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Meno ventidue, il tanuki

A ventidue giorni dalla fine, Koris scopre un nuovo animale-guida e si chiede come ha potuto vivere fino ad oggi ignorandone l’esistenza. Dopo le oloturie e gli haiku a loro dedicati, questo blog vi presenta una nuova bestiola mitologico-nipponica: il tanuki.

tanuki

Qualora gli attributi non fossero abbastanza evidenti, anche l’espressione pare dire “CHE DUE COGLIONI”

Non è chiarissimissimo che razza di bestia sia, una sorta di miscuglio fra un cane, un procione, un tasso, un gatto e uno che ne ha le palle strapiene. Perché in gran parte delle rappresentazioni artistiche del tanuki, particolarità è proprio questa: testicoli enormi. Esiste persino una filastrocca al riguardo: Del Tan Tan Tanuki le palle stan / Seppure il vento soffiando non sta / Girando girando girando.

Se lo dice Wikipedia, Koris ci crede.

E Koris è anche abbastanza convinta che il tanuki possa essere un ottimo riassunto di questi ultimi giorni su Neutroni Porcelloni. Ma anche dei penultimi. E anche dei terz’ultimi. E forse di tutti gli altri giorni da un anno e mezzo e più ad oggi. Tutti sotto il segno del tanuki e del suo scroto gonfiato a mongolfiera.

Un’altra storiella interessante sul tanuki raconta che il siddetto animaletto scherzoso abbia fatto a pezzi una vecchia e la abbia servita in zuppa al marito ignaro. Che poi è il sentimento dominante dopo una riunione col MegaCapo: smembrarlo e farne una minestra da spacciare in mensa.

C’è poi la capacità del tanuki di cambiare forma e farsi passare per altri oggetti. Un po’ come Koris quando cerca di farsi passare per una persona competente, ma più buffo. Per esempio, una storia dice che si trasformò nella teiera di un monaco. Passiamo sotto silenzio ogni legame fra i testicoli e la teiera e quello che potrebbe aver bevuto il monaco, che questo non è un blog pornazzo. Zozzone sì, pornazzo magari no (per ora, dicono che il pornazzo tiri tantissimo, hai visto mai).

Quindi, da qui fino alla fine, Koris potrebbe votarsi al tanuki: un essere che si è fatto due palle così e ha una gran voglia di cambiare forma.

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Forza e coraggio che magari fra 22 giorni le palle si sgonfiano.

P.S. Si ringrazia Junior per aver condiviso cotanta sapienza con Koris. Da oggi mai più senza il tanuki.

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Marie Kondo e il repulisti dell’Amperodattilo

Per chiunque non abbia cazzeggiato abbastanza su Twitter negli ultimi cinque anni, Marie Kondo è una nipponica un po’ sciroccata che ha fatto i petecchioni col libro “Il magico potere del riordino”. La mission di costei, oltre a spillare soldi per insegnare ciò che un genitore cerca inutilmente di instillare in un pargolo più o meno disordinato, è di mettere a posto casa per mettere a posto la vita. Combattere il disordine degli oggetti che genera caos interiore. Da ciò si evince che Mari Kondo non ha studiato fisica, dato che per natura niente sfugge al principio dell’entropia, nemmeno gli ammassi di galassie, quindi figuriamoci il cassetto delle mutande. Ma tant’è, non è questo il punto.

Marie Kondo ha l’ambizione di insegnare a buttare tutto quello che non serve, con un grande discrimine: bisogna tenere solo ciò che porta gioia nella vita. Tutto il resto spazzatura, immondizia, monnezza, rumenta, rusco, poubelle, chiamatelo come volete. Si può parlare con l’oggetto, vedere se comunica allegria, stringerlo a sé e iniziare a preoccuparsi qualora l’oggetto risponda o ricambi l’abbraccio (a quel punto, più che mettere in ordine il caos interiore, serve un buon trattamento per la schizofrenia). E una volta selezionati i prescelti del cuore, bisogna dare loro importanza, valorizzarli, caricarli di significati, fare loro le coccole e, perché no, portarli a cena fuori prima di darsi a pratiche di feticismo assortite.

Marie Kondo, con questo minestrone di zen, animista e new age, ci è diventata ricca. Il suo metodo Konmari, opportunamente brandizzato, è persino arrivato su Netflix.

E poi c’è la corrente secolare del riordino, tradizionalista ma non per questo meno efficace, materialista e speditivo: la regola dell’Amperodattilo.

