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Stanchezze autunnali

Koris inizia a pensare che l’inizio di un nuovo lavoro dovrebbe farsi come l’inserimento all’asilo nido: graduale, poche ore al giorno, nessuno strappo brutale. Invece sticazzi perché siamo adulti, ora di nuovo nella locuzione adulti e vaccinati. Che poi Koris si prenderebbe a schiaffi da sola perché tutto sommato le avevano detto che era poco saggio non prendersi nemmeno un giorno di stop fra Neutronland e il nuovo lavoro; e invece no, col cappero, fuori uno, dentro l’altro, tanto a me chi m’ammazza. Risultato: Koris ha le energie di una medusa lasciata a seccare sul bagnasciuga. Troppo poche per esistere, abbastanza per stressarsi con varie ed eventuali.

Al lavoro Koris dovrebbe fare cose che prevedono il far evolvere attinidi minori e le avevano detto che doveva essere tutto pronto per fine ottobre. Questa cosa ha generato una mole non trascurabile di Koris-sensi di inferiorità e un surplus di stress da aprire un import/export. Poi venerdì s’è scoperto che visto che questa cosa non poteva essere consegnata per fine agosto (e non è un Koris-problema), allora poi vediamo per quando la vogliono. E cosa vogliono in dettaglio. E perché lo vogliono. Koris vorrebbe parlare col capo che se la tira da manager per avere le idee un filo più chiare, che qui è un attimo che si diventa come Neutroni Porcelloni. Nel mentre il protoattinio vuole imbucarsi nelle lista degli isotopi fissili, “vengo anch’io” “no, tu no”, e allora fa schiantare la simulazione. Non diremo ancora una volta che ci manca Neutronland, che ormai stiamo diventando noiosi come quelli che si sono mollati col fidanzato storico.

In tutto questo Koris è un po’ fiera di se stessa perché è riuscita a scendere alla Grande Crevasse, cosa che a maggio non sembrava possibile. Anche lì, ci sarebbe poco da essere fieri perché è l’ennesima riprova che non c’è un problema oggettivo, solo un buco nero nel cervello che ogni tanto diventa troppo grosso per essere ignorato e fagocita un po’ troppe cose. Koris sta cercando di imparare a gestirlo, senza indugiare troppo in similitudini alla “Black Swan“.

Il gheming leptop Arael si sta rivelando utile per recuperare tutto quello che Koris si è persa in materia di videogiochi dal 2005 ai giorni nostri. È anche vero che un’adulta e vaccinata forse dovrebbe occuparsi di altro, ma il Koris-cervello ha bisogno di svago, quindi menare spettri assortiti in Dragon Age pare una buona idea. Anche lamentarsi che Dragon Age è un Diablo 2 con una grafica meno putrida è una buona idea. Anzi, Diablo 2 è superiore perché permette di creare un necromante di nome Kakka, Dragon Age per ora no. Anche questi grandi problemi dell’esistenza, assieme all’assenza di una vera e propria campagna di gioco di ruolo. È un mondo difficile, signora mia.

Koris vorrebbe scrivere altro, ma probabilmente sarebbero lamentele su quanto è stanca e su quanto vorrebbe andare in letargo, quindi soprassediamo. Sarà colpa del cielo grigiastro e della nebbiolina autunnale; o sarà colpa del Koris-cervello che come al solito gira troppo veloce.

Siamo nel 90% mind fuck

Momenti di Dunning-Kruger

Dicesi effetto Dunning-Kruger una curiosa capacità delle mente umana a credersi capacissima di tutto quando invece non sa una mazza. Si tratta alla fine della fiera di un grossolano di autovalutazione che porta a pensare di essere i migliori. Il contrario della sindrome dell’impostore, insomma. Si chiama così dai nomi degli scopritori, ma anche perché “sindrome del galletto sulla monnezza” suonava male e “sentirsi stocazzo” ancora peggio.

Sono due giorni che Koris è affetta da questa sensazione di pseudo-onnipotenza e ha l’illusione che, da non capire una fava, è passata a capire tutto. Un po’ come quando in Matrix Neo viene attaccato alla conoscenza via usb nella nuca, ma meno spettacolare. Koris non ha idea della causa di questo suo delirio di (in)comprensione degli attinidi da riciclare, ma visto che ha passato i quattro giorni precedenti a reputarsi una merda secca e a voler tornare a Neutronland, si gode il momento. Tanto la caduta le farà malissimo come al solito.

La nostalgia di Neutronland è sempre lì e Koris non sa bene cosa farne, visto che è la prima volta che non ha lasciato il prima con la voglia di farlo saltare per aria. O meglio, sì, è già capitato, ma ci sono voluti mesi per rendersene conto e comunque tornare indietro non era mai stata una soluzione. Da una parte Koris si dice che se per assurdo la grande congiura di palazzo andasse dritta, potrebbe persino… o forse no, le idee non sono chiarissime in merito. Tanto è tutto ipotetico.

