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Ehi, ti ricordi di te?

Titolo copiato di bruttissima maniera da Celia che è una saggia donna.

C’era una volta, un sacco di tempo fa che era il 2016, in cui una giovane Koris-speleologa si era accorda di non saper fare più nulla. O meglio, di aver dimenticato tutto quello che aveva imparato nell’anno precedente, quando era passata da animale di superficie a “ehi, ma questa c’è nata sottoterra?”. Si è trattato di una sorta di consapevolezza che è passata per vari punti molto bassi, fra cui aver paura di tutto, compresa la propria ombra. Non si è nemmeno bene capito come sia successo, però è successo.

Uno dei punti assai bassi di questa parabola discendente è stata la prima volta nelle Causses. Le cose sono andate uno schifo diversamente bene e a Koris è rimasto per sempre il dente avvelenato per questi luoghi, redenti solo dalla presenza di formaggi puzzoni in ogni possibile manifestazione. La non-discesa all’aven de Hures ha aggiunto un’altra tacca, Les 4 Vents un’altra, La Barelle un’altra ancora e il Coutal non era riuscito a metterci una pezza in quanto orizzontale e le orizzontali sono facile (cazzate, Koris, le orizzontali sono mefitiche). Ah, anche la mancata sveglia per la Clujade sembrava voler avvalorare l’ipotesi della maledizione delle Causses. Insomma, fallimenti speleo e consolazioni casearie, solo che Koris temeva che prima o poi il resto del gruppo, ‘thieu compreso, l’avrebbero lasciata a casa.

Poi le cose hanno iniziato ad andare (un po’) meglio, piano piano. Così piano e così avanti e indietro che pareva di essere sempre allo stesso punto, complice una non facilissima situazione psicofisica (grazie Neutroni Porcelloni per questo attentato alla sanità mentale). Non nelle Causses, ma altrove le cose cominciavano a funzionare un po’. Poi c’è stato lo speleo st(r)age e Koris forse ha capito delle cose, o forse le sta ancora capendo.

Fatto sta che oggi, alba del 2020, Koris ha armato la sua prima verticale nelle Causses. Che sì, non era impressionante. E sì, c’era tutto il necessario per mettere moschettoni, corde e ammennicoli vari, senza cercare troppo. E sì, la verticale più grande faceva solo 23 metri.

Però ecco, per la prima volta dopo anni secoli millennimême pas peur. È stato sufficiente mettersi comodi nell’imbrago, dimenticare la paura e il culo nel vuoto e tendere le mani. E andare, scendere e risalire il Drigas con un sacco di svariati chili attaccato alle chiappe. Che -120 non sarà molto, certo. Ma è la prima volta che una verticale nelle Causses non causa a Koris scompensi, panico, voglia di essere altrove o quanto meno di mollare l’armo a qualcun altro. Koris era lì dove voleva essere e aveva tutto il diritto di esserci.

All’uscita, sotto un cielo grigio e tre umidissimi gradi, una Koris assai incredula ha sentito una vocina che diceva “Ehi, ti ricordi di te?”. Perché è stata la prima volta, dopo tantissimo tempo, che non ha mai dovuto ripetersi “va tutto bene, non può succedere niente, non chiedere aiuto, non guardare in basso”. Come se fosse stata la Koris munita di sicumera del 2016, prima dell’imbrago maledetto del Thipau, prima dell’incidente della tipa del CAF, prima di tutta la sequenza di mini-sfighe speleo.

In effetti, a dirla tutta, ‘thieu lo aveva detto subito a Koris-principiante: “ora impari tutto e ti sembra di fare passi da gigante, ma ci sarà un momento di stallo. Forse persino un momento di regressione. Può durare molto, può durare poco. Ma con un po’ di accanimento se ne esce. E dopo… beh, dopo sarai un razzo”. Ora, Koris non sa se è diventata un razzo oppure se oggi era particolarmente di buon umore. Ma tant’è, godiamoci il buono quando arriva.

KorisSpeleo

I have il culo nel vuoto and I like it

Stanchezze di fine anno

Oggi Koris compie 33 anni e pare che la vecchiaia si faccia sentire, visto che ha l’energia di un verme piatto e la prontezza cerebrale di una spugna. Deve essere il suo fancazzismo applicato, visto che non è che faccia granché. A parte le infinite ore di misure con le pallozze di Bonner ieri, con le relative salite e discese delle scale della hall di irradiazione, in pratica palestra inclusa nel contratto di lavoro. Ma non è che Koris lavori da tanto tempo, poi, quest’anno in fondo ha fatto solo due mesi…
Un secondo. Macchine indietro. Rewind (ecco, i trent’anni passati si vedono tutti in una sola parola). Col cazzo che Koris ha lavorato solo due mesi. Cioè, due mesi a Neutronland, quello sì. Ma c’è stato un prima. Un corposo prima tutt’altro che facile.
Koris ha inziato quest’anno, il suo terzo di presenza fra i Neutroni Porcelloni, colma di disillusione e sempre più rassegnata a non riuscire mai più ad uscire da lì, se non quando la sua utilità sarebbe finita e Koris sarebbe stata messa da parte senza pensarci due volte. Una situazione non proprio felice, nonostante i tentativi di fotteseghismo applicato e fallito. La mail segretissima del capo di Neutronland la ha trovata in questo stato. Diciamo pure che è stata un’ancora di salvezza, una ragione per stringere i denti e non lasciarsi andare alle Erinni che erano già lì pronte a prendere Koris e a portarsela via.
È stato un anno di coordinazione complicata, fra il contratto Neutroni Porcelloni vs azienda e le manovre segrete per cercare di andarsene. E quando a febbraio la speranza di andarsene a Neutronland sembrava definitivamente tramontata, Koris non ci ha più creduto, con tutta la
disillusione del caso. Solo che ex-Capo Palpatine e l’ex-MegaCapo non hanno voluto capire la disillusione, perché c’era sempre e solo da lavorare, sempre in ritardo, sempre troppo poco. E la disillusione non si cura con carichi di lavoro abnormi, al massimo si trasforma in
disperazione.
È stato necessario attendere fine maggio, quando ormai nessuno sperava più in niente, perché il capo di Neutronland si rifacesse vivo dicendo “ok, abbiamo i soldi, possiamo prenderti!”. Da allora è iniziata una sorta di ottovolante emotivo con vette molto alte e gole molto basse
perché finché non era detta l’ultima parola, Koris non voleva crederci. E non voleva che ex-Capo Palpatine sapesse qualcosa. Nel mentre colloqui con le risorse umane, dossier da costruire, documenti che non arrivavano, in sottofondo gli scleri di Neutroni Porcelloni da
gestire. Il giorno i cui Koris ha affidato alle poste la sua lettera di dimissioni è stata una vera liberazione.
Ah, vogliamo metterci dentro anche le scartoffie e il colloquio a sorpresa per la cittadinanza francese? Mettiamocelo.
I novanta fottuti giorni di preavviso sono passati fra il farsi scivolare addosso tutte le frecciatine per il voltagabbana, far capire a ex-Capo Palpatine che Koris se ne sarebbe andata davvero, cercare di non farsi fregare dall’azienda perché in cauda venenum,
crisi mistiche nel cuore della notte perché lasciare un posto
indeterminato per un contratto a termine… beh, non è proprio facilissimo, con l’inconscio che sussurra “sta a fà ‘na cazzata”.
L’arrivo su Neutronland e il tutto nuovo ha ridato a Koris un po’ di energia e un discreto entusiasmo, nonostante la gigantesca sindrome dell’impostore. Sono stati due mesi così intensi che, da una parte, sembrano molto più tempo, come se fra le scartoffie di Neutroni Porcelloni ed ora ci fossero eoni. Però le energie cominciano a latitare, in questa settimana pre-natalizia.
Quindi sì, sarà di certo lo scoccare dei 33 anni a mettere il carico nel bagaglio di stanchezza che Koris si trascina dietro. Però il 2019, dal punto di vista emotivo, non è stato un anno di tutto riposo, anche se si conclude molto meglio di come fosse iniziato.

St(r)age speleo

Giorni fa Koris ha commesso l’esiziale errore di iscriversi a uno stage di speleologia nel vicino dipartimento del Vaucluse, dove gli speleologi sono gente seria e agli stage ti spaccano le reni. Il secondo errore esiziale è stato dirlo a ‘thieu. È quindi cominciato un tira e molla infinito a base di “non vado”, “la logisitica è complicata”, “ci devo andare da sola e non so guidare”, “mi hanno messo in un gruppo di livello smodato, muoio” da una parte e un più monotono “ma no, vai, puoi solo imparare cose” dall’altra. Poi Koris ha notato che fra le iscritte c’era la sua QuasiOmonima nonché angelo custode e si è decisa ad andare. Certa che sarebbe finita malissimo.

All’andata in auto c’era solo da andare fieri di se stessi. In compagnia di Barbero che dall’autoradio parlava di banchieri, Koris ha superato indenne le strade buie nel mezzo del nulla del Luberon, ha fatto la spesa per il suo sostentamento minimo a Apt ed è arrivata in anticipo sulla tabella di marcia ai quattro gloriosi gradi del plateau di Albion. Ha persino trovato parcheggio senza a) frantumare la macchina arancione di ‘thieu b) dover percorrere sedici chilometri a piedi.

All’ostello è stata accolta dalla speleologa in capo, soprannominata LaCamionista, una donna dall’aspetto di una massaia e dal piglio di un generale prussiano di pessimo umore. Koris era l’una allieva presente, ciò nonostante è stata messa d’ufficio a preparare la non-meglio-identificata-zuppa per l’indomani assieme agli altri speleo-capi. A sentirli parlare fra loro di gente che si frantuma piedi a -400 uscendo con le proprie forze, bivacchi in Laos e pozzi senza fondo risaliti a mani nude, Koris era sempre più certa che non sarebbe sopravvissuta o, nel migliore dei casi, avrebbe fatto una figura di cacca. Ciò ha generato una notte quasi insonne in un unico castello occupato in una camerata da sei che ricordava molto Full Metal Jacket.

L’indomani sono arrivate anche le altre speleo allieve, in maggioranza donne, cosa quasi mai vista prima, ora prendiamo gli speleologi maschi in minoranza e li facciamo pisciare seduti. Dopo colazione, LaCamionista ha annunciato che si sarebbe presa cura dei tre bimbetti presenti (non per mangiarli, strano), mentre gli altri avrebbero pescato a caso la grotta in cui avrebbero armato pozzi fino alle sei di sera e cazzi loro se non uscivano in tempo.

Koris, in una perfetta imitazione di Harry Potter allo Smistamento, ha scelto il suo bigliettino ripetendo fra sé e sé “non Autrans, per piacere, non Autrans, non Autrans!”. Perché Autrans ha i pozzi grossi e cattivi e anche se sono facili da armare no, proprio no, non è cosa.

Koris ha aperto il suo biglietto.
“Bourinet”
Ah, pfiu, allora scialla, tuttapposto. Per altro anche la QuasiOmonima aveva tirato lo stesso, quindi squadra femmina, supervisore zen e uscita in scioltezza. Illuse.

Dopo aver girato come la merda nei tubi non poco per trovare la grotta, perché la descrizione era vecchia di sei secoli, il Bourinet ha accolto i tre con un orifizio di una larghezza alquanto relativa. Boh, magari si sarebbe allargato dopo (spoiler: no). La QuasiOmonima ha iniziato ad armare, Koris-fancazzista si è detta che forse, se la tiravano per le lunghe, non avrebbe finito il sacco di corda in tempo e Koris non avrebbe dovuto scendere su corde armate da se medesima.

“No, no, tanto ci si può scambiare, fate un pozzo per una e vi scambiate il sacco”

“Poteva andare peggio, poteva essere largo” si è ripetuta Koris mentre faceva contorsioni sulla calcite per passare e spremendosi le meningi per piazzare cinghie, fix, moshettoni e quant’altro nel poco che offriva la grotta. Arrivata a uno slargo (molto relativo), KorisBuonOcchio si è resa conto che dopo una strettoia c’era un pozzo più largo. Ha quindi atteso l’arrivo del supervisore con un sorrisone da chi stava per rifilare un bidone.

“Che fai qui?”
“Aspetto la QuasiOmonima per darle il sacco e passare davanti”
“No, no, vai pure.”
“Ma poi si annoia…”
“Vai avanti”
“Maaaaa…”
“Vai, su!”

Koris non si sbagliava, c’era effettivamente un pozzo più largo del resto. Con un’eventuale continuazione attraversando il pozzo volando, ma Koris non ci ha voluto credere. Con molti sforzi di volontà, molta persuasione da parte del supervisore e molte maledizioni a ‘thieu in quanto assente (a cosa serve avere un principe azzurro se non viene nel momento del bisogno, signora mia, che tempi!), Koris è riuscita ad armare il pozzo e a scendere. Scesi dieci metri, qualcosa non quadrava, niente era evidente, il pozzo non suonava giusto.

“Non lo so, ho come l’impressione di non essere nel posto giusto…”
“Infatti, ti ho lasciato scendere perché era pedagogico”
“Ah”
“Infatti il pozzo è da attraversare”
“Merda!”
“Hai già armato un corrimano aereo?”
“No, me ne sono sempre ben guardata”
“Ah, vabbè, sarà la prima volta, allora”

Koris non vuole sapere come ha fatto. Però ha fatto. Al netto del terrore, ma ha fatto. Era abbastanza affamata (“facciamo come se fossimo in esplorazione, niente pausa pic-nic e mangiucchiamo ogni tanto”) e fiera di se stessa quando le è piovuto un pezzo di silice su una spalla, dall’alto del pozzo. Che ha preso l’imbrago e la parte più imbottita della tuta, quindi non ha fatto danni. Solo non è proprio da inserire nella top ten degli speleo-momenti.

Il disarmo e l’uscita si sono risolti con una collezioni di lividi nei passaggi diversamente larghi del Bourinet. C’è stata anche un’esercitazione di salvataggio su corda, quell’esercizio un po’ porno di cui tutti gli speleologi passano momenti di intimità a gambe annodate. All’uscita il supervisore ha commentato.

“Si vede che sei abituata ad uscire con gente più esperta di te. Però sai fare, ora è il tuo turno di passare davanti”

Koris in effetti si è resa conto che quando c’è ‘thieu sta così bene nella sua confort zone di capricci, quindi che vada davanti lui. Però forse è il momento di smettere.

All’ostello una truppa di speleologi affamati ha spazzolato una quantità immensa di patatine, salame, salatini e qualunque cosa potesse fungere da aperitivo per accompagnare la birra (tranne tre individue di cui non faremo nomi che hanno cercato di sbronzarsi a succo di mela). Poi LaCamionista è arrivata a portare in tavola la zuppa, un calderone in cui galleggiavano pezzi di carne di dubbia provenienza, carote, porri, sedano, farro e verdure che erano capitate lì per caso. La carne non proveniva dagli speleo-bimbi, si tiene a sottolineare.

La serata doveva concludersi con un briefing tecnico, invece si è conclusa con un sacco di gente che è andata a tirare fuori dal pantano la macchina di quelli che erano finiti a Autrans. Altro fatto degno di nota, lo SmartPhogn di Koris ha lasciato le sue sofferenze terrene, nonostante non sia stato maltrattato dalle strettoie del Bourinet. Ciò ha generato un sacco di disagio logistico. A palate.

Segue notte altrettanto poco sonnolenta perché la camerata riempita si era trasformata in una stalla e, incredibile ma vero, anche le ragazze russano.

L’indomani Koris era abbastanza convinta che sarebbe andata a godersi in sole facendo esercizio di corda in falesia. Altro grossolano errore.

“Koris, QuasiOmonima, voi andate sottoterra al Jackie”

E vabbè, che sarà mai una grotta di più? Questa volta il supervisore è un aitante professore di ginnastica part time, che per metà anno insegna ginnastica e l’altra metà sparisce in posti esotici come la Colombia. Koris, hai sbagliato tutto nella vita. E stai per sbagliare ancora.

Koris si era fatta la riflessione che i pozzi brutti&cattivi stanno di solito più in basso, quindi se armava i primi pozzi non c’era alcuno stress, tutto liscio e filiamo a casa tranquilli. Certo, come no.

Il primo pozzo è in effetti andato secondo i pieni. E anche il secondo sembrava andare secondo i piani, finché Koris non ci ha messo il culo dentro: due chiodi e 24 metri di vuoto sotto le chiappe. La configurazione ideale per correre da ‘thieu e dirgli di salvarla. Solo che errore 404: ‘thieu not found.

“C’è un pozzo enorme!”
“Uh, sì, proprio insondabile!”
“Ma io non so fare…”
“Ma sì che sai fare. Inizia col metterti comoda e non far strisciare troppo la corda, poi ti dico perché.”

C’è voluto del tempo e coraggio, una secchiata di coraggio. Però è andata anche questa. Una demolizione della confort zone in piena regola. Koris è arrivata al fondo del pozzo in preda alla ridarella isterica, che una roba così non l’aveva mai fatta.

“Ora te lo posso dire: la corda era una otto millimetri”

Ecco, armare un pozzo da sola da 24 metri di vuoto su uno spaghetto non aveva mai pensato di farlo. Fai te la vita.

Il resto del Jackie, dopo il momento di intensa emozione, è passato senza inghippi. Armo veloce, supervisori che pisciano nei pozzi, disarmo rapido e via veloci di ritorno in ostello ad occupare la lavatrice per lavare le corde. Che poi arrivano gli altri e ti fanno lavare la roba nella bacinella enorme, nonché ex abbeveratoio per le mucche. Bella la vita dello speleologo.

Koris, fiera di sé e piena di buone intenzioni, alle 17 ha salutato tutti per tornare in quel di Marseille. Era convinta che sarebbe stato un rientro facile, basta fare la strada al contrario e ascoltare Barbero (sì, Koris si era portata la scorta). Ma non aveva fatto i conti col GPS, che ci teneva proprio a farle visitare i villaggi di Simiane La Rotonde, Oppedette e altri posti campagnoli che quando Koris è sbarcata ad Apt le sembrava di essere arrivata a New York e, quando ha raggiunto l’autostrada a Pertuis, voleva baciare la terra. E la sera aveva male a muscoli che non sapeva di possedere. Senza contare i lividi.

Però, se tutto ciò ha instillato in Koris un dubbio di sicurezza di sé, forse è stato un vero stage utile. Devastante, ma utile, se Koris trova il coraggio di passare davanti.

Magari domani ti licenziano

Giorno ventinove e non si sono ancora accorti di niente. O magari si sono accorti di tutto, ma ti accettano così come sei. O magari si sono accorti di tutto e ti licenziano domani, che ne sai Koris? Fatto sta che se non la licenziano domani, Koris finisce il periodo di prova e resta per un po’. Dove “un po’” non è fino alla pensione, ma sempre meglio di niente. Forse è meglio un pizzico di felicità in scadenza che un’infelicità a tempo indeterminato (che poi anche lì ci sarebbe da pontificare, ma vabbè). O forse è meglio non pensarci proprio per nulla.

Koris continua a sentirsi un neutrino fra i neutroni, esempio ideale della sua sindrome dell’impostore, e vive un po’ allucinata dalla felicità, un po’ nel terrore di fare un passo falso e palesarsi per la truffa che è. Se qualcuno ha una guida dell’autostima a piccoli passi, ma anche a grandi falcate, si faccia vivo.

Mentre è presa dal suo “fake it until you make it” (ammesso che ci riesci), Koris si chiede se anche gli adulti funzionali, quelli veri, si sbaglino in continuazione. Che l’esperienza forse non è il non fare cazzate, quanto accorgersi sempre più rapidamente di stare facendo una cazzata ed evitare di perseverare nella cazzata. Come il tasso di reazione dell’oro che per qualche assurda ragione diventa dieci volte tanto e non ti quadra come oro più piombo a bassa energia si puppi molti più neutroni dell’oro e basta. Grande momento di “c’è un errore nelle simulazioni e io non so dov’è perché sono una minchia di mare”. Secondo grande momento di “magari non c’è niente che non va, ma io non sono abbastanza saputa in queste cose perché sono una minchia di mare”. Terzo grande momento di “sì, io sarò anche una minchia di mare, ma questa cosa mi puzza”. Si finisce che si scopre che le simulazioni non hanno nulla che non va, ma lo script che li legge finisce su una riga sbagliata e ti dà la somma dichiarata a Equitalia dell’azienda tanto sympa col BMW cabrio che si pronuncia in grossa crisi. Corretto lo script, il tasso di reazioni torna normale e tu come ti senti? Una minchia di mare, ovvio.

Koris si chiede se capita a tutti di fare questi errori del cappero che ti minano l’autostima o se sia una prerogativa personale. Poi magari domani la licenziano e the last great dance upon the Earth finisce qui, così finiscono anche le domande di sorta.

Sfere ebbasta

Dopo anni di scartoffie preceduti da due anni di boh, Koris aveva un po’ dimenticato di essere un fisico smanettone. O meglio, di essere un sacco di cose, ma di aver studiato soprattutto per essere un fisico smanettone.

Poi ieri ha sentito dire che c’era una giornata di irradiazione con i rivelatori a pallozze (davvero: sfere di polietilene con un contatore dentro, ogni sfera di un certo diametro conta i neutroni di una certa energia) e ha chiesto se poteva assistere. Tanto il dosimetro ce l’ha, bastava non lasciarla mai sola.

Koris è salita agli acceleratori, nel cuore di Neutronland, e si è ritrovata ad essere un’entusiasta bambina molesta di quattro anni e mezzo a cui hanno messo delle anfetamine nel Nesquick. Il camice troppo grande dava persino un tocco di credibilità alla cosa.

“Posso salire nella hall di irradiazione? Posso toccare il rivelatore? Posso mettere la pallozza sulla linea del fascio?”

Perché non la abbiano cacciata o non l’abbiano affidata a una baby sitter è un mistero.
Il tecnico le ha fatto sbirciare dentro l’acceleratore, dove c’era il plasma, una zuppa di ioni fucsia, color Barbie incantesimo della reazione deuterio trizio.

“Fai una foto e mandala a Capo Palpatine, digli che se vuole rifarsi gli occhi può sempre fare un salto”
In effetti lavorare per tre anni su quello che non sarà mai la più grande macchina per la fusione nucleare senza vedere… beh, nulla, è un pochino ridicolo. Dovevi aspettare di andartene e farti fare il plasma di Barbie da un acceleratore anni ’70, con gli indicatori ad ago e i la chiave di sicurezza che pare quella di San Pietro.

È vero che la (futura) sala di comando di Neutroni Porcelloni era più di design, con gli schermi a non si sa quanti pollici e la stanza della realtà virtuale accanto. Ma fa lo stesso effetto di una Ferrari senza motore lasciata in garage: sarà anche bella, ma non è utile. Meglio una Panda che macina chilometri, anche se si dovrebbe cambiare.

E poi arrivano i neutroni, si accomodano negli istogrammi dei canali, rimbalzano e rallentano nelle pallozze, ogni tanto ne scivola fuori uno dalla sorgente blindata di americio-berillio. Koris aveva dimenticato la piccola emozione data dal vedere l’invisibile e sapere che ehi, la scienza funziona, anche se ogni tanto sembra magia (ad alta enegia, in questo caso). L’alchimia della foglie d’oro chiuse in un cassetto con lo scotch “attenzione radioattivo”, che non sai se lo è davvero o se è un dissuasore. Il sandwich di metalli impilati, con l’indio al posto della sottiletta, che si deforma solo a guardarlo.

Koris è tornata a casa dopo le otto di sera, orario che fino a un mese fa avrebbe bollato la giornata come un “dies irae”, e invece no. Forse perché dopo tanto tempo Koris ha avuto l’impressione di fare cose per cui ha studiato otto anni. E perché, come dice Junior, è una brutta persona sperimentale.
Poi magari la settimana prossima la cacciano. O magari Koris odia tutti. Ma intanto…

Si lavora un sacco

Una cosa è sicura: Koris non ha più lo stesso tempo libero di quando lavorava coi Neutroni Porcelloni, in cui cazzaeggiava sul blog fra un file Excel e una riunione col MegaCapo. O meglio, più che cazzeggiare era una sorta di valvola di sfogo onde evitare di finire in penale prima delle cinque del pomeriggio. Forse all’epoca sapeva organizzarsi meglio, giostrandosi i ritagli di tempo, e ora non ci riesce più.

Cioè, insomma. Continuano le sensazioni strane, di cui verosilmente Koris si pentirà con dolore, perché quando cadi dalla nuvoletta di zucchero filato, cadi comunque dagli strati bassi dell’atmosfera e ti fa un sacco male. Però Koris non sente il bisogno di cazzeggiare, fra un sezione d’urto d’oro e una di bismuto. Perché in un certo modo si diverte, forse anche senza “in un certo modo”. Finirà probabilmente malissimo, ma intanto si portano a casa le giornate. Poi spesso e volentieri si portano a casa in bus, che senza dover guidare è anche meglio.

L’unica vera fonte di anZia è il cartellino da timbrare per la prima volta nella Koris vita lavorativa, con relativo monte ora monitorato in permanenza, pausa pranzo inclusa. A dire la verità, è una cosa che fa un po’ incazzare Koris, che ha fatto anni-secoli-millenni in ore supplementari senza badge, senza conti, senza niente. E ora che i trasporti rosicchiano l’orario, zac! Il cartellino. Cetriolo, is that you? Comunque Koris passa ogni mattina cinque minuti buoni a fare calcoli cabalistici, mentre i colleghi la rassicurano che tanto poi ci si abitua. C’è anche da dire che sono tutti calmissimi, o almeno, calmissimi rispetto allo standard di Neutroni Porcelloni, ove il più tranquillo aveva un cappio pronto all’uso appeso sopra la scrivania.

Incredibile ma vero, l’azienda si è fatta viva anzitempo per scrivere a Koris quanto le deve in materia di arretrati, ferie mai prese, conti vari. Ed è a tutti gli effetti un gruzzolo non trascurabile. I miracoli che fa la formula magica “se trovo delle irregolarità vi denuncio”.

Comunque sia non abbassiamo la guardia, che uno si distrae un attimo ed esce il grande Cetriolo Cosmico dalla sezione d’urto del vanadio. Però intanto Koris potrebbe essere quasi meno burbera del solito. O magari fra dieci giorni odia tutti e scrive a ex-Capo Palpatine in preda alla Sindrome di Stoccolma, ma intanto…

Scosse di assestamento

Innanzitutto, rassicuriamo gli animi: Koris è viva e lotta assieme a voi, e soprattutto non è stata chiusa un tokamak pronto all’uso da un Capo Palpatine vendicativo. Anche perché il tokamak sarebbe tutt’altro che pronto all’uso, ma vabbè, dettagli.

Koris è riuscita a fare il salto della quaglia e a scavalcare la recinzione fra Neutroni Porcelloni e… e quelli che i neutroni ce li hanno davvero. O almeno così promettono, Koris ormai è come San Tommaso, non ci crede se non ci ficca il naso. Anche se ficcare il naso nei neutroni potrebbe essere una di quelle esperienze che si fanno una volta nella vita, anche perché dopo la vita potrebbe dimostrarsi terribilmente corta. Ma anche qui, dettagli, cercheremo di tenere la testa fuori dall’acceleratore.

Il posto (e i post associati) potrebbe chiamarsi NeutronLand, che a Koris evoca due cose:

  • un luna-park pieno di cose radioattive con cui divertirsi, se le cose si mettono bene
  • il luna-park tenebroso e pieno di mostri di Silent Hill, qualora le cose dovessero mettersi male.

Esatto, Koris sempre fiduciosa nel futuro. Così fiduciosa che finché non finisce il mese di prova non mettiamo nemmeno la categoria apposita.

Al capo nuovo non è stato appioppato ancora nessun nome da blog. Forse Koris gli è ancora troppo riconoscente per il salvataggio da Neutroni Porcelloni. Fun fact: ha l’età del Replicante. Ancora più fun fact: ha una vita al di fuori di Neutronland e persino una famiglia, cosa che apre una voragine di differenza col Replicante. Staremo a vedere.

Koris ha potuto beneficiare delle navette per andare al lavoro giovedì e venerdì e… lusso vero. Altro che i macchinoni, la vera riccanza è un autista che ti scarrozza. All’evenienza anche con un bus. Dopo tre anni di 150 km al giorno alla guida, Koris ha giurato di non voler mai più toccare un volante. Che poi non sarà così, ma intanto…

Ad oggi Koris ha ancora qualche paranoia organizzativa. Perché da una parte le sembra di essere sempre stata lì (fa questo effetto lavorare in cose per cui hai studiato, al punto che anche l’Impostore sonnecchia?), ma è meno di una settimana che ha scavalcato la rete di Neutroni Porcelloni. C’è ancora qualche assestamento da fare.

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