Dal molto meno altisonante e ancor meno glam nome di “repulisti”, non ha alcuna velleità animista, per quanto miri a un risultato finale molto zen. L’obiettivo è sottoporre la stanza a una sorta di Giorno del Giudizio per arrivare al vuoto spinto in cui nemmeno i quark osano creare tunnel mesonici per paura di far disordine.

Il criterio applicato agli oggetti da tenere assomiglia piuttosto da un processo dell’inquisizione, senza alcun avvocato difensore, in cui viene molto spesso emessa la sentenza “Questo è un cesso, si butta” senza possibilità di appello. Abiuri il disordine? Bene, purtroppo è troppo tardi, vai a farti un giro nel fuoco purificatore dell’inceneritore. Potremmo chiamarlo il metodo TorqueAmper per stanare l’eresia dagli armadi e preparare la venuta del vuoto celeste. Chissà se Amazon Prime è interessato. Abbiamo già pronte alcune puntate, tratte da una storia vera:

  • “In questa casa fra un po’ entrano i libri e usciamo noi”
  • “C’è un solo modo di mettere le pentole nel pensile impilandole e lo custodisco io”
  • “U Babbu ha una scarpiera solo per sé, mi pare troppo”
  • “L’armadio della vostra cameretta era vecchio da far schifo”
  • “Cosa me ne faccio di tutte queste camicie?”
  • “Tutti ‘sti servizi di piatti che ti regalano per le nozze io li butterei dalla finestra”

Koris, nel vano tentativo di dare una relazione d’ordine alla cucina, ha scoperto che il metodo TorqueAmper è molto più istintivo ed emozionale di qualunque comunicazione di gioia possa dare un oggetto.

Il collegiale B. e l’autostima di adamantio

Koris iniziava il quarto anno di università quando, nel brumoso ottobre 2008 in cui approdarono in Collegio Nami e Flu, venne imbarcato anche un candidato collegiale che in questa sede chiameremo B., sebbene abbia ricevuto una miriade di soprannomi, quasi mai lusinghieri (del resto il Collegio era una stronzocrazia e ne andavamo piuttosto fieri). Codesto singolare individuo era iscritto a fisica, anche se in corso d’opera passò a scienze biologiche, ma non fu questo a renderlo famoso.

B. era un idiota di diamante, di quelli che non si scalfiscono nella loro imbellicità ma che incidono sugli altri. Per dirne una, era convinto che Koris facesse medicina. Corretto una volta, due, tre, seimila, continuava ad esserne convinto. Al punto che, incrociando Koris nei corridoi della facoltà, le disse “ma cosa ci fai qui? Medicina è da un’altra parte” (a quel punto fu appeso a un muro e insultato, perché se Koris non è diplomatica adesso, nel 2008 lo era ancor meno). Ebbe il coraggio di tirare fuori il dubbio anche il giorno della Koris-laurea triennale, venendo irriso da tutti i presenti.

Cinese d’adozione, nel senso che aveva passato un anno in Cina, testa di cazzo per vocazione, B. si rese partecipe di innumerevoli agghiaccianti prodezze che nel suo cervello contorto lo rendevano l’idolo delle folle. Secondo gli altri Collegiali, ivi compresi i più timidi e introversi, era un soggetto da evitare come la peste. Per dirne una, quando trovò la carne in offerta alla Coop ne comprò una tale quantità che il frigo non poteva contenerla, quindi la mise sotto al letto. Lasciandovela per mesi, per la delizia del suo compagno di stanza. Per non parlare di quando offrì per cena quello che venne chiamato “il Sabbione”, ovvero una scodella d’acqua calda in cui galleggiavano grani di pepe, verdure crude non identificate, spaghetti non cotti e un uovo, crudo pure quello. Ma potremmo parlare anche delle sue esasperanti mail di spam nella mailing list collegiale, l’imbucarsi alle cene totalmente non richiesto e altre spiacevolezze.

Di tale individuo si persero le tracce quando uscì dal Collegio perché il numero di esami dati a biologia era imbarazzante e basso (no, non attacchiamoci la pippa del “avrà fatto altro nel mentre”: il Collegio ci dava borsa&alloggio in cambio degli esami fatti bene e in tempo, non c’era un reale bisogno di guadagnarsi da vivere). Nessuno ne sentì la mancanza.

