadra di evacuazione sta prendendo il fresco perché ci sono i famosi chiodi piantati nel burro che non tengono. Non si possono armare i recuperi, ma alcuni novellini piombati giù da Marte insistono che sono lì e vogliono muovere la barella lo stesso. Seconda discussione dai toni molto poco diplomatici, sono quasi le otto, la pazienza latita. Alla fine si decide che se vogliono farsi delle esercitazioni di evacuazione sono liberi, ma qui si esce che i capi in superficie sono d’accordo con noi.
Ore 9, finalmente si può uscire e pisciare sotto il cielo nuvoloso di domenica mattina. All’uscita della grotta c’è Pisellone che pontifica su cazzate, Koris avrebbe una gran voglia di investirlo, ma ha voglia di colazione. Quindi fila verso la jeep dei pompieri e scende a valle.
Al campo base Koris consegna il suo sacco con la tenda zozzissima e si ammazza di pandistelle che ‘thieuSantoSubito le apporta anche senza richiesta. Il resto della mattinata viene speso in pessimismo e fastidio, perché fa troppo caldo per dormire e dopo una notte insonne Koris vuole soddisfare solo due bisogni fondamentali: la doccia e il letto. Ma bisogna fare il debriefing, si deve. Però manca Pisellone e la squadra dei pisellofori, tocca aspettare.
Pisellone arriva alle 15, quando Koris è all’apice del fastidio, insonnolita e digiuna (non ha portato pranzi della domenica, l’esercitazione doveva finire a mezzogiorno). Scende dalla jeep assieme alla sua Impareggiabile Parte con cui pensa, piega la sua tenda e saluta tutti che c’ha da prendere un treno, dice. Si è fatto aspettare ore per niente.
Debriefing, lamentele, bravi tutti, orafatemiandareacasacazzo. A Koris tocca guidare perché ‘thieu ha Morfeo attaccato al collo e risponde a monosillabi confusi. Si arriva a casa alle sei, Koris molto felice di aver preso ferie per l’indomani.
Nonostante il sonno infame, Koris per una volta è soddisfatta di se stessa, di aver retto tredici ore senza stramazzare, della sua giornata-senza-notte. Visto che non capita spesso, si gode la sensazione, assieme all’imensa doccia del dopo.

Una cosa che ho imparato

Una delle ragioni per cui Koris aveva deciso di buttarsi nella speleologia (ignara di tutto il guazzabuglio pipistrellico che ne sarebbe poi seguito) era l’ossessione per il grado che stava prendendo in arrampicata. In pratica, se non riusciva ad arrampicare almeno un 6a per week-end (e non ci riusciva) non era contenta. Seguivano frustrazione, senso di inadeguatezza, insoddisfazione e allora no, grazie, ce n’è già abbastanza nella vita reale.
La grotta ha il brutto vizio di diventare monopolizzante, quindi Koris ha arrampicato sempre meno, da quell’aprile 2015, fino a lasciare le scarpette e l’imbago nelle loro saccocce. Non è nemmeno che le dispiacesse poi tanto, era un po’ come se la smania si fosse calmata e ciao 6a, ciao.
Ma un po’ di voglia è sempre rimasta, quello che mancava del tutto era l’occasione. E il partner, perché ‘thieu è una bestiola per lo più cavernicola. E siccome in arrampicata serve un partner che si conosce e di cui ci si fida, tanto vale tenersi la voglia.
Finché l’occasione non si è ripresentata.
Oggi Koris è andata ad arrampicare, dopo un sacco di tempo, sul sapone calcare di Morgiou. Senza caricarsi di particolari aspettative, perché tanto dopo due anni è già tanto se non ti marciscono i piedi dopo la prima via.
In effetti i piedi non sono marciti. Koris è pure riuscita a fare una via da prima, che onestamente dopo due anni di nulla cosmico o quasi non è proprio da buttare via. Diciamo che poteva andare peggio.
Ma soprattutto, Koris si è divertita. Perché arrampicava per arrampicare e non per dimostrare qualcosa a qualcuno. Senza l’ansia di dover fare N vie di tale difficoltà, senza la vergogna di dire “ho male ai piedi, io smetto”.
Sarà che forse la speleologia le ha insegnato che voler fare confronti è inutile, che si può andare a -500 più facilmente che a -120, e che non è con la profondità che si misura il divertimento. E quindi neanche con il grado quando si è arrampicatori della domenica. Sarà che forse ha assimiliato il contentuo e l’essenza dell’articolo “I falliti” (che in realtà è molto interessante anche dal punto di vista non arrampicatorio). O sarà semplicemente che Koris sta invecchiando e certe pratiche da chi ce l’ha più lungo le lascia ai giovani.

