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La felicità si misura in chilometri

Chilometri che possono essere la distanza da qualcosa. O da qualcuno. O i chilometri percorsi in una giornata, a scelta.

Dopo un enorme tira-e-molla per un giorno di ferie (perché poteva cominciare il nuovo contratto, forse, vai a sapere, not today, poi vi chiedete perché Koris ha più di 50 giorni di ferie arretrate), Koris ha deciso di averne abbastanza. Ha strappato un venerdì, ha porconato divinità a scelta per trovare un posto in cui dormire, quindi è partita con ‘thieu alla volta dell’innevato Vercors e tanti saluti a tutti.

Come si è già spiegato, per ragioni economico-affettivo-ambientali Koris si è data al fondo. Un po’ perché ‘thieu fa fondo da quando aveva quattro anni e pare brutto strapparlo alle sue abitudini. Un po’ perché tutto sommato, è meglio risalire le piste col sudore della fronte che non sulla seggiovia, previa coda con gente che sbuffa: il sudore non contribuisce al riscaldamento climatico. Un po’ perché vuoi mettere lo skipass a nove euri, un vero Ligure non può resistere a un tale appeal.

Complice il caldo assassino di ben sette gradi a mezzogiorno, Koris ha sciato per la prima volta in solo pile e pantaloni non imbottiti. E ha sudato il sudabile, carburando ad acqua e albicocche secche. In tutta la sua carriera di discesista Koris non era mai morta di sete, ma c’è una prima volta per tutto.

C’è stata una rivincita degli sci lunghi. Koris, non essendo provvista di armamentario personale da fondo, si vede appioppare di solito sci e scarponi da “uno pampino”. Sabato i marmocchi maledetti avevano già razziato sci corti, quindi a Koris sono state appioppate delle pertiche di 175 centimetri, accompagnate da “ammesso che tu riesca a manovrarli”. Illusi, Koris ha esperienze dei tardi anni ’80, quando i carver non esistevano. Con gli sci lunghi va anche meglio.

salita

Tutto a posto, dopo spiana, promesso.

Oltre a circa 40 km di piste macinati in due giorni e la scoperta di muscoli che non dovrebbero esistere, Koris ha scoperto una nuova attività di interesse distruttiva: le ciaspole. Nel Koris-immaginario, le ciaspole erano un’altra attività da arzilli vecchietti. Come al solito, et ho errato. O meglio, tutto è relativo al percorso che si sceglie. Koris e ‘thieu devono lavorare al loro concetto di “passeggiatina”, “giretto”, “due passi”.

Perché i loro “giretti” si rivelano raramente inferiori ai 10 km.

ciaspole

“Facciamo la blu, poi ci aggiungiamo un pezzo della rossa, tanto basta andare avanti”

Il problema dell’andare in montagna è sempre il solito: che bisogna tornare a casa. Koris ha passato il viaggio verso Marseille a fare i capricci come se avesse quattro anni, dicendo che non vedeva l’interesse a tornare sulla costa. Non c’è neve, cosa poteva mai fare? Sì, bello il mare e tutto quanto, ma vuoi mettere le candele di ghiaccio che spenzolano dal calcare. Un posto dove ci sono grotte e neve, cosa si può desiderare di più dalla vita?

Un giorno Koris darà definitivamente di matto e si ritirerà a vivere con le capre in una spelonca del Vercors.

buco

Sì, è un buco pieno di neve.

Silenzio e lamponi

Koris sa che nei periodi meh nella sua vita dovrebbe lasciar perdere il cervello e affidare i pensieri ai piedi. Solo che in certi periodi meh è difficile motivarsi e muovere il culo, convinti che forse è il caso di riposarsi, che è meglio restare a casa, ma dove cazzo vado che tanto non ne faccio una giusta.

Per fortuna che c’è ‘thieu #santoSubito che insiste per recuperare la passeggiata lasciata a metà causa troppa neve a fine giugno: il Lac de Croupillouse. Quattordici chilometri in tutto. 1400 metri di dislivello positivo (e altrettanti nell’altro senso, ça va sans dire, ma c’è l’aiutino della gravità). Tanto basta solo mettere un piede davanti all’altro.

Ci sono alcune cose che se non ti ridanno la fiducia in te stesso/il prossimo/l’universo, almeno ti svuotano i neuroni. Saranno i lamponi settembrini raccolti sul sentiero, buonissimi, enormi, super-bio concimati a piscio di camoscio. Sarà il passaggio al di sopra dei 2000 metri di quota, un po’ magico, che ha il potere di farti sentire bene e di sbloccare energie che a livello del mare se ne restano ben nascoste (anossia? Innalzamento della pressione? Qualcuno sa spiegare questo fenomeno bislacco del sentirsi bene ma veramente bene in quota?). Saranno le rocce tondeggianti livellate nei secoli dai ghiacciai, che ora sembrano tante chiappe sotto questo sole caldissimo.

Sarà il silenzio irreale dei 2700 m, rotto solo dal vento gelido e da qualche uccello che passa veloce. Al riparo delle cime che sfiorano i 3000, mentre le nuvole si rincorrono nel cielo blu, un colore che si vede solo lì. E per un attimo Koris pensa che gli scazzi sono come le nuvole che incappucciano le cime: restano per un po’, ma prima o poi arriva il vento a farle correre via. O meglio, in quel deserto con due soli esseri umani e due reflex, in riva ai laghetti che aspettano la neve, è più facile crederlo. Forse perché tutta la valle di Champoleon e il mondo sembrano piccoli e insignificanti, sotto i tuoi piedi. Ché la natura non ci ha dato draghi da cavalcare, ma ci permette di andare in montagna e per gli occhi è quasi la stessa cosa.

Il grosso problema è che bisogna sempre tornare indietro. E in montagna, per quanto sembri stupido, la discesa è più faticosa della salita. E i polpacci sentitamente ringraziano, e l’ultimo chilometro è eterno, e machicazzomelohafattofare. Però quando alzi il naso e vedi la cresta lassù che a mezzogiorno era la cresta a fianco un po’ ti viene da sorridere. Poi i polpacci si lamentano di nuovo ed esclami “Mais on est cons nous?” (“Ma siamo coglioni, vero?”) e l’altro ti risponde “Oui, on est cons!”. E la sera sotto la tenda ricomincia con “ma se il meteo permettesse, perché non ci facciamo un altro week-end a inizio ottobre?”.

Koris non è ancora diventata un lichene alpino, ma manca poco.

croupillouse

Lac de Croupillouse, Koris diventa un lichene, ciao a tutti.

Amebe essiccate senza batteria

Koris è abbastanza sicura di essere riuscita a bruciarsi nonostante la protezione 50+ da pelle parigina. Cotta al sole di montagna. Essiccata perché a un’altitudine di 2100 metri si è ancora troppo bassi per abbeverarsi a qualunque rigagnolo senza ritegno. E si è partiti con un litro d’acqua a testa per fare 11 km e più di mille metri di dislivello. Così impari a fare l’eroe, Koris, che non hai più vent’anni.
I laghi di montagna sono belli, ma sono ancora più belli senza le colonie estive che rompono i coglioni alle ranocchie. Senza che nessuno dei loro sorveglianti dica nulla. Tanto, anche se sei in un parco nazionale, cosa vuoi che gliene importi, restano delle fottute rane. E lascia che i pargoli scorrazzino urlando come invasati, tanto sono all’aria aperta. Poi ci si lamenta che le nuove generazioni non hanno più rispetto per nulla. Fatti una domanda e datti una risposta. E la risposta non è “brekekekez koax koax” (che magari in greco-batrace significa “avete assai rotto il cazzo”, vai a sapere).
Koris ha ricominciato ad avere gli incubi. Il che da una parte è rassicurante, poiché significa che Koris è sempre la solita vecchia Koris e dal 2005 non è cambiato nulla. D’altra parte, Koris non ha più l’età per svegliarsi angosciata nel cuore della notte chiedendosi chi è, dove si trova e perché stava facendo un test di fisica nell’aula del Regio Liceo.
‘thieu pontifica di bivacchi a tremila metri, di uscite speleo, di trekking. Perché ‘thieu ha l’energia degli animaletti e soprattutto di quelli che non si fanno 750 km alla settimana. Koris no, Koris ha le energie di un’ameba in decomposizione, ma finge di tenere botta. Perché è il motto dell’impostore, fake it until you make it. O almeno morire nel tentativo, facendolo credere agli altri.
Koris vorrebbe un suo vice da mandare a vivere al suo posto per questa settimana, ma pare non sia possibile. Quindi si disfa di magnesio convincendosi che sia la panacea per tutti i mali (spoiler: no), si ripete che comunque vada sarà un successo e ha organizzato un tempio privato a Toranaga fra le mura domestiche. Nel mentre rimugina che le piacerebbe calcare ancora una volta le pendici del Bernina come quando aveva otto anni, ma l’universo finisce troppo presto questa settimana per poterci pensare seriamente.

Mezzi fallimenti

C’è chi esorterebbe a guardare il bicchiere mezzo pieno, ma nel caso di Koris quando il bicchiere è mezzo pieno, il contenuto è a scelta fra acqua fognaria e un long island con arsenico e sali di uranio. Quindi lamentele. Ma solo a metà.
Poteva andare peggio: poteva piovere. In effetti è piovigginato, chiamarla pioggia sarebbe eccessivo. E tanto si stava tornando indietro comunque.
Perché non solo Cabrespine ce l’ha con Koris, anche le montagne, per la precisione gli Ecrins, ce l’hanno con Koris. La neve non si è sciolta del tutto e a 2100 m di altitudine un nevaio vomitava acqua sul sentiero. Per la precisione era un torrente che non avrebbe dovuto essere lì, ma c’era, rivendicando il suo diritto all’esistenza. Si è scoperto dopo che forse si poteva passare sopra al nevaio, ma Koris si figurava già la neve che cedeva sotto i suoi piedi, facendola precipitare in una voragine gelida (era un nevaio temporaneo, non chiamiamolo crepaccio).
Vabbè, il Lac de Croupillouse sarà per la prossima volta.
Però Koris in montagna non è mai scontenta al cento per cento, forse perché al di sopra dei duemila mentri inizia ad arrivarle sangue al cervello e quindi comincia a capire qualcosa dell’esistenza. E poi Koris coi piedi nella neve uguale Koris felice (a meno che non sia in ciabatte, ma non è detto).
Anche Koris che si bagna la testa nel torrente in disgelo è Koris felice, così le si rinfrescano le meningi (no, Amper, nessuno si è ustionato, c’era la crema protezione +50).
Poi quando Koris sbuca in un altipiano nascosto e pieno di neve, dopo un passaggio per così dire atletico, dove camosci e stambecchi saltellano fra le rocce e si sentono fischiare le marmotte, Koris potrebbe anche restare lì, a fissare le nuvole che si rincorrono in cielo.
Probabilmente in una vita precedente Koris era un lichene alpino (stambecchi, marmotte e compagnia sono forme di vita troppo evolute).

Forse un lichene da queste parti non sta poi così male…

Inospitalità

Koris ha sempre pensato che il luogo comune sui Liguri inospitali fosse, a tutti gli effetti, un luogo comune non corrispondente al vero. Finché non è diventata straniera pure lei.
Sabato Koris e ‘thieu sono andati a fare una passeggiata che doveva essere facilmente accessibile, nella zona del genovesato. Si erano portati dietro il navigatore satellitare di U Babbu, qualora i cartelli non fossero sufficienti. I cartelli non erano sufficienti. Non solo, il luogo si è dimostrato talmente inospitale, fra strade e stradine intersecate in dimensioni alternative (tre non erano sufficienti), che il navigatore ha iniziato a girare in tondo fra un “ricalcolo” e l’altro. Il luogo è stato trovato dopo più di un’ora grazie a una botta di culo e alle indicazioni di un losco figuro che usciva da una stalla piena di mucche. Pastore 1, stracazzuta tecnologia del GPS 0.
Domenica secondo tentativo nella grotta che a Pasqua aveva rivelato un pozzo di 10 metri che non doveva esistere. Questa volta si è arrivati armati di corde e tutto quanto e si è riusciti ad avanzare per passaggi assai intimi, almeno fino alle gallerie che dovevano portare ai posti belli. Giunti lì, risalita infattibile su corda a noi. In mancanza di aiuti pastorali, si è di nuovo girato sui tacchi e rimandato a tempi migliori (o anche no).
Lunedì, odissea per giungere sul monte Beigua perché cosa potrà mai andare storto se si chiude l’unica strada di accesso causa fiera-degli-sticazzi? La passeggiata comincia a sette gradi nella nebbia con troppi km/h di vento. Ma quando esce il sole sembra valerne la pena. Finché il segnavia non sparisce a valle nel nulla cosmico e ci si ritrova a dover salire per la strada asfalatata perché “metti che ci ritroviamo chissà dove?”.
Insomma, la Liguria è meravigliosa, ma solo se conosci un locale. O se sei rimasto locale, che chi si è esportato ormai è definitivamente perso.
Disclaimer: questo post non si applica ad Amperodattili permalosi, che invece si rilevano munifici anfitrioni imbandendo pantagrueliche tavole.

Riflessioni di una (ex?) discesista

Koris discende da una famiglia di sciatori per parte di Amperodattilo. Non che U Babbu non scii, ma ci sarebbe da scrivere un lungo post in materia, magari un post duplice… vabbè, non perdiamo il filo. Senza tanti complimenti, l’Amperodattilo ha piazzato Koris sugli sci ben prima dell’età della ragione, ma si era sempre trattato di sci da discesa (sì, all’epoca in cui un nanerottolo di un metro e cinquanta sciava con due pali della luce ai piedi). Per quanto riguarda altre forme di sci erano sempre passati i seguenti messaggi:
“Chi fa sci alpinismo si ammazza”
“Il fondo è una cosa noiosa per vecchietti che passeggiano in tondo, e poi è tutto piatto”
Koris non ha (ancora) esperienza per smentire la prima; per quanto riguarda la seconda, l’unico commento fattibile è: col cazzo.
Iniziamo subito col dire che ‘thieu tanto buono, tanto bello, ma era convinto che Koris non sarebbe uscita viva dalla prima ora di skating. E invece anni e anni di rollerblade hanno dato i loro frutti, Koris non solo è rimasta in piedi, ma è anche andata piuttosto spedita per una pista blu, senza spiaccicarsi a terra nemmeno una volta.
Quindi ‘thieu ha optato per portare Koris su 5.6 km di pista rossa con 300 metri di dislivello per il primo pomeriggio, optando per una tranquillissima 16 km con 400 metri il secondo giorno.
Koris è sopravvissuta senza sputare organi interni di fondamentale importanza, in compenso ha male a muscoli che non sapeva di avere. Però è contenta, un po’ perché Koris in montagna è difficile che sia scontenta (ma non impossibile). Ma anche perché Koris cercava di qualcosa di diverso dallo sci di discesa per due fondamentali ragioni:

  1. Le ultime due volte che è andata a sciare era assieme al SonnoDellaRagione che ha fatto… beh, ha fatto se stesso. Incapace del “vivi e lascia vivere”, ha spannocchiato lo spannocchiabile a Koris con “sei lenta”, “guarda che sci vecchi che hai”, “che stile vecchio che hai quando scii”, “io sono molto più freestyle, yeah, tu sei una vecchia carretta”. La penultima volta fu talmente disastrosa che Koris dovette recuperare tutto il suo amore per lo sci rimasto per tentare un’ultima volta. E qui potremmo anche dire che forse era colpa della compagnia scellerata, visto che andare a comprare il pane col SonnoDellaRagione poteva essere uno spannocchiamento di palle.
  2. Da qualche tempo (forse da quando ha iniziato a invecchiare), Koris ha notato che le stazioni sciistiche non corrispondono al suo modo di “vivere” la montagna. Insomma, da qualche anno più che essere attorno ai 2000 metri pare di stare a Disneyland o a Riccione in agosto. Si vede divertimento, senza alcun rispetto per l’ambiente circostante o per chi lo frequenta. Quello che importa è solo più entertainement, più velocità, più fruizione. Che significa più gente che fa n’importe quoi sulle piste, più code agli impianti, più casino in genere e più incidenti. A Koris questo genere di “montagna” comincia a non andare più giù.

Koris, ma in particolare le sue cosce, hanno scoperto che il fondo può anche salire. E salire un sacco. E che una volta che si è in cima, esserci arrivati con le proprie zampe (che urlano) fa tutto un altro effetto rispetto all’aver poggiato il culo su una seggiovia. Suona come la giusta ricompensa per quei sedici litri di sudore espulsi quando fuori faceva -10. Ciò detto, scendere con gli da fondo, privi di lamine e quindi refrattari a qualunque controllo, equivale ad avere sprezzo del pericolo. Cosa che Koris non ha e si è pertanto piazzata a spazzaneve largo come quando aveva cinque anni. Non si è spiaccicata e anche questo è un grandissimo risultato. Certo, la mancanza delle lamine si sente un po’, soprattutto quando erano solo quei 25 anni che sciavi di lamine.
Comunque è finita che a zampettare nel bosco senza troppa gente attorno (e soprattutto senza snowboard nelle vicinanze), Koris si è anche divertita. Forse sarà che è troppo adattabile e si fa piacere tutto.
Ad ogni modo, prossima fermata: iniziazione di sci alpinismo. A seguire, foto di quello che si è portato dietro la reflex, se no lo zaino non era abbastanza pesante.

Crevoux

In fuga alla Pierre

Il problema è che ci si abitua anche troppo, in due settimane di sparizione sotterannea, senza wifi, con poco telefono e tagliati dal resto della civiltà umana. Almeno, dalla parte della civiltà che non considera socialmente accettabile aggirarsi con una tuta piena zozza e una sottotuta con l’odore di un mammuth avariato.
Koris si è odiata un po’ per due giorni per aver detto “no” quando le hanno proposto due notti al bivacco a -450. Quando però all’alba del terzo giorno la sua lampada ha deciso di aver vissuto anche troppo da dicembre ad oggi, decretando la fine dei suoi giorni, Koris è stata felicissima di essere più vicina alla superficie dei -450. Koris è tutt’ora in lutto per la sua lampada, in viaggio per Grenoble per la riparazione, e se non fosse stato per un casco in prestito la settimana successiva poteva essere speleologicamente complicata.
In assenza del bivacco, Koris ha ovviato con uno stage personalizzato in disostruzione di strettoie troppo intime. Coi mezzi pesanti. Ecco una rappresentazione artistica delle Koris-attività:

All’attivo ci sono 75 metri tutti nuovi che forse continueranno l’anno prossimo, forse no. Peggio di una serie tv. Koris ha proposto come nome l’Abisso delle Chiappe Fredde, ma per ora non è stata ascoltata. La vita è ingiusta.
C’è stata poi una scampagnata veloce a -260, nella grotta principale che consta due fiumi, uno dei quali non veniva visitato dal 1998 (che detto così sembra ieri, e invece…).
“Dobbiamo passare il meandro E.T.”
“Perché E.T.?”
“Perché E.T. telefono casa e quando sei in quel meandro vorresti solo telefonare a casa che vengano a prenderti”
Koris nel meandro ci si è anche incastrata, ma stavolta è uscita con le sue forse in un tempo ragionevole. Ha ripetuto ossessivamente per sette ore “Se stasera oltre alla ratatouille non fanno anche delle salsicce, mi mangio qualcuno”, ma è sopravvissuta a tutti i 200 metri di pozzi. All’uscita ha mangiato come un cesso due cessi in parallelo, ma era tutto vuoto a rendere.
Nota dolente: troppi bambini a scorrazzare per il campeggio. Koris ha avuto una crisi della sindrome di Erode e ad ogni pianto a dirotto borbottava “non bisogna cuocerli vivi, sotto i cinque anni”. Puoi fuggire sottoterra quanto vuoi, ma al ritorno alla base troverai sempre un moccioso spannocchia-gonadi che ti darà ragione di riversare tutto il tuo istinto materno verso i pipistrelli.
Mocciosi a parte, piogge torrenziali a parte, a Koris forse ha fatto bene staccare un po’. Dal lavoro, dalla routine, dai suoi demoni, dalla sveglia alle sei mezza. Anche perché nel nulla cosmico della Pierre Saint Martin, accherchiati da un sacco di pecore, i problemi sembrano ridimensionarsi molto. Saranno gli svariati chilometri al giorno con zaini che ridimensionano di molto le proprie priorità: un sacco di cibo, un materasso, una doccia. Quest’ultima da conquistare contro un’orda di cinquantenni inglesi taglia forte. Una sera di particolare rincoglionimento, uscendo dalla doccia, Koris si è chiesta chi avesse mai portato una poltrona di velluto rosso nei cessi. Diremo che non ha riconosciuto la forma umana per mancanza dei suoi occhiali sul naso.
Tornare a casa genera una sorta di shock culturale, soprattutto alla lavatrice, che si vede costretta ad ingoiare svariati chili di vestiti sporchi. Ci si consola dell’idea di dormire in un letto vero e non sul materasso gonfiabile in tenda sotto gli elementi (presente “La sentinella“? Uguale). Ci si consola anche col pecorino del Bearn, comprato non tanto a chilometro zero quando a metri tre in un alpeggio che probabilmente non ha mai visto passare una certificazione di qualità europea. Ma va anche bene così.
Nella speranza che i brutti pensieri restino in vacanza ancora per un po’.

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