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Caina attende

Essendo cresciuta a dosi massicce di “Cerentola” di Rossini, Koris è sempre stata abbastanza convinta che la migliore strategia è e sarà la mia vendetta il lor perdono. Insomma, di essere un individuo capace di provare buoni sentimenti di fronte alle ingiurie passate e ormai fossili.
(Poi ti presentano il duo malefico Mozart/Da Ponte che si canticchiano la vendetta è un piacer sebrato ai saggi, obliar le onte e gli oltraggi è bassezza e ognor viltà e finisce tutto in vacca. Come alla discussione della magistrale che poco mancava che il presidente di commissione dicesse “la proclamo dottore in fisica, baciamo le mani”).
Comunque, libretti d’opera a parte, Koris pensava di essere abbastanza vecchia da innestare la modalità emozionale “sticazzi” e riuscire a provare persino un po’ di umana pietà per certi soggetti, in quanto appartenenti alla stessa specie. Fino a prova contraria.
Finché non è piombato nella sua casella di posta, dopo più di due anni di silenzio, lui. Proprio lui.
Il SonnoDellaRagione.
(Quindi se i bookmakers del blog se lo giocavano spacciato 25 a 1, andranno delusi)
Si è ripresentato a chiedere Koris-notizie.
Si è ripresentato a fare autodafè per essere stato troppo duro con Koris mentre stavano assieme.
Si è ripresentato raccontando una storia di miserie degna di Emile Zolà.
Si è ripresentato a mendicare un’ombra di conforto.
Koris, sulle prime, ha provato un’ondata di rabbia, in nome un sacrosanto “cazzovuoi?”. Se nessuno ti ha evocato da quando hai smarmittato fuori dalla Koris-vita un motivo ci sarà, no? Chieditelo. La risposta è dentro di te (epperò è sbajata).
Poi Koris ha cominciato a pensare.
Ha pensato che venire a chiedere scusa a tre anni dalla fine è insensato. Come dire “il gatto è morto tre anni fa, ma lo abbiamo tenuto in questa scatola, se vuoi puoi accarezzarlo ancora”. Come se Grouchy si fosse presentato la sera di Waterloo sul campo di battaglia chiedendo “sono mica in ritardo?”. Come se servisse a qualcosa parlare adesso della rottura, quando non si è voluto ascoltare prima per evitarla, ammesso che ciò fosse possibile.
Poi Koris ha pensato alla sua storia da novella verista. Al fatto che preferisce leggere Zolà che vivere in un romanzo d’appendice. E lì le è venuto da citare “Shogun”.
Karma, ne?
Che è più o meno traducibile con “era destino, non è vero?”. E in quell’istante Koris non è stata in grado di provare né pietà né empatia. Solo un vago senso di sollievo all’idea del “avrei potuto esserci ancora in mezzo”.
Il SonnoDellaRagione se n’era andato compiangendo Koris e la sua “piccola vita di merda”, facendole fare una vera vita di merda. E ora che Fortunae rota volvitur ha all’improvviso nostalgia di quella normalità che tanto ha vituperato, ora che si trova nel momento del bisogno (in una situazione che sembra essere molto colpa sua). Ora che, a suo dire, ha bisogno di svegliarsi da un incubo e sperare che questi tre anni non siano stati che un sogno.
C’è da riconoscere che il messaggio è stato sapientemente costruito: prima il velato rimprovero per non essersi più sentiti, poi l’evocazione dei bei tempi andati con tanto di pentimento, la narrazione della sua attuale situazione miserabile e per finire il rimpianto, con l’augurio che Koris stia bene. Tutto infiorettato per generare sensi di colpa, magari un po’ di rimorso, e infine una risposta che apra uno spiraglio.
No, SonnoDellaRagione, no.
Koris non si sente per niente in colpa, pensando a te e pensando a sé. Nemmeno nel momento del bisogno. Hai sempre rifiutato tutto quando eri ancora in tempo (e anche fuori tempo massimo), ma ormai sei un fossile nei Koris-ricordi. Sei cristallizzato nelle zucchine bollite, nell’inverno senza riscaldamento, nel tuo sentirti sempre migliore di tutti, nella tua follia, nelle lacrime che sei costato a Koris. E non per la rottura, a tuo dire dura: per la vita che c’è stata prima. Per l’aver preso e troppo raramente dato. Per aver metodicamente distrutto Koris, avvelenandole qualunque cosa positiva in momenti già difficili. Per aver denigrato e gettato alla polvere quello che ora chiami “un sogno” e che all’epoca definivi “la schiavitù della routine quotidiana”.
No, Koris non prova pietà, né per la tua situazione spinosa, né tanto meno in nome della nostalgia dei tempi che furono. Koris non ti darà alcun sostegno. Koris probabilmente non ti risponderà nemmeno. Anzi, Koris non riesce a non sentirsi sollevata a vedere tutto questo con distacco e dirsi “guarda cosa hai rischiato”.
E sì, probabilmente Koris ha già un posto prenotato nel lago ghiacciato della Caina all’inferno per questa mancanza di compassione. Ma di vita terrena, l’unica di cui può ad oggi attestare l’esistenza, ne ha una sola. E il SonnoDellaRagione non ha più alcun diritto di farne parte.

Nota: qualcuno potrebbe dire “facile per te, tu ora hai ‘thieu”. È vero che la presenza di ‘thieu mette un no categorico a qualunque minimo fraintendimento di sorta, anche se ‘thieu fosse solo un’unghia della persona meravigliosa che è. Ma a onor del vero, questo post (e tutto quello che vi è legato) è a prescindere da ‘thieu, dai suoi occhi blu, dal sieguo Cupido, amo un bel volto, né so mancar di fé. Koris ha speso troppe energie e troppo tempo ad aggrapparsi al bordo dell’abisso prima, a ricostruire i cocci poi. Il non concedere nemmeno un dito al SonnoDellaRagione lo deve innanzitutto a se stessa.

bridgetjones

“Francamente preferirei pulire il culo a Saddam Hussein”

C’est ainsi que l’Amour de tout temps s’est vengé:
que l’Amour est cruel, quand il est outragé!

Fenomenologia dell’Uomo Paguro

Pensandoci bene, il PrincipeAzzurro© è il peggiore degli stereotipi di genere che si potesse inventare: l’uomo deve prendere l’iniziativa, deve corteggiare, deve farsi avanti, deve chiedere il numero di telefono, deve invitarti a uscire lui. Poi ci sarebbe anche la teoria secondo cui l’uomo ha da puzzà, ma lasciamola da parte. La donna deve essere conquistata, come la Kamtchatka a Risiko!, e farsi desiderare, come Babbo Natale. Princess in the tower, anche se la tower è un monolocale nel seminterrato.
Tuttavia, con buona pace di Costanza Miriano, Adinolfi e compagnia, il Gender si è già diffuso da decenni nelle menti dei virgulti. Virgulti che crescendo hanno dato origine a un terribile ibrido: l’Uomo Paguro.
Dicesi Paguro un individuo che nelle relazioni col gentil sesso, qualora codesto gli interessi, ha la stessa reattività dell’animaletto di mare: si chiude nel suo guscio ed esce solo quando le acque si sono calmate.
Magari il Paguro non era tale ab origine e lo è diventato col tempo o con le (non-)esperienze. Il punto fermo è che il Paguro si è costruito un guscio, lo ha arredato da PargurIkea e pensa di passarvi il resto dei suoi giorni. Il guscio è la sua confort zone, in apparenza sentimentalmente adiabatico e rassegnato al suo destino di crostaceo.
Se un individuo di interesse si avvicina al Paguro, questo rientra in fretta e furia nel guscio. Hai visto mai succedesse qualcosa. Anche se è stato lui a mostrare una zampetta pelosa. Guscio is the best, fuck all the rest.
Quando era in vacanza in Sardegna, Koris cinquenne era una grandissima cacciatrice di paguri. Ne aveva sempre secchielli pieni, brulicanti di bestiole all’apparenza felici (che venivano restituite al loro habitat a fine giornata). Koris-adulta ha quindi elaborato una strategia di caccia al Paguro.
Primo punto: l’avvistaamento. Paguro e guscio, sullo scoglio. Si è mosso, si è fatto vedere. Poi ha intuito la presenza di una Koris-cacciatrice e si è ritirato a vita privata. Questo è delicato frangente in cui il cacciatore si chiede se il Paguro sia non interessato, di altri gusti o semplicemente un po’ stronzo. Ma un cacciatore con intenzioni marmoree persevera.
Secondo punto: l’accertamento. Perché metti che ti sei sbagliato e hai catturato una lumaca di mare, poi quella si accolla e non te la stacchi più. Non è cosa, allora meglio le cozze. Koris consiglia di palesare la propria presenza tenendo il guscio del Paguro fra le dita. Si tratta di un modo per dire “io sono qui, ti guardo ma non invado il tuo spazio vitale”. Se son Paguri apprezzeranno.
Terzo punto: la confidenza. Il Paguro ha mostrato ancora le zampe pelose, ma fa il timido. La Koris-tattica prevede di porlo sul palmo della mano ed attendere che esca. Il Paguro acquista sicurezza e comincia a uscire, eventualmente a prendere anche l’iniziativa. Magari vi farà un po’ il solletico, ma fa parte del gioco.
Quarto punto: il sodalizio. Ormai la caccia è finita, il Paguro si fida e zampetta felicemente nel secchiello e sugli avambracci. Voci di corridoio dicono che se si bacia un Paguro potrebbe persino uscirne una sorta di principe azzurro. Che continuerà ad avere tratti da Paguro (come le zampette pelose), ma forse ha in media meno voglia di quistare la prima Kamtchatka che passa. Tanta perseveranza potrebbe alla fine venire premiata.
Nota: qualora aveste deciso di comprare una cucina Ikea, sinceratevi che il guscio del Paguro sia abbastanza capiente, poiché potreste dovervi soggiornare per un certo tempo.

