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Passeggiatine, stagisti e ansie future

Koris è appena tornata dagli Ecrins, dove ha fatto una passeggiata molto carina fino al Lac des Pisses e dove si è molto lamentata di quanto siano tristi le stazioni sciistiche d’estate (omettiamo i ragionamenti sulle stazioni sciistiche che altrimenti diventa un post-pipopne). La passeggiata molto carina si è rivelata essere un giro a 2500 metri di altitudine, di circa 19 km e 1100 metri di dislivello, che ha lasciato Koris in perfetta forma (al netto della fame atavica che la contraddistingue) e ha devastato ‘thieu, in particolare i suoi piedi. Koris è stata molto contrariata dal non poter fare una seconda passeggiatina domenica, causa altrui piedi putridi. E dire che ha passato le due notti in tenda a dormire su un materasso bucato, ovvero sulla scomoda e nuda terra, trovandola poi non così male. Avrebbe anche già cominciato a fare piani per l’autunno, poi s’è ricordate che ormai si vive come se non ci fosse non un domani, ma nemmeno un oggi pomeriggio e ha smesso subito. Avrebbe anche detto che sarebbe il caso che venga la neve, ma effettivamente nel 2021 c’è stata la neve e… vabbè, che lo diciamo a fare.

Stagista J ha subito una cazziata Replicante-style (nel senso, come quando il Replicante era in vena di complimenti). Giovedì Koris ha ricevuto fra le mani una presentazione che assomigliava a sostanze organiche di rifiuto, quindi al culmine della rabbia è andata da Stagista J e gli ha detto “ora facciamo una prova con questo supporto che hai appena consegnato, poi ti faccio domande come se fossi io la commissione”. Stagista J ha farfugliato che non si era ancora fatto i riassuntini da imparare a memoria, Koris ha risposto “fregacazzi, ci hai lavorato per sei mesi, saprai dire due parole”, Stagista J ha detto di scusarlo che la ripetizione non sarebbe stata perfetta. Infatti è stata una strage. Koris gli ha intimato che lunedì mattina voleva una presentazione che avesse senso, e di tenere presente che l’epoca dei riassuntini da imparare a memoria è finita e sul lavoro nessuno lascia il tempo di preparare presentazione e riassuntini. Stagista J ha farfugliato che avrebbe dovuto lavorarci il week-end, Koris ha taciuto per evitare di prenderlo a male parole. Junior ha fatto sentire in colpa Koris scrivendole che lei era in montagna, mentre lo stagista soffriva.

Per essere onesti, lunedì mattina (ovvero oggi) Stagista J ha fornito una versione della presentazione molto migliore della porcata precedente. Koris ha cambiato qualche stato d’animo: l’amarezza per averlo dovuto cazziare perché facesse un lavoro decente; la soddisfazione perché allora proprio cretino non è; la colpa che magari l’ha giudicato male. Ha chiesto a Stagista J di correggere i sedici milioni di refusi e di rimandarla “al più presto”. Qualcuno ha più visto la presentazione di Stagista J? Ecco, appunto.

Come giustamente fatto notare da Er Matassa nei commenti, ormai Stagista J è in scadenza e il 31 mattina alle nove saremo liberi dalla sua presenza. Che voglia di essere già al trentun… o forse no. Koris sta cazzeggiando nel cervello per cercare di dimenticare che il 31 è anche il suo ultimo giorno a Neutronland prima del grande boh, dove boh sta letteralmente per boh. Perché chi lascia la via vecchia per la nuova, sa cosa lascia ma non sa quel che trova, solo che se la via vecchia è a tempo determinato, ecco, la via nuova ha tutto un altro sapore. Koris ha deciso di non pensarci, all’infuori della lettura di tomi di neutronica che spiegano le ricette per la migliore cottura di un polpettone all’uranio. La cosa che aliena ancora di più è cambiare laboratorio senza cambiare centro di ricerca, per cui sembra davvero che tutto debba cambiare perché tutto resti com’è. Ma intanto ci si caca un po’ addosso.

