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Amebe essiccate senza batteria

Koris è abbastanza sicura di essere riuscita a bruciarsi nonostante la protezione 50+ da pelle parigina. Cotta al sole di montagna. Essiccata perché a un’altitudine di 2100 metri si è ancora troppo bassi per abbeverarsi a qualunque rigagnolo senza ritegno. E si è partiti con un litro d’acqua a testa per fare 11 km e più di mille metri di dislivello. Così impari a fare l’eroe, Koris, che non hai più vent’anni.
I laghi di montagna sono belli, ma sono ancora più belli senza le colonie estive che rompono i coglioni alle ranocchie. Senza che nessuno dei loro sorveglianti dica nulla. Tanto, anche se sei in un parco nazionale, cosa vuoi che gliene importi, restano delle fottute rane. E lascia che i pargoli scorrazzino urlando come invasati, tanto sono all’aria aperta. Poi ci si lamenta che le nuove generazioni non hanno più rispetto per nulla. Fatti una domanda e datti una risposta. E la risposta non è “brekekekez koax koax” (che magari in greco-batrace significa “avete assai rotto il cazzo”, vai a sapere).
Koris ha ricominciato ad avere gli incubi. Il che da una parte è rassicurante, poiché significa che Koris è sempre la solita vecchia Koris e dal 2005 non è cambiato nulla. D’altra parte, Koris non ha più l’età per svegliarsi angosciata nel cuore della notte chiedendosi chi è, dove si trova e perché stava facendo un test di fisica nell’aula del Regio Liceo.
‘thieu pontifica di bivacchi a tremila metri, di uscite speleo, di trekking. Perché ‘thieu ha l’energia degli animaletti e soprattutto di quelli che non si fanno 750 km alla settimana. Koris no, Koris ha le energie di un’ameba in decomposizione, ma finge di tenere botta. Perché è il motto dell’impostore, fake it until you make it. O almeno morire nel tentativo, facendolo credere agli altri.
Koris vorrebbe un suo vice da mandare a vivere al suo posto per questa settimana, ma pare non sia possibile. Quindi si disfa di magnesio convincendosi che sia la panacea per tutti i mali (spoiler: no), si ripete che comunque vada sarà un successo e ha organizzato un tempio privato a Toranaga fra le mura domestiche. Nel mentre rimugina che le piacerebbe calcare ancora una volta le pendici del Bernina come quando aveva otto anni, ma l’universo finisce troppo presto questa settimana per poterci pensare seriamente.

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Mezzi fallimenti

C’è chi esorterebbe a guardare il bicchiere mezzo pieno, ma nel caso di Koris quando il bicchiere è mezzo pieno, il contenuto è a scelta fra acqua fognaria e un long island con arsenico e sali di uranio. Quindi lamentele. Ma solo a metà.
Poteva andare peggio: poteva piovere. In effetti è piovigginato, chiamarla pioggia sarebbe eccessivo. E tanto si stava tornando indietro comunque.
Perché non solo Cabrespine ce l’ha con Koris, anche le montagne, per la precisione gli Ecrins, ce l’hanno con Koris. La neve non si è sciolta del tutto e a 2100 m di altitudine un nevaio vomitava acqua sul sentiero. Per la precisione era un torrente che non avrebbe dovuto essere lì, ma c’era, rivendicando il suo diritto all’esistenza. Si è scoperto dopo che forse si poteva passare sopra al nevaio, ma Koris si figurava già la neve che cedeva sotto i suoi piedi, facendola precipitare in una voragine gelida (era un nevaio temporaneo, non chiamiamolo crepaccio).
Vabbè, il Lac de Croupillouse sarà per la prossima volta.
Però Koris in montagna non è mai scontenta al cento per cento, forse perché al di sopra dei duemila mentri inizia ad arrivarle sangue al cervello e quindi comincia a capire qualcosa dell’esistenza. E poi Koris coi piedi nella neve uguale Koris felice (a meno che non sia in ciabatte, ma non è detto).
Anche Koris che si bagna la testa nel torrente in disgelo è Koris felice, così le si rinfrescano le meningi (no, Amper, nessuno si è ustionato, c’era la crema protezione +50).
Poi quando Koris sbuca in un altipiano nascosto e pieno di neve, dopo un passaggio per così dire atletico, dove camosci e stambecchi saltellano fra le rocce e si sentono fischiare le marmotte, Koris potrebbe anche restare lì, a fissare le nuvole che si rincorrono in cielo.
Probabilmente in una vita precedente Koris era un lichene alpino (stambecchi, marmotte e compagnia sono forme di vita troppo evolute).