paguro

Ovviamente, qualora fosse necessario dirlo, ‘thieu è un bellissimo Paguro.

P.S. Questo post è scritto female to male, ma niente impedisce di usarlo in qualunque altra configurazione vi venga in mente.

Broccolamenti letterali

Se non fosse giunto ‘thieu circa dieci mesi or sono a chiudere, più o meno definitivamente, la questione, Koris dovrebbe interrogarsi seriamente sul genere di esseri umani che attrae. Considerando forse anche le circostanze.
Ieri, palestra di roccia, Koris con l’amica A. Come secondo la migliore tradizione dei giorni piovosi marsigliesi, c’è l’universo. In tutta questa umanità arrampicante, anche un giovinotto con una maglietta recante “Go vegan for justice” (“Diventa vegano per giustizia”, così anche gli Amperodattili possono gustarsi l’aneddoto). Koris si chiede se costui sia un omologo del SonnoDellaRagione o se sia un vero e proprio virus diffuso su scala nazionale. Facendo spallucce, Koris torna alle sue vie per arrampicatori scarsi.
Dopo un po’ si accorge che il dichiarato vegano la segue. Per una ragione o per l’altra si trova sempre sulla via di fianco. Non arrampica neanche male, ma la cosa inizia ad essere sospetta.
E infatti il Vegano si accolla appena Koris si siede per allargare quelle torture cinesi che porta ai piedi, chiamate anche volgarmente scarpette da arrampicata.
“Ehi, ma tu sei italiana! Di dove?”
Koris riconosce ormai la faccia e il tono del broccolamento da una certa distanza, ma attualmente è molto più interessata al dolore dei suoi alluci.
“Son cinque anni che sono in Francia” risponde, col tono di chi non ha nessunissima vogli di fare converazione, girare al largo, raus! Ma per sdradicare i broccoli ci vuole il decespigliatore.
“Fico! E cosa fai qui? Studi?”
Per scollarsi di dosso certi individui bisogna caricare il fucile a pallettoni. Capace che se è così smaccatamente vegano sia anche ecobiodinamico e altre variazioni sul tema.
“Sono un’ingegnere nucleare”
Questo dovrebbe chiudergli il becco. Quello ride.
“Fai le bombe?”
“Eh, sì, proprio…”
Koris si alza per andarsene, il tizio cerca di andarle dietro.
“Aspetta, che via vuoi provare?”
“Guarda, sicuramente non la tua”
A quel punto di VeganoStammiLontano si sono perse le tracce. L’amica A. avrebbe proposto di rispondergli che Koris al cetriolo preferisce la salsiccia, nel caso tornasse all’attacco.
Ora, Koris dovrebbe chiedersi:

  1. Perché le sue chances di rimorchio aumentano vertiginosamente quando è implicato un imbrago?
  2. Perché le si accollano di preferenza individui improponibili e sempre SonnoDellaRagione-style?

Tuttavia, visto che Koris si aggira canticchiando Sieguo Cupido, amo un bel volto, eviteremo di chiedercelo. Almeno fino a eventuale nuovo ordine.

Roba da speleologi #2

(Post a base di turpiloquio e scene poco edificanti. Nascondete le nonne e i bambini)

Tutti gli speleologi del dipartimento (o quasi) si sono trovati sabato mattina sulla Sainte Baume. Koris era fra quelli che facevano lo stage di manovre di soccorso e autosoccorso.
“Imparate tutto per bene che poi andiamo a salvare quelli del CAF che sono nel buco di fianco e al solito non ne usciranno vivi”
Tanto perché il gruppo speleo del CAF goda di miglior fama.

L’operazione di autosoccorso più pittoresca in assoluto è il disimpegno verso il basso. Permette di passare momenti intimi con un pompiere come vittima o con la di lui fidanzata (Koris nelle vesti di vittima). Le tappe sono le seguenti:

  1. Raggiungere l’infornato in alto sulla corda. Primo passo particolarmente delicato in quanto il soccorritore entra fra le gambe dell’infortunato. Ancora più delicato se la vittima è un maschio e si vede arrivare un bloccante in acciaio molto molto vicino ai gioielli di famiglia.
  2. Ci si attacca alla vittima. Nella pratica, si sbuca da in mezzo alle gambe e ci si mette a cavalcioni sopra. Secondo la dolcezza del socorritore, potrebbe trattarsi di preliminari spinti.
  3. Montare un discensore sulla vittima. Qualora non lo avesse già montato, iniziano le palpate di chiappe per scoprire in quale punto dell’imbrago si trovi codesto maledetto discensore.
  4. Togliere la vittima dai bloccanti. Qui si ride se il soccorritore pesa 50 kg e la vittima 80 (Koris-vita vissuta). Per sollevare il malcapitato dai bloccanti la tecnica più in voga sono sempre le palpate di culo, seguite dal passaggio in mezzo alle gambe, fino ad avvenuto miracolo.
  5. Una volta liberi, si ramazza il proprio disordine su corda e si scende sul discensore. Si consiglia di coccolare la vittima, perché in fondo si è vissuta un’esperienza intima. A fare pipì si va dopo.

Qualora una simile descrizione risultasse nebulosa, youtube potrebbe chiarire la potenzialità erotica di una simile situazione. Ci sono delle foto di Koris intenta a tale pratica, ma non sono in nostro possesso (male!). Una side option predicata da ‘thieu è il metodo del taglio della corda. Metodo che se non ben praticato può rivelarsi piuttosto defintivo.

Se la vittima è sopravvissuta a tale trattamento più o meno intimo, bisogna apprendere come riscaldarla in attesa del marito geloso dei soccorsi. In pratica, si monta una tende con le coperte termiche. S’è deciso di fare ciò al bivacco a -100. Koris era in coppia con la fidanzata del pompiere, il resto tutti maschi.
“Allora io prendo queste due e le porto giù al bivacco”
“Certo, così insegni loro come ci si riscalda sottoterra”
“Ovvio, prima montiamo la tenda, poi ci chiudiamo dentro, togliamo le tute e ci riscaldiamo col calore dei corpi”
“Ahem, non per interrompervi, ma io avrei ‘thieu, il mio riscaldamento personale, due pozzi più in alto”
“E che problema c’è? Non sarà mica geloso! E poi basta dirgli che non è necessario che scenda…”
Che uno organizzebbe anche delle uscita inter-club, solo che rischiano di trasformarsi in un club per scambisti.

Tale intensa attività di presunto soccorso con la ridarella isterica, più un’andata-ritorno a -100 in omaggio, ha lasciato un segno indelebile nei Koris-addominali, che non si riprenderanno tanto facilmente. Una prova di più a conferma della teoria secondo cui la speleologia, anche senza (ma quanto mai?) rutti, puzzette in libertà e fango ovunque, non è uno sport per signorine ben educate.