Muoia Sansone con tutti i Filistei

“Certe cose si fanno su un colpo di testa” ebbe a dire una volta il SonnoDellaRagione. Solo che intendeva lasciare il lavoro, lasciare Koris e trasferirsi in campagna con le capre. Koris, invece, lo riferisce all’acquisto della sua nuova reflex, la tanto sospirata Pentax K3.
Facciamo un passo indietro.
Koris si decise a comprare la sua prima reflex nell’ottobre del 2011, dopo aver portato all’esaurimento nervoso una compatta HP Photosmart che l’accompagnava da ben sei anni. La scelta cadde su una Pentax K-x perché: entry level, poco costosa, compatibile con gli obiettivi della Cosina dell’Amperodattilo (classe 1981). La Pentax K-x giunse, usata, a casa Koris nei primi giorni di novembre, per la modica cifra di 250 euri. L’inizio della sua vita non fu facile, in quanto immediatamente osteggiata dal SonnoDellaRagione a colpi di “è troppo difficile, non riuscirai mai ad usarla come si deve”. Seguirono un sacco di consigli non richiesti da parte di gente che di fotografica ne sapeva meno di zero, per esempio:

  • Il diaframma deve essere il più aperto possibile (con buona pace della profondità di campo, n.d.K.)
  • Tieni sempre gli ISO a 800
  • Lascia perdere la pulizia del sensore, non puoi farla tu, ti costa troppo e per la macchina che hai non ne vale la pena.
  • Il flash non serve mai (soprattutto se non lo sai usare, n.d.K.)
  • La fotografia è un hobby costoso che richiede parecchi mezzi, butta i tuoi vecchi inutili obiettivi e lascia perdere, che tanto un dottorando non può permetterselo (detto da uno che usava una macchina costosissima ma solo in modalità automatica. Ciao, mitico!)

Ma Koris è testarda e non ha dato retta a nessuno. Ciò a portato a qualche spiacevole inconveniente come per esempio accorgersi dopo una settimana di avere gli ISO a 11000 e passa (“ah, per questo le foto fanno schifo!”) o scoprire che il bokeh non era una malattia sessualmente trasmissibile. Per prove ed errori si giunse fino alla fine 2014 e Koris si accorse che, a mano a mano che scattava, una foto su seicento non faceva del tutto schifo, in piena adempienza alla legge sull’entropia dei sistemi.
Poi venne ‘thieu, erede del nonno fotografo (gira che ti rigira, è sempre colpa di ‘thieu). Appena decise di smettere di fare il paguro, insegnò a Koris qualche cosetta come la regola dei terzi, il post-trattamento dei raw che non sembrasse un trip da LSD, qualche sgamo sulle foto macro. Fece anche un ego te absolvo per l’uso del focus manuale e delle focali fisse. Insomma, Koris finì per imparare a fare delle foto di livello almeno decente. Ma la K-x aveva i suoi limiti: sciopero oltre gli 800 ISO, capricci assortiti delle rotelle e dell’elettronica, le pile che forse sono cariche, forse no, forse boh. Koris, sobillata da ‘thieu (visto che è colpa sua?) cominciò a pensare di cambiare macchina e mise gli occhi sul modello K3. Poi mise gli occhi sul prezzo e le sue mire vennero in qualche modo tarpate.
Urgeva un movente per giustificare la spesa. La K-x, essendo termonucleare come tutte le Pentax, non voleva saperne di rompersi. Barcolla ma non molla. Anche quella volta in cui si inchiavardarono i tubi macro cinesi e si dovette usare il WD-40.
Koris fu tentata di dirigersi sul mercato dell’usato, ma non è che i prezzi diminuissero. A meno di prendere bidoni (no comment) o macchine con più di ventimila scatti. ‘thieu sosteneva che tanto valeva comprarla nuova. Una task force di tre Ochette anonime gli dava ragione. La storia si trascinò dal 2016 fino ad oggi. O meglio, a lunedì.
In seguito a una disavventura di cui si farà menzione in altra sede, Koris lunedì era abbastanza depressa. La K3 di eBay su cui aveva messo gli occhi (venduta come nuova) era appena volata in mani altrui. Una ricerca svogliata, tuttavia, portò Koris su un sito in cui si facevano i saldi. Una K3 a un prezzo (ir)ragionevole, o meno assurdo del solito. Koris si era riproposta di comprarla appena le sarebbe arrivato lo stipendio di febbraio. Poi ha avuto una visione in cui arriva lo stipendio e i saldi sono finiti. O che la motivazione era scemata. Insomma, carpe diem quam minus credula postero. Prima che la parte ligure si accorgesse della spesa, Koris ha urlato “muoia Sansone con tutti i Filistei!”. Quindi ha inserito il numero della carta di credito ad occhi chiusi.

sirenetta

Koris mentre si pignora lo stipendio e l’anima per comprarsi la macchina fotografica.

Koris non ha detto una parola a nessuno, nemmeno a ‘thieu. Finché ieri non è arrivato il Pacco. Koris ha ispezionato la scatola per essere certa che non avesse ricevuto botte troppo forti. Quindi la ha aperta e dentro c’era davvero lei: una Pentax K3 che odorava di nuovo. Koris è talmente poco abituata che la ha annusata per mezz’ora. La mezz’ora successiva è stata consacrata a trovare i potenziali difetti. Attualmente zero, ma si aspetta con ansia il momento del primo vero test e non la foto alla cazzo in casa così tanto per sentire il clic dell’otturatore.
Forse questo San Valentino è l’inizio di una nuova storia d’amore.

pentax

No, le Pentax non si riproducono per mitosi, anche se si somigliano.

Habemus!

Post telegrafico del “quando meno te l’aspetti”.
Koris stava più o meno vegetando davanti a una roba perversa e inutile chiamata design compliance matrix (no, non chideteglielo, non sa bene cos’è), quando ha ricevuto una mail della segretaria. C’era da correggere qualcosa per il rinnovo del badge di accesso. Koris era troppo alineata per pensare il peggio.
“Che c’è di sbagliato?”
“L’azienda per cui lavori”
“In che senso?”
“Che ora devi mettere AziendaGrossa, e in subappalto la tua azienda”
Il criceto nel Koris-cevello ha fatto due giri a vuoto, poi ha connesso. Rumori di modem a 56k in sottofondo.
“Aspetta, ma vuoi dire che il contrattone è stato firmato?”
“Sì, ieri”
“Ma il contrattone quello vero?”
“Sì, lo abbiamo appena saputo. Cioè, dai canali ufficiosi. Ma ormai è firmato”
Ecco, ora Koris ha da recuperare quelle 6000 ore di sonno arretrato che l’ansia di sottofondo le ha rubato.