Colta da curiosità molesta, Koris ha fatto a Google la domanda che tanto la attanagliava, ovvero cosa avesse fatto B. della sua vita. La risposta non si è fatta attendere.

B. ha un curriculum di otto pagine, in cui si definisce “biotecnologo esperto”, ma senza dottorato. Dice di aver frequentato sei università diverse, senza finirne tante, e di aver fatto parte del gruppo Facebook dell’università di San Diego (wow, minchia). Si dice traduttore dal Cinese, presso se stesso, sollecitato da importanti clienti, quali il sito web del risotrante di suo cugggino o simili. Mette i corsi che ha seguito a destra e a manca, ivi compreso ragioneria alle serali (?) fra le esperienze lavorative. Ora dice di essere alla ricerca di un dottorato ma anche di finanziatori per una start-up di successo, nel mentre acquisisce skill di multitasking e comunicazione lavando piatti e facendo caffè (sic).

Koris è rimasta affascinata da tale mole di fuffa scritta come se B. fosse candidato al premio Nobel (per la fuffa potrebbe anche essere, pensandoci bene). E le è subito presa un subitanea invidia, come ogni volta che le si para davanti chiunque abbia più sicumera che sostanza, con un’autostima di adamantio e pochi dubbi su se stesso. Che forse, se provasse un po’ più di ottimismo e meno vergogna per il suo passato dal 2000 ad oggi, Koris potrebbe avere delle prospettive e non ridursi alla morale della medusa. Ma tant’è, è andata così.

Forse potrebbe essere un’idea (e un finanziamento per la start-up) mandare in appalto il Koris-curriculum a B., che ha mostrato simili doti di infiocchettamento di fuffa. Ma conoscendolo sarebbe capace di scrivere che Koris ha fatto medicina.

Deception Island

(Nota: questo post non è sponsorizzato a fini turistici da pinguini brandizzati con velleità chiaraferragniche da influencer)

Se la vostra vita vi riserva solo frustrazioni o se siete nostalgici emo dei primi anni 2000, abbiamo la meta ideale per le vostre vacanze: Deception Island, l’isola della delusione.

Esiste davvero? Certo che esiste: a 120 km dalla penisola antartica, nel mezzo dell’affascinante oceano australe. L’isola, a forma di ferro di cavallo come un atollo da sogno, vi stupirà per le sue spiagge di sabbia vulcanica nera. Avete persino la possibilità di fare il bagno alle estremità settentrionali del mondo: visto che avete le chiappe poggiate sulla caldera di un vulcano, vi basterà scavare pochi centimetri nella sabbia per avere una pozza d’acqua a 40 gradi tutta per voi. E poi, volete mettere la soddisfazione di fare un bagno nelle “Forge di Nettuno”? Spakka di brutto.

Siete amanti delle rovine? Deception Island è il posto che fa per voi! Le stazioni baleniere del XIX secolo, ormai abbandonate, offrono un decoro speciale per le vostre voglie di decadenza. E poi volete mettere i big likes che vi fare sui social network con un po’ di ferraglia e qualche spettacolare luce del tramonto antartico.

Dal punto di vista naturalistico, Deception Island vi offre i pinguini. Un saco di pinguini. Pinguini che escono dalle fottute pareti (quelle che sono rimaste in piedi, insomma). Se preferite il giardinaggio, le prime piante fossili antartiche sono state scoperte proprio su queste sponde. Ora potete bearvi della verdura di qualche muschio o lichene temerario. Nella stagione giusta avete persino i fiorellini.

Cercate la solitudine? Siete serviti: non c’è nessuna stazione permanente a Deception Island, solo alcune installazioni estive. Le stazioni permanenti inglese e argentine sono state seriamente danneggiate dall’ultima eruzione del vulcano nel 1969. Si ricorda che in Georgia Australe vi sono ben 20 persone (e qualche migliaio di pinguini). Non vorrete mica correre il rischio di trovarvi con uno stronzo all’estremo sud del mondo? Infatti, mentlio Deception Island.

Qualora infine il vostro lavoro non vi riservi le soddisfazioni tanto attese, potete sempre limitarvi a stampare e appendere una carta di Deception Island nel vostro ufficio, in forma di muta protesta. Koris sta ancora aspettando che qualcuno se ne accorga, nel mentre prepara la sua fuga per il 63° di latitudine sud.

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Adesso è per caso vietato appendere carte geografiche passivo-aggressive sulla propria scrivania?