I problemi informatici di ogni genere e numero paiono essersi fermati, cosa che ha permesso a Koris di concentrarsi su codici e non su “chiamare il tecnico e dare di matto”; e forse anche questo aiuta ad avere meno terrore di quella roba là che c’è da consegnare per fine ottobre. Koris vorrebbe che la tizia con lo scazzo imperiale le passasse gli script aggiornati, così magari ci può mettere le mani per davvero e non elucubrare su un vecchio esperimento di cui manca il quadro generale, per cui non si sa quanto uranio ci vuole per fare la salsa tonnata radioattiva.

Koris si vergogna tantissimo a dire che è un’ex-fisica delle particelle, ex-strumentista, ex-quella che ha fatto un po’ di tutto nella vita perché bisognava portare a casa la pagnotta e non era portata per fare la escort. Poi ha scoperto di non essere l’unica, che ci sono due ex-particellari e un ex-cosmologo, quindi insomma, se ce la fanno i cosmologi forse può farcela anche Koris (non abbiamo quasi niente contro i cosmologi, quasi, eh). Il tempo porterà le risposte, e soprattutto le porterà il tempo di calcolo.

Il fatto di poter di nuovo usare ufficialmente Linux per lavoro e non di frodo è un piacere che non si provava dai tempi del dottorato, per restare in tema. Ma non è il caso di farsi prendere dalla nostalgia, che passa al primo “cmake command not found”. E non facciamoci prendere dall’entusiasmo che il segmentation fault è in agguato dietro l’angolo. A proposito, nella sala della stampante qualcuno ha appeso dei meme di programmazione; Koris aspetta di ambientarsi un po’ e poi aggiungerà il suo preferito.

Questo. Non programmatori astenersi

Koris è conscia che questo stato di grazia è transitorio come un nucleo instabile, per cui ne approfitta per farci un post. Tanto già questo week-end ‘thieu vuole andare a fare pozzi grossi nelle Causse, quindi l’inadeguatezza potrebbe presto essere il piatto forte del menù.

Speleo Things, stagione 7

Eccoci qui, cose paranormali

Tre settimane. Si dovrebbe dire “tre lunghe settimane”, ma ora che sono finite e che ci si era abituati dal giorno due a dormire in tenda e alla cucina comune, si potrebbe ripartire per altre tre in tutta tranquillità. Anche perché nel solito angolo dimenticato dei Pirenei il coviddi pare lontanissimo e l’abisso BB26 è una zona covid-free. Ma andiamo con ordine.

L’abisso BB26, si diceva. Aperto nel 2018, cresciuto fino a -70 nel 2019, dimostratosi ingrato nel 2020 con un meandro atroce di 12 scarsi metri, quest’anno ha consegnato con molto sudore e molto kaboom 40 nuovi metri di meandro fino a -84. Solita corrente d’aria gelida, formidabile eco in una fessura; Koris vuole illudersi che è il tanto sospirato pozzo ZioGatto in arrivo per l’anno prossimo. La cosa positiva è che se l’anno scorso il gruppo ha abbandonato Koris e ‘thieu a scavare da soli, snobbando il BB26 in quanto senza interesse, quest’anno si sono trovati volontari per scendere e darsi il cambio. Anche se al ritorno in superficie l’opinione era unanime: “la vostra grotta è infernale”. Ma tanto in quanto ad appellativi, Persefone è una di famiglia, quindi per Koris discendere agli inferi non è un problema.

Qualora la grotta faccia cacare, lo speleologo si fa trovare pronto

‘thieu è stato invitato da un gruppo di arzilli diversamente giovani a fare foto per un libro speleo. Gli hanno proposto un non meglio conosciuto abisso B3, Koris ha accettato di fare da modella perché tanto che ci frega se ci sono 300 metri di pozzi ed è un anno che causa vairus si fa speleologia della mutua. L’abisso B3 si è rilevato essere l’abisso Bestemmie per Tre, armo gentilmente offerto da uno spilungone e non adatto ai nani. Koris ha sofferto in discesa e ha sofferto ancora di più in salita, in quanto un pessimo team management (ovvero “vai avanti, c’è un tizio davanti, non si sa dove, magari lo raggiungi”) le ha fatto risalire 300 metri di pozzi da sola, isolata. Koris ha tenuto botta parlandosi in italo-franco-giapponese e inventando parole a caso (anche blasfeme) sul tema dell’opening di “Neon Genesis Evangelion“. All’uscita era assieme molto stanca mentalmente ma anche molto fiera di sé.

Per parlare di cose più comprensibili, è stato l’anno dell’avvicendarsi di speleologi con al seguito famiglia e mocciosi. In pratica uno spot del governo cinese per incoraggiare il decremento demografico. Fra la famiglia di lobotomizzati del pompiere (la Bombeiros-family, cosa che fa ridere solo Koris, U Babbu e un Batrace di più di 10 anni fa) e le due bambine capricciosissime sfamate a pasta al pesto con gruviera e ketchup c’è stato da iscriversi al movimento per l’estinzione della specie umana. Unico degno di nota (e poco rompicoglioni), il pargolo di Grenoble che chiede “papà, ma pensi che sia possibile assaggiare tutti i formaggi del mondo?” (Minestrella, forse c’è speranza per le future generazioni).

L’atmosfera era piuttosto distesa, certe serate anche troppo. Koris ha scoperto che esistono tre gradi di sfida cameratisca: alle medie, gara di rutti post ingestione di Coca-Cola; fra i 15 e i 25 anni, competizione a chi ingurgita più alcol, se è possibile in forme disgustose quali vodka-pesca-lemon; in seguito, singolar tenzone a chi riesce a mangiare (e sopravvivere) al formaggio più puzzolente conservato nel frigo da campo. Il formaggio in questione era una toma morbida di pecora, all’apparenza e all’acquisto innocua, che si è rivelata essere tanto pestilenziale quanto buona. Il frigo da campo, riempito di Ossau-Iraty, pecorini del Bearn, il sopracitato puzzone giallastro e un altro formaggio olezzante ma insipido, potrebbe non tornare più come prima.

Piccola digressione personale: Koris è, come al solito, l’unica speleo-femmina in un gruppo di barbuti cromosomi XY. Il via-vai di donne non speleo ha fatto sì che a Koris venisse regolarmente posta la domanda “ma tu non vai in grotta, vero? Sei qui solo per la logistica? Ma il tuo compagno non ti porta a fare passeggiate?”. Ogni volta a ribadire che no, esistono anche portatrici sane di tette cavernicole, tuttavia la necessità di dover spiegare fa sorgere il dubbio di essere il solito alieno, quella che non è né carne né pesce e che non si sa mai quale etichetta abbia. Poi alla fine anche sticazzi dell’etichetta, tanto adesiva quanto codice di comportamento, Koris ha imparato ad essere felice così e se proprio disturba lorsignore in campo speleo dirà di essere gender fluid e di identificarsi come maschio in tuta rossa.

‘thieu ha schermagliato verbalmente col capo della Bombeiros-family, il quale sosteneva come amene come la superiorità del calcio “che fa girare l’economica”, l’inessenzialità delle scuole pubbliche e che “gli statali rubano lo stipendio, bisognerebbe pagarli solo sui risultati”. L’indomani la Bombeiros-family, forse offesa dalle opinioni divergenti, ha fatto i bagagli e se n’è andata senza salutare. Persone che ne hanno sentito la mancanza: nessuno.

Koris ha dovuto ricredersi su un tizio che l’anno scorso pareva iscritto al registro dei Pisellonici insopportabili, e che invece quest’anno si è rivelato persona garbata e piacevole. Koris ha persino fatto un’uscita speleo al BB26 con costui, che si è rivelata essere un’uscita fra nani di Moria. Hanno aperto un passaggio assieme, che ‘thieu ha dovuto ricalibrare per la Gente Alta l’indomani. Ma la Gente Alta dovrebbe rendersi conto che sottoterra è il regno dei nani, quindi adattarsi alla popolazione locale. Soprattutto quando si ha che fare con l’accogliente bacino di Issau.

Esempio di agevole passaggio nel bacino di Issau, più speleo-Koris in omaggio

E anche quest’anno è finita. Koris non è pronta a tornare al caldo marsigliese, allo stagista in scadenza e a preparare la transizione da Neutronland all’ignoto. Ma tant’è, visto che non ha ancora capito come riconvertirsi in pastora di pecore pirenaiche, tocca adattarsi.

Va où le vent te mène

C’era una volta, durante il secondo lockdown, una Koris parecchio scoglionata. Un po’ perché doversi sorbire un secondo lockdown scoglionerebbe chiunque, ma soprattutto perché tutti i suoi bei progetti di fossilizzarsi a Neutronland erano appena andati in frantumi (Koris è una grande egoista per quanto riguarda le preoccupazioni, si sa). Visto che nonostante l’anno e mezzo di contratto che le rimaneva Koris si sentiva in scadenza come una mozzarella dimenticata nel frigo, decise di mandare a spasso il suo cv non proprio impeccabile.

Il successo fu scarso, a dirla tutta. Nonostante i posti richiedessero competenze che rientravano nella lista “cose che Koris finge di saper fare”, il cv veniva spesso rimandato indietro con poche parole. “Deve essere il coronavairus” dicevano tutti, cosa assai poco rassicurante perché il vairus non pareva (e non pare tutt’ora) intenzionato a togliersi dai piedi in tempi brevi. Erano gli sgoccioli del mese di febbraio, sotto un coprifuoco seccante, quando Koris trovò un annuncio dello stesso sito di Neutronland ma di un altro istituto, in cui si cercava qualcuno che contasse neutroni in reattore. Koris si disse letteralmente che se un individuo senza laurea né qualifica alcuna può fare il ministro degli esteri, allora forse un’ex particellare può fare fisica dei reattori. E comunque non c’era granché da perdere, salvo l’onore, ma quello è andato da tempo.