Riflessioni di una (ex?) discesista

Koris discende da una famiglia di sciatori per parte di Amperodattilo. Non che U Babbu non scii, ma ci sarebbe da scrivere un lungo post in materia, magari un post duplice… vabbè, non perdiamo il filo. Senza tanti complimenti, l’Amperodattilo ha piazzato Koris sugli sci ben prima dell’età della ragione, ma si era sempre trattato di sci da discesa (sì, all’epoca in cui un nanerottolo di un metro e cinquanta sciava con due pali della luce ai piedi). Per quanto riguarda altre forme di sci erano sempre passati i seguenti messaggi:
“Chi fa sci alpinismo si ammazza”
“Il fondo è una cosa noiosa per vecchietti che passeggiano in tondo, e poi è tutto piatto”
Koris non ha (ancora) esperienza per smentire la prima; per quanto riguarda la seconda, l’unico commento fattibile è: col cazzo.
Iniziamo subito col dire che ‘thieu tanto buono, tanto bello, ma era convinto che Koris non sarebbe uscita viva dalla prima ora di skating. E invece anni e anni di rollerblade hanno dato i loro frutti, Koris non solo è rimasta in piedi, ma è anche andata piuttosto spedita per una pista blu, senza spiaccicarsi a terra nemmeno una volta.
Quindi ‘thieu ha optato per portare Koris su 5.6 km di pista rossa con 300 metri di dislivello per il primo pomeriggio, optando per una tranquillissima 16 km con 400 metri il secondo giorno.
Koris è sopravvissuta senza sputare organi interni di fondamentale importanza, in compenso ha male a muscoli che non sapeva di avere. Però è contenta, un po’ perché Koris in montagna è difficile che sia scontenta (ma non impossibile). Ma anche perché Koris cercava di qualcosa di diverso dallo sci di discesa per due fondamentali ragioni:

  1. Le ultime due volte che è andata a sciare era assieme al SonnoDellaRagione che ha fatto… beh, ha fatto se stesso. Incapace del “vivi e lascia vivere”, ha spannocchiato lo spannocchiabile a Koris con “sei lenta”, “guarda che sci vecchi che hai”, “che stile vecchio che hai quando scii”, “io sono molto più freestyle, yeah, tu sei una vecchia carretta”. La penultima volta fu talmente disastrosa che Koris dovette recuperare tutto il suo amore per lo sci rimasto per tentare un’ultima volta. E qui potremmo anche dire che forse era colpa della compagnia scellerata, visto che andare a comprare il pane col SonnoDellaRagione poteva essere uno spannocchiamento di palle.
  2. Da qualche tempo (forse da quando ha iniziato a invecchiare), Koris ha notato che le stazioni sciistiche non corrispondono al suo modo di “vivere” la montagna. Insomma, da qualche anno più che essere attorno ai 2000 metri pare di stare a Disneyland o a Riccione in agosto. Si vede divertimento, senza alcun rispetto per l’ambiente circostante o per chi lo frequenta. Quello che importa è solo più entertainement, più velocità, più fruizione. Che significa più gente che fa n’importe quoi sulle piste, più code agli impianti, più casino in genere e più incidenti. A Koris questo genere di “montagna” comincia a non andare più giù.

Koris, ma in particolare le sue cosce, hanno scoperto che il fondo può anche salire. E salire un sacco. E che una volta che si è in cima, esserci arrivati con le proprie zampe (che urlano) fa tutto un altro effetto rispetto all’aver poggiato il culo su una seggiovia. Suona come la giusta ricompensa per quei sedici litri di sudore espulsi quando fuori faceva -10. Ciò detto, scendere con gli da fondo, privi di lamine e quindi refrattari a qualunque controllo, equivale ad avere sprezzo del pericolo. Cosa che Koris non ha e si è pertanto piazzata a spazzaneve largo come quando aveva cinque anni. Non si è spiaccicata e anche questo è un grandissimo risultato. Certo, la mancanza delle lamine si sente un po’, soprattutto quando erano solo quei 25 anni che sciavi di lamine.
Comunque è finita che a zampettare nel bosco senza troppa gente attorno (e soprattutto senza snowboard nelle vicinanze), Koris si è anche divertita. Forse sarà che è troppo adattabile e si fa piacere tutto.
Ad ogni modo, prossima fermata: iniziazione di sci alpinismo. A seguire, foto di quello che si è portato dietro la reflex, se no lo zaino non era abbastanza pesante.

Crevoux

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