Gli ultimi aggiornamenti di Debian hanno lasciato il computer Blatto un po’ scosso, tant’è che ieri sera sosteneva di non avere alcuna scheda wireless, per gran sollazzo di Koris che non chiedeva di meglio che un troubleshooting serale. Però è innegabile che Blatto ha ormai sei anni sul groppone, che potrebbero essere anche sette data la sua natura refurbished, e per un computer sono tantilli (a meno che non sia Trillian il macbook eterno, ma questa è una’altra storia). C’è da dire che da un (bel) po’ Koris ha ricevuto dai Maiores un gheming leptop (sic) che staziona nella sua scatola per mancanza di tempo. Anche perché dopo anni di raffazzonamenti (Trillian fu il suo ultimo computer nuovo nel 2008, gli altri sono stati usati o ricondizionati), Koris ha deciso di volere una bestia, pertanto il gheming leptop deve essere pimpato. Ci stiamo lavorando.

Sta per ricominciare l’anno accademico, il che fa sì che ‘thieu sia lamentoso, si addossi tutte le responsabilità del mondo e sia di difficile gestione. Si prospettano tempi duri, per cui è il caso di pimpare il gheming leptop ed entrare nel mondo della videodipendenza per dimenticare quello reale, che peccato che WoW non sia più di moda.

Ci sarebbe bisogno di altri 20 km al di sopra dei 2000 metri per scollegare un po’ il cervello, con l’utopia di rimetterlo a posto dopo.

In effetti no, ci sta

Torrenti in piena e farfalle nei calzini

(Disclaimer: post con una o due foto fuori fuoco perché, mannaggialcazzo, si è scoperto troppo tardi che la modalità “apertura” e gli obiettivi 100% manuali non vanno d’accordo; la Pentax mente sui tempi di posa, accadono cose valide nel 1880, Koris si sfava e vuole buttare via tutto per darsi al selfie anche senza labbra a canotto. L’unica buona notizia è che anziché buttare via o macchina o obiettivi, basta girare la rotellina della modalità. Mannaggialcazzo si è già detto, sì?)

Koris è riuscita ad andare finalmente in montagna per la prima volta in questo periodo estivo, schivando di misura i temporali che si sono imbucati alla festa per due settimane. A onor del vero, è stato un flop. Koris non dirà che lo aveva detto, ma ‘thieu se n’è uscito che andare nel Champsaur a 2500 m sarebbe stata un’ottima idea. E in tempi normali lo sarebbe probabilmente stata.

I due sono partiti fieri e alteri dal campeggio alle nove del mattino, diretti al Lac des Pisses, che Koris aveva tradotto in maniera innocente “lago dei pesci”, ma invece no, pare essere proprio “lago delle pisciate”. Dopo vedremo perché se lo merita. Arrivati in località Prapic, i due si rendono subito conto che in quota c’è un sacco di neve, ma che ci frega, questa volta abbiamo i ramponcini, non ci ferma nessuno. Aspetta.

I due si incamminano lungo il torrente, passano un primo ponte in mezzo nugoli di mosche attirate da una produzione industriale di cacca ovina, si inerpicano per i primi tornanti. Fino a una passerella che attraversa il torrente Diolon sul pelo dell’acqua. O meglio, sul pelo dell’acqua in condizioni normali: in questa allegra giornata di disgelo la passerella è felicemente sommersa. Momento di esitazione da parte di Koris che vorrebbe non bagnarsi le scarpe da montagna e i piedi ivi contenuti. Poi alla fine si risponde che c’è una prima volta per tutto, anche per contravvenire al diktat dell’Amperodattilo “non mettere i piedi nell’acqua”. La corrente che cerca di portare a valle i Koris-piedi, non ci riesce, grande giubilo e grandi dubbi per il cuoio bagnato. Menzione speciale per i due giunti in loco in scarpe da ginnastica che hanno passato la sdrucciolevole passerella a piedi scalzi.

Regge lo cavalcone?

