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That time of the year again

È di nuovo quel periodo dell’anno in cui il Koris-cervello si trasforma in un vortice nero capace di inghiottire tutto dopo averlo ben shakerato sulle pareti del cranio. Un po’ come lo sciacquone, il contenuto è lo stesso. Questa iperattività non si applica tuttavia al lavoro, momento in cui il Koris-cervello riesce a pensare solo a cose intellettuali del genere “dossambauapiritinkapimentapintoncapitancapinta”, forse un giochino delle elementari, forse un segmentation fault cerebrale. Giugno incombe e con esso il caldo, quindi a breve ci sarà una seconda tappa di devoluzione e riconversione professionale in piattola con l’EdgarAbito.

In laboratorio il Capo dimissionario fa quello che Koris avrebbe tanto voluto fare due anni fa, quando stava alzando le vele da Neutroni Porcelloni: risponde a tutti “non è un mio problema, io me ne vado”. O meglio, dice “se ne occuperà il mio successore”, che poi significa la stessa cosa. Finanziamento dell’acceleratore? Se ne occupa il successore. Il futuro dottorando poraccio che si trova una tesi a metà? Sempre il successore. Incertezze sul Koris-progetto? Ancora cazzi del successore. Come si vive bene senza essere persone responsabili. Non si sa chi sarà il successore, certo è che si troverà un sacco di cazzi (blog pornazzi, ormai).

‘thieu è in quel periodo dell’anno in cui ripete a ruota “sono stanco” e si comporta come una lumaca adepta dell’entropia, ovvero striscia seminando disordine dietro di sé. Koris si sfava e vorrebbe piantare su scenate da Amperodattilo. Poi cerca di calmarsi, fallisce e tutto finisce nel gorgo dello sciacquone cerebrale. È un mondo difficile, pieno di fallimenti speleo perché gli armi delle grotte scelte fanno schifo. Mai uscire dai sentieri battuti.

Koris sperava di poter tirare il fiato andando in montagna la settimana prossima, ma il meteo potrebbe non voler collaborare. Allora ditelo che ce l’avete con lei, in questo periodo. Fra le incertezze, il “non succede ma se succede”, la stanchezza primaverile e quella pandemica, più le varie ed eventuali, qui non si arriva vivi alla seconda dose del vaccino aka fine giugno.

Ne siamo persuasi

Andiamo a bruciargli la casa, PhD edition vol. 2

Antefatto: Koris è stata più o meno obbligata a partecipare a colloqui di selezione per trovare qualcuno che continui il suo lavoro in scadenza. Il Capo ha deciso che questo qualcuno sarà un dottorando, perché i dottorandi costano poco e rendono tanto. Siccome il progetto sarebbe da attuare in collaborazione presso un altro laboratorio, Capo ha preso due picconi con una fava (il significato di fava potrebbe anche essere traslato, tutto sommato) e ha preparato una proposta di dottorato in cotutela; due laboratori e un dottorando a metà prezzo, affrettatevi gente che l’offerta scade e alle prime dieci chiamate una batteria di pentole in omaggio. Il capo di quest’altro laboratorio verrà ai fini del post etichettato con l’evocativo nome di Obi Wan Kestronzo, ricercatore dal cv decorato, dallo stipendio fisso di giada e che ci tiene a farlo sapere.

Dunque Koris, essere della medesima importanza del due di coppe con la briscola a bastoni, si è ritrovata a dover colloquiare con alcuni aspiranti dottorandi per saggiarne le competenze e le intenzioni. In teoria, se le cose fossero andate come auspicava il Capo, Koris sarebbe stata la co-tutrice di dottorato, tuttavia il Cetriolo Cosmico ha voluto diversamente e quindi nada, oggi le è toccato il ruolo di quella-che-non-si-sa-bene-perché-è-lì. Visto il giro che hanno preso di eventi, Koris pensava di mostrarsi in webcam con sullo sfondo Gandalf al ponte di Khazad-dum, per mandare un velato messaggio ai candidati. Ma non è questo il punto.

Obi Wan Kestronzo in quanto ricercatore blasonato di un istituto rispettato ha pensato bene di mettere subito in chiaro le cose: o hai il sacro fuoco (al culo), oppure tanto vale che lasci perdere subito il dottorato. Si è registrato questo crescendo di uscite da maestro jedi di stocazzo versione accademica:
“Fare un dottorato significa mettere in pausa la propria vita per tre anni per dedicarsi solo alla scienza”
“Quando si decide di fare un dottorato, la vita privata deve contare meno di zero”
“Un dottorando fa una vita di merda, è pagato male, non ci guadagna nulla se non un diploma e noi advisor lo sfruttiamo, ahahahah” (cazzo ti ridi? n.d.K.)
“La vita di un dottorando è la vita di un monaco: ti alzi alle quattro del mattino per fare la preghiera e lavori fino a mezzanotte e ogni giorno di nuovo”

Il Capo, che si rifà alla massima francese “pas de couilles, pas d’embrouilles”, non ha detto nulla. Dopo la prima frase Koris ha cercato di intervenire, non l’hanno calcolata sempre per l’importanza di cui sopra. Alla seconda massima sapienziale di Obi Wan Kestronzo Koris era pronta ad urlare “armatevi, cattiva gente!” ed è un attimo che il furore dilaga in città, che poi è quello che si meriterebbe gente di tal fatta. Siccome non aveva abbastanza, Obi Wan Kestronzo ha aggravato la sua posizione facendo le pulci a un candidato preparato perché “non c’è la scintilla, io le cose devo sentirle a istinto. E poi ho paura che non sia una persona con cui è piacevole discutere, non sembra simpatico” (ci devi fare un dottorato, non una vacanza, cosa cazzo non ti è chiaro del tuo ruolo di advisor?). Koris ha finito questo pomeriggio di colloqui in uno stato di furia, col fegato che ormai si era fatto un’attestazione per cause di forza maggiore ed era fuggito alle Fiji.

Momento serio: sì, il dottorato è un culo, anche abbastanza mostruoso. Sì, il dottorato è impegnativo. Sì, il dottorato è un impegno preso per tre anni e non un semplice contratto a tempo determinato che, anche se rotto, ti apporta comunque qualcosa. No, il dottorato non è un parcheggio e non è solo uno stipendio. No, il dottorato non è una grande vacanza erasmus da prendere sotto gamba. No, il dottorato non è un “massì perché no”.

Però CAZZO. Anzi, CAZZISSIMO. Un dottorando non è uno schiavo, non è lì per fare un piacere all’advisor e macinare pubblicazioni, non deve essere simpatico e soprattutto non deve essere sfruttato. Innanzitutto, è un cazzo di essere umano che lavora e come tale va trattato, col rispetto dovuto, anche se accademicamente parlando è una merdina che non sa nulla. Un dottorando che mette in pausa la sua vita per tre anni, senza relazioni, famiglia, amici e altre cose all’infuori della sua tesi… beh, non è una persona appassionata, ha un problema. E un Obi Wan Kestronzo che pretende fedeltà, obbedienza, simpatia e orari da sfruttamento non è un advisor, è una merda umana e basta. Non ci sono scusanti.

Oh, sì, una ragione c’è: è sempre stato così, in saecula saecolurom amen, i dottorandi soffrono e poi, se arrivano al vertice, si vendicheranno delle loro sofferenze sulla nuova generazione. “Eh, ma la gavetta è importante”, diranno. Oppure, “un dottorato che finisce bene non è normale”, come dissero a Koris al terzo anno al culmine dello stress. Essere maltrattati forma alla vita vera, insegna ad affrontare le avversità, tempra il carattere, gli avvilimenti ti insegnano a stare al tuo posto, e poi questo mondo è una valle di lacrime, tanto vale farti le ossa subito.

Piccole e come al solito volgare Koris-opinione: proprio col cazzo. Il rapporto padrone-schiavo, farsi belli del “io so’ io e voi non siete un cazzo” solo perché firmi quella cazzo di tesi da cui dipendono tre anni di lavoro di una persona, l’atteggiamento indisponente e da mi-sento-stocazzo non servono proprio a nulla. Sono solo un perverso desiderio di rivalsa per avere una chissà quale vendetta per traumi sofferti, vendetta per altro perpetrata su chi non ne può nulla. Non è che se tu hai attraversato l’inferno a piedi nudi devono farlo tutti. Non è che perché sei stato trattato come lo straccio del cesso che allora devi farlo a tua volta. O forse sì, ma solo per soddisfare il tuo stupido ego di pallone gonfiato che si rifà su chi non può risponderti di andare affanculo, tu e la tua tesi di merda.

Cosa ha potuto fare Koris? Niente. Cosa potrà fare Koris in materia? Altrettanto niente, a parte farlo presente al Capo che liquiderà la cosa con “è il modo di fare Obi Wan Kestronzo”. Ecco, di questi modi di fare ne avremmo un po’ pieni i coglioni. A XXI secolo inoltrato sarebbe il caso di rendersi conto che si può insegnare anche nel rispetto dell’altro e nei limiti di un’attività lavorativa sana, che non escluda il resto dell’esistenza. Perché sì, incredibile, la ricerca è un lavoro, il dottorato è un apprendistato per quel lavoro e forse sarebbe l’ora che smettiamo di nasconderci dietro allo spauracchio “ma che contratti, paSSione ci vuole, paSSione“, per iniziare a dare a ognuno la dignità che merita.

Vignetta pubblicata una settimana sulla pagina facebook di ScienceDirect, che volevano fare i simpatici. Magari dovremmo smettere di ridere di questo schiavismo istituzionalizzato e fare qualcosa per migliorare la situazione dei dottorandi.

Ancor più diversamente ottimisti

Sembra essersi innestata una linea spaziotemporale in cui le cose possono solo peggiorare esponenzialmente. Un po’ come in un romanzo di Zola, in cui gli unici minimi miglioramenti non sono che un preludio alla catastrofe finale, un gradino salito per cadere da un po’ più in alto. Solo che Zola non ha mai scritto di epidemie (o almeno così pare a Koris-gnurante), scacco matto, Emile.

Koris per natura non è ottimista, non ha fiducia in se stessa e ne ha, se possibile, ancora meno per il futuro, ma in questi ultimi tempi le cose sono virate allo sfacelo. Non è come quando Koris lavorava su Neutroni Porcelloni, quando il fato si accaniva su di lei in particolare ma tutt’attorno c’erano ancora cose belle a cui appigliarsi. Ora è un decadimento generale e globale, l’intero pianeta sta rotolando su un’oribta distruttiva e chissà come e, soprattutto, quando ne usciremo. Se ne usciremo. Ci sono pochi spiriti eletti che riescono ad essere ottimisti e Koris non sa se sono sconnessi dalla realtà o illuminati da una luce superiore. Beati loro.

A Marseille si mormora che qualcuno si sia fatto un panino con un pipistrello inglese all’ora del the, quindi hanno trovato dei vairus che guidano a sinistra. Ciò rende gli animi inquieti e diversamente ottimisti. Perché se ne sentiva il bisogno.

Koris ha l’impressione che ogni suo sforzo per trovarsi un futuro lavorativo oltre i prossimi diciotto mesi sia destinato a cascare nel vuoto. Anche perché a 34 anni e con un percorso eclettico e bizzarro, chi te vole. C’è questa simpatica dicotomia per cui Koris non è abbastanza brava per meritarsi un posto fra quelli che hanno un dottorato, ma troppo diplomata per ritagliarsi un spazio fra i non-dottori. Il futuro è fosco e assomiglia sempre di più all’Ammazzatoio, anche se a Koris non piace l’assenzio. Che poi anche se fosse rimasta a Neutroni Porcelloni il problema sarebbe punto e a capo se non peggio. In ogni linea temporale Koris segue la legge del Menga.

Sul lavoro in scadenza che le sta dando attualmente da mangiare è meglio stendere un velo pietoso. Lo spettrometro che doveva arrivare a metà febbraio arriverà a marzo o anche ad aprile, perché l’ufficio acquisti ha fatto un contratto lasco come l’elastico della mutande usate. Il che significa altro catastrofico ritardo. Koris dovrebbe fare delle misure a metà febbraio in quel nulla cosmico dell’Ile-de-France, ma vista la situazione attuale è poco verosimile. E poi con che cappero ci contiamo i gamma senza lo spettrometro, non si sa. E dire che Koris era partita coi migliori auspici e super motivata. Mai motivarsi, uno ci resta solo peggio.

In questo clima di ottimismo generalizzato, Koris vorrebbe occuparsi dell’editing del tomazzo e magari iniziare a scrivere un nuovo malloppo, ma cui prodest? Che tanto ha l’impressione che sarà un giga-flop, non se lo filerà nessuno perché alla fine è sempre e solo questione di follouers, che lei e l’editor si stanno sbattendo tanto per nulla e che sarà tanto se l’editore non chiederà i danni. E manco a dire “sarà talmente brutto che tutti se lo accatteranno per percularlo”; no, sarà l’ennesima cosa mediocre e buttata lì della Koris-vita. Good but not good enough. Quindi Koris alla fine cincischia, si ritrova a fare la palazzinara in The Sims (ieri ha costruito un palazzo sulla spiaggia chiamandolo “abusi edilizi Berlu’s”) e poi si odia perché ha l’impressione di aver buttato il tempo nel cesso.

Bon, facciamo anche basta per oggi, che se no diventa una torre di Hanoi di merda da spostare, con soluzione matematica forse esistente, ma di certo puzzolente. Insomma, per dare una definizione esagerata di questo periodo, a Koris pare appropriata un’espressione presa a prestito dal libro che sta leggiucchiando (che anche leggere è complicato), “Vita e destino” di Grossman: “aveva l’impressione che la vita fosse finita, ma che l’esistenza continuasse”. E sì, c’è sempre chi sta peggio e Koris non avrebbe da lamentarsi, ma se c’è una cosa che il coviddi ci ha insegnato è che mal comune non è mezzo gaudio.

Anche InspiroBot è ottimista oggi.

Anche cose buone

Siamo qui per grattare il fondo del barile dell’ottimismo, caso mai ne sia rimasto un sedimento o anche un deposito o magari una di quelle muffe nascoste degli angoli. Del resto, in questo 2020 demmerda sono capitate anche cose buone. Poche, anzi, pochissime, ma sono capitate.

Cominciamo subito con l’ammettere che una spavalda Koris, all’uscita dell’aven Drigas, si era detta fra sé e sé “quest’anno in speleo faccio la pazza, scendo pozzi incredibili, armo di tutto, divento una fottuta dea sotterranea, voglio vedere chi mi ferma”. Il confinamento ti ferma, Koris, cazzo di affermazioni a caso anche tu. Nonostante il quasi nulla cosmico speleologico di cui ‘thieu si lagna un giorno sì e l’altro pure, alcune cosette non proprio da buttare al cesso ci sono. Il BB26, nascosto sotto i Pirenei, pare continuare dopo l’intenso bombardamento del meandro dei due piedi sinistri. Magari l’anno prossimo portiamo pure l’armamentario per equipaggiare il saltino e andare a vedere cosa c’è dopo. L’altra grande speleo-cosa è aver chiuso la storia del P50 dell’Aven des Dolines, rimasto nel gozzo dal 2016. Potrebbe essere la fine della Koris-fifa nei pozzi esagerati? Chi lo sa, che subito dopo ci hanno chiuso in casa. Vabbè, intanto ciàpa e porta a cà.

Nel 2020 ‘thieu e Koris si sono anche motivati per fare quello che favoleggiavano da tempo. E no, niente matrimoni campestri o altri ammennicoli da persone adulte e mature: solo bivacchi in alta montagna. Potrebbe essersi creata una dipendenza? Non diciamolo troppo forte che il coviddi ci ascolta.

Sul versante meno avventuroso, ma più casalingo (che non si può dire che sia mancato, purtroppo), non possiamo non citare il salotto rifatto. Ed è una cosa buona perché Koris ora non vede più le pareti azzurro carta da zucchero lercia, ma una cosa che assomiglia al bianco. Contando che è stato fatto tutto a quattro mani e otto occhi miopi, poteva andare molto molto molto peggio. Inoltre i lavori sarebbero potuti durare molto molto molto molto di più, vista la dedizione dei presenti per opere non speleologiche o montagnose.

La cosa buona forse maggiore o forse no è l’inizio dell’editing serio del Koris-malloppo. Le chiamate serali con l’editor sant’uomo che si sta leggendo tutto, le riflessioni, le riscritture, le cose che vanno e le cose che non vanno. Koris ha sempre palate di ansia da prestazione prima degli incontri virtuali, ma deve ammettere di essere più che soddisfatta, perché era proprio quello che le serviva. Non si sa ancora come e quando finirà questa storia, però è una delle cose belle e un po’ inaspettate del 2020.

Una cosa buona è in realtà una non cosa: nonostante l’assenza di speleo e di trekking per mesi e mesi, nonostante il dover lavorare nello stesso spazio vitale, nonostante i tantissimissimi malumori assortiti, insomma nonostante tutto, Koris e ‘thieu non si sono tirati i piatti. Forse non era una cosa così scontata, a pensarci bene.

Per il resto, un colossale gigantesco MEH, ma di questo ne abbiamo largamente argomentato. Koris dovrebbe fare una presentazione con le cose belle lavorative del 2020, ma sarà presto fatta perché sono circa ZERO. E non carichiamo troppo questo prossimo giro di giostra planetaria sull’eclittica, anche se ormai ci stiamo perfezionando a vivere alla giornata.

L’anno senza feste

Dopo Pasqua, nel 2020 annodemmerda è saltato anche Natale. Oddio, non proprio saltato come Pasqua, ma Koris si è scoperta molto legata alle tradizioni della sua italica famiglia, in barba ai suoi “massì, Natale lo puoi fare come vuoi”. Spoiler: no. O forse non per forza di cose, se fosse stata una scelta e non un’obbligazione covidica le cose sarebbero andate diversamente. O forse no, ma non è dato sapere.

Koris ha sentito nostalgia di cose sepolte nell’oblio dei secoli e che non aveva mai avvertito prima d’ora. Come la nostalgia del presepe, tradizione che è andata persa negli anni per mancanza di sbattimento, di spazio e di quant’altro. Ma non un presepe qualsiasi: il presepe dell’Amperodattilo, a basso contenuto di religiosità, quanto basta di tradizione e un sacco di modellismo ingegneristico. Le montagne con l’anima di carta di giornale, la copertura fatta con la carta giusta e la spruzzatina di neve sopra. Le mini-casette da sistemare sulle montagne, perché “la prospettiva è così, sono lontane” (AmperoCit.). Le lucine nelle casette con erba e sassi sistemati meticolosamente in modo che non si vedesse il filo, “se no viene fuori un arrabaio”. Il classico fiume di carta stagnola. I pastori che più che adorare bambinelli si facevano la sporta degli affari loro. Koris non ci pensava da un sacco di tempo, ma ci ha pensato quest’anno.

Anche l’albero di Natale, prima sul terrazzo davanti con decorazioni anni ’80, poi evoluto in palo di Natale (non chiedete) e divenuto infine albero da mettere via già pronto all’uso è mancato un po’. Soprattutto la valanga di regali sotto. Anche se a casa dei Maiores stazionava sotto l’albero un sacco che sembrava compost e ha un po’ mitigato la nostalgia. Santa chiamata su Wazzappo con Orso in pigiama scozzese, Amperodattilo che piazzava le natiche sempre e comunque davanti alla telecamera e U Babbu che spacchettava il saccone. Che uno potrebbe dire “è un modo anche quello per stare assieme”, però è un modo della mutua. Menzione speciale per lo spacchettamento del regalo di Iset, filmato in diretta: la donna che spacchettò delle ciabatte a forma di unicorno vestita ella stessa con una tuta da unicorno. Perché vent’anni di amicizia fanno questo ed altro.

Ora inizia una carrellata da Italiano all’estero pizza-mafia-mandolino, quindi se siete individui di mondo si consiglia di passare oltre. Un’altra cosa che a Koris è mancata parecchio è il cibo. L’AmperoPrazo natalizio è qualcosa che si ricorda nei secoli dei secoli amen, farne a meno è un dolore non indifferente. Soprattutto quando sei abituato al pranzo del 25 da proletariato urbano e ti ritrovi all’improvviso a fare una cena del 24 da alta borghesia/classe dominante. Con le ostriche, le lumache e il fois gras, trio di cui Koris evita di nutrirsi; non solo Koris, a dire il vero, anche il ben più raffinato fratello Orso, che quando ha ricevuto una foto della tavola ha commentato “cosa sono quei budini andati a male?!” (era il fois gras). Koris potrebbe aver bisogno di un ciclo di terapia perché non aveva mai visto mangiare le ostriche prima d’ora e adesso ha chiaro perché “huitres” in francese denota tanto le ostriche quanto le caccole di naso. Nel mentre, nella cucina del Terzo Stato a Merdopoli, l’Amperodattilo faceva a meno di porcellane di Sevres e argenteria, e impastava ravioli in quantità industriale. Ricevuta la foto di cotanto cibo, lo stomaco di Koris ha mandato un messaggio al cervello del calibro fratello non temere che corro al mio dovere, trionfi la giustizia proletaria.

Fine della lamentela culinario-italico-lotta di classe.

A Natale nel mezzo dei vulcani spenti è arrivata anche la neve, che fa un Natale molto suggestivo. Ma ancora una volta, sarebbe stato meglio se fosse stata una scelta e non un ripiego, il Natale dai genitori di ‘thieu. C’è sempre questa specie di magone fissato in gola (e non è un’ostrica) che fa pensare che c’è qualcosa di sbagliato, qualcosa che ancora una volta non è andato come doveva in quest’anno storto.

U Babbu, depositario di tutto l’ottimismo familiare, ha detto che si recupera appena possibile, alla prima festa pagana disponibile. Si spera di potersi ritrovare ai Lupercalia, anche se non è chiarissimo come si festeggino i Lupercalia. Ad ogni modo, se Lupercalia devono essere, Koris ha intenzione di far servire in tavola un’assai poco filologica insalata russa, perché necesse est.

P.S. per i benaltristi: sì, è vero, c’è chi ha passato Natali peggiori, c’è chi ha passato questo Natale in maniera atroce. Però questo è il Koris-blog, il Koris-diario di bordo e si lamenta di quello che vuole, fosse anche la tragedia delle doppie punte.

P.P.S. per l’Amperodattilo: no, la Koris-chioma non ha le doppie punte. E no, non arriva ancora alle ginocchia.

Ode allo sbrocco

E poi alla fine delle fini, non ce la fai più e l’unica cosa che vorresti fare è evadere. Quindi evadi dalla realtà che non ti piace leggendo, scrivendo, videogiocando… insomma, qualunque cosa pur di annullare il presente e forse anche il futuro, che non sembra riservare prospettive. E già che ci siamo annulliamo anche tutto il passato e i relativi rimpianti, rimorsi e “What’s if”, che se mia nonna avesse avuto le ruote sarebbe stata una carriola. Evadere, andare via e non tornare, sarebbe bello.

L’incertezza non aiuta, qui di certezze ormai ce ne sono poche. Il governo italiano sta rendendo inverosimile il ritorno di Koris a Merdopoli. Forse. Non si sa. A giorni alterni. Un po’ rosso, un po’ arancione, un po’