Forse un lichene da queste parti non sta poi così male…

Inospitalità

Koris ha sempre pensato che il luogo comune sui Liguri inospitali fosse, a tutti gli effetti, un luogo comune non corrispondente al vero. Finché non è diventata straniera pure lei.
Sabato Koris e ‘thieu sono andati a fare una passeggiata che doveva essere facilmente accessibile, nella zona del genovesato. Si erano portati dietro il navigatore satellitare di U Babbu, qualora i cartelli non fossero sufficienti. I cartelli non erano sufficienti. Non solo, il luogo si è dimostrato talmente inospitale, fra strade e stradine intersecate in dimensioni alternative (tre non erano sufficienti), che il navigatore ha iniziato a girare in tondo fra un “ricalcolo” e l’altro. Il luogo è stato trovato dopo più di un’ora grazie a una botta di culo e alle indicazioni di un losco figuro che usciva da una stalla piena di mucche. Pastore 1, stracazzuta tecnologia del GPS 0.
Domenica secondo tentativo nella grotta che a Pasqua aveva rivelato un pozzo di 10 metri che non doveva esistere. Questa volta si è arrivati armati di corde e tutto quanto e si è riusciti ad avanzare per passaggi assai intimi, almeno fino alle gallerie che dovevano portare ai posti belli. Giunti lì, risalita infattibile su corda a noi. In mancanza di aiuti pastorali, si è di nuovo girato sui tacchi e rimandato a tempi migliori (o anche no).
Lunedì, odissea per giungere sul monte Beigua perché cosa potrà mai andare storto se si chiude l’unica strada di accesso causa fiera-degli-sticazzi? La passeggiata comincia a sette gradi nella nebbia con troppi km/h di vento. Ma quando esce il sole sembra valerne la pena. Finché il segnavia non sparisce a valle nel nulla cosmico e ci si ritrova a dover salire per la strada asfalatata perché “metti che ci ritroviamo chissà dove?”.
Insomma, la Liguria è meravigliosa, ma solo se conosci un locale. O se sei rimasto locale, che chi si è esportato ormai è definitivamente perso.
Disclaimer: questo post non si applica ad Amperodattili permalosi, che invece si rilevano munifici anfitrioni imbandendo pantagrueliche tavole.

Riflessioni di una (ex?) discesista

Koris discende da una famiglia di sciatori per parte di Amperodattilo. Non che U Babbu non scii, ma ci sarebbe da scrivere un lungo post in materia, magari un post duplice… vabbè, non perdiamo il filo. Senza tanti complimenti, l’Amperodattilo ha piazzato Koris sugli sci ben prima dell’età della ragione, ma si era sempre trattato di sci da discesa (sì, all’epoca in cui un nanerottolo di un metro e cinquanta sciava con due pali della luce ai piedi). Per quanto riguarda altre forme di sci erano sempre passati i seguenti messaggi:
“Chi fa sci alpinismo si ammazza”
“Il fondo è una cosa noiosa per vecchietti che passeggiano in tondo, e poi è tutto piatto”
Koris non ha (ancora) esperienza per smentire la prima; per quanto riguarda la seconda, l’unico commento fattibile è: col cazzo.
Iniziamo subito col dire che ‘thieu tanto buono, tanto bello, ma era convinto che Koris non sarebbe uscita viva dalla prima ora di skating. E invece anni e anni di rollerblade hanno dato i loro frutti, Koris non solo è rimasta in piedi, ma è anche andata piuttosto spedita per una pista blu, senza spiaccicarsi a terra nemmeno una volta.
Quindi ‘thieu ha optato per portare Koris su 5.6 km di pista rossa con 300 metri di dislivello per il primo pomeriggio, optando per una tranquillissima 16 km con 400 metri il secondo giorno.
Koris è sopravvissuta senza sputare organi interni di fondamentale importanza, in compenso ha male a muscoli che non sapeva di avere. Però è contenta, un po’ perché Koris in montagna è difficile che sia scontenta (ma non impossibile). Ma anche perché Koris cercava di qualcosa di diverso dallo sci di discesa per due fondamentali ragioni:

  1. Le ultime due volte che è andata a sciare era assieme al SonnoDellaRagione che ha fatto… beh, ha fatto se stesso. Incapace del “vivi e lascia vivere”, ha spannocchiato lo spannocchiabile a Koris con “sei lenta”, “guarda che sci vecchi che hai”, “che stile vecchio che hai quando scii”, “io sono molto più freestyle, yeah, tu sei una vecchia carretta”. La penultima volta fu talmente disastrosa che Koris dovette recuperare tutto il suo amore per lo sci rimasto per tentare un’ultima volta. E qui potremmo anche dire che forse era colpa della compagnia scellerata, visto che andare a comprare il pane col SonnoDellaRagione poteva essere uno spannocchiamento di palle.
  2. Da qualche tempo (forse da quando ha iniziato a invecchiare), Koris ha notato che le stazioni sciistiche non corrispondono al suo modo di “vivere” la montagna. Insomma, da qualche anno più che essere attorno ai 2000 metri pare di stare a Disneyland o a Riccione in agosto. Si vede divertimento, senza alcun rispetto per l’ambiente circostante o per chi lo frequenta. Quello che importa è solo più entertainement, più velocità, più fruizione. Che significa più gente che fa n’importe quoi sulle piste, più code agli impianti, più casino in genere e più incidenti. A Koris questo genere di “montagna” comincia a non andare più giù.

Koris, ma in particolare le sue cosce, hanno scoperto che il fondo può anche salire. E salire un sacco. E che una volta che si è in cima, esserci arrivati con le proprie zampe (che urlano) fa tutto un altro effetto rispetto all’aver poggiato il culo su una seggiovia. Suona come la giusta ricompensa per quei sedici litri di sudore espulsi quando fuori faceva -10. Ciò detto, scendere con gli da fondo, privi di lamine e quindi refrattari a qualunque controllo, equivale ad avere sprezzo del pericolo. Cosa che Koris non ha e si è pertanto piazzata a spazzaneve largo come quando aveva cinque anni. Non si è spiaccicata e anche questo è un grandissimo risultato. Certo, la mancanza delle lamine si sente un po’, soprattutto quando erano solo quei 25 anni che sciavi di lamine.
Comunque è finita che a zampettare nel bosco senza troppa gente attorno (e soprattutto senza snowboard nelle vicinanze), Koris si è anche divertita. Forse sarà che è troppo adattabile e si fa piacere tutto.
Ad ogni modo, prossima fermata: iniziazione di sci alpinismo. A seguire, foto di quello che si è portato dietro la reflex, se no lo zaino non era abbastanza pesante.

Crevoux

In fuga alla Pierre

Il problema è che ci si abitua anche troppo, in due settimane di sparizione sotterannea, senza wifi, con poco telefono e tagliati dal resto della civiltà umana. Almeno, dalla parte della civiltà che non considera socialmente accettabile aggirarsi con una tuta piena zozza e una sottotuta con l’odore di un mammuth avariato.
Koris si è odiata un po’ per due giorni per aver detto “no” quando le hanno proposto due notti al bivacco a -450. Quando però all’alba del terzo giorno la sua lampada ha deciso di aver vissuto anche troppo da dicembre ad oggi, decretando la fine dei suoi giorni, Koris è stata felicissima di essere più vicina alla superficie dei -450. Koris è tutt’ora in lutto per la sua lampada, in viaggio per Grenoble per la riparazione, e se non fosse stato per un casco in prestito la settimana successiva poteva essere speleologicamente complicata.
In assenza del bivacco, Koris ha ovviato con uno stage personalizzato in disostruzione di strettoie troppo intime. Coi mezzi pesanti. Ecco una rappresentazione artistica delle Koris-attività:

All’attivo ci sono 75 metri tutti nuovi che forse continueranno l’anno prossimo, forse no. Peggio di una serie tv. Koris ha proposto come nome l’Abisso delle Chiappe Fredde, ma per ora non è stata ascoltata. La vita è ingiusta.
C’è stata poi una scampagnata veloce a -260, nella grotta principale che consta due fiumi, uno dei quali non veniva visitato dal 1998 (che detto così sembra ieri, e invece…).
“Dobbiamo passare il meandro E.T.”
“Perché E.T.?”
“Perché E.T. telefono casa e quando sei in quel meandro vorresti solo telefonare a casa che vengano a prenderti”
Koris nel meandro ci si è anche incastrata, ma stavolta è uscita con le sue forse in un tempo ragionevole. Ha ripetuto ossessivamente per sette ore “Se stasera oltre alla ratatouille non fanno anche delle salsicce, mi mangio qualcuno”, ma è sopravvissuta a tutti i 200 metri di pozzi. All’uscita ha mangiato come un cesso due cessi in parallelo, ma era tutto vuoto a rendere.
Nota dolente: troppi bambini a scorrazzare per il campeggio. Koris ha avuto una crisi della sindrome di Erode e ad ogni pianto a dirotto borbottava “non bisogna cuocerli vivi, sotto i cinque anni”. Puoi fuggire sottoterra quanto vuoi, ma al ritorno alla base troverai sempre un moccioso spannocchia-gonadi che ti darà ragione di riversare tutto il tuo istinto materno verso i pipistrelli.
Mocciosi a parte, piogge torrenziali a parte, a Koris forse ha fatto bene staccare un po’. Dal lavoro, dalla routine, dai suoi demoni, dalla sveglia alle sei mezza. Anche perché nel nulla cosmico della Pierre Saint Martin, accherchiati da un sacco di pecore, i problemi sembrano ridimensionarsi molto. Saranno gli svariati chilometri al giorno con zaini che ridimensionano di molto le proprie priorità: un sacco di cibo, un materasso, una doccia. Quest’ultima da conquistare contro un’orda di cinquantenni inglesi taglia forte. Una sera di particolare rincoglionimento, uscendo dalla doccia, Koris si è chiesta chi avesse mai portato una poltrona di velluto rosso nei cessi. Diremo che non ha riconosciuto la forma umana per mancanza dei suoi occhiali sul naso.
Tornare a casa genera una sorta di shock culturale, soprattutto alla lavatrice, che si vede costretta ad ingoiare svariati chili di vestiti sporchi. Ci si consola dell’idea di dormire in un letto vero e non sul materasso gonfiabile in tenda sotto gli elementi (presente “La sentinella“? Uguale). Ci si consola anche col pecorino del Bearn, comprato non tanto a chilometro zero quando a metri tre in un alpeggio che probabilmente non ha mai visto passare una certificazione di qualità europea. Ma va anche bene così.
Nella speranza che i brutti pensieri restino in vacanza ancora per un po’.

Cottura al ghiaccio

Koris non frequentava un ghiacciaio, se va bene, dal 2001, quando in vacanza coi Maiores era andata fino al fronte del ghiacciaio del Morteratsch. Ora che ci pensa ci sarebbe anche il Plateau Rosa a Cervinia nel 2007, ma visto che ci si arriva sopra in funivia ed è pieno di gente, Koris lo considera troppo mainstream per essere un vero ghiacciaio.
I ghiacciai costano fatica, sudore e bolle sui piedi. Più una certa dose di autolesionismo, sarà per quello che Koris li adora.
Quindi Koris ha cominciato a stressare chiunque le stesse attorno e fosse recettivo per essere prontamente riportata su un ghiacciaio.
I Maiores declinarono dicendo “c’abbiamo un’età”.
Il fratello Orso ne ebbe abbastanza dopo l’esperienza delle creste del Monte Carmo e si defilò dicendo “belin!”.
Gli amici collegiali fissavano Koris attoniti con lo sguardo del “Esepoitenepenti?”.
Il Senzaddio glissò dicendo “io sono un uomo di mare, su quei sassi non ci voglio salire”.
Il SonnoDellaRagione snobbò dicendo “non c’è niente di interessante su un ghiacciaio, non vedo veramente alcuna ragione per andarci”.
Poi venne ‘thieu.
E venne il Glacier Blanc nel Parc National des Ecrins.

glacierblanc

Ed semplicemente bellissimo.

A Koris stava venendo la sindrome di Stendhal a quasi 3000 metri di altitudine, mentre saltellava come una capra da una roccia all’altra, come quando aveva cinque anni e i ghiacciai così grossi e lei così piccola. E si è innamorata di nuovo (del ghiacciaio, ma anche di ‘thieu che permette tutte queste follie).
Insomma, Koris si è cotta al sole del cielo alpino, nonostante i chili di crema spalmati più e più volte, con gli occhi a cuoricino nonostante il riverbero.
E ha deciso di non far passare altri quindici anni di qui al suo prossimo ghiacciaio. Ma la prossima volta vuole andarci con ramponi e picozza.

Relax particolari

Ci sono settimane di pensantezza insensata che passa dall’inadeguatezza alla buona vecchia sindrome dell’impostore, per finire con la stanchezza cosmica. Poi ci si mette il meteo delle Hautes Alpes che prevede temporali a Ceillac per sabato e domenica. E ti ri-viene voglia di passare il week-end chiuso in casa a meditare sull’inutilità dell’esistenza.
E poi c’è ‘thieu che si impunta e dice “no, andiamo lo stesso, non sarà il primo temporale in montagna per nessuno dei due”. Come dire, per Koris il Lago del Monte è una filosofia di vita (ma c’è un post su codesto aneddoto familiare?).
E si arriva agli otto gradi di Ceillac per vedere le nuvole che arrivano dalle cime ancora imbiancate e Koris che prega “non domani, per piacere, non domani!”.
A onor del vero l’indomani non piove, il tempo è solo coperto. All’urlo di “ma dai, quante volte a fondo valle faceva un tempo di merda e appena saliti in quota c’era il sole?”, vogliamo crederci fermamente. E ci sono le scarpe da trekking che Koris deve collaudare sul serio, che cacchio.
Si sale sul versante della Cascade de la Pisse col sole che ogni tanto fa capolino fra le nubi. Ci crediamo ancora di più, tanto per non farsi mancare niente negli zaini c’è sia il k-way anti-uragano che la crema solare.Quota 2200, Lac du Miroir con una corona di cime imbiancante attorno. Koris urla “Oooooh, c’est beau!” e in un attimo ha di nuovo otto anni e zampetta come una capra fra una roccia e l’altra. Sessione fotografica di routine, col nuovo 10 mm che conferma i 400 euri meglio spesi degli ultimi anni. Le nuvole fanno avanti e indietro.
La marcia è appena ripresa che Koris sente uno strano plick! plick! plick! sul braccio. Non è pioggia: è grandine minuscola. Continuiamo, se peggiora torniamo indietro.
Si arriva alla parte brutta della camminata, passando per le piste da sci che sono una vera e propria ferita nel paesaggio. Un po’ piove, un po’ grandina, un po’ c’è un vento sgradevole. Le nuvole arrivano proprio da davanti, brutto segno. Su Ceillac, più in basso, solo nuvole nere.
“Che facciamo, torniamo indietro?” chiede ‘thieu.
“Beh, non conosco il meteo locale, ma magari le cime disposte a circolo intrappolano le nuvole. Proviamo a passare il colle, poi facciamo marcia indietro”
Sulla pietraia che porta al Lac de Sainte Anne nevica. Ma non la pioggia mista a neve, non lo sputacchio malaticcio che ci si aspetta a metà giugno. Fiocchi grossi che paiono usciti da un film ambientato a Natale. Finché non si arriva al lago.
E c’è il sole.
E c’è il lago con l’acqua blu con la neve che ci getta dentro, con le cime da 3000 m che fanno capolino fra le nubi che corrono nel cielo.
Le marmotte fischiano, nascoste da qualche parte.
E neve ovunque. È tutto bellissimo. Anche l’insalata di riso mangiata con le mani perché “Pensavo avessi preso tu i cucchiai”, “non li avevi presi tu?”, “vabbé, facciamo finta di essere sottoterra”.
Dopo un tempo sufficientemente lungo dedicato alle foto di qualunque cosa sia neve, lago e fiori di montagna, si decide di avanzare fino al limite delle nevi sul Col de Girardin, passando nei nevaietti che ancora resistono (e qui le ghette si confermano l’accessorio fèscion della moda da montagna dell’estate 2016). Il panorama ha la bellezza del deserto di neve e falesie che si ergono. A 2500 si torna indietro per mancanza di attrezzatura da neve adeguata. Le marmotte, la cui dimensione ricorda vagamente quella di gatta Spin, fischiano e prendono per i fondelli.
La pioggia arriva effettivamente a fondovalle. Arriva e non se ne va più, anche se il meteo aveva previsto solo “qualche rovescio in serata”. È un rovescio solo, piuttosto cocciuto. E ci sono sei gradi. Faceva più caldo a 2500 metri.
L’unico programma per la serata è ingurgitare la zuppa-in-cartoccio per scaldarsi e infilarsi nel sacco a pelo fino a domattina, sperando che il rovescio si trasferisca altrove. E intanto Koris prova esattamente cosa voglia dire era notte che pioveva e che tirava un forte vento, immaginatevi quale tormento… (questa la capiranno solo quelli che hanno beneficiato di ninna-nanne di un certo tipo).
L’indomani ha smesso di piovere, giusto in tempo per una nuova sessione fotografica nella Vallée des Escrins, che viene segnata subito come passeggiata da fare per intero.
E non importa il freddo umido patito nella serata, non importa la pioggia, non importa la neve in faccia e l’acido lattico nei polpacci. Koris si rilassa molto di più così che su una spiaggia caraibica.

SainteAnne

La spiaggia del Lac de Sainte Anne, balneazione diversamente consigliata.

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