Si prosegue, dopo lo cavalcone, che lungo est lo cammino, ma grande est la meta. I piedi paiono asciugarsi, o almeno, l’attrito dà questa illusione. Si passa un secondo torrente non menzionato sulla descrizione, cosa che di solito non è proprio buon segno. Si vede gente tornare indietro. Superata quota 2000 m, si dovrebbe passare il torrente Blasil su un comodo pontone. Solo che il pontone è 404 not found, o meglio, resta una testa di ponte e quattro massi in mezzo a una cascata. Il resto deve esserselo portato a valle il disgelo delle nevi tardive. Koris e ‘thieu restano per un lungo momento su un masso in mezzo alla cascata; alla fine Koris ammette che le sue gambe diversamente lunghe potrebbero non permetterle di zompare sulla testa di ponte. E Les Pisses pisciano troppo per osare passare in acqua. Morale della favola: si torna indietro con le pive nel sacco e un senso di inadeguatezza in questo mondo di cicogne.

Koris si sta ancora lamentando che l’acqua è meglio sotto forma di neve che in forma liquida, quando ‘thieu fa notare che più in basso, a 1800 m, c’è una biforcazione per il Plateau de Jujal, magari si può andare a dare un’occhiata lì. Anzi, forse c’è pure un lago e con un po’ di culo si raggiunge l’Estaris. Koris bofonchia un po’, poi si rimettono in cammino, fra i formicai, le ortiche e le vestigia delle valanghe. Sul sentiero non c’è anima viva, almeno non umana.

Si arriva finalmente al Plateau de Jujal, questa volta senza ostacoli idrici. Il sole si fa vedere oltre un fastidioso velo di foschia, è ora di pranzo. Koris e ‘thieu si accasciano accanto a una cascata del torrente Diolon e ne approfittano per far asciugare le scarpe umide. Koris piazza sullo zaino i suoi calzini dall’odore assai poco invitante, che tuttavia vengono subito usati dalle farfalle come piattaforma di atterraggio. Segue riflessione che piacerà a Minestrella: Koris non ha le farfalle nello stomaco, al massimo ha i pipistrelli nel cervello e alle farfalle lascia solo i calzini puzzoni. Forse ci si può fondare una scuola filosofica, bisogna rifletterci un po’.

Farfalle di dubbio gusto e calzini sovraesposti

Finita la pausa pranzo e il momento farfalle feticiste dei piedini, ‘thieu si rimette in testa alla Filini dicendo “conosco il sentiero!”. Si segue il corso del Diolon, pregustandosi le foto al Lac d’Estaris, immaginando una traccia che risale il plateau. A un certo punto ricompare il sentiero, però de un’altra parte, ovvero sulla sponda opposta del Diolon, il cui corso vorticoso non si presta a guardi arditi. Ci sarà un passaggio più a monte, continuiamo a risalire. Si arriva in vista delle orribili seggiovie della stazione di Orcières-Merlette, che a Koris evocano non proprio edificanti ricordi dell’era SonnoDellaRagione (per la cronaca, l’ultima volta in cui Koris ha messo gli sci da discesa). Tuttavia del guado nemmeno l’ombra.

Arrivati ad una cascata, col sentiero che beffa dall’altra parte del torrente, tocca arrendersi: non si sentono abbastanza salmoni per poter risalire il corso dell’acqua. Koris, amminchiatissima col lago, propone di passare scalzi in un punto in cui la corrente è meno insidiosa, ‘thieu fa il pavido dai piedini nevicati. In cielo iniziano a triangolarsi nuvoloni neri al di sopra della foschia, ‘thieu piglia il cumulonembo al balzo per proporre di tornare a valle, tanto sono già le tre del pomeriggio. Koris è di umore non proprio gaio, per cercare di rallegrarla ‘thieu si mette a pontificare che si può tornare in agosto, fare un bivacco al Lac des Pisses con annessa foto notturna, quindi riprendere la mattina dopo il cammino per l’Estaris e quindi scendere a valle per mangiare come fogne ignobili come s’è fatto a Petarel.

La notte porta con sé quello che sotto la tenda sembrava un acquazzone, ma che al mattino si è rivelata essere sparuta pioggia di sabbia che ha lasciato la tenda sì asciutta, ma anche smerdata. Koris ha proposto di andare a lavarla sotto i temporali del Vercors la settimana prossima, un po’ perché è masochista, un po’ perché ha bisogno di una rivincita.

Pasqualcazzo reloaded

Koris non sa se l’anno scorso credeva davvero possibile vivere una seconda Pasqualcazzo. Forse no, forse pensava che il 2020 fosse un evento straordinario e non un semplice tracollo verticale da cui si sarebbe risaliti solo strisciando e incespicando ad ogni metro. Comunque Koris ha sentito così tanto questa Pasqua da pranzare ad insalata e cenare con l’avanzo di pasta al gratin. Certo, si può fare peggio di così, ma il livello di abbruttimento è mica male.

“Ehi, ma c’è l’uovo” ha detto ‘thieu, che nonostante l’umore urfido mantiene un più solido contatto con la realtà.
“Quale uovo?” ha chiesto Koris, per cui quella era una domenica qualunque di un mese qualsiasi di un lockdown qualunque, di uno dei sedici secoli di questa biblica pandemia.
“L’uovo di cioccolato, quello che avevamo comprato assieme per Pasqua”
“Ah, sì, vero che è Pasqua. Che merdata ‘sta storia che Pasqua caschi sempre di domenica, oh”

C’è da dire che ormai è un anno che le feste comandate crollano come birilli, forse è il caso di inventarne di nuove. Del resto non è così che funziona? Il calendario evolve. Facciamo di Ferragosto il dies contagi minimi e poi boh, qualcosa ci inventeremo. Fra qualche secolo magari arriverà una religione a caso a dare senso a tutto questo. Magari arriva pure un vaccino, ma chi può dirlo? Di certo non Koris che è prenotata per il settordici di lugliembre del duemilamai, quando invece si leccherebbe qualunque sieri, nel caso anche fra il piscio di cane. Finirà ad aggirarsi per i quartieri nord marsigliesi, alla ricerca di loschi figuri che ti approcciano chiedendo “Fumo? Pasticche? Astra-Zeneca?”.

In compenso è stata la prima pasquetta a memoria d’uomo (o almeno a memoria di Koris) senza una nuvola in cielo. Zero, nisba, nada. Visto che sua egoisticità eccellentissima il Giove di noi altri che sta all’Eliseo ci ha concesso spostamenti di ben dieci grassi chilometri, Koris e ‘thieu hanno passato il merendino alle calanques, a fare 400 metri di dislivello fino alla cime di Marseilleveyre. Koris ha una sordida voglia di andare in montagna, di quelle che non si tengono, al punto che saltellava sulle creste dicendo che se ci fosse stata la neve sarebbe stato perfetto. La neve, certo, a 500 metri in linea d’aria dal mare. ‘thieu borbotta che hanno perso tutto l’allenamento, Koris lo rimbrotta con “parla per te, anzi, non dirlo proprio se non vuoi che ti metta a dieta a bietole bollite”.

Koris aveva intenzione di passere il resto della settimana più o meno imboscata a fare finta di sbrigare un sacco di cose, invece no. Invece potrebbe prospettarsi una settimana della densità dell’uranio (lett.) che nessuno voleva e che nessuno è in grado di affrontare. A cominciare dal dover cazziare lo stagista J., che venerdì si è fatto scoprire su un aereo quando doveva essere incatenato a una scrivania.

Come se qualcuno si aspettasse ancora qualcosa di questi tempi…

Camera con vista

E no, non la vecchia versione di winsozz.

Se ne parlava da un po’ e stava diventando una di quelle cose irrealizzabili, come comprare una barca a vela per un giro del mondo o fare il cambio degli armadi. In questo caso si trattava di un bivacco in altitudine. Duemila metri, niente campeggio, niente tenda. Siccome era in ballo da un paio d’anni con un nulla di fatto, pareva destinato a restare sulla carta.

Invece no. Deciso il venerdì sera, realizzato il sabato. Con un’organizzazione tanto fulminea quanto improvvisata, al punto che Koris era convinta che sarebbe arrivata a quota 2000 metri in ciabatte. La scelta della meta è stata altrettanto arbitraria, decisa in autostrada il sabato mattina: andiamo in un posto in cui siamo già stati, così niente sorprese stile passaggi alpinistici, creste vertiginose e palle varie.

‘thieu aveva un solo chiodo fisso: fotografare la via lattea. Koris invece era più appassionata dal non assiderare durante una notte insonne. E se possibile senza morire di sete.Che insomma, le precedenti esperienze di bivacco col SonnoDellaRagione non è che fossero ‘sto spasso. Il disagio veglia sempre su noi.

Alla partenza del sento per i laghi di Petarel ci sono Koris e l’obbligatorio zaino da montagna anni ’90, l’unico zaino grosso che Koris riesca a portare senza eccessivo danno. Un po’ perché è l’unico più largo che lungo, un po’ perché è verde e viola e l’estetica è importante. Non è ben chiaro chi porta chi. Nel mentre si scopre che la maglietta “più sudi e meno puzzi” è una menzogna: puzzi eccome, ma la maglietta si asciuga andando. Nuovo nome: maglietta “tu sudi e io m’asciugo”.

Crisi mistiche di Koris che non vuole arrivare al lago senz’acqua ma che sta perdendo liquidi corporei a litri perché è il fottuto pomeriggio. Sopravvive sbocconcellando mirtilli, come se fosse il 1995 a Livigno con l’Amperodattilo. Ciò non le impedisce di arrivare al lago avendo fame.

Al lago c’è la folla: altre dieci persone che hanno avuto la stessa idea di mollare la civiltà e il vairus per passare la notte in altitudine. Solo che tutti altri hanno le tende, pusillanimi. Sono le sei: si tira fuori l’ambaradan di sacchi a pelo e mummie, ci si fa un the con l’acqua del lago, cercando di non farci finire dentro né pesci né rane.

Ore sette, un’ora prima del tramonto, un’ottima ora per cenare a base di pane e patè avanzato, più il cibo delle condizioni estreme, la soupe poule et vermicelles cotta sul jetboil. Koris non è ancora riuscita a capire se la suddetta soupe sia davvero buona o se risulti buona perché mangiata sempre quando si ha troppa fame. O forse è il jetboil, sempre lavato in maniera approssimativa, che le dà gusto. Forse non lo sapremo mai.

cena

Alta gastronomia, con alta si intende 2090 m.

Archiviata la cena, non resta che aspettare che faccia buio. Sulle cime circostanti calano le ombre, il lupo ulula (e il bivacco ululì, ahahaha, le grasse risate). Qualche pipistrello svolazza sul lago, sapendo che ci sono degli aficionados per assistere allo spettacolo. Koris guarda le stelle apparire in cielo e si suggestiona da sola perché è scema ha giocato troppo a Shadow of the Comet ultimamente. Appare anche un pianeta che potrebbe essere Venere ma anche Giove ma forse anche Nibiru, nel cielo a sud. Forse. L’astronomia stasera è un’opinione. (Nota: si scoprì dopo che era Giove, a Venere piace fare le ore piccole)

Alla fine fa abbastanza buio perché compaia anche la striscia della via lattea. ‘thieu si mette ad armeggiare col suo treppiede e la macchina fotografica da millemila euri; Koris fa cose nell’oscurità con un sasso e la Pentax sfigata. Ogni tanto ‘thieu le presta il treppiede per mezzo secondo, ma Koris preferisce sempre il metodo “a membro di segugio”. Le foto saranno indecenti, si troverà bene una scusa. Le meteoriti fotobomber (Perseidi?) però sono belle.

Seguitemi per altre astro-foto di cacca! (No, non seguite me, seguite Emanuele che sa farle bene e spiega anche cose sensate)

Sono le undici quando una bruna scende sui picchi e sembra espandersi al cielo. Per le foto anche basta così, si va a dormire. Koris si infila nel sacco a pelo con la versatile sottotuta speleo a guisa di pigiama (ma se fosse socialmente accetto Koris la userebbe sempre), sperando di non svegliarsi Findus. Ogni tanto si sente un rumore di zoccoli in lontananza, potrebbe essere uno stambecco o il capro dai mille cuccioli.

Koris si sveglia una prima volta alle sei e mezza, reduce da un sonno in cui c’entravano il vairus e club della caccia inglese in cui stavano tutti nudi, non vogliamo sapere. In compenso scopre di non essersi affatto surgelata durante la notte, robe da pazzi, lunghissima vita al sacco a pelo di piumino. Solo che fuori dal sacco a pelo il mondo è ancora sospeso fra luce e ombra, facciamoci un’altra ora di dormita. Alle sette e qualche tocca alzarsi e alzare anche ‘thieu.

Buongiornissimo kaffèèè uffa vediamo ki mi saluta (una marmotta, per esempio)

Si cazzeggia aspettando il sole, nella vana speranza di far asciugare i sacchi-mummia umidi di rugiada. Koris è molto felice di essere viva e di non aver perso nessuna falange, ‘thieu si bulla dicendo che la temperatura sarà scesa a 5-6 gradi, non di più. Come se poi non avessero appena passato due settimane in un meandro a 4.5 gradi…

Mentre si appropinquano alla discesa, vengono avvicinati da uno dei tendaioli compagni di bivacco.
“Ma come avete fatto a dormire senza tenda e senza niente? Noi ci siamo surgelati! Avete del materiale speciale che non si bagna?”
“Quello e un sacco di abitudine al disagio”

Koris passa i mille metri di dislivello successi a ripetere che si sente pronta per l’Ulvetanna (“E dove sta l’Ulvetanna?!” “Mi conosci, prova a indovinare”) o quando meno per la Patagonia (“Per adesso è la Patagonia a non essere pronta”). Poi si ricorda di essere uno stomaco montato su zampe al minimo sforzo fisico e entra in un loop a base di “ho fame”. Il pranzo consumato all’albergo del paese sarà taciuto per non offendere la pubblica decenza.

Forse aveva ragione il compagno speleologo D. quando consigliò “non datevi al bivacco in alta montagna, finisce che non riuscite più a farne a meno”.

Teste e polpacci

I trenta gradi si sono stanziati in Provenza e questo per Koris significa una sola cosa: fuggire ogni volta che si può. Magari non lontanissimo, è sufficiente il nulla cosmico di Seyne-les-Alpes, sulle rive dell’Ubaye, dove i gradi sono solo sette la notte e si dorme felici e avvolti nel sacco a pelo piumoso. La proprietaria del campeggio era a dire il vero un poco logorroica e aveva un conto aperto contro i parapendii, ma sono dettagli.

Koris aveva in mente una passeggiata tranquilla fra laghetti a duemila metri, ma ‘thieu ha preferito il devasto. All’ultimo momento ha deciso di girare la macchina e andare a parcheggiare in un luogo sperduto chiamato Les Clots, proprio sotto un monte dall’evocativo nome di “Testa di Luigi XVI”. Il perché di questa onomastica è sconosciuto. Quello che invece si è scoperto anche troppo presto è che la camminata durava solo cinque chilometri. Per mille e più metri di dislivello. Ah, e c’erano anche dei punti in piano. E dei punti diversamente in piano, molto diversamente.

Koris e ‘thieu si sono inerpicati fino alla quasi-testa-di-Luigi-XVI, finché arrivati quasi in cima si sono accorti che il sentiero si faceva un po’ troppo su una cresta un po’ troppo vicina a uno strapiombo. Si sono accontentati di arrivare a quaranta metri dal picco, prima di farsi dissuadere dal venticello dei 2400 metri. Uno a zero per la monarchia.

La domenica, prima di tornare all’afa marsigliese, il soggiorno è stato prolungato con altri trecento allegri metri di dislivello, alla ricerca della riva di un laghetto dove pranzare. ‘thieu si è incazzato per gli abbruttiti che invece di scarpinare vanno in montagna sul fuoristrada. Koris invece se la prenderebbe con chi non tiene i cani al guinzaglio come richiesto. Una coppia di vecchi rompicoglioni, insomma.

Oggi i polpacci di Koris grondano acido lattico da tutti i pori, così tanto che ci si può fare lo yogurt. E fa anche un caldo orrendo. Riuscirà Koris a sopravvivere fino a venerdì, giorno di ripartenza per il Vercors?

La Testa di Luigi XVI e la relativa scarpinata.

Distanziamento sociale fatto bene

Un giorno un team di scienziati bravi riuscirà a spiegare perché Koris non riesce a dormire in un letto ordinario come tutti gli esseri umani. In compenso dorme benissimo in tenda, nel suo sacco a pelo piumoso, mentre la notte delle Alpi sfodera le sue stellate da sei gradi centigradi. Di solito impiega quelle due ore ad addormentarsi, ma nel campeggio de La-Chapelle-En-Valgaudemar si piazza sul materassino dalla morbidezza del granito e ronfa in cinque minuti netti. Ibernazione? Mancanza di ossigeno già a mille metri? Misteri, qui a Voyager.

Sirac

Facciata Nord del Sirac

Dopo il confinamento, il trekking in montagna non è uno svago, è una necessità. Per staccare il cervello in maniera prolungata per 48 ore, per non vedere più il palazzo di fronte, sentire le marmotte che fischiano e non i clacson. E vedere la neve che quest’anno ancora nada de nada. Bonus: le ranocchie al lago del rifugio di Vallonpierre.

Perché Koris ha questa strana dissonanza personale, l’essere nata e il vivere al mare, ma avere sempre e comunque la montagna nel cuore. O non apprezzare il mare quanto il roccia-neve-ghiaccio (dell’incapacità di apprezzare in qualunque modo la pianura non parliamone proprio). Comunque lassù sta meglio in qualunque altro posto, tanto da avere pensieri folli come “ma perché non provare l’alpinismo una volta nella vita?”. Poi ti capita un soccorso alpino proprio sulla parete sopra al tuo naso e ti dici che forse la speleologia basta e avanza, ma solo forse.

Col de Vallonpierre, 2500 m.

Almeno due giorni lontani dalla civiltà, a praticare il distanziamento sociale senza sentir parlare del vairus. Che ‘thieu ha preso questa terrificante abitudine di tirarlo nel discorso ogni tre per due, ma non in montagna. In montagna il problema è mangiare abbastanza per far sì che lo stomaco si senta sazio per cinque minuti, visto che bruci tutti i nutrimenti che hai.

Insomma, come sempre quando va in montagna, la parte più difficile è sempre la solita: convincersi a tornare a casa. E non passare i giorni seguenti cercando su internet “riconversione professionale come malgaro”.

Obiettivo per il prossimo confinamento: passarlo qui. Un po’ caro farsi recapitare la spesa in elicottero, forse.

Ricetta per una Koris felice

Ci sono poche cose che rendono Koris felice in automatico come l’alta montagna. E questo da… da sempre, per dire. Cosa che potrebbe avvalorare la teoria secondo cui Koris sia la reincarnazione di una capra di montagna.

Quindi, quando ‘thieu ha proposto di fuggire in montagna per evitare la canicola marsigliese, Koris ci sarebbe andata anche in ginocchio sui ceci. O forse no, che per arrivare a 3000 metri nel Queyras le ginocchia servono.

Se esistesse uno stato fondamentale per le persone, quello di Koris sarebbe con le scarponi e lo zaino in spalla, a seguire una traccia su una pietraia, verso non si sa bene dove, basta andare in alto. Perché la vetta, o la cresta, o il lago è solo una tappa in vista della successiva. E poi, basta andare, accompagnati dai fischi delle marmotte a fondo valle.

Tutto quello che serve è stare lassù, con la consapevolezza di essere ospiti della montagna, che ti tollare a zampettare sui suoi fianchi, ma in fondo in fondo comanda lei (e per le grotte vale lo stesso discorso). E lì ci si sente piccoli, alla mercé di un gigante che può fare di te quello che vuole, se non segui le sue regole. Può lasciarti guardare le nuvole salire nel cielo e formare temporali dietro il Monviso, ma scaricarti fulimini e grandine sulla testa se ti attardi troppo. Forse sarà che Koris è piccola di suo, ma in quella piccolezza si sente a suo agio. Come un minuscolo pezzo di un enorme puzzle che, per quanto insignificante e forse inessenziale all’economia del tutto, si sente a suo agio lì dov’è. Al punto da voler fare i capricci quando è ora di venir via, come… come quando aveva due anni, per dire.

Forse non c’è una vera e propria ragione per cui Koris, nata al mare e attualmente abitante al mare, si senta veramente se stessa fra i picchi, le nevi e le rocce. Ma finché può andarci e sentirsi bene, non è il caso di farsi troppe domande.

Autoscatto al 10 mm, con vista su Rocca Bianca

Poi c’è Junior che invece sostiene che Koris è felice in altitudine perché scarseggia l’ossigeno, il Koris-cevello ha meno carburante per l’overthinking e quindi c’è l’effetto fattanza, con dipendenza associata. Che come teoria in effetti sta in piedi.

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