P.S. Sì, potrebbe essere un post da leggere in chiave allegorica. Vedete voi.

Vibrioni eco-friendly e non proprio per tutti.

L’altro giorno, mentre annegava in un mare di spam, a Koris è capitata sotto gli occhi una newsletter alternativa eco-friendly che annunciava “vivere senza frigo si può!”. Che è come venire a parlare di corde (e non da arrampicata) in casa dell’impiccato, perché Koris ha davvero vissuto per più di un anno senza frigo. Era l’epoca del SonnoDellaRagione, la cosa nacque come una sfida temporanea e si finì nella psicosi, ma si sa.

La newsletter pubblicizzava un libro, “La nostra avventura senza frigo” di Marie Cochard, secondo cui tutti possono vivere senza frigo, dopo aver letto 142 pagine di testi carini e relative foto pucciose e sovraesposte. Tutto molto bello, tutto molto simpatico ed eco-friendly. Ma è veramente così? Vivere senza frigo è davvero alla portata di tutti? Siamo schiavi della lobby dei congelatori? Koris vi offre la sua testimonianza, a partire dai commenti sui vari alimenti citati dalla tipa.

Burro: è sufficiente metterlo in un recipiente chiuso, riempito d’acqua per evitare che diventi rancido. Vero: lo facevano già le nonne, esistevano dei recipienti apposta. A ogni uso, togliete l’acqua e la rimettete. Il burro resta a temperatura ambiente e non è mai troppo duro. Ammesso e non concesso che d’estate non abbiate 35 gradi in cucina. In quel caso il vostro burro subacqueo è fottuto. Ah, qualora non faceste attenzione a non lasciare nessuna bolla d’aria nel burro spalmato nel recipiente, il vostro burro è ugualmente fottuto.

Porri, bietole, sedano, cipolline: da porre ognuno in un vaso di fiori, al sole, cambiando l’acqua regolarmente. Funziona benissimo, ma se avete la cucina che si affaccia su un cortile chiuso siete fregati, le verdure marciscono e basta. Potete decorare il salotto, perché no. Per altro, qualora si trovino nella stessa spesa porri, sedano e bietole, la decorazione di tutta la casa è assicurata.

Carote: prendere un vado pieno di sabbia e ripiantarle. Per averla provata, questa necromanzia vegetale non funziona per nulla. Non solo non conservano l’aroma, marciscono. Forse Koris non aveva la sabbia adeguata, ma pure il SonnoDellaRagione desistette a ri-piantare le carote, per quel che serviva. Vedi come sopra per barbabietole e cavoli rapa: il tempo di conservazione insabbiati e in superficie è del tutto comparabile.

Carne: esiste un solo modo, sotto sale, come si fa dalla notte dei tempi. Si mummifica il pezzo sotto sale, lo si tiene lì per 24 ore, dopodiché lo si avvolge in uno straccio e lo si tiene appeso al soffitto di una stanza con temperatura costante a 21 gradi per 21 giorni. Non ci sarebbe da aggiungere altro, del resto chi non ha una stanza termoregolata da dedicare all’impiccagione dei prosciutti? Ops, vivi in un monolocale di 30 metri quadri preda delle alterazioni termiche? Cazzi tuoi. Se per assurdo ti avanza una coscia di pollo o due polpette da cuocere, saluta l’amico vibrione.

Pesce: non se ne parla. Immaginatevi un pesce fuori frigo per più di due ore, magari d’estate. Senza frigo, o il pesce è cotto e mangiato, oppure lasciate perdere. A meno che non abbiate un giardino per affumicarlo a dovere e conservarlo.

Cipolle: pensate, potete metterle in una calza di nylon e farle spenzolare per la cucina! Oppure fare come l’Amperodattilo e lasciarle nella dispensa. Le cipolle stanno in frigo per comodità, non per necessità, non ci voleva l’eco-friendly a dircelo.

Formaggi: a pasta dura, resistono in una cantina buia e fresca, sotto la loro campana apposita. Se non avete la cantina fresca potete sempre guardarli avvizzire. Formaggi a pasta molle, addio per sempre, a meno di non essere amanti dei formaggi coi vermi. Ovviamente, la mozzarelLOL.

Yogurt: la tipa prende per assiomatico che lo yogurt venga fatto e mangiato illico, la conservazione non è contemplata.

Fragole, uva e simili: si consiglia di metterle a mollo nell’aceto. Koris dice anche no, mangiateveli subito. L’aceto non cambia assolutamente nulla.

Uova: ah, ma tanto anche nel supermercato le uova non stanno in frigo. E qui ci sarebbe da fare un poema sulle variazioni termiche in cucina. Se è estate, buongiornissimo, salmonellosi?

Latte: la tipa non ne parla, ma Koris vi dà la sua personale esperienza. Tre giorni fuori frigo (parliamo della confezione aperta) e diventa orribile. Koris è sopravvissuta all’avvelenamento avendo cura di farlo bollire ogni volta per eliminare le eventuali repubbliche di batteri.

Gelati: no, vabbè, ma di che stiamo a parlare?!

L’autrice dell’avventura ammette candidamente di consumare solo biologico a km zero, pochissima carne e prodotti caseari, di fare attenzione agli sprechi, di sapersi organizzare. Tutto molto bello, fantastico, meraviglioso. Ma per la Koris-esperienza senza frigo significa soprattutto una cosa: sei schiavo di quello che mangi e vivi nel terrore delle scadenze (e del cibo avariato). Bisogna trovare il tempo di fare la spesa tutti i giorni e, se non si rientra nel formato famiglia, prediligere le monoporzioni (che significa, au passage, più imballaggi e più rifiuti, a meno di prepararsi da sé gli shottini di passata di pomodoro, per dire, ma non tutti hanno l’hobby delle conserve per la domenica).

Per inciso, potrebbe essere utile citare alcuni elementi architettonici necessari, buttati lì come se fossero alla portata di tutti:

  • Una cucina spaziosa, soleggiata ma non troppo;
  • Una cantina senza topi vogliosi di divorarvi i formaggi, ovviamente pulita, impeccabile e un paio di metri sotto terra per consentire la temperatura costante.
  • Una stanza di impiccagione per prosciutti. Sembra che possiate usare la cantina, se questa ha i medesimi requisiti di cui sopra. E lo spazio, ovviamente.
  • Un giardino per affumicare il pesce senza ammorbare la casa. Terrazzi e balconi sconsigliati onde evitare pogrom condominiali.

Bonus: sarebbe anche necessario il tempo per rifornirsi e per fare conserve, insaccati, pesci affumicati, formaggi sul momento, collane di peperoncini e via dicendo. Magari non tutti hanno la Koris-vita di cacca, ma insomma, la vita non è solo cibo.

Qualora foste dei poveracci che vivono in città (orrore!), dove magari l’estate fa persino caldo e non avete la voglia di fare la spesa tutti i giorni perché lavorate a tempo pieno senza orari flessibili… beh, fate prima a rifornirvi da McDondald. O alla pizza a domicilio. Ovviamente tutte quelle ricette che dicono “lasciate raffredare in frigo per un’ora” potete dimenticarle nell’oblio dei secoli, perché nemmeno mettere il dolce sul davanzale in pieno inverno fa lo stesso effetto (al massimo ve lo scagazzano i piccioni). Ma magari la gente ora odia il tiramisù, vai a sapere.

È vero, fino ai tempi delle nostre nonne il frigorifero non c’era, al massimo per i più evoluti esisteva la ghiacciaia, e si viveva lo stesso. Tuttavia, qualora non si fosse notato, non era proprio la stessa vita: le donne, in particolare le madri di famiglia, non lavoravano o lavoravano poco, con molto più tempo a disposizione per cucinare e fare la spesa giornaliera. Capitava che si vivesse in famiglia “allargata” e ci fosse una nonna casalinga che aiutasse in tal senso. Era un altro modello di società, senza entrare nel merito del migliore o peggiore. Non è applicabile a scatola chiusa al terzo millennio. Se poi vogliamo raccontarci che l’umanità ha vissuto fino al XX secolo senza frigo, allora possiamo dire che è (soprav)vissuta anche senza antibiotici e vaccini, non è una ragione per smettere di… oh, fermi tutti, esempio sbagliato, scusate tanto.

Per concludere: possiamo fare un po’ più attenzione a quello che mangiamo e agli sprechi? Per esempio evitando di comprare sedici tonnellate di salsiccia con scadenza domani? Certo, così come si potrebbe fare attenzione a comprare roba “di stagione” evitando l’insalata di fragole e mirtilli a gennaio, ma anche la quinoa da agricoltura biologica direttamente dalle steppe del Cile (che anche se la quinoa fosse la più bio possibile, il trasporto non lo sarebbe). Dobbiamo per questo tornare a vivere senza frigo in nome del risparmio energetico, in verità non così pronunciato, con la paranoia dello smaltire carote sulla via del suicidio e prosciutti avvizziti sulla forca? Forse non è proprio indispensabile la demonizzazione (e negazione) del progresso.

zuul

Anche se, in assenza del frigo, non possono comparirvi per casa creature come Zuul e affini.

P.S. Sapete cosa rende più schiavo del vivere senza frigo? Vivere senza lavatrice e senza accesso a una lavanderia automatica. Ma di quello non vogliamo parlare.

Pressappochismo nucleare

“La settima tromba cadrà la cielo e avrà la forma di mille e mille neutroni!”

No, scusate, errore mio, mi sono fatta trascinare dall’entusiasmo di questo ritrovato medioevo in cui un ciarlatano con due idee (sbajate) e una manciata di terminologia a cazzo trascina le folle. No, scusate di nuovo, ritrovato medioevo un tubo, probabilmente Gioacchino da Fiore diceva meno cazzate e i contemporanei erano disposti ad ammettere quando pigliava un granchio.
Di cosa parliamo? Del “servizio” delle Iene sui Laboratori del Gran Sasso. Ora, la mia intenzione era di fare una critica puntuale ad ogni minchiata solenne venisse pronunciata, con relativo spiegone da qualcuno che, e pecchiamo di immodestia per una volta, qualcosina ne sa. Almeno, qualcosina di più di qualcuno che si improvvisa giornalista di punta senza pur tuttavia saperne niente dell’argomento.
Solo che no, non è possibile contestare tutte le minchiate dette, per la semplice ragione che sono troppe. Tutto è mal posto, fazioso, i video copia/incollati con la serità latitante. Termini tecnici buttati lì a caso.
Becquerel! Cerio/Cesio/Miocugginio! Radiazioni! Falde acquifere! Mutageni! Zona sismica! Acidodesossiribonucleico! Anche le due cose come vicesindaco, lei capisce che stuzzica la faglia, poi c’è la radioattività ma a destra, capisce, no?
Alle orecchie di qualcuno che ne conosce un minimo in materia, il discorso suona letteralmente così. Ma tanto è nucleare, è cacca, lascia perdere, non toccare.
E soprattutto, non conoscere. Che se magari conosci corri il rischio di scoprire che:

  1. Citare Fukushima non ha assolutamente senso per una pletora di ragioni che non si dovrebbero nemmeno spiegare. Si può argomentare la differenza fra un ananas e un paio di pantofole? No, perché non hanno niente a che vedere l’uno con l’altro. Fra Fukushima e i Laboratori Nazionali del Gran Sasso idem. Gli esperimenti che si fanno al Gran Sasso non riguardano la produzione di energia nucleare (l’Italia non ha più alcuna ricerca in tal senso, indovinate perché).
  2. Il Becquerel misura il numero di disintegrazioni al secondo, ovvero quante particelle (quanta radioattività, se vi piace) esce da un determinato campione. Dipende, fa le altre cose, dalla massa del campione, oltre che dalla sua composizione isotopica. La misura presa dal rapporto della IAEA (piesse, avete mai provato a leggere un rapporto della IAEA? Non sono esattamente letture della buona notte), presa per altro a cazzo, non vuol dire niente se non adeguatamente contestualizzata. Altrimenti è come dire “uh, Tiburzio pesa appena 30 kg!”, senza precisare che Tiburzio è un bambino obeso di 4 anni.
  3. Il cesio non è il cerio e no, non sono parenti. Il cesio 137 è particolarmente fetente perché è solubile e se introdotto nell’organismo si attacca ai muscoli scehletrici e lì fa danni. Ed è generalmente prodotto nei processi di fissione nucleare (sì, qui c’entra Fukushima, contenti?). Il cerio, invece, è un elemento della crosta terrestre. Il presunto criminale cerio 144 non ha nessuna delle caratteristiche del cesio 137. Le Iene si sarebbero divertite un modo a leggere le catene di decadimento, se ne fossero in grado. Non suona terribilmente bene il Pericoloso Proattinio?
  4. La sismicità. Qualcuno ricorda cosa accadde nell’aprile del 2009? Il terremoto che devastò l’Abruzzo, per dire. Quale occasione migliore per una fuga di materiale radioattivo dai Laboratori Nazionale del Gran Sasso? Eh, ma all’epoca non ce n’era. Sticazzi, fra sostanze radioattive e sostanze chimiche pericolose facevamo il pienone. Hanno citato il pericolosissimo piombo, e nel 2009 al Gran Sasso c’era OPERA pieno di piombo. Pensate, i laboratori sono progettati talmente male che non solo agli esperimenti non successe nulla, ma OPERA si riallineò da solo.
  5. Le autorità sapevano da due anni che ci sarebbero state robe radioattive. E grazie al cazzo. Magari voi non lo sapete, ma io sì (again, pecchiamo di immodestia, ma è così). Richiedere l’autorizzazione per importare e utilizzare sostanze radioattive è un fottuto incubo, com’è giusto che sia, anche per istituzioni che le manipolano tutti i giorni. Le sostanze devono essere tracciabili, devo avere un protocollo di utilizzo, hanno delle conformità molto stringenti, gli autorizzati a toccarle di fatto si contano sulle dita di una mano. Sapete cosa? È molto più probabile che vi venga sulla testa la veranda abusiva mentre aspettate il condono edilizio, piuttosto che l’INFN importi di frodo una sostanza radioattiva.
  6. L’idea che un laboratorio sia costruito in mezzo a una falda acquifera è talmente ridicola da non meritare nessun genere di commento.

Sulle interviste stendiamo un velo pietoso. Resta valida la vecchia metafora sul giocare a scacchi con un piccione: si può essere scacchisti di fama mondiale, non impedirà al piccione si sparpagliare i pezzi cagando sulla scacchiera. Perché è quello che fa l’inviata, fra una domanda priva di senso e un montaggio selvaggio in cui è chiaro come il giorno che le interviste sono state trasformate in quello che fa comodo. Onestamente ho visto video di complottari amatoriali montati meglio.
Ultimo punto: la ggggenta vogliono sapere. Come si dice in “Men in Black”, la gente è un animale ottuso, pauroso e pericoloso. Va bene, teniamoli informati su quello che succede al Gran Sasso, ma onestamente, l’Italiano medio ha gli strumenti per comprendere cosa sia una procedura di manipolazione di una sostanza radioattiva? La gente spesso e volentieri ha difficoltà a comprendere che il presidente del consiglio non è eletto direttamente dal popolo (e vota comunque), vogliamo spiegargli perché il cerio? Ultimo ma non ultimo, parliamo di quella gente che non comprende che i vaccini salvano la vita, che non vaccina i suoi figli per i metalli pesanti, l’autismo, la placenta di scimmia o che so io. E questo perché è gente informata che lo ha letto sull’internet, perché tanto gli esperti sono tutti inciuciati col potere.
Quel servizio è un abuso di credulità popolare bello e buono, che meriterebbe montagne di scuse e una ritrattazione in pubblico. Che non avverà perché tanto “nucleare = tanto kattivo!”, la ricerca in Italia è già in uno stato pietoso, chissenefrega se è tutto pressappochismo. Meglio cavalcare l’onda di una notizia che, a dirla tutta, è già vecchiotta di un mese (e mi ci ero già incazzata a suo tempo), andiamo in prima serata su un programma che ormai necessiterebbe l’eutanasia e facciamo i big likes!
Ovviamente, non una parola sull’esperimento che usa effettivamente il cerio, SOX. Anche perché s’è fatto di tutta l’erba un fascio, pare che al Gran Sasso ci sia il covo del SuperKattifo di un film Marvel che vuole avvelenare tutto l’Abruzzo; Shredder e il Tecnodoromo dei giorni nostri, portate le tartarughe che il mutageno lo offre la ditta. SOX, si diceva, è un esperimento di fisica fondamentale che cerca prove dell’esistenza dei neutrini sterili. Ahò, ma ancora ‘sti neutrini? Ma non c’avevano già il tunnel per annà a Ginevra? E che vi devo dire, saranno stufi di trovarci traffico.
Lo dico subito, così la Iena complottista di turno non sta a perderci tempo: questo post, ovviamente, non ha alcuna valenza gentista certificata all’università della strada. Sono un fisico nucleare, una precisina laureata al classico, mi sembra ovvio che sono pagata dalle lobby. Appena girerete l’occhio vi avrò contaminato gli arrosticini con sticazzio 546. Perché il mio sogno di bambina è regnare in un deserto vetrificato in cui nevica fallout radioattivo.
Ad mortem festinamus, peccare desistamus!

Sorgi, o Minchia di Mare!

(Post di divulgazione scientifica di altissimo livello, ma non solo)
Koris è arrivata alla bella età di quasi 31 anni senza sapere esattamente cosa fossero le oloturie, anzi, piuttosto convinta che fosse tutt’altro tipo di bestia. Per fortuna che un giorno giunse Santa SangueDiPorco a portarle l’illuminazione.

sangue_di_porco

Da quel giorno la vita non fu più le stessa…

A Koris si è aperto un mondo (sommerso). Anche solo la pagina Wikipedia avrebbe portato le Minche di Mare ad assumere prepotentemente il ruolo di animale totemico del blog. A parte la loro forma aerodinamica che le rende particolarmente adatte a metafore in ambito lavorativo e non, alcune features le rendono ancora più affascinanti, meglio dell’iPhone X:

  1. Non hanno un cervello vero e proprio, sono dotate solo di nervi attorno alla bocca che poi si diramano nel resto del corpo. Rimuovendo chirurgicamente i nervi del cavo orale, la Minchia di Mare è comunque in grado di muoversi e funzionare come prima, quindi non ha un sistema nervoso centrale. Probabilmente potrebbe anche guidare una Maserati.
  2. Si nutrono di carogne e rifiuti, ma solo perché non c’è McDonald lì in fondo al mar.
  3. Hanno una sola gonade, il che può facilmente indicare i maschi come singoli coglioni ambulanti. Gli individui femminili depongono pseudo-uova da una sorta di ano, togliendo ambiguità del caso come dietro-ma-davanti o dietro-dietro.
  4. Sono tossiche, esattamente come molti loro consimili umani coglioni e privi di cervello. Solo alcuni molluschi possono digerirle e anche qui le similitudini con uomini senza spina dorsale si sprecano.
  5. Se si sentono minacciate, le Minchie di Mare sputano fuori una sostanza vischiosa. Tuttavia, in casi d’emergenza, possono eviscerarsi, ovvero espellere le budella, i polmoni e l’unica gonade per distrarre i predatori, tanto in qualche settimana ricrescono. Questo aggiunge nuovi significati alla locuzione “cagarsi addosso”.
oloturia

Ogni commento è superfluo, forse not-safe-for-work.

Tutto questo sarebbe già meraviglioso di per sé e conferirebbe alle Minchie di Mare un ruolo di spicco fra queste pagine. Ma una nuova scoperta ha catapultato Koris e SangueDiPorco nel Nirvana del ridicolo, dove l’assurdità è di grado così elevato da sconfinare nel sublime.
In Giappone le Minchie di Mare si chiamano namako, con un ideogramma che può significare topo o lumaca di mare. E sì, sono considerate commestibili come in Cina, ma non è questo il punto. Alle Minchie di Mare sono state dedicate migliaia di haiku, di cui mille tradotte nel libro “Rise, Ye Sea Slugs!”.
Il caso ha voluto che il libro si trovasse su Google. E no, niente, che lo si dice a fare, Koris si è innamorata di cotanta gigantiforme cazzata e delle sue mirabolanti applicazioni prive di senso. Ci sono poesie per tutti i gusti: Minche di Mare filosofiche, Minchie di Mare innamorate, Minchie di Mare al lavoro (ebbene sì!), Minchie di Mare in cucina, porno-Minchie di Mare. Del resto, stando a una leggenda di NippoLandia, quando gli dei chiesero ai pesci del mare se erano pronti a nutrire gli uomini, l’oloturia rimase muta senza dare il suo consenso. Allora la dea Ama-no-uzume (inventrice dello striptease, perché qui non c’è proprio NIENTE di serio) cucì la bocca alla Minchia di Mare, trasformandolo in un orifizio lacerato senza labbra né lingua. Fu il silenzio della Minchia di Mare a ispirare i poeti, pare, dall’epoca Edo fino alla cultura popolare di oggi.
Ergo da oggi in poi, ove necessario, Koris citerà haiku contenenti Minchie di Mare. Sipario su un haiku letterario:

Senza più capo
Né coda, la mia scrittura
è una Minchia di Mare
(Soseki Natsume)

oloturia_di_design

Una Minchia di Mare di design.

P.S. Non potete dire che questo blog non arricchisca la vostra cultura!

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