Archivi categoria: Viaggi

Tecnologia vs social network del villaggio

Koris e ‘thieu sono andati a un convegno speleo durante il week-end (che è andata come è andata, ma vabbè, pazienza). L’idea primigenia era “ma sì, andiamo in tenda, che sarà mai, è ancora estate”. Poi il meteo ha iniziato a promettere e/o notti a sei gradi e l’idea della tenda ha perso un po’ di fascino. Durante la settimana scorsa ‘thieu ha deciso che si è ancora abbastanza ricchi per potersi pagare due notti in rifugio e limitare il disagio. Solo che non aveva tempo di occuparsene e ha sbolognato la patata bollente a Koris.

Koris ha scartabellato la lista dei rifugi, si è accorta di essere fuori tempo massimo per le prenotazioni online e ha cominciato a chiamare munipi in villaggi sperdutissimi delle Cevenne. Ha riceuvto risposta solo dallo sperdutissimo villaggio di Revens, che aveva in effetti un’ex-stalla-ora-monolocale-cozy da affittare.

“Però io non posso darvi le chiavi venerdì sera,” ha avvertito la tipa incaricata “le lascio il numero di Regis il mio vice che si trova in loco. Ah, vi avverto che nel villaggio non ci sono negozi, il più vicino alimentari è a 20 km a Lanejuols.”

Questo doveva dare un’idea delle dimensioni del villaggio. Koris si è segnata il numero su un fogliazzo, quindi lo ha trasferito sullo SmartPhogn, pensando che la tecnologia sarebbe stata d’aiuto. Grossolano errore.

Venerdì pomeriggio, in macchina all’altezza di Montpellier, si è scoperto che lo SmartPhogn aveva fagocitato il numero di Regis per consegnarlo all’oblio. Panico. Terrore. Koris cerca di mandare a memoria il numero, ma si ricorda solo sei cifre su dieci. ‘thieu minaccia di farla chiamare numeri inesistenti per sperimentale tutte le possibili combinazioni lineari delle cifre mancanti, hai visto mai ci si azzecchi per caso.

Tutto bene quel che finisce bene, Koris riesce a richiamare l’addetta municipale, che si degna di rispondere e dà le cifre mancanti del numero di Regis. Koris continua a ripetere “mi dispiace” per il resto del viaggio.

Si arriva al crepuscolo in cima alla collina abbastanza sperduta di Revens. E qui dramma numero due: qualunque telefono segna “nessun segnale”. Nemmeno “solo emergenze”, proprio zero, sticazzi, schermo totale dal campo telefonico. Lo SmartPhogn riesce a captare una mezza tacca capitata lì per caso, ma ovviamente il telefono di Regis non prende. Secondo momento di panico, si pensa di passare la notte in macchina davanti alla chiesa.

Nel crepuscolo sul villaggio deserto, spunta un omino che pare Doc di “Ritorno al Futuro”, con un cesto di funghi sottobraccio. ‘thieu, perduta ogni vergogna, gli corre incontro.

“Scusi, è mica lei Regis?”
“No, cosa volete?”
“Avremmo affittato il rifugio municipale, ma non riusciamo a contattare il tizio che deve darci le chiavi…”
“Eh, sì, qui i telefoni non prendono quasi mai, per questo usiamo tutti il fisso…”
“Ah.”
“Ma so dove abita, venite che vi accompagno”

Segue scena in cui ‘thieu si fa perculare perché si preoccupa di chiudere la macchina, quando nella sperduto di Revens la gente lascia aperta direttamente la porta di casa. Infatti la porta di casa di Regis è aperta, su una sala da pranzo in cui una catanonna centenaria sta cenando a formaggio di pecora.

“Ho trovato questi due naufraghi, Regis, cercano le chiavi del rifugio.” ha annunciato Doc “Ah, e se vedi la luce accesa nella casa dei Tizi non ti inquietare: il mio pc si è rotto, quindi mi hanno detto di usare il loro”

Fu così che Koris e ‘thieu riuscirono a non dormire in macchina. Tecnologia 0, social network del villaggio 1.

Annunci

Speleo Things, stagione 5

Al quinto anno di campo alla Pierre Saint Martin, possiamo pensare di farci una serie

Anche quest’anno Koris ha fatto la sua quinta stagione alla Pierre Saint Martin (o San Martiko Harria, come dicono i Baschi locali), attesa come l’uscita di una serie Netflix, ma in cui si vive davvero. E più che il SottoSopra, si esplora il SottoSotto. Ma la fame da Demogorgone resta, invariante.

La stagione 2018 si era conclusa col BB26 (troppe grotte, finché non diventano grosse le chiamiamo col numero di inventario, potrebbe diventare l’Abisso Mangia-Tute) che dopo dieci metri di meandro infame e stretto finiva in un pozzo di 15 metri con un blocco incastrato al centro e un grande boh dopo. Koris e ‘thieu hanno passato autunno-inverno-primavera a pensare a quel boh, con alterne vicende di entusiasmo, disillusione e on verra bien.

Dieci giorni fa hanno portato l’artiglieria pesante al BB26 e del blocco non sono rimasti che frantumi di calcare. Il P15 si è rivelato essere un P12 secondo la questura e il DistoX, che continuava in un saltino di 6 metri, molto bianco e molto ben educato. Dal saltino si ha accesso a un meandro alto e bianco che dà in una faglia bassa, da cui la corrente d’aria annunciava un seguito. La faglia ha richiesto alcune sessioni di lavori all’artiglieria pesante, in un ambiente non proprio tropicale, complici i 4.5 gradi e il gocciolio continuo. Pare circoli un video di Koris, intenta a mangiare pane e salame (ovvero un pezzo di pane in una mano e un pezzo di salame nell’altra) sotto il poncho da grotta da cui spuntano solo testa e zampe.

Hypothermia, cubalibre and midnight sun… ahem, no, questo è il tormentone dell’estate da cui non si esce. Perdonate.

Spaccata la faglia, si è trovato un meandro soffiante da “rimettere alla larghezza opportuna”, soprannominato Meandro di Moebius perché sembrava non finire mai. E invece venerdì si è aperto abbastanza per permettere l’accesso a P10 che dava su… un altro boh.

“Koris, vai tu che l’ingresso del pozzo è stretto”

E Koris è scesa là, nel P10 in cui nessuno era mai andato prima. La consapevolezza di essere il primo umano a mettere piede in un angolino di questo pianeta è una sensazione bizzarra, a metà fra l’orgoglio e la fifa perché non sai dove stai andando e, ehi, nessuno lo sa.

tuttavia

Ma giusto in tempo per esplorare il sottosuolo.

Koris era abbastanza sicura che il meandro si chiudesse davanti a lei e richiedesse un certo numero di sessioni per aprire la sinuosa fessura di 10 cm ai suoi piedi. Poi è andata a vedere. Tanto si chiude. Si è sempre chiuso in alto, si chiuderà anche ora. Tanto si chiude, vero?

Col cappero. Koris si è trovata sul davanzale di un pozzone (poi misurato essere 30 metri di profondità per 17 di larghezza) di calcare nero, senza corda, senza niente di niente. Il primo essere umano a portare dei fotoni là sotto. Momento di orgoglio per la scoperta. Poi Koris ha urlato perché si è ricordata che i pozzoni non le piacciono per nulla.

Al fondo del pozzone, sceso per la prima volta dall’intrepido ‘thieu, si sono trovati un certo numero di rigagnoli che confluiscono nel solito meandro stretto, da allestire a larghezza umana. Koris ha percorso i primi dieci metri, poi ha deciso che anche basta, perché se si incastra là dentro nessuno può venire a recuperarla in breve tempo. Anche se sarebbe un’ottima scusa per prolungare le vacanze.

Il meandro avrebbe potuto rivelare parte dei suoi segreti prima della fine del campo, se il trapano non si fosse messo a fare i capricci. Poi si è scoperto che non era il trapano, era la punta. Due giorni persi così, l’ultimo giorno era ormai troppo tardi per iniziare il cantiere. Il BB26 per quest’anno si ferma qui, a -70 metri per 200 metri di sviluppo orizzontale.

Il seguito alla prossima stagione, la sesta di Speleo Things, prevista per l’estate del 2020 (anche se alcuni intrepidi pare facciano uno spin-off natalizio per passare un sifone sommerso, ma Koris passa il turno).

In fuga alla Pierre

Il problema è che ci si abitua anche troppo, in due settimane di sparizione sotterannea, senza wifi, con poco telefono e tagliati dal resto della civiltà umana. Almeno, dalla parte della civiltà che non considera socialmente accettabile aggirarsi con una tuta piena zozza e una sottotuta con l’odore di un mammuth avariato.
Koris si è odiata un po’ per due giorni per aver detto “no” quando le hanno proposto due notti al bivacco a -450. Quando però all’alba del terzo giorno la sua lampada ha deciso di aver vissuto anche troppo da dicembre ad oggi, decretando la fine dei suoi giorni, Koris è stata felicissima di essere più vicina alla superficie dei -450. Koris è tutt’ora in lutto per la sua lampada, in viaggio per Grenoble per la riparazione, e se non fosse stato per un casco in prestito la settimana successiva poteva essere speleologicamente complicata.
In assenza del bivacco, Koris ha ovviato con uno stage personalizzato in disostruzione di strettoie troppo intime. Coi mezzi pesanti. Ecco una rappresentazione artistica delle Koris-attività:

All’attivo ci sono 75 metri tutti nuovi che forse continueranno l’anno prossimo, forse no. Peggio di una serie tv. Koris ha proposto come nome l’Abisso delle Chiappe Fredde, ma per ora non è stata ascoltata. La vita è ingiusta.
C’è stata poi una scampagnata veloce a -260, nella grotta principale che consta due fiumi, uno dei quali non veniva visitato dal 1998 (che detto così sembra ieri, e invece…).
“Dobbiamo passare il meandro E.T.”
“Perché E.T.?”
“Perché E.T. telefono casa e quando sei in quel meandro vorresti solo telefonare a casa che vengano a prenderti”
Koris nel meandro ci si è anche incastrata, ma stavolta è uscita con le sue forse in un tempo ragionevole. Ha ripetuto ossessivamente per sette ore “Se stasera oltre alla ratatouille non fanno anche delle salsicce, mi mangio qualcuno”, ma è sopravvissuta a tutti i 200 metri di pozzi. All’uscita ha mangiato come un cesso due cessi in parallelo, ma era tutto vuoto a rendere.
Nota dolente: troppi bambini a scorrazzare per il campeggio. Koris ha avuto una crisi della sindrome di Erode e ad ogni pianto a dirotto borbottava “non bisogna cuocerli vivi, sotto i cinque anni”. Puoi fuggire sottoterra quanto vuoi, ma al ritorno alla base troverai sempre un moccioso spannocchia-gonadi che ti darà ragione di riversare tutto il tuo istinto materno verso i pipistrelli.
Mocciosi a parte, piogge torrenziali a parte, a Koris forse ha fatto bene staccare un po’. Dal lavoro, dalla routine, dai suoi demoni, dalla sveglia alle sei mezza. Anche perché nel nulla cosmico della Pierre Saint Martin, accherchiati da un sacco di pecore, i problemi sembrano ridimensionarsi molto. Saranno gli svariati chilometri al giorno con zaini che ridimensionano di molto le proprie priorità: un sacco di cibo, un materasso, una doccia. Quest’ultima da conquistare contro un’orda di cinquantenni inglesi taglia forte. Una sera di particolare rincoglionimento, uscendo dalla doccia, Koris si è chiesta chi avesse mai portato una poltrona di velluto rosso nei cessi. Diremo che non ha riconosciuto la forma umana per mancanza dei suoi occhiali sul naso.
Tornare a casa genera una sorta di shock culturale, soprattutto alla lavatrice, che si vede costretta ad ingoiare svariati chili di vestiti sporchi. Ci si consola dell’idea di dormire in un letto vero e non sul materasso gonfiabile in tenda sotto gli elementi (presente “La sentinella“? Uguale). Ci si consola anche col pecorino del Bearn, comprato non tanto a chilometro zero quando a metri tre in un alpeggio che probabilmente non ha mai visto passare una certificazione di qualità europea. Ma va anche bene così.
Nella speranza che i brutti pensieri restino in vacanza ancora per un po’.

Diario delle vacanze

Day 0:
Si parte con una macchina stracarica e tante cattive intenzioni. Otto ore e quattro cambi di conduttore dopo si arriva a Sante Engrace, in Basco Santa Grazi, ai piedi della San Martiko Harria (Pierre Saint Martin per i Francesi), fra la frontiera spagnola e il canyon Inkhazkubu (che no, non è un mostro di Lovecraft). Accoglienza fra una moltitudine di speleologi che discutono su quale sia il grado di sopportazione della puzza dopo svariati giorni di bivacco sotterraneo.

Pierre Saint Martin, day 1:
L’obiettivo numero uno è un potenziale buco interessante. Pieno di neve, perché questo è l’anno della neve fuori stagione, da maggio ad oggi non si ferma più. Quindi neve, ghiaccio assortito, un’atmosfera da freezer per mantenere il tutto. E un passaggio, stretto, che pare scendere ancora di più. Koris oggi si sente particolarmente ispirata: «vado io, per ora non lo allarghiamo di più». L’ispirazione di Koris finisce in una strettoia che necessita una ventina di minuti di sforzi per uscirne con tutti i pezzi e non a rate. ‘thieu fa saltare un blocco malefico, il seguito a domani.

Day 2:
The cold never bothered me anyway. Altro giorno, stessa grotta con doppia dolina, estiva a venticinque gradi, invernale a cinque. Gradi stimati in grotta: due e non vi sono intesi. Koris e ‘thieu fanno la cartografia della prima sala, per scoprire di avere le chiappe su due metri di ghiaccio e neve. Sotto non si sa bene cosa ci sia e forse non vogliamo nemmeno saperlo. Koris passa la strettoia del giorno prima, opportunamente allargata. Where no man has gone before, e il man ci aveva anche ragione perché fa un freddo vergognoso. Il metro laser dice che oltre ci sono almeno altri otto metri di cunicolo. Suspense.

Day 3:
Si sale nel nebbione, forse siamo stati teletrasportati a Broni-Stradella senza che nessuno avvertisse. La grotta è sempre il frigo abituale. Koris passa un tempo incommensurabilmente lungo nel budello gelato, cercando di capire se vuole passare una seconda strettoia oppure no. Visto che il posto è intimo ed esclusivo (ovvero, ci passa solo Koris), in mancanza di principi azzurri formato ultra slim, Koris decide di non rischiare di ripetere l’esperienza di due giorni prima. Ma il luogo, nonostante la temperatura non accomodante, resta interessante, pare.

Day 4:
Fatica generale, si decide per una giornata di pausa: cioccolato e foto ai fiorellini. Koris si abbrustolisce al sole mentre le libellule la assaltano. Si prepara una tonnellata di bracassus (la sbobba tipica speleo a base di ceci, chorizo e pomodoro cotti insieme per risparmià tempo) per la squadra che torna da due notti di bivacco a -450 m (dimenticandoci il materiale cartografico, come si scoprirà dopo).

Day 5:
Il capo esplorazione va a vedere la strettoia in cui Koris, dopo intenso training autogeno, ha deciso di buttarsi, e vieta categoricamente di metterci piede. L’ambiente è poco salubre e potrebbe nuocere gravemente all’integrità strutturale dello speleologo. Si sta per sgomberare la grotta ghiacciata quando compare una corrente d’aria da sotto una cascata di sassolini. Si scava, si tirano due colpi di mazzetta. Pare ci sia un passaggio da questa parte, ci entra già metà Koris e il metro laser dice che ci sono almeno sei metri.

Day 6:
Rischio di temporali, visto che nessuno ha voglia di farsi folgorare nel bosco non si fa niente di utile.

Day 7:
Se non è la giornata più umida dell’universo ci va vicina. Si cammina un’ora e mezza sotto la pioggia, ci si ghiaccia il culo in attesa di un prosieguo al buco abbandonato l’anno scorso. Pare che si attenda in vano perché il budello è molto più stretto del previsto e molto più pericolante. Mugugno generale, Ô rage ! ô désespoir ! ô viellesse ennemie !
N’ai-je donc tant vécu que pour cette infamie?
.

Day 8:
Ci si sveglia circondati da una gang di enormi lumache nere senza guscio, che hanno invaso l’abside della tenda. Sono capeggiate da un’altrettanto enorme lumaca color cacchetta che le incita all’attacco. I gasteropodi invasori vengono fatti sloggiare con le cattive, solo per scoprire che hanno già cacato più o meno ovunque. Respinto l’assalto delle lumache cagone, si parte per la solita ghiacciaia. E questa volta Koris passa un meandro infame alla maniera egiziana (i.e. di profilo geroglifico). Solo che la grotta non scende, sale. Perplessitudine da chiarire appena ci sarà qualcuno accanto a Koris arrampicatrice.

Day 9:
Nessun assalto cacatorio, noto anche come lumacAttack, ma una mancanza di motivazione generale per fare un’ora e mezza di marcia nella foresta. Ciò nonostante, ci si arma e si parte. Tuttavia, lo spaccamento di pietre non è sufficiente a far passare qualcuno accanto a Koris arrampicatrice. Il prosieguo della storia all’anno prossimo, forse. Intanto Koris ha passato il pomeriggio nella ghiacciaia e se non fosse per il doppio calzino, la calzamaglia sotto al pigiamone di pile, i guanti a più strati e il burqa da grotta, sarebbe commercializzabile a marchio Findus. Si cerca disperatamente un nano-speleologo da appioppare a Koris nelle sue esplorazioni in ambiente ostile. Intanto la ghiacciaia viene rinominata «la Grotta del Paté Basco», in onore di una scatoletta di paté che è stata conservata al suo interno per tutta la settimana.

Day 10:
Bisogna andare a recuperare del materiale cartografico dimenticato la settimana scorsa. A -450 m, dopo duecento metri di pozzi e due meandri. Koris ha cercato di defilarsi e smarcarsi in ogni modo, ma è stata tirata dentro d’ufficio. L’uscita in verità meriterebbe un post a sé, ma si può riassumere con brevi episodi: la sequenza di pozzi scoscesi, il meandro (anzi due) infame e infernale che non finisce mai, gli scivoloni nelle gallerie finali fino al bivacco. Koris si procura lividi in zone che nemmeno sapeva di avere. Si esce a mezzanotte dopo un po’ più di dodici ore di speleo. Per arrivare alla macchina, ancora 45 minuti di cammino. Per arrivare al campeggio, ancora 30 minuti di macchina. Koris va a dormire mentre altri due membri della squadra fanno lo spuntino delle due di notte a pane e camambert.

Day 11:
Come giuratosi durante l’interminabile discesa agli inferi di -450, Koris passa la giornata a fare poco o niente. Il più grande sforzo è portare alla bocca cibo di qualunque origine, anche sconosciuta. Ci sono riserve di grasso da reintegrare.

Day 12:
Ultimo giorno di campo. ‘thieu vuole approfittare dello scazzo generale per andare fare foto nel sistema Verna-Chevalier, una roba enorme di un centinaio di metri di altezza per 350 di lunghezza. L’ammutinamento del materiale fotografico rende l’assideramento parziale di Koris, dati i 4.5 gradi del luogo, non esattamente utile.

Day 13:
Si smonta il campo e si torna a casa. Nove ore di macchina dopo, si dorme in un letto che sia un letto e non un materasso gonfiabile. Tuttavia, la prospettiva di rivedere Binomio dopo altrettanti giorni di disintossicazione è tutt’altro che allettante.

Relax particolari

Ci sono settimane di pensantezza insensata che passa dall’inadeguatezza alla buona vecchia sindrome dell’impostore, per finire con la stanchezza cosmica. Poi ci si mette il meteo delle Hautes Alpes che prevede temporali a Ceillac per sabato e domenica. E ti ri-viene voglia di passare il week-end chiuso in casa a meditare sull’inutilità dell’esistenza.
E poi c’è ‘thieu che si impunta e dice “no, andiamo lo stesso, non sarà il primo temporale in montagna per nessuno dei due”. Come dire, per Koris il Lago del Monte è una filosofia di vita (ma c’è un post su codesto aneddoto familiare?).
E si arriva agli otto gradi di Ceillac per vedere le nuvole che arrivano dalle cime ancora imbiancate e Koris che prega “non domani, per piacere, non domani!”.
A onor del vero l’indomani non piove, il tempo è solo coperto. All’urlo di “ma dai, quante volte a fondo valle faceva un tempo di merda e appena saliti in quota c’era il sole?”, vogliamo crederci fermamente. E ci sono le scarpe da trekking che Koris deve collaudare sul serio, che cacchio.
Si sale sul versante della Cascade de la Pisse col sole che ogni tanto fa capolino fra le nubi. Ci crediamo ancora di più, tanto per non farsi mancare niente negli zaini c’è sia il k-way anti-uragano che la crema solare.Quota 2200, Lac du Miroir con una corona di cime imbiancante attorno. Koris urla “Oooooh, c’est beau!” e in un attimo ha di nuovo otto anni e zampetta come una capra fra una roccia e l’altra. Sessione fotografica di routine, col nuovo 10 mm che conferma i 400 euri meglio spesi degli ultimi anni. Le nuvole fanno avanti e indietro.
La marcia è appena ripresa che Koris sente uno strano plick! plick! plick! sul braccio. Non è pioggia: è grandine minuscola. Continuiamo, se peggiora torniamo indietro.
Si arriva alla parte brutta della camminata, passando per le piste da sci che sono una vera e propria ferita nel paesaggio. Un po’ piove, un po’ grandina, un po’ c’è un vento sgradevole. Le nuvole arrivano proprio da davanti, brutto segno. Su Ceillac, più in basso, solo nuvole nere.
“Che facciamo, torniamo indietro?” chiede ‘thieu.
“Beh, non conosco il meteo locale, ma magari le cime disposte a circolo intrappolano le nuvole. Proviamo a passare il colle, poi facciamo marcia indietro”
Sulla pietraia che porta al Lac de Sainte Anne nevica. Ma non la pioggia mista a neve, non lo sputacchio malaticcio che ci si aspetta a metà giugno. Fiocchi grossi che paiono usciti da un film ambientato a Natale. Finché non si arriva al lago.
E c’è il sole.
E c’è il lago con l’acqua blu con la neve che ci getta dentro, con le cime da 3000 m che fanno capolino fra le nubi che corrono nel cielo.
Le marmotte fischiano, nascoste da qualche parte.
E neve ovunque. È tutto bellissimo. Anche l’insalata di riso mangiata con le mani perché “Pensavo avessi preso tu i cucchiai”, “non li avevi presi tu?”, “vabbé, facciamo finta di essere sottoterra”.
Dopo un tempo sufficientemente lungo dedicato alle foto di qualunque cosa sia neve, lago e fiori di montagna, si decide di avanzare fino al limite delle nevi sul Col de Girardin, passando nei nevaietti che ancora resistono (e qui le ghette si confermano l’accessorio fèscion della moda da montagna dell’estate 2016). Il panorama ha la bellezza del deserto di neve e falesie che si ergono. A 2500 si torna indietro per mancanza di attrezzatura da neve adeguata. Le marmotte, la cui dimensione ricorda vagamente quella di gatta Spin, fischiano e prendono per i fondelli.
La pioggia arriva effettivamente a fondovalle. Arriva e non se ne va più, anche se il meteo aveva previsto solo “qualche rovescio in serata”. È un rovescio solo, piuttosto cocciuto. E ci sono sei gradi. Faceva più caldo a 2500 metri.
L’unico programma per la serata è ingurgitare la zuppa-in-cartoccio per scaldarsi e infilarsi nel sacco a pelo fino a domattina, sperando che il rovescio si trasferisca altrove. E intanto Koris prova esattamente cosa voglia dire era notte che pioveva e che tirava un forte vento, immaginatevi quale tormento… (questa la capiranno solo quelli che hanno beneficiato di ninna-nanne di un certo tipo).
L’indomani ha smesso di piovere, giusto in tempo per una nuova sessione fotografica nella Vallée des Escrins, che viene segnata subito come passeggiata da fare per intero.
E non importa il freddo umido patito nella serata, non importa la pioggia, non importa la neve in faccia e l’acido lattico nei polpacci. Koris si rilassa molto di più così che su una spiaggia caraibica.

SainteAnne

La spiaggia del Lac de Sainte Anne, balneazione diversamente consigliata.

Nella terra del Roquefort

Il grosso problema delle ferie è il giorno dopo, come già detto altrove. Se poi della vita cosiddetta civilizzata ti mancava solo il letto, il ritorno alla routine è ancora più assassino. Il letto in questione era un letto a castello Ikea anni ’90, per gli amici intimi Vradal, taglia bimbo anoressico e con la scala esattamente verticale. Lo stesso che Koris e Orso hanno a Merdopoli, solo che l’Amperodattilo scelse un letto a castello king size e sostituì scala e sponda con qualcosa di ergonomico e comodo, affinché non si rischiasse la vita ad ogni pisciata nottura. L’Amperodattilo ne sa a pacchi.

vradal

Sia lodato l’Ampero-Designer e fine dell’excursus sulla scomodità del letto.

Koris ha fatto cinque giorni di campo speleo sul massiccio del Causse du Larzac. E dov’è? Nell’Aveyron. Che sarebbe? La terra del Roquefort. Un luogo in cui il banco dei formaggi ha una parte dedicata con una ventina di puzzoni locali. C’è più formaggio puzzone che rete internet.

Puzzoni

U Babbu e Quella Del Sangue del Porco dovrebbero apprezzare particolarmente

E ci sono, of course, un sacco di buchi. Grotte per tutti i gusti: orizzontali, grandi verticali con pozzi di 156 metri che ti fanno attorcigliare le budella, stretti, acquatici con l’acqua a dieci gradi, con l’ingresso in antiche cantine per stagionare il formaggio (e te dai), con l’armo ad altezza nani o corazzieri, con una foresta di stalattiti, con le perle di caverna, coi fiumi sotterranei. Koris ha fatto cinque uscite in cinque giorni, ma le è mancata un po’ l’uscita devasto totale che non si è fatta. Sarà per la prossima volta.
In compenso forse Koris non ha più paura dei meandri e delle scalate in libera. Fobia che ovviamente ha lasciato il posto ad altre preoccupazioni inutili, ma stando a ‘thieu e al resto del gruppo bisogna attendere che le cose maturino. Attenderemo.
Koris avrebbe anche fatto delle foto, in particolare a perle e pipistrelli, ma ovviamente le ha dimenticate a casa. Le foto in superficie sono state rare perché sul Causse du Larzac il tempo incerto è una solida realtà, assieme ai quattro gradi che ti accompagnano alle otto del mattino mentre vai a fare colazione. Ovviamente non c’è stata occasione per fotografarli, ma spesso e volentieri i pascoli dell’altipiano sono popolati da coniglietti con tendenze suicide che aspettano il momento opportuno per attraversare la strada.
Il prossimo campo si torna a surgerlarsi nel Vercors, a inizio maggio. Ancora troppo lontano.

Pour bien commencer l’année…

Per cominciare bene l’anno, si fugge dal capodanno marsigliese che potrebbe essere deleterio a causa dell’abitudine locale a tirare petardi fra piedi sconosciuti in segno di affetto. Si preferisce la movida di Fenouillet, paesino dei Pirenei Orientali che consta di un castello cataro, i brandell di una torre e nemmeno 90 anime, con annesso rifugio comunale dalla decorazione stile nonnina-anni-60, ma confortevole. C’è pure la pentola a pressione per cuocere le lenticchie, cosa vuoi di più dalla vita?
L’anno comincia ancora meglio il primo gennaio, alla grotta di Chtulhu Demoniaco, così battezzata da alcuni fan di Lovecraft locali per le sue piene torrenziali e per i diciassetti sifoni. Ma in quest’anno di siccità i sifoni sono secchi e si passa senza troppi patemi nelle enormi gallerie di Azathot fino alle Streghe di Arkham. Gli enormi scalini di R’Liyeh saranno conservati per un’uscita più lunga e popolata.

Chtulhu

Nelle profondità, Cthulhu sogna. Questa volta davvero

Si esce nove ore dopo per strafogarsi di ceci e salame piccante, perché il cibo speleo è necessariamente a base di ingredienti disdicevoli cotti assieme per risparmiar tempo.
Il due gennaio si va a Bugarach, la montagna capovolta, sogno proibito dei complottari che sognano piste di atterraggio per i dischi volanti. L’unico posto al riparo dell’Apocalisse, tant’è che nel 2012, all’approssimarsi del 21 dicembre, il prefetto aveva dato ordine di murare le entrate delle grotte sul picco, generando la rivolta degli speleoclub locali (e non solo). Furono chiuse le strade di accesso alla montagna e fine lì, tanto è il 2016 di apocalisse manco l’ombra.
Ma a noi dei complottari e degli extraterrestri frega niente, tanto si va a Bufo Fret, il “soffio freddo” in occitano e valbormidese (questo è il vero mistero da Voyager, perché in tutto l’universo si trovano influenze della Valbormida?), con altri tre speleologi trovati in loco.
Koris è talmente entusiasta che cerca di di garrottarsi con una corda, così, tanto per testare il materiale nuovo portato da Babbo Natale. Alla fine è stato meno traumatico il tentativo di strozzarsi che tutti i meandri successivi. Koris-desiderio per il 2016: imparare a passare i meandri senza farsela nella tuta speleo (che è anche poco igienico, dai) e senza piagnucolare abusando della santa pazienza di ‘thieu.

BufoFret

Koris fra le stalattiti fossili a Bufo Fret. Foto credits: Stoche, SCM.

Nove ore di foto, piagnucolamenti e passaggi di meandro a base di “ehi, ma non siamo passati di qui all’andata, non era così facile” “certo che ci siamo passati, sei tu che non hai visto gli scalini”, si esce nella tempesta di vento che piega la vegetazione del picco di Bugarach. Roba che il Mistral a casa nostra è una scoreggina. Solo le volpi fanno capolino fra i cespugli. Più problematici sono i quattordicenni che festeggiano nella sala vicina al rifugio, alternando musiche commercial-disco-trash contemporanee a roba che si sentiva quando Koris era alle medie.
“Tranquillo, amore, se vanno ancora un po’ indietro nel tempo, per domattina sono a Enrico IV”
Il giorno dopo si dovrebbe anche tornare a casa, ma prima assicuriamoci che nell’Aude sia veramente tutto chiuso. E infatti le porte del castello di Puilaurens e di Arques sono serrate. Dalla crociata contro gli Albigesi non sono più gli stessi, da queste parti. Anche la cattedrale di Alet-les-Bains è chiusa, ma Koris, con la sua esperienza da ninja delle situazioni assurde, riesce a infrattarsi in un cimitero e scattare lo stesso qualche foto.
Si torna a casa con tanta voglia di un’altra incursione, ascoltando musica delirante di un certo livello. Ovviamente del primo XVIII secolo.
Durante questi ultimi tre giorni, Koris si è accorta che le serve veramente poco per essere felice. Ma che quel poco è stato orribilmente difficile da trovare.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: