Archivi categoria: Viaggi

Diario delle vacanze

Day 0:
Si parte con una macchina stracarica e tante cattive intenzioni. Otto ore e quattro cambi di conduttore dopo si arriva a Sante Engrace, in Basco Santa Grazi, ai piedi della San Martiko Harria (Pierre Saint Martin per i Francesi), fra la frontiera spagnola e il canyon Inkhazkubu (che no, non è un mostro di Lovecraft). Accoglienza fra una moltitudine di speleologi che discutono su quale sia il grado di sopportazione della puzza dopo svariati giorni di bivacco sotterraneo.

Pierre Saint Martin, day 1:
L’obiettivo numero uno è un potenziale buco interessante. Pieno di neve, perché questo è l’anno della neve fuori stagione, da maggio ad oggi non si ferma più. Quindi neve, ghiaccio assortito, un’atmosfera da freezer per mantenere il tutto. E un passaggio, stretto, che pare scendere ancora di più. Koris oggi si sente particolarmente ispirata: «vado io, per ora non lo allarghiamo di più». L’ispirazione di Koris finisce in una strettoia che necessita una ventina di minuti di sforzi per uscirne con tutti i pezzi e non a rate. ‘thieu fa saltare un blocco malefico, il seguito a domani.

Day 2:
The cold never bothered me anyway. Altro giorno, stessa grotta con doppia dolina, estiva a venticinque gradi, invernale a cinque. Gradi stimati in grotta: due e non vi sono intesi. Koris e ‘thieu fanno la cartografia della prima sala, per scoprire di avere le chiappe su due metri di ghiaccio e neve. Sotto non si sa bene cosa ci sia e forse non vogliamo nemmeno saperlo. Koris passa la strettoia del giorno prima, opportunamente allargata. Where no man has gone before, e il man ci aveva anche ragione perché fa un freddo vergognoso. Il metro laser dice che oltre ci sono almeno altri otto metri di cunicolo. Suspense.

Day 3:
Si sale nel nebbione, forse siamo stati teletrasportati a Broni-Stradella senza che nessuno avvertisse. La grotta è sempre il frigo abituale. Koris passa un tempo incommensurabilmente lungo nel budello gelato, cercando di capire se vuole passare una seconda strettoia oppure no. Visto che il posto è intimo ed esclusivo (ovvero, ci passa solo Koris), in mancanza di principi azzurri formato ultra slim, Koris decide di non rischiare di ripetere l’esperienza di due giorni prima. Ma il luogo, nonostante la temperatura non accomodante, resta interessante, pare.

Day 4:
Fatica generale, si decide per una giornata di pausa: cioccolato e foto ai fiorellini. Koris si abbrustolisce al sole mentre le libellule la assaltano. Si prepara una tonnellata di bracassus (la sbobba tipica speleo a base di ceci, chorizo e pomodoro cotti insieme per risparmià tempo) per la squadra che torna da due notti di bivacco a -450 m (dimenticandoci il materiale cartografico, come si scoprirà dopo).

Day 5:
Il capo esplorazione va a vedere la strettoia in cui Koris, dopo intenso training autogeno, ha deciso di buttarsi, e vieta categoricamente di metterci piede. L’ambiente è poco salubre e potrebbe nuocere gravemente all’integrità strutturale dello speleologo. Si sta per sgomberare la grotta ghiacciata quando compare una corrente d’aria da sotto una cascata di sassolini. Si scava, si tirano due colpi di mazzetta. Pare ci sia un passaggio da questa parte, ci entra già metà Koris e il metro laser dice che ci sono almeno sei metri.

Day 6:
Rischio di temporali, visto che nessuno ha voglia di farsi folgorare nel bosco non si fa niente di utile.

Day 7:
Se non è la giornata più umida dell’universo ci va vicina. Si cammina un’ora e mezza sotto la pioggia, ci si ghiaccia il culo in attesa di un prosieguo al buco abbandonato l’anno scorso. Pare che si attenda in vano perché il budello è molto più stretto del previsto e molto più pericolante. Mugugno generale, Ô rage ! ô désespoir ! ô viellesse ennemie !
N’ai-je donc tant vécu que pour cette infamie?
.

Day 8:
Ci si sveglia circondati da una gang di enormi lumache nere senza guscio, che hanno invaso l’abside della tenda. Sono capeggiate da un’altrettanto enorme lumaca color cacchetta che le incita all’attacco. I gasteropodi invasori vengono fatti sloggiare con le cattive, solo per scoprire che hanno già cacato più o meno ovunque. Respinto l’assalto delle lumache cagone, si parte per la solita ghiacciaia. E questa volta Koris passa un meandro infame alla maniera egiziana (i.e. di profilo geroglifico). Solo che la grotta non scende, sale. Perplessitudine da chiarire appena ci sarà qualcuno accanto a Koris arrampicatrice.

Day 9:
Nessun assalto cacatorio, noto anche come lumacAttack, ma una mancanza di motivazione generale per fare un’ora e mezza di marcia nella foresta. Ciò nonostante, ci si arma e si parte. Tuttavia, lo spaccamento di pietre non è sufficiente a far passare qualcuno accanto a Koris arrampicatrice. Il prosieguo della storia all’anno prossimo, forse. Intanto Koris ha passato il pomeriggio nella ghiacciaia e se non fosse per il doppio calzino, la calzamaglia sotto al pigiamone di pile, i guanti a più strati e il burqa da grotta, sarebbe commercializzabile a marchio Findus. Si cerca disperatamente un nano-speleologo da appioppare a Koris nelle sue esplorazioni in ambiente ostile. Intanto la ghiacciaia viene rinominata «la Grotta del Paté Basco», in onore di una scatoletta di paté che è stata conservata al suo interno per tutta la settimana.

Day 10:
Bisogna andare a recuperare del materiale cartografico dimenticato la settimana scorsa. A -450 m, dopo duecento metri di pozzi e due meandri. Koris ha cercato di defilarsi e smarcarsi in ogni modo, ma è stata tirata dentro d’ufficio. L’uscita in verità meriterebbe un post a sé, ma si può riassumere con brevi episodi: la sequenza di pozzi scoscesi, il meandro (anzi due) infame e infernale che non finisce mai, gli scivoloni nelle gallerie finali fino al bivacco. Koris si procura lividi in zone che nemmeno sapeva di avere. Si esce a mezzanotte dopo un po’ più di dodici ore di speleo. Per arrivare alla macchina, ancora 45 minuti di cammino. Per arrivare al campeggio, ancora 30 minuti di macchina. Koris va a dormire mentre altri due membri della squadra fanno lo spuntino delle due di notte a pane e camambert.

Day 11:
Come giuratosi durante l’interminabile discesa agli inferi di -450, Koris passa la giornata a fare poco o niente. Il più grande sforzo è portare alla bocca cibo di qualunque origine, anche sconosciuta. Ci sono riserve di grasso da reintegrare.

Day 12:
Ultimo giorno di campo. ‘thieu vuole approfittare dello scazzo generale per andare fare foto nel sistema Verna-Chevalier, una roba enorme di un centinaio di metri di altezza per 350 di lunghezza. L’ammutinamento del materiale fotografico rende l’assideramento parziale di Koris, dati i 4.5 gradi del luogo, non esattamente utile.

Day 13:
Si smonta il campo e si torna a casa. Nove ore di macchina dopo, si dorme in un letto che sia un letto e non un materasso gonfiabile. Tuttavia, la prospettiva di rivedere Binomio dopo altrettanti giorni di disintossicazione è tutt’altro che allettante.

Relax particolari

Ci sono settimane di pensantezza insensata che passa dall’inadeguatezza alla buona vecchia sindrome dell’impostore, per finire con la stanchezza cosmica. Poi ci si mette il meteo delle Hautes Alpes che prevede temporali a Ceillac per sabato e domenica. E ti ri-viene voglia di passare il week-end chiuso in casa a meditare sull’inutilità dell’esistenza.
E poi c’è ‘thieu che si impunta e dice “no, andiamo lo stesso, non sarà il primo temporale in montagna per nessuno dei due”. Come dire, per Koris il Lago del Monte è una filosofia di vita (ma c’è un post su codesto aneddoto familiare?).
E si arriva agli otto gradi di Ceillac per vedere le nuvole che arrivano dalle cime ancora imbiancate e Koris che prega “non domani, per piacere, non domani!”.
A onor del vero l’indomani non piove, il tempo è solo coperto. All’urlo di “ma dai, quante volte a fondo valle faceva un tempo di merda e appena saliti in quota c’era il sole?”, vogliamo crederci fermamente. E ci sono le scarpe da trekking che Koris deve collaudare sul serio, che cacchio.
Si sale sul versante della Cascade de la Pisse col sole che ogni tanto fa capolino fra le nubi. Ci crediamo ancora di più, tanto per non farsi mancare niente negli zaini c’è sia il k-way anti-uragano che la crema solare.Quota 2200, Lac du Miroir con una corona di cime imbiancante attorno. Koris urla “Oooooh, c’est beau!” e in un attimo ha di nuovo otto anni e zampetta come una capra fra una roccia e l’altra. Sessione fotografica di routine, col nuovo 10 mm che conferma i 400 euri meglio spesi degli ultimi anni. Le nuvole fanno avanti e indietro.
La marcia è appena ripresa che Koris sente uno strano plick! plick! plick! sul braccio. Non è pioggia: è grandine minuscola. Continuiamo, se peggiora torniamo indietro.
Si arriva alla parte brutta della camminata, passando per le piste da sci che sono una vera e propria ferita nel paesaggio. Un po’ piove, un po’ grandina, un po’ c’è un vento sgradevole. Le nuvole arrivano proprio da davanti, brutto segno. Su Ceillac, più in basso, solo nuvole nere.
“Che facciamo, torniamo indietro?” chiede ‘thieu.
“Beh, non conosco il meteo locale, ma magari le cime disposte a circolo intrappolano le nuvole. Proviamo a passare il colle, poi facciamo marcia indietro”
Sulla pietraia che porta al Lac de Sainte Anne nevica. Ma non la pioggia mista a neve, non lo sputacchio malaticcio che ci si aspetta a metà giugno. Fiocchi grossi che paiono usciti da un film ambientato a Natale. Finché non si arriva al lago.
E c’è il sole.
E c’è il lago con l’acqua blu con la neve che ci getta dentro, con le cime da 3000 m che fanno capolino fra le nubi che corrono nel cielo.
Le marmotte fischiano, nascoste da qualche parte.
E neve ovunque. È tutto bellissimo. Anche l’insalata di riso mangiata con le mani perché “Pensavo avessi preso tu i cucchiai”, “non li avevi presi tu?”, “vabbé, facciamo finta di essere sottoterra”.
Dopo un tempo sufficientemente lungo dedicato alle foto di qualunque cosa sia neve, lago e fiori di montagna, si decide di avanzare fino al limite delle nevi sul Col de Girardin, passando nei nevaietti che ancora resistono (e qui le ghette si confermano l’accessorio fèscion della moda da montagna dell’estate 2016). Il panorama ha la bellezza del deserto di neve e falesie che si ergono. A 2500 si torna indietro per mancanza di attrezzatura da neve adeguata. Le marmotte, la cui dimensione ricorda vagamente quella di gatta Spin, fischiano e prendono per i fondelli.
La pioggia arriva effettivamente a fondovalle. Arriva e non se ne va più, anche se il meteo aveva previsto solo “qualche rovescio in serata”. È un rovescio solo, piuttosto cocciuto. E ci sono sei gradi. Faceva più caldo a 2500 metri.
L’unico programma per la serata è ingurgitare la zuppa-in-cartoccio per scaldarsi e infilarsi nel sacco a pelo fino a domattina, sperando che il rovescio si trasferisca altrove. E intanto Koris prova esattamente cosa voglia dire era notte che pioveva e che tirava un forte vento, immaginatevi quale tormento… (questa la capiranno solo quelli che hanno beneficiato di ninna-nanne di un certo tipo).
L’indomani ha smesso di piovere, giusto in tempo per una nuova sessione fotografica nella Vallée des Escrins, che viene segnata subito come passeggiata da fare per intero.
E non importa il freddo umido patito nella serata, non importa la pioggia, non importa la neve in faccia e l’acido lattico nei polpacci. Koris si rilassa molto di più così che su una spiaggia caraibica.