Furia ma senza furia

(Koris ha in mente circa 6.5 milioni di post su questa falsariga, solo che si trattiene se no il blog potrebbe sembrare una di quelle porcherie che ammorbavano Splinder anni or sono. Solo senza le emoticon di cagnolini/gattini/pipistrelli glitterati)

Quando Koris stava col Senzaddio, viveva in una relazione a distanza bisettimanale, alla mercé di Trenitalia e dei perigli sulla tratta Valinor-Nebbie di Avalon. Tre giorni in cambio di due o più settimane di attese. Ovvio che nei famosi tre giorni, those three days, non esisteva molto altro che il Senzaddio. In quei tre giorni bisogna fare tutto, con la paura che sarebbero terminati di lì a poco. Quando poi il Senzaddio si dichiarò obbiettore di coscienza ai viaggi in Francia, l’ansia di Koris del godersela e la furia del fare tutto raggiunse vette incommensurabili.
Quella del Sonno della Ragione fu una relazione col timer sempre puntato e pronto a squillare. Prima perché a fine estate se ne sarebbe tornato a Bordeaux, poi perché sarebbe in Cile, poi perché chissà se avrebbe mai trovato un dottorato o un lavoro, poi perché doveva andare a vivere nei boschi con Jé e infine perché se ne tornava nel VarVunciume. Anche senza voler mettere a mezzo metafisici concetti quali la voglia di costruire assieme (che manco si poteva pensare di costruire il galeone dei Lego, per dire), il concetto del “goditelo finché c’è” era imperante, ansia e countdown erano la norma. Peggio della cottura delle meringhe.
E adesso?
E adesso Koris aspetta trepidantemente stasera perché le è stato promesso un pic-nic con tramonto a Les Goudes e si chiede per quale stupidissima ragione il tempo scorra così lentamente e non siano già le 17.
Però non è ansia, non è fretta, non è furia. Perché qui nessuno parte per il Sud America e non c’è nessun regionale Coast-To-Coast a riportare Koris a Boulogne.
È qualcos’altro. Koris non è attualmente provvista di una definizione operativa di tale concetto (innamorarsi deve essere come le malattie esantematiche, bisogna farlo da giovani che se no da alduti è molto peggio). Certo è che in così breve tempo non si era mai sviluppato un tale attaccamento.
Doveva esserci della melassa in quegli arcobaleni. E nessuno ha alcuna intenzione di lavarla via.
Nessuna furia, insomma. Certo è che se fossero già le 17 sarebbe meglio.

Docteur, je suis amoureuse, c’est grave?

P.S. Il servizio clienti del blog si scusa per il cambiamento di rotta, ma da quando Koris è tornata stordita dalla Sainte Baume gridando al telefono coi Maiores “temo che potrebbe essere l’uomo della mia vita!” il cinismo fritto è andato disperso. Stiamo cercando un backup della vecchia Koris-versione, ma non riusciamo a installarlo. Aspettate fiduciosi.

Il sonno della ragione: il prequel

(A grande richiesta, l’ultima puntata: come tutto cominciò. Una sorta de “La minaccia fantasma” ma senza Anakin Skywalker)

Era il giugno del 2011, a fine mese. A inizio aprile Koris era stata scaricata dal Senzaddio per lettera raccomandata, ma senza TFR, eppure si era rimessa abbastanza velocemente in virtù del brocardo “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. Quel sabato sera dopo la spiaggia non è che Koris morisse dalla voglia di uscire, ma le compagne di sventura dottorale insistevano tanto e un concerto di musica occitana può motivare anche i pigri. Così si mise il vestito bianco e nero rubato alla Cuginastra, gli orecchini dell’Amperodattilo e i sandali da frate e andò.
Lui era lì, coi suoi capelli neri tagliati da ragazzino, occhi castani che non avrebbero fatto male a nessuno, orecchie come i manici di una pentola, alto e secco come un chiodo. Persino carino. E guardava intensamente Koris. Il destino cinico e baro volle che le due dottorande conoscessero un italiano amico di Lui, così si finì per fare conoscenza.
“Ti va di andare a bere qualcosa assieme?” domandò Lui guardandosi intensamente i sandali sgangherati.
“Domani devo svegliarmi presto, abbiamo deciso di andare a spiaggia alla Calanque de Sormiou” rispose Koris.
Il giorno dopo, per qualche strano miracolo, se lo ritrovò a Sormiou, in costume da bagno e ossa sporgenti ovunque. Lui invitò Koris alla seconda parte del concerto quella sera e Koris non disse di no.
Passarono due settimane in cui Koris necessitava di fare stalking, ma le fonti erano parche di informazioni. Nel mentre Koris aveva scommesso con Junior che la conquista sarebbe stata rapida e veloce.
Ottenuto il suo numero di cellulare col buon vecchio metodo diretto “dammi il numero di Tizio”, Koris lo invitò nel mucchio assieme ad altri a un concerto della Vegetable Orchestra sull’Île du Frioul. Lui si presentò assieme a un’amica ingombrantissima che venne scambiata per la di lui ragazza. Koris, indispettita al sommo grado, usò la tecnica ninja del “facciamo finta di fare la corte a tutti gli altri” e alle quattro di quella notte stessa i due si scambiavano baci sotto casa di Koris.
Lui era molto dolce e Koris non chiedeva altro, dopo i modi bruschi del Senzaddio. Era anche molto serio, con un suo lato da poeta maledetto che sfogava suonando la chitarra.
“Sono un ragazzo selvaggio, adoro la libertà” proclamava a più riprese. Koris sapeva che a inizio settembre avrebbe finito il tirocinio all’università e se ne sarebbe tornato a Bordeaux dove studiava, forse o forse no. Contava di passare una bella estate e fine lì, del resto i primi tempi si sentiva più intrigata che innamorata.
Cosa passasse per la testa a Lui non era dato sapere, elemento che fu una costante in seguito. Pontificava di dottorati, ma per l’anno successivo, che ormai era troppo tardi. Pontificava anche di viaggi in Sudamerica, ma non sapeva nemmeno lui come/chi/quando, sul perché non discutiamo neppure. Koris lo lasciava parlare, nel mentre passeggiavano assieme per la Provenza. Lui si fidava di Koris quando Koris non si fidava di lui, ma Koris si faceva servizievole, fino a fargli da infermiera quando gli estirparono i denti del giudizio.
Poi a settembre Koris ebbe una sorpresa.
“Ho deciso di restare, in attesa del dottorato campo facendo ripetizioni e coi miei risparmi. Ma per te voglio restare”
Koris si sentì più che mai scombussolata. Stava bene con Lui, certo, ma non aveva pensato fino a quel punto. A lei piaceva perché rispetto al Senzaddio era normale, ordinario, standard, a tratti quasi noioso.  Lei contava di baccagliare un tipo carino in occasione della Summer School di Parigi, non di ritrovarsi un ragazzo servizievole che la portava a prendere l’aereo per Bamberga alle quattro del mattino. Koris cominciò a chiedersi se non meritasse fiducia per davvero.
Venne l’autunno. Koris ricominciò ad arrampicare al seguito di Lui. Nonostante ogni tanto Koris non fosse esattamente d’accordo con certe frequentazioni (hipoppettari, fricchettoni estremisti, vecchi appassionati di esoterismi assortiti), le cose andavano bene. Koris iniziava a crederci davvero e in dicembre si definì serenamente innamorata di lui. O forse si era solo affezionata, perché dopo sei mesi ci si affeziona anche al pesce rosso, ma non si poneva il problema. Persino l’Amperodattilo, quando lo conobbe, ebbe il coraggio di sentenziale: “Vedi di non fartelo scappare, questo!”.
Giunse dunque il 2012. Koris passò capodanno fra i ruolisti appena conosciuti, perché Lui doveva dagli amici suoi in Savoia. La sera del tre gennaio i due stavano rientrando nella tana di Koris, quando a un certo punto Lui si voltò:
“Ho deciso di partire due o tre mesi per il Cile con un’amica, a marzo. Che se inizio il dottorato poi non avrò più tempo per farlo. Voglio conoscere nuove culture. Anzi no, vogliamo fare un reportage sui modi di vita alternativi, magari un libro. Anzi no, voglio andare a fare woofing. Anzi no, voglio andare a trovare mia sorella”
“Ma tu vorresti che restassimo assieme comunque?”
“Boh, non so. Due mesi sono tanto tempo. Durante i viaggi la gente cambia. Poi non potrò chiamarti mai. E del resto non ti ho mica mai detto che saremmo rimasti assieme due anni o dieci o che so io…”
Koris ci stette parecchio male. Si sentiva vagamente tradita ad essere abbandonata nel momento stesso in cui aveva deciso che quel cucciolo indifeso così simile a un pulcino ne valesse la pena. Era talmente giù di morale che nemmeno un week-end di sci la consolò (il fatto che il week-end di sci fosse con la sua simpaticissima madre e di lei marito è un dettaglio). Così Koris si trovò di fronte il verdetto:
“Ho visto come ti sei comportata e non è questo che voglio dalla mia ragazza. Quindi possiamo stare assieme finché non parto per il Cile, poi ognuno per conto suo”
Koris, la cui ragione sonnecchiava già ma possedeva ancora uno scatto vitale, decise di farlo ingelosire alla morte la sera seguente a un compleanno pseudonerd, trasformandosi nella Paolina Borghese dei Geek e ballando Argentino. Lui si sciolse in lacrime una volta preso a quattr’occhi.
“Scusami, non volevo dire quello che ho detto. È che fra il viaggio e le domande di dottorato sono troppo stressato, non so nemmeno io cosa voglio”.
La situazione rimase sospesa così fino a due settimane prima della di Lui partenza. Quando una domenica sera post arrampicata si gettò sul letto di Koris sentenziando:
“Mi sa che ho preso l’influenza”
Solo che l’influenza non porta con sé sette giorni di febbre da cammello e tosse da espettorare la trachea. Koris passò giorni e notti con Lui tremante fra le braccia, ad ascoltare deliri sulla falsa riga “non mi lasciare, ho paura”, mentre la di Lui madre minimizzava la cosa facendo presente che non avrebbe pagato l’assicurazione sanitaria per così poco. Ci vollero svariate visite dal medico, una giornata al pronto soccorso e due settimane di Koris-notti insonni per capire che quell’influenza era in realtà una polmonite e forse ci volevano gli antibiotici adeguati.
“Ora che sto meglio vado da mio padre in campagna. Vedo se riesco a posticipare il viaggio. O lo annullo, il tempo di riprendermi. Non dimenticherò mai quello che hai fatto per me”
Due giorni dopo Koris si stava riprendendo dal debito di sonno e dallo stress, quando ricevette una telefonata.
“La mia amica vuole davvero partire e alla fine ha ragione, tanto ormai contro la polmonite ho gli antibiotici. Quindi domani prendo l’aereo per il Cile e per un po’ starò nella giungla. Non so quando avrai mie notizie”
Koris passò due mesi spiazzata, non sapendo se considerarsi libera o vedova bianca. O vedova tout court nel caso un’iguana gli avesse mangiato gli antibiotici nella giungla. Decise di continuare ad andare a vela ed arrampicare come se niente fosse, tanto doveva preparare il lavoro da presentare alla conferenza a Kyoto. Il tempo avrebbe portato le risposte.
E il mese di maggio riportò Lui sulla soglia di casa Koris, uno dei giorni in cui il Replicante sequestrò Koris fino alle dieci di sera in laboratorio.
Iniziarono strane meccaniche. Lui stava nel Var da suo padre, sperso nella campagna, cercando di far spuntare fagioli boliviani mentre attendeva le graduatorie di dottorato. Koris lo raggiungeva nei week-end, cercando di condividere la calura dell’estate imminente e l’amore per il lavoro dei campi, che sperava fosse viatico per l’arrampicata.
Poi una notte Lui si fece avanti:
“Se mi accettano a fare il dottorato a Marseille, ti propongo di andare a vivere assieme”
Koris si disse “perché no, tanto quel dottorato non lo avrà mai”. E infatti ci azzeccò in pieno: perché le borse di dottorato sono come i fagioli boliviani, bisogna innaffiarle e dirigerle con amore perché sboccino”.
Ricominciò un periodo in cui Koris, complice una pillola che non avrebbe mai dovuto prendere, vedeva tutto nero e cominciava a chiedersi quando sarebbe stata scaricata. Cosa passasse per la testa a Lui, al solito, non era dato sapere.
“Ora che so che non avrò il dottorato potrei andare a costruire capanne nel bosco. Oppure potremmo scappare assieme a Londra e trovarci un lavoro per fare soldi”
Koris lo lasciava dire, mentre annegava nella sua melma verde senza accorgersene. Di ritorno da un week-end di non-arrampicata in Ardèche, all’altezza di Martigues, con Koris di immotivato umor nero e sull’orlo delle lacrime, Lui prese la decisione.
“Cerco un lavoro da informatico a Marseille. Per la casa possiamo cercare qualcosa di pari al tuo affitto attuale, così non sarai troppo carica di spese mentre io aspetto di trovare uno stipendio. Ah, non ci voglio le piastre elettriche, tutto a gas. E poi la lavatrice non è necessaria, possiamo lavare da mio padre. E anche il frigo, conosco sistemi per conservare gli alimenti senza”
“Non sono molto convinta…”
“Facciamo così, un mese di prova senza elettrodomestici. Se è davvero impossibile ti giuro che compriamo tutto. Ci stai?”
“Possiamo provare”
Koris non lo sapeva, ma il Sonno della Ragione era appena cominciato.

A ognuno il suo

Uno dei tecnici, oggi in pausa pranzo: “La danza è il modo migliore per rimorchiare. Io faccio tango e salsa, le ragazze lo adorano, io mi sposto di locale in locale, così aumento la possibilità di conoscerne. E poi ho una moto, altra cosa che aiuta parecchio a rimorchiare. Tu, Krois, sei di origine spagnola, no? Quindi dovrebbe piacerti il tango”

Sabato sera, nel piovoso Vercors che però ha deciso di smentirsi e di non piovere, si sente il rumore di una cosa che potrebbe essere una discoteca all’aperto ma non vogliamo veramente saperlo.
“Spero che non intendano continuare con questa roba tutta la notte, che io vorrei anche dormire. Ora vado a consigliargli un paio dei cd che ho in macchina. D’accordo, sono danze della corte di Luigi XIII, ma si tratta sempre di musica ballabile”
Che se continua così dovremo trovargli un soprannome da blog. Forse. Koris non ne è sicurissima, ogni tanto si carica di vunciume quando pensa che potrebbe aver imbroccato il cammino per un nuovo Sonno della Ragione. Respira a fondo, cerca di non correre troppo e di fare come propose U Babbu per telefono: “se pensi di essere contenta per i prossimi quindici giorni, vai avanti”.
Certo è che con lui Koris si trova incredibilmente a suo agio. Riesce ad essere Koris in tutto il suo essere Koris, e non una sorta di improbabile principessa che misura le parole, il che è piuttosto rilassante. Lui è dotato di animo gentile e di una certa pungente ironia che fa ridere Koris per interi quarti d’ora. E ha dei begli occhi.
Poi si sa, i primi tempi sono sempre in offreta promozionale e l’immagine salla confezione è solo un suggerimento di preparazione (come scrisse la Cameo sulla scatola dei Macarons scaberci), ma intanto vivamus. Ammassando risposte per il Questionario.
In tre giorni Koris è andata a riempirsi di fango agli otto gradi del Aven des Saints de Glace, a scoprire da vicino cosa sia un meandro e a trascinarsi dietro otto chili di corda fradicia, così impari a fare la grande. Per un totale di otto ore sotto terra, col bonus di uscire nella foresta alle dieci di sera. Sotto la pioggia. Che forse si stava meglio dentro, avvolti nella sotto-tuta di pile rosa coi pipistrelli ricamati gialli. La scoperta salva vita sono stati i calzini in neoprene.
Nel Vercors sabato mattina era un brumoso inverno, con la neve all’entrata della Glacière e fra le fronde delle conifere. Nel pomeriggio la primavera splendeva sul Pas de Clé illuminando tutte la vallata di Grenoble. Sottotitolo smieloso della giornata: due reflex e una sola scheda SD, perché le passeggiate fotografiche si fanno per questo, per far prendere aria agli obiettivi.
Domenica Koris ha avuto diritto a un pic-nic sotto l’enorme entrata della grotta di Bournillon, prima di tornare ai 30 gradi marsigliesi mentre in macchina si ascoltavano canzoni zozze in francese antico direttamente dal 1600 (“La verità è che hai dato sfogo al tuo complesso edipico cercandotene uno uguale a tuo padre” ha commentato acido Orso qualche giorno fa). Giusto in tempo per arrivare a giocare di ruolo, l’elfa oscura è una cosa seria.

“Veramente più che spangola sarei italiana”
“Ah, bene! Allora ti piaceranno di sicuro le moto! Del resto siete il paese di Valentino Rossi!”
“…”

Indubbiamente ognuno ha il suo target di pipistrelli, non c’è altra spiegazione.

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