Era l’allegro (spoiler: no) lockdown numero tre, al mese di aprile, quando giunse una mail che chiedeva “sarebbe disponibile per un colloquio su Skype per il posto X?”. Nemmeno a dirlo, Koris manco si ricordava di aver mandato un cv per il posto X, ma tant’è, sembrava brutto tirarsi indietro. A Koris, ottimista per natura, sembrava che il colloquio fosse andato da male a malissimo; quando poi il messere annunciò “abbiamo anche il dottorando del nostro gruppo che ha applicato”, l’impressione dominante era di metterci una bella croce sopra. Il Capo di Neutronland si fece vivo qualche giorno dopo dicendo “un messere è venuto a chiedermi tue referenze”, Koris si inquietò non poco perché le ultime referenze date dal Capo erano state “ah, sì, lavora per me, se avete domande chiedete”, non proprio entusiasmanti.

Passarono dieci giorni di silenzio in cui a suon di pietre sopra, la faccenda era diventata un dolmen. Poi dal nulla “sarebbe disponibile per un colloquio su Skype con il capo del laboratorio e il vice-capo?”. Vabbè, non facciamoci mancare niente. I due giocarono al poliziotto bravo e poliziotto cattivo: uno si mostrò moderatamente entusiasta, l’altro disse “se la reclutiamo in un posto del genere lei si annoia” (magari decide Koris se si annoia o meno?). Insomma, poco di che stare allegri, durante un terzo lockdown anche meno.

Altri dieci giorni di vuoto cosmico, poi si fece viva un’assistente che chiese “sarebbe disponibile a un colloquio su Skype con un capo dallo stipendio di giada?”. Il capo dallo stipendio di giada, in Skype-call da una stanza piena di modellini di Star Wars, ebbe le stesse perplessità sull’envetuakle noia, poi chiese a Koris come se la cavava a gestire progetti. Koris rispose che gestisce tutto quello che vuole, pure la pulitura del cesso se necessario. Si concluse con “vabbè, vedremo”.
Ci volle solo una settimana perché si facesse vivo un assistente della capa suprema delle risorse umane a chiedere “è disposta a un colloquio Skype con la mammasantissima delle risorse umane, nonché un test attitudinale?”. Koris fu tentatissima di rispondere che il test attitudinale potevano metterselo dove non batte il sole, che non chiedi fenomenali poteri cosmici per poi dover anche fare uno test di pseudo-psicologia con la stessa attendibilità della lettura dei fondi di caffè (o delle interiora ovine, per chi non è cruelty-free). Poi Koris venne ridotta a più miti consigli e fece il test comunque, rispondendo alla meno peggio e con una buona dose di “ma sì, che me frega, fra un anno mi apro un canale iutub in cui mostro quando si può essere n00b in qualunque videogioco primi anni 2000”. Il colloquio durò 45 minuti su un’ora prevista, cosa che secondo Koris era il solito infausto presagio.

Era giugno e Stagista J stava vegetando davanti allo spettrometro gamma quando suonò lo smartphogn di Koris. Sulle prime Koris fu tentata di non rispondere, dato l’alto numero di chiamate spam ricevute. E invece “la chiamo per annunciarle che il posto di fisico dei reattori è suo, le proponiamo di iniziare il primo settembre, le risorse umane le manderanno tutte le scartoffie da riempire”. Momento di giubilo, ma anche di grande sbandamento lavorativo-emotivo, Stagista J ne approfittò per non fare una mazza tutto il giorno. Koris parlò col Capo dicendogli che però a lei sarebbe piaciuto restare lì; il Capo disse che non era il caso di accollarsi il rischio, che certi treni passano una volta sola, e poi le prospettive di carriera, che nella vita non si sa mai, la crisi, il coviddi e chi più ne ha più ne metta.

Koris decise di accettare mandando un dossier formato da millemila documenti in tempi record, poi chiese come e quando dare le dimissioni. Le risposero che per le dimissioni bisognava aspettare il contratto, che sarebbe arrivato di lì a quindi giorni. Ma che non c’era da preoccuparsi, era solo una questione burocratica.

Passarono i quindici giorni, ne passarono ventuno, Koris ebbe l’ardire di chiedere “che minchia di fine ha fatto il contratto, se esiste?”. Risposta: “stiamo aspettando dei documenti ma non c’è da preoccuparsi”. Arriva fine giugno, nada. Arriva luglio, ancora niente. Koris continua a fare stalking a uno che delle risorse (dis)umane che forse non ne può niente, chissà. “Sta firmando la gerarchia, ma ci sono problemi perché non ci sono le persone giuste” si diceva. Koris iniziava a disperare dicendosi che magari sticazzi, magari c’era il fuggi fuggi generale da Neutronland e magari non era tutto perduto lì. Che poi ok iniziare il primo di settembre, ma se il contratto non arriva non si possono dare le dimissioni per cavilli burocratici. E non è nemmeno che Koris rinuncia al campo speleo dei Pirenei per aspettare Godot.

Martedì, ovvero ieri, Koris era particolarmente scoglionata da stagista J che prende iniziative fuori tema, quando è arrivata una mail. Anzi, non una mail: la mail col contratto a tempo indeterminato. Certo, con sei maledettissimi mesi di periodo di prova, ma intanto è un inizio. Un nuovo inizio, anche se questa volta non c’è il senso di sollievo di quando Koris ha lasciato Neutroni Porcelloni. Sarà che stavolta non è in uno stato mentale putrido, sarà che i colloqui su Skype danno un’aura di irrealtà alla cosa. Sarà che si invecchia e si impara il distacco?

Intanto Koris venerdì sparisce per tre scandalose settimane a fare speleo dei nei Pirenei come ogni anno, per decantare l’accaduto (con due tomi di neutronica in reattore nel bagaglio, che il nuovo capo si è portato avanti col lavoro).

Un pochino sì, dai. Con le dovute cautele del caso

Felicità è un rivelatore che funziona

Forse non è normalissimo che la felicità sia legata (anche) al capriccio di un ammasso di foglietti ad attivazione neutronica. Ma alla fine hai scelto di fare fisica anche perché questa robaccia ti piace, altrimenti per fare una cosa che ti faceva schifo non era proprio nelle tue corde tanto valeva scegliere economia e commercio.

Ieri è stato il giorno in cui il rivelatore disegnato da Koris al 100% veniva testato. Il test è arrivato con un mese sano di ritardo, bisognava fare tre campi neutronici diversi e invece se n’è fatto uno solo e per quanto riguarda il sistema di contaggio della spettrometria gamma lasciamo stare proprio. Insomma, tutto pareva destinato a fallire miseramente, anche perché l’acceleratore fa le bizze, quindi magari funziona, magari no, magari salta proprio per aria il driver dell’alta tensione (poi uno dice la scienza esatta).

La giornata non si è presentata coi migliori auspici: Koris aveva insistito perché si iniziasse a tirare neutroni sul suo rivelatore alle otto, quando alle otto e mezza non si vedeva in giro ancora nessuno. Ha fatto capolino TecnicoGomblottaro (vegano, crede agli alieni e al NN CIELO DIKONO, non si vaccina e altra roba) dicendo che tanto l’hall di irradiazione era piena di roba della gente che aveva fatto esperimenti ieri, toccava aspettare che venissero a mettere a posto i giocattoli, non prima delle nove. Koris invoca ad alte grida San Germano Mosconi.

Alle nove finalmente arrivano i siddetti tizi a sbarazzare, assieme al collega Responsabile dell’acceleratore.
“Però ieri c’erano un sacco di problemi, io non so se possiamo garantirti le quattro ore di irradiazione che hai chiesto”
Benissimo, perfetto, meraviglioso. Cos’altro potrebbe mai andare storto?
Koris va nella hall di irradiazione, pronta a piazzare la sua pila di foglietti metallici con supporto appositamente pensato da TecnicoBurbero più Capa; non entriamo nel dibattito per cui Koris voleva un supporto in carta e alluminio e invece ne ha avuto uno in polietilene (che disturba i neutroni), altrimenti non ne usciamo.
“Mi hanno detto che si poteva avvitare direttamente sul vassoietto porta-rilevatori”
“Ti hanno detto male, questo coso ha bisogno del treppiede fotografico per stare su”
“Ah. E dove lo trovo il treppiede fotografico?”
“Non lo trovi, lo hanno buttato via”
Nuova preghiera a San Germano Mosconi, maledizioni assortite sulla Capa e sul TecnicoBurbero. Alla fine il rivelatore che doveva avere un piazzamento precisissimo viene tenuto su con lo scotch e con un’abbondante dose di “speriamo che non caschi di sotto” (poi uno dice la scienza esatta).

All’accensione, l’acceleratore non era molto propenso a svegliarsi, emulo di quando Iset annunciò “perché mi chiami all’alba delle dieci del mattino?”. Poi fu il magnete uno che non ne voleva sapere. Poi fu il magnete a 90 gradi, astenersi facile ironia. Siparietto del TecnicoGomblottaro che si sente stocazzo e vuole spiegare a Koris cosa fanno le particelle in un campo magnetico, Koris si morde la lingua per non rispondergli “senti, coso, ho un pochino un dottorato in questa roba”. Poi fu il magnete due, rimesso in ragione con l’usata tecnica del “hai provato a spegnere e riaccendere?” (poi uno dice la scienza esatta).

Alle dieci e mezza e molte bestemmie, i primi neutroni iniziano a prendere a capocciate i foglietti del rivelatore. Non resta che sperare che l’acceleratore non salti per aria, o che non si bruci un driver, o che non salti la corrente ogni cinque minuti. Per peggiore le cose nella sala di controllo resta solo il TecnicoGomblottaro che anziché sorvegliare o fare anche solo finta di lavorare, mette video tutorial su come diventare il maestro assoluto del sintentizzatore, perché in fondo gli anni ’80 stanno tornando di moda ed è meglio farsi trovare preparati. Koris decide di passare le quattro ore successive sorvegliando il sorvegliante; nel mentre spedisce Stagista J, intento a fissare il vuoto cosmico perché non brilla per iniziativa, nel laboratorio di misura a preparare l’occorente informatico per la spettrometria gamma. Il fascio regge, i neutroni continuano a fare a botte coi nuclei del rivelatore.

Mezzogiorno e mezza, Koris è in preda ai morsi della fame che le fanno sognare gnocchi al Castelmagno con guarnitura di noci, pur sapendo che ha solo un tupperware con pomodori e mozzarella plasticosa. Il TecnicoGomblottaro si alza e fa per andarsene, che è per l’appunto ora di pranzo e poi ha preso appuntamento con un amico, è scortese farlo aspettare.
“Scusa, ma se si interrompe il fascio? Se cade la corrente?”
“Eh, pazienza”
“No, come sarebbe a dire pazienza? Dimmi almeno come posso fare per rimetterlo in funzione”
“Non te lo posso dire perché non sei abilitata. Ora vado che s’è fatta una certa, ciao”
Rubare uno stipendio: lo stai facendo come un vero professionista. Koris inizia a mormorare “ok, reazione di protoni su trizio, siamo solo noi due, io credo in te, possiamo farcela se tu reggi”. Per fortuna un quarto d’ora dopo arriva Collega Responsabile. Segue scambio di battute sulla piacevolezza e utilità di TecnicoGomblottaro.

Esattamente alle 14:25:37 l’irradiazione finisce. L’acceleratore ha tenuto per quattro ore filate, roba che non si vedeva da un bel po’. Non resta che l’ora della verità: il rivelatore di Koris ha funzionato o no?

Koris recupera la sua pila di foglietti nella hall di irradiazione. Grandi cautele per il terrore di “e se ho fatto male i conti di dosimetria e questo affare mi brucia le mani?”. Non brucia. Laboratorio di misura, smontaggio della pila di foglietti. Imprecazioni pesanti contro il bismuto che si è appiccicato al cobalto e non vuole lasciarlo mai più; ci spiace, bismuto, la vita è piena di delusioni. Koris prende il foglietto di alluminio e lo mette nello scassatissimo spettrometro gamma, ma come diceva il prof. Prussiano di analisi, “questo abiamo, questo amiamo”.

La tensione è alle stelle (per Koris, Stagista J è nel Nirvana di chi è troppo tranquillo per farsi problemi). Lo spettrometro registra qualche evento di rumore di fondo qui e là. Poi un evento a 1368 keV. Poi un altro. E un altro ancora. Il picco di trasmutazione dell’alluminio in sodio inizia a comparire, si staglia oltre il rumore di fondo, fiero e altero come chi sputerà tutti i suoi raggi gamma nelle quattordici ore successive. Il che significa una sola cosa: il rivelatore di Koris ha funzionato. Striscioni da stadio, mortaretti, trombe bitonali, cori volgari “eeeeeh l’uranio è l’elemento più infame che c’è”.

Che poi sì, come ha riassunto stagista J., “significa che la fisica funziona”. Esticazzi, lo sappiamo che non poteva non funzionare. Però ecco, poteva non funzionare così bene. Poteva attivarsi male, poteva non attivarsi affatto, poteva non assomigliare nemmeno da lontano alla simulazione. Non poteva esplodere perché non c’era niente che glielo permettesse, però insomma, sono tre mesi che va tutto male, concediamoci una gioia di una cosa che non si rivela così schifosa.

E niente, Koris è felice che il suo piccolo rivelatore abbia passato il primo test. Vuol che dire che, nonostante l’impostore e tutto quanto, forse un po’ di fisica sa ancora farla.

Ma infatti troveremo di certo qualcosa che non va, ma nel frattempo…

Se è per buttarlo via…

Nella famiglia Koris, la frase “se è per buttarlo via…” è l’introduzione a un sacrificio onde evitare uno spreco che sarebbe davvero un peccato commettere. Pronunciata in origine da U Babbu, la frase in questione viene spesso pronunciata di fronte alle pantagrueliche porzioni preparate dall’Amperodattilo e tirate fuori dal frigo dopo qualche giorno di permanenza. Il dialogo è di solito il seguente:
“Ehi voi, ci sono ancora quattro mozzarelle di bufala, mezza frittata di zucchini, un avanzo di minestrone e due creme catalane”
“E non possiamo mangiarli domani?”
“No, fra un po’ fanno i vermi, imbelino (lett.) via tutto”
“Vabbè, se è per buttarlo via…”
La frase ha assunto un significato traslato anche per cose buone di cui si mangiano ingenti quantità e, nonostante lo stomaco pieno, si fa lo sforzo di prendere una seconda se non una terza dose.

La stessa politica può essere applicata ai vaccini. Era da un po’ che Koris cercava un modo per procurarsi una dose anzitempo. Prima con le liste d’attesa, che non hanno funzionato granché. Poi facendo gli agguati ai centri vaccinali, cosa che non è proprio il punto forte di Koris, che nonostante la faccia da chiappe non è molto destra a persuadere spacciatori di vaccini. Alla fine Manù se n’è uscito che se uno si procura una dose ventiquattr’ore massimo prima dell’appuntamento, non deve mostrare nessun requisito ufficiale se non la destrezza nel clic. Koris s’è detta che si può fare.

Da “si può fare” è diventato “si deve fare” e Koris si è amminchiata con questa storia. Del resto non c’era niente da perdere e un vaccino da guadagnare. E si può dire che Koris abbia una decennale esperienza in ctrl+R compulsivo, salto sul pulsante “aggiorna” e click più veloce del west (coast). Ricordiamo prodezze del genere prenotazione della Play Station 2, scelta dei corsi collegiali serali onde evitare improponibili diti al culo, acquisto di “A Dance with Dragons” o “Harry Potter e i Doni della Morte” edizione figa prima di subito, iscrizioni ad esami assortiti, procacciarsi biglietti per festival lirici. La lunga esperienza di disagi ha insegnato a Koris la tecnica del piccione: piazzarsi sulla sporgenza più prossima e aspettare che gli avventori liberino il tavolino, quindi buttarsi sulle briciole senza distinzione, siano esse pezzi di pizza, di pane, di brioche o di cose meno digeribili.

Attrezzata con un’app che le riportava le dosi disponibili minuto per minuti e soprattutto ad orari improbabili della notte, Koris era prontissima per tentare. Poi, colta da un momento di gentilezza perniciosa, ha chiesto a ‘thieu “vuoi che prenoti anche per te?”. Ma ‘thieu non ha vissuto la medesima esperienza di disagi prendere-o-lasciare last minutes ciapa chi ciapa, quindi ha risposto sprezzante “no, lo farò poi con calma in settimana, troverò di certo un momento libero”.

Koris era in macchina sul sedile del passeggero di ritorno dalle Causses giusto ieri quando il telefono ha segnalato “dosi disponibili”. Nonostante la relativa destrezza sullo SmartPhogn, detta anche sindrome delle dita a banana, Koris è riuscita a buttarsi su un appuntamento alle 8:55. Che le è stato rubato da sotto il naso mentre si registrava al sito per appuntamenti medici. Koris ha rimediato prontamente con un nuovo appuntamento alle 9:10 di lunedì. Liscio, semplice, rapido.

Passiamo la parte in cui Koris si fa prendere dagli scrupoli perché doveva lavorare, che non riusciva a prendere una mattina di ferie e che poi alla fine anche stigrandissimicazzi. Quindi si è presentata, con il solito largo Koris-anticipo, in uno dei posti che negli ultimi undici anni marsigliesi non aveva mai bazzicato: lo stadio. Scelta forse non molto logica, ma bisogna pur trovare un modo per convincere i marsigliesi a farsi vaccinare. In un maggio che sembrava più un ottobre inoltrato, con Mistral e nuvole sparse in cielo, Koris ha atteso in fila che un energumeno biascicasse “rendez-vous de 9 heures 10!”. Momento di panico perché Koris si sentiva un po’ un’impostora, con quell’appuntamento smozzicato, ma anche da impostora è passata.

Attesa in fila. Altra attesa in un’altra fila. Nome, scartoffie, carta d’identità. Altra attesa in un’altra fila, mentre il mitico Velodrome si rivela assai deludente, niente più che l’interno di un brutto palazzetto dello sport. Altre scartoffie in cui si domanda se si è proprio convinti, convintissimi di farsi impiantare il 5G o espiantare l’anima o qualunque cosa sia di moda adesso. Riempi il foglio di crocette, va bene tutto, cacciate ‘sta dose che è da quel dì che se ne sente parlare, l’hype è alle stelle. Nel box un’infermiera formato Gimli e gentilissima sbriga la pratica nel tempo che il cervello impiega a formulare il “ehi, la siringa della DTP era più piccola, cos’è quel coso?”. Troppo tardi, hop, fatto: circolare, non c’è niente da vedere, avanti il prossimo.

Un pompiere sbrigativo fa parcheggiare Koris per un quarto d’ora, per sincerarsi che non le crescano tentacoli in mezzo alla fronte o altre amenità del genere. La cosa più eccitante accaduta nel suddetto quarto d’ora è un un refresh compulsivo del sito per trovare una dose per ‘thieu (sforzi vani, arriverà solo nel pomeriggio, quando sembrava persa la speranza, aggiornando la pagina in momento a caso). Ultimo passaggio burocratico: abbiamo già l’appuntamento per la seconda dose? A posto così.

Koris è attualmente un po’ addormentata, non le è chiaro se è colpa del 5G, del genoma modificato, o dell’anima che è fuggita. Per ora la rete continua a funzionare, quindi vaccino e wireless non danno interferenza. Koris non ha ancora provato ad andare a leccare le ringhiere del metrò per vedere se il vaccino funziona, magari aspetterà un paio di settimane e un vaccino contro il tifo in più. E a fine giugno, se tutto va bene, si chiude una parte di questa storiaccia pandemica. Forse Koris poteva aspettare il 15 giugno, giorno ufficiale dell’apertura vaccinale per tutti quanti. Ma diciamocelo, se tanto quella dose finiva buttata via…

Et in terra PACS

La cosa era nell’aria già da un po’ e non assieme al coviddi. C’era già prima, da quando ‘thieu buttò lì un “potremmo anche sposarci” due o tre anni fa. ‘thieu sceglie sempre momenti opportuni per queste grandi risoluzioni ed essendo quel momento proprio l’attimo in cui Koris stava precipitando nel regno dei sogni, la risposta fu “potremmo anche dormire”. Il romanticismo bussava alla porta e quando il romanticismo bussa alla porta, “tu dà due giri di chiave e chiama la polizia”, come ebbe a dire una volta l’Amperodattilo.

Non che la cosa fosse morta lì, ogni tanto emergeva il discorso, allo stesso modo di quel paio di calzini improponibili smessi da anni ma che si fanno vedere di tanto, riportati a galla dall’entropia del cassetto. Essendo i nostri due protagonisti poco amanti di dichiarazioni con cene a lume di candela e brillocchi inanellati sotto la Tour Eiffel (che poi come romanticismo sta a zero per uno che è davvero nato a Parigi), la questione si risolveva con uno sbrigativo “on verra”, poi ci pensiamo. E vissero tutti felici e contenti, procrastinando ad libitum, come finale per una favola non è poi così male.

In verità Koris si era anche informata: la mole di scartoffie era notevole. Soprattutto chiedevano andirivieni col consolato italico, non sempre sul pezzo e con alzate d’ingegno del genere “prendere un appuntamento per prendere un appuntamento”. All’epoca Koris aveva appena il tempo di andare a pisciare e nemmeno tutti i giorni, stare dietro alle menate del consolato. Koris e ‘thieu sono giunti al compromesso “aspettiamo la naturalizzazione francese”. Che è un altro modo di procrastinare alle grande, poiché i tempi per la naturalizzazione potevano essere molto più lunghi del previsto e il decreto arrivare soltanto nella settimana dei cinque venerdì dell’anno del mai.

Contro ogni aspettativa, tuttavia, Koris è diventata una froggy prima del previsto e nonostante il coviddi, riuscendo persino a farsi fare una carta di identità marsigliese. Divenuta una pseudo-francese papiers-munita, non c’erano più tentennamenti di sorta. A parte il coviddi, si intende. Koris si è più o meno piazzata davanti a ‘thieu pronunciando un internazionale e in ogni caso comprensibilissimo “embè?”.

Ne è scaturita una lunga discussione, mentre ‘thieu cucinava e mentre Koris se ne stava seduta sulla lavatrice. Ne è emerso che se la cosa si voleva davvero fare, si doveva battere il ferro finché era caldo, coviddi nonostante. Ne sarebbe conseguito che non ci sarebbero state feste, cerimonie e celebrazioni di sorta, del resto in era coviddi non si può fare altrimenti; a onor del vero, anche in assenza di vairus, Koris e ‘thieu non sono proprio inclini a ricevimenti e sollazzi (in particolare ‘thieu, l’uomo dai troppi cugini, tutti sposatisi con cerimonie faraoniche da ‘thieu molto sofferte), quindi se si poteva evitare era meglio. Koris ha tuttavia fatto notare che bisognava trovare due testimoni, ovvero convincere due persone a prendere un giorno di ferie o perdere un giorno festivo per mettere una firma su un pezzo di carta non destinato a loro. Il romanticismo di cui sopra. A ‘thieu è comparsa in faccia la vecchia clessidra di Windows 3.1 che significava “ci penso”.

“Ma perché non facciamo un PACS?” se n’è uscito ‘thieu, un giorno di febbraio qualunque. Koris ha storto il naso, per traumi pregressi: forse non tutti sanno che il SonnoDellaRagione propose a Koris di firmare un PACS solo per tirarsi indietro (e mollarla) cinque giorni prima della data stabilita. Si è presa qualche giorno per processare la cosa, soprattutto per convincersi che ‘thieu non ha dato segni di SonnoDellaRagione per più di cinque anni, quindi decretò che si poteva fare. Per altro, essendo Froggy, a Koris non restava che chiedere un agevole certificato di stato civile online a Nantes e niente più scartoffie col consolato. C’è stata ancora un’avventura minore col comune di Marseille convinto di essere al di sopra della legge, ma niente che un urlo di ‘thieu non potesse risolvere.

E oggi hanno firmato: Koris e ‘thieu, soli, un po’ rincoglioniti, vestiti non benissimo ma almeno senza scarpe coi buchi. Hanno firmato in un ufficio pieno di plexiglass, alla vigilia di quella che sembra la terza fine del mondo. Il tutto ha richiesto un rapidissimo quarto d’ora: certi pacchi alle poste richiedono più tempo di un PACS. I due più novelli cosi che novelli sposi se ne sono tornati a casa con due pasticcini zozzi della pasticceria di fiducia, da mangiare rigorosamente prima che Manù (o chi per esso) dia le attese pessime notizie.

Ora come ora non si registrano cambiamenti radicali. A parte ‘thieu esagitato e euforico che continua a ripetere “ora ti tocca mettere il tuo nome sul citofono, non puoi più rifiutarti!”. The things I do for love.

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