SainteAnne

La spiaggia del Lac de Sainte Anne, balneazione diversamente consigliata.

Nella terra del Roquefort

Il grosso problema delle ferie è il giorno dopo, come già detto altrove. Se poi della vita cosiddetta civilizzata ti mancava solo il letto, il ritorno alla routine è ancora più assassino. Il letto in questione era un letto a castello Ikea anni ’90, per gli amici intimi Vradal, taglia bimbo anoressico e con la scala esattamente verticale. Lo stesso che Koris e Orso hanno a Merdopoli, solo che l’Amperodattilo scelse un letto a castello king size e sostituì scala e sponda con qualcosa di ergonomico e comodo, affinché non si rischiasse la vita ad ogni pisciata nottura. L’Amperodattilo ne sa a pacchi.

vradal

Sia lodato l’Ampero-Designer e fine dell’excursus sulla scomodità del letto.

Koris ha fatto cinque giorni di campo speleo sul massiccio del Causse du Larzac. E dov’è? Nell’Aveyron. Che sarebbe? La terra del Roquefort. Un luogo in cui il banco dei formaggi ha una parte dedicata con una ventina di puzzoni locali. C’è più formaggio puzzone che rete internet.

Puzzoni

U Babbu e Quella Del Sangue del Porco dovrebbero apprezzare particolarmente

E ci sono, of course, un sacco di buchi. Grotte per tutti i gusti: orizzontali, grandi verticali con pozzi di 156 metri che ti fanno attorcigliare le budella, stretti, acquatici con l’acqua a dieci gradi, con l’ingresso in antiche cantine per stagionare il formaggio (e te dai), con l’armo ad altezza nani o corazzieri, con una foresta di stalattiti, con le perle di caverna, coi fiumi sotterranei. Koris ha fatto cinque uscite in cinque giorni, ma le è mancata un po’ l’uscita devasto totale che non si è fatta. Sarà per la prossima volta.
In compenso forse Koris non ha più paura dei meandri e delle scalate in libera. Fobia che ovviamente ha lasciato il posto ad altre preoccupazioni inutili, ma stando a ‘thieu e al resto del gruppo bisogna attendere che le cose maturino. Attenderemo.
Koris avrebbe anche fatto delle foto, in particolare a perle e pipistrelli, ma ovviamente le ha dimenticate a casa. Le foto in superficie sono state rare perché sul Causse du Larzac il tempo incerto è una solida realtà, assieme ai quattro gradi che ti accompagnano alle otto del mattino mentre vai a fare colazione. Ovviamente non c’è stata occasione per fotografarli, ma spesso e volentieri i pascoli dell’altipiano sono popolati da coniglietti con tendenze suicide che aspettano il momento opportuno per attraversare la strada.
Il prossimo campo si torna a surgerlarsi nel Vercors, a inizio maggio. Ancora troppo lontano.

Pour bien commencer l’année…

Per cominciare bene l’anno, si fugge dal capodanno marsigliese che potrebbe essere deleterio a causa dell’abitudine locale a tirare petardi fra piedi sconosciuti in segno di affetto. Si preferisce la movida di Fenouillet, paesino dei Pirenei Orientali che consta di un castello cataro, i brandell di una torre e nemmeno 90 anime, con annesso rifugio comunale dalla decorazione stile nonnina-anni-60, ma confortevole. C’è pure la pentola a pressione per cuocere le lenticchie, cosa vuoi di più dalla vita?
L’anno comincia ancora meglio il primo gennaio, alla grotta di Chtulhu Demoniaco, così battezzata da alcuni fan di Lovecraft locali per le sue piene torrenziali e per i diciassetti sifoni. Ma in quest’anno di siccità i sifoni sono secchi e si passa senza troppi patemi nelle enormi gallerie di Azathot fino alle Streghe di Arkham. Gli enormi scalini di R’Liyeh saranno conservati per un’uscita più lunga e popolata.

Chtulhu

Nelle profondità, Cthulhu sogna. Questa volta davvero

Si esce nove ore dopo per strafogarsi di ceci e salame piccante, perché il cibo speleo è necessariamente a base di ingredienti disdicevoli cotti assieme per risparmiar tempo.
Il due gennaio si va a Bugarach, la montagna capovolta, sogno proibito dei complottari che sognano piste di atterraggio per i dischi volanti. L’unico posto al riparo dell’Apocalisse, tant’è che nel 2012, all’approssimarsi del 21 dicembre, il prefetto aveva dato ordine di murare le entrate delle grotte sul picco, generando la rivolta degli speleoclub locali (e non solo). Furono chiuse le strade di accesso alla montagna e fine lì, tanto è il 2016 di apocalisse manco l’ombra.
Ma a noi dei complottari e degli extraterrestri frega niente, tanto si va a Bufo Fret, il “soffio freddo” in occitano e valbormidese (questo è il vero mistero da Voyager, perché in tutto l’universo si trovano influenze della Valbormida?), con altri tre speleologi trovati in loco.
Koris è talmente entusiasta che cerca di di garrottarsi con una corda, così, tanto per testare il materiale nuovo portato da Babbo Natale. Alla fine è stato meno traumatico il tentativo di strozzarsi che tutti i meandri successivi. Koris-desiderio per il 2016: imparare a passare i meandri senza farsela nella tuta speleo (che è anche poco igienico, dai) e senza piagnucolare abusando della santa pazienza di ‘thieu.

BufoFret

Koris fra le stalattiti fossili a Bufo Fret. Foto credits: Stoche, SCM.

Nove ore di foto, piagnucolamenti e passaggi di meandro a base di “ehi, ma non siamo passati di qui all’andata, non era così facile” “certo che ci siamo passati, sei tu che non hai visto gli scalini”, si esce nella tempesta di vento che piega la vegetazione del picco di Bugarach. Roba che il Mistral a casa nostra è una scoreggina. Solo le volpi fanno capolino fra i cespugli. Più problematici sono i quattordicenni che festeggiano nella sala vicina al rifugio, alternando musiche commercial-disco-trash contemporanee a roba che si sentiva quando Koris era alle medie.
“Tranquillo, amore, se vanno ancora un po’ indietro nel tempo, per domattina sono a Enrico IV”
Il giorno dopo si dovrebbe anche tornare a casa, ma prima assicuriamoci che nell’Aude sia veramente tutto chiuso. E infatti le porte del castello di Puilaurens e di Arques sono serrate. Dalla crociata contro gli Albigesi non sono più gli stessi, da queste parti. Anche la cattedrale di Alet-les-Bains è chiusa, ma Koris, con la sua esperienza da ninja delle situazioni assurde, riesce a infrattarsi in un cimitero e scattare lo stesso qualche foto.
Si torna a casa con tanta voglia di un’altra incursione, ascoltando musica delirante di un certo livello. Ovviamente del primo XVIII secolo.
Durante questi ultimi tre giorni, Koris si è accorta che le serve veramente poco per essere felice. Ma che quel poco è stato orribilmente difficile da trovare.

Acqua

Molecola triatomica composta da ossigeno e idrogeno. Si tratta di una molecola covalente polare, la sua polarità fa sì che tecnicamente l’acqua sia baganta. Il 97% dell’acqua presente sulla terra si trova negli oceani, solo una piccola parte (13000 chilometri cubi) si trova nell’atmosfera. Una piccola parte di questa piccola parte ogni tanto precipita dal cielo.
Quando questa microscopica parte casca tutta in un giorno, significa che sei nelle Cevennes.
Koris in questo week-end ha ramazzato sulla testa almeno 200 millimetri di pioggia. Son 250, che faccio, lascio? Ma sì, che poi torniamo nelle Bouches-du-Rhône e lì se va bene tutta quell’acqua si vede in un anno.
Già che si è dovuto mettere una pietra sopra alla traversata del fiume sotterraneo. Solo che la pietra era pomice e se la sono portata via i sifoni.
Koris ha preso una quantità assai importante d’acqua solo per caricare la roba da speleo in macchina. Tragitto rifugio-macchina: 20 metri. I pantaloni modello uno non sono sopravvissuti. Onde preservare i pantaloni modello due per il post grotta, è toccato recarsi in grotta coi jeans.
Nonostante la creazione della tuta da palomparo improvvisata con pantaloni impermeabili e guscetto da pioggia/cascata, niente è arrivato asciutto al’entrata della grotta. Le colpe sono equamente ripartite fra una copiosa sudorazione e un’ora di camminata sotto il diluvio. Guest star: il fango della foresta, che sui sentieri viscidi in pendenza, beh, si scivola.
Entrare nella tuta impermeabile da speleo può essere considerata la benedizione del sabato. Aspettare il terzo membro per un’ora e più sotto il diluvio reloaded, il rovescio della medaglia.
Si è trattata di un’incursione rapida: si entra, “fa freddo!”, si esce. Perché bagnati a otto gradi costanti non si sopravvive, pare. Ma non Koris. Koris ha il pigiamone di pile rosa che la protegge. Non il pile, ovviamente: il rosa. Possiamo anche dire che il fondo si stava spiacevolmente riempiendo e che le cascate nella grande sala si stavano moltiplicando. Meglio fuori che dentro, forse.
Si torna giù dalla collina dopo nemmeno tre ore sottoterra. Sotto il secondo atto del temporale, scivolando nel fango per meglio smerdare la tuta, se no che gusto c’è?
“Con tutta quest’acqua ho l’impressione di avere le ranocchie che sguazzano nel mio stivale destro” si è ripetuta Koris. Prima di scoprire che effettivamente c’era un buco sotto la suola.
Ci sono dei week-end così, talvolta non bisogna porsi più di tante domande.

From Paris with(out) love

Sfollati a Parigi, senza rete, con una reflex e troppe cose da fare. Da sola, Koris a piede libero e senza alcun controllo. Racconto dei principali misfatti. Nota: le foto erano troppe e il post sarebbe inapribile per la pesantezza. Sono stati creati appositi album, basta cliccare sul titolo di ogni sezione, ove interessati.

Day One: Invalides

Koris ha scoperto che le mancava lo spazzolino quando il TGV stava superando Valence-Alixane. Ovvero, fra l’oggeto dimenticato e Koris si ergevano le Bouches-du-Rhone, la Vaucluse e la Drome. Koris ha optato il “tanto peggio, dimenticato uno spazzolino se ne fa un altro”.
A un’ora dall’arrivo a Parigi è entrata in modalità molestia e probabilmente il suo vicino di posto l’avrebbe volentieri soppressa. Perché Koris in modalità molestia è il compagno di viaggio che nessuno vorrebbe avere mai: l’iperattiva-dispersiva che si mette a fare seimila cose. Assieme. Dimenandosi come un’anguilla. E tu magari vuoi dormire prima di arrivare a Marne-la-Vallée. Che ti devo dire, ti è andata male.
Sbarcata a Marne-la-Vallée e superato lo spaesamento iniziale del “c’è più sole qui che a Marseille, ma ci siamo portati il Mistral da casa”, Koris si è fiondata a prendere la RER A verso il centro, per mollare in hotel il bagaglio e godersi appieno la sua vacanza Koris-only. Mentre il treno attraversava luoghi vagamente assurdi con nomi così tipicamente Ile-de-France, a Koris è preso male all’idea che per un po’ c’è stato il rischio tangibile di finire a lavorare da quelle parti. Ma invece no, si resta nel Midi, nell’adorabile Sud-Est, la calda Provenza. Insomma, l’Ile-de-France è bella, ma non ci vivrei.
Koris ha trovato l’hotel senza eccessivo disagio. La camera pare un sottoscala polveroso, ma anche chissenefrega. Sistemazione del bagaglio in minuti cinque e di nuovo in strada. Guidati da una mappa del secolo scorso e con una guida del Touring Club Italiano del 1981, quando c’era ancora la Germania Est.
Solo che è martedì, il giorno sbagliatissimo: Sainte-Chapelle chiusa, Concièrgerie chiusa, Panteon chiuso. Sticazzi? Chiuso. Soluzione del problema: si va a fare la fangirl agli Invalides, a dare il peggio di sé facendosi cacciare per schiamazzi, a recuperare le foto mai fatte alla sezione medievale.
Riassumere ogni singolo momento sarebbe troppo lungo, troppo complicato e per voi poveri lettori troppo noiosi. Per cui Koris vi lascia il link dell’album col greatest hits (più greatest che hits, a dire la verità) delle 120 foto fatte in un pomeriggio agli Invalides. Andando per sommi capi, si può dire questo: carenza di mazzafrusti (grave!), contest dell’elmo più ridicolo, Koris vuole una sciabola da maresciallo di Francia per il suo compleanno (modello junior, come la katana Nimi scorciata di 20 cm), selfies non voluti in quasi tutte le vetrinette, ghignate fra Korsi e Koris che se nessuno ha chiamato la neuro possiamo considerarlo un ottimo risultato.
Siparietto numero uno con premessa: la maggior parte dei visitatori erano Italiani al pascolo. Il genere di persona che entra in un museo perché glielo consiglia la Lonely Planet e non per interesse. Da trucidarli col mazzafrusto mancante. In mezzo a cotanto sfacelo c’era un uomo con famiglia al seguito che stava pontificando sulla battaglia della Moscova. In italiano. Koris ha drizzato le orecchie, perché i refusi storici sono un aperitivo ghiotto. E invece no, il tizio parlava con cognizione di causa. Fai te, la vita. Mentre costui pontifica, la moglie o chi per essa esplode in romanesco d.o.c. con “E basta con ‘sta lagna storica, è da quando siamo arrivati qui che non parli d’altro! Mica ci siamo fatti 1000 km per ‘sta rottura di coglioni!”. Koris si è a stento trattenuta dal fagli pat pat sulla spalla e confidargli che sa quello che si prova.
Siparietto numero due, di fronte alle vittorie piangenti sotto la cupola degli Invalides. Koris nota che tutte hanno in mano una corona d’alloro. “Ma guarda, pare la mia corona”. E non si sa come alla mente di Koris si affaccia l’aneddoto della corona della triennale, starring il Mathematicus, l’Amperodattilo e il “scusi, ma di che Koris sta parlando?!”. E Koris si soffoca per non ridere in mezzo a tanti cadaveri illustri.
E domani si va a Versailles. State tonnati.

Day Two: Versailles

Una buona, anzi, ottima ragione per non andare a Versailles: la gente. La reggia di Versailles fa non so quante migliaia se non addittura milioni di visitatori l’anno, il che fa sì che non esista un giorno che non sia di punta. L’universo pare si sia appuntamento qui, forse è colpa di Lady Oscar o di Sofia Coppola. Fatto sta che quando Koris si è trovata davanti il biscione chilometrico di umana transumanza, si è maledetta per non aver fatto il biglietto su internet. Nein: coda per il biglietto quasi inesistente e velocissima. Il biscione chilometrico era per accedere a castello e giardini. Più di un’ora di coda a fare l’inventario delle diverse tipologie di turisti secondo la nazionalità, scoprendo che gli Italiani sono ovunque e nella top ten del fastidio sono a buon punto nella classifica. Il fatto che le file più interminabili che Koris abbia mai visto fossero a Versailles e a San Pietro ha portato la scrivente a considerare che se clero e monarchia sono quelli che tirano, allora la rivoluzione dell’89 è stata fatta per niente. Koris si augurava che una volta varcati i cancelli d’oro la fiumana si disperdesse. E invece no. Nei corridoi del palazzo si procede in coda pestandosi le calcagna. Se poi sei un nano e cerchi di fare una foto, immortali soprattutto gomiti che attentano alla tua Pentax. Generando un giramento di palle che può alimentare l’intera reggia di energia verde.
Comunque, cahier des doléances a parte, Versailles è imponente. Tutti ori, stucchi e tappezzerie. Invivibile, in special modo se uno ha l’asma, ma incredibile. Persino esagerata. Ovvio, uno si godrebbe di più la Galleria degli Specchi senza orde di zombies con l’audioguida che ti calpestano i piedi, ma o sei Maria Antonietta, o non si può avere tutto (e allora forse sono meglio gli zombies). E nel caso fossi Maria Antonietta, fai pulire gli specchi che sono luridi. Koris ha impacchettato qualche foto nel solito album, da vedere a piacimento.
I giardini sono un tripudio anche con le fontane spente. Solo che a fine giornata Koris voleva una bici per scorazzare da una parte all’altra. Perché sulla carta dal Castello al Trianon c’è poco, ma parlatene con i Koris-piedi.
I due Trianon sono forse più vivibili del Castello in sé. E Koris ha stabilito che se Luigi Filippo poteva farsi un intero salotto giallo, allora lei è pienamente giustificata ad avere il divano patchwork. E si direbbe che i letti della dame di compagnia siano divani. Del resto è anche logico, vai a dormire da un’amica e quella ti concede giusto il divano. Poi c’è Le Hameau, la fattoria costruita apposta perché Maria Antonietta andasse a giocare alla contadina, una sorta di eco-bio-fricchettona Ancien Régime. Tanto poi alla fine dei giochi andava a cenare a Palazzo. “Per questo quelli che soffrivano davvero i rigori della natura le hanno segato la testa” commenta U Babbu via Uòzzap. In compenso Koris ha avuto la possibilità di vedere un castoro, anche se da lontano stava per gridare alla pantegana.
La giornata si conclude con piedi in putrefazione, perché per i corridoi di Versailles ci vorrebbero i pattini, e la furbizia dei ferrovieri, che dapprima fingono di non capire “Fontainebleau” per via di un non so quale accento, poi danno informazioni utilissime.
“Scusi, mi sa dire gli orari del treno per Fontainebleau di domattina?”
“Se è domattina ha tutto il tempo, li guardi sul sito”
“Sa com’è, non ho internet dove sto…”
“Ah, allora non posso proprio aiutarla” terminò, dietro a un computer.
Vabbè, Koris non sa ancora come, ma domattina arriverà a Fontainebleau.

Day Three: Fontainebleau

Dopo il bagno di folla oceanica di Versailles, Koris necessitava di privacy. Aveva quindi optato per andarsene al castello di Fontainebleau, all’urlo di “Fatti una reggia tua!”. Si sapeva che gli orari a cazzo avrebbero fatto sì che Koris sarebbe arrivata a Gare de Lyon esattamente trenta secondi dopo la partenza del treno. Fatto che si è prontamente verificato e Koris ha reagito facendo colazione. Trovato il treno seguente, il mistero da dipanare restava a proposito del binario. Una signora in tenuta da trekking si stava lamentando.
“Certo, noi Parigini abbiamo il metrò ed è veramente geniale. Però per quanto mi riguarda, quando devo prendere la RER sono persa come una Provenzale nella capitale”
E vabbè, mentalità del Parigino rosicone. Che poi a marzo in Provenza si sta con le palle al sole e a Parigi piove. A qualcosa devono pure attaccarsi.
Nonostante i dubbi di Koris, che passata Bois-le-Roi poteva trovarsi veramente ovunque, il treno arrivava effettivamente a Fontainebleau. Quello che non era previsto era tuttavia la presenza di comitive di anziani Giapponesi diretti al castello. E Italiani, everywhere. E nonni francesi che pascolavano nipoti nel vano tentativo di impartire lezioni di storia. E Koris che si era chiesta se fosse stata l’unica a voler visitare il castello. Pie illusioni.
Come si sa, Koris è troppo facilmente suggestionabile, quindi si immaginava di tutto. “Vedo la gente morta”, ma letteralmente. In compenso gli ambienti, che nei film paiono enormi, le sono sembrati piccoli (oh, magari è Koris che è cresciuta, hai visto mai). La sala del trono potrebbe entrare comodamente in salotto. La sala rossa dell’abdicazione del 1814… beh, capace che ci si pestassero i piedi, per questo erano tutti incazzati. Però si respira meglio, senza le ammorbanti tappezzerie di Versailles. E c’è pure il cesso, con lo specchio. Forse i selfies al cesso erano già di moda.
Per visitare gli appartamenti al primo piano era necessaria la visita guidata. Koris ha detto sì obtorto collo, in quanto in questo genere di circostanza, col suo bagaglio di precisinismo insopportabile, preferisce raccontarsela da sé. E invece la guida era anche simpatica, oltre che adeguatamente preparata. Poi ovviamente Koris ha avuto un’ondata di accidia perniciosa, quando la guida raccontava di aver curiosato nella biblioteca imperiale e di gironzolare a suo piacimento nelle sale chiuse della reggia. Al prossimo giro, Koris, col cazzo che ti fregano col dottorato in fisica.
Nota di colore: dalle mappe si scopre che Fontainebleau si chiamava Fontaine Belle Eaux, poi scorciato perché era veramente troppo ridicolo. E infatti le fontane sono verdi, non sono blu.
Koris si è quindi persa per ritrovare la stazione, gironzolando per il villaggio. Che forse a Fontainebleau non si vive male, ma sicuramente a X-en-Provence si vive meglio (ove X è un’agglomerazione urbana più o meno importante, basta che si nel Midi).

Day Four: Cité

Koris col gotico non c’ha culo, niente da fare. Tre anni fa, quando andò a trovare il Mathematicus in erasmus, trovò la facciata della cattedrale di Chartres in restauro. Oggi è toccato a metà della Sainte Chapelle, fra cui ovviamente il rosone. Koris si pregustava le vetrate con le scene dell’Apocalisse e invece nada. Miao. Poi ci mancherebbe, meglio le vetrate in restauro che le vetrate cadute a pezzi, però non si può avere cotanta gotica iella.
Visto che il biglietto dava l’ingresso anche alla Concièrgerie, Koris vi si è diretta. Del resto con U Babbu si sono recentemente visti lo sceneggiato “La Rivoluzione Francese” del 1989 e dopo aver visitato Versailles pareva una conseguenza logica. C’era anche lì un’invasione di Italiani, la maggior parte intenta a farsi selfies nella cella di Maria Antonietta. Sarebbe stato interessante proporre una versione di selfie anche alla ghigliottina, nel periodo del Terrore doveva essere un must. Ma non fate caso a Koris, è in un periodo misantropo della sua esistenza e quando è in vacanza da sola, tollererebbe la presenza umana a circa 500 metri di lei, minimo approccio.
Koris in linea di principio non voleva andare a Notre Dame, ma la Sainte Chapelle le aveva lasciato fame di gotico e la coda chilometrica era piuttosto scorrevole. Poi la Pentax non aveva mai visto Notre Dame da dentro, c’erano foto da recuperare, rifare e godersi la versatilità di una reflex dove una compatta arranca. In coda si trovata costretta a sorbirsi tutta la chiamata di un’Italiana, impossibile da non udire, visto che strillava a 40 cm di distanza.
“Sì, Ma’, torniamo domani, sto in coda a Notre Dame. Ieri sera ho visitato il Louvre da fuori, ho visto la Piramide tutta alluminata. Qui ci sta tempo dimmerda, che oh, stiamo meglio a Roma e c’abbiamo le stesse cose!”
Koris voleva gentilmente invitarla a tornarsene a casa sua, ma ha desistito causa ingresso. Ovviamente c’era la messa; deve fare parte della maledizione del gotico, ove questo non si in restauro. Verso l’altare maggiore, Koris stava puntando il rosone del transetto quando una tizia in short arriva correndo, assesta una gomitata alla Pentax che per poco non vola, scatta una foto al celebrante, si fa il segno della croce e si chiude in preghiera. Un attacco mistico così fulminante che pareva più un problema intestinale, data la rapidità dell’esecuzione. E per decenza verso il culto non aggiungiamo altro (A Merdopoli! Il papa doveva restare in esilio a Merdopoli!).
Anche al Luxembourg c’era un’invasione di Italiani, gli stessi che si ostinano a chiedere Koris informazioni in inglese. Perché lei ha quella faccia da straniera che preferisci non collocare, che forse è meglio. Il meteo dell’Ile de France ha fatto battere in ritirata dai giardini a rue St André des Arts, dove Koris ha trovato le porte del paradiso. Ovvero sia una filiale del suo spacciatore di libri usati. Solo che questo era di sei piani. Ne è uscita parecchio tempo dopo, con venti euri di meno e due libri sotto il braccio. Che uscire senza niente era une brutta figura. Ecco perché è un bene che Koris non vada a vivere a Parigi: dilapiderebbe tutte le sue sostanze in libri per consolarsi del tempo di merda.

Day Five: Vinennes

Di solito l’ultimo giorno è quello dedicato allo sciòpping e a Parigi la cosa potrebbe essere pure legittima. Ma Koris no, a lei lo shopping dà l’orticaria. Però non ha mica deciso l’itinerario per l’ultimo giorno, quello in cui tocca tirarsi dietro tutte le masserizie prima di fiondarsi a prendere il treno low-cost a Marne-la-Vallée.
L’idea di partenza era andare al museo Carnavalet, a sfarsi di storia parigina. Ma gli ardori sono sbolliti quando si è scoperto (via U Babbu telematico) che gran parte delle sale sono in restauro (e allora la maledizione non è solo del gotico). Koris medita allora di rifarsi alla cattedrale di Saint Denis, ma vista la nomea del quartiere teme che la rapinino di tutti i troppi averi che si porta adosso. E poi la guida dice che bisogna prendere la RER D, non stiamo a incasinarci con la RER. Il bello di avere una guida del 1982: mica ti dice che la linea 13 del metrò è stata prolungata fino a Saint Denis. Pazienza, sarà per la prossima volta. Del resto, come dice U Babbu, bisogna sempre lasciarsi qualcosa da vedere per avere la scusa per poter tornare.
Koris ha deciso di andare al castello di Vincennes, perché era sulla strada e perché s’era visto poco medioevo in questo giro. E Vincennes è stata a suo modo una sorpresa. A parte il donjon più alto d’Europa e ogni volta che ha letto “donjon” a Koris veniva in mente la minaccia di Fred il Maitre de Jeu. Poi per la prima volta Koris è salita sulla balaustra del coro a guardare un rosone in faccia. Che sarà un rosone del ‘500 e non della Sainte Chapelle, ma intanto ci si accontenta.
Il ritorno al sud si prospettava epico, vista la coda di famiglie con pargoli urlanti alla coda per il TGV. Un’altra esperienza contraccettiva, quel momento in cui capisci che forse le gioie dell’essere genitore sono sopravvalutate. Koris stava già per proporsi novello Erode, poi è sprofondata in “O Cesare o nulla” una volta raggiunto il sedile e la strage deli innocenti è stata rimandata.
E così ci si è lasciati alle spalle la splendida fuga storica in Ile-de-France, mentre il treno prima si lascia alle spalle le colline della Borgogna, poi segue il corso del Rodano. Koris ha guardato con una certa tenerezza il tramonto oltre i monti del Vaucluse, quando la terra ha iniziato a incresparsi davvero e dalle foreste si scorgeva la roccia. Perché Parigi val bene una fuga, ma Koris sta bene nel Midi. O se si preferisce “l’Ile-de-France è bella, ma non ci vivrei”.

Al di là dell’arcobaleno

Da quando Koris-Parceval ha trovato il Santo Graal del post precedente, Koris si comporta esattamente come il meteo marsigliese degli ultimi giorni, che ci ha regalato un arcobaleno da Luminy a La Timone col sole sotto un acquazzone: fa cose a cazzo. Ma le fa con stile. O col polleggio, come direbbe Flu.
Venerdì la Capa è entrata in ufficio a metà fra un Berserkr e un Alien col mal di denti, urlando contro una Koris che pareva un dio epicureo, decisamente atarassica ma più sicuramente menefreghista.
“E per questo esigo che il 31 luglio mi consegni le chiavi!”
Koris si è illuminata come una stella in fase di gigante rossa, con un sorriso a denti cavallini al gran completo.
“Bene, così me ne vado in vacanza”
La Capa se n’è andata sciabattando seguita da un frullio di Tacchettine. Lo Stato Maggiore ammette di avere un po’ paura di sé stesso, visto che non aveva quasi mai osato rispondere così male a un superiore. Forse non considera la Capa un superiore, tutto sommato.

Apollo: Allora, qual è l’accusa questa volta?
Starbuck: Ho fatto a pugni con un superiore stronzo.
Apollo: Ah. Scommetto che era tutto il giorno che volevi dirlo.
Starbuck: Gran parte del pomeriggio, sì.
Battlestar Galactica, miniserie

Con l’approssimarsi della fine del periodo tacchettinico della sua vita, Koris si da all’edonismo sfrenato. Si droga con “I Borgia”, serie da Junior soprannominata “Tette&Cardinali”, mentre mangia pietanze assolutamente fuori deviazione standard. Come la macedonia di fragole, mirtilli e lamponi. Con panna montanta. La scusa che erano per un dolce da portare ai ruolisti, ma poi Van ha deciso di occuparsene, non regge nemmeno un po’. Ma pazienza, Koris in questo periodo è molto permissiva.
Così permissiva che non si incazza nemmeno quando il portone il sabato non si apre e le impedisce di recarsi in palestra di arrampicata. Koris ha fatto dietrofront, è tornata al suo quinto piano e si rimessa davanti a Trillian. Da cui è riemersa vincitrice soltanto dopo essere riuscita ad installare il gioco che iniziò Orso al mondo delle speculazioni, della finanza e delle concorrenza spietata: Theme Park. Gioco di cui Koris e Orso hanno abusato fino alla morte del primo computer di casa.
Il resto del tempo Koris pianifica. Ha deciso che visto che la Capa non vuole più vederla, tanto vale spassarsela, secondo l’ottica sempre dell’Orso, “fai come l’impero romano in decadenza, comprati un cesso d’oro e due leopardi”. Quindi Koris ha circuito l’Amperodattilo per organizzare un workshop di haute couture made in Merdopoli, con apericene a base di slow food locale. Apericene un cappero, dall’Amperodattilo ci si aspetta minimo minimo primo, secondo e dessert. Pranzi sempre coi gelati, direbbe U Babbu e non solo lui.
Dopo Ferragosto Koris ha solennemente decretato che se ne tornerà a Parigi. “Cosa, dopo tutto il casino che aveva tirato su quando le hanno offerto di andarci a vivere?” direte. Beh, Koris è fatta così, Parigi val bene una messa, ma solo quattro giorni l’anno. Koris non ha mai visto Versailles, tanto vale rimediare. E poi, come direbbe Celia, si passa anche a fare un saluto. Senza parlare della Pentax che chiede di essere sfruttata à la Sainte Chapelle.
Ma mancano ancora tre giorni di TacchettinArmageddon prima del “tutti a casa”. Possono succederne ancora di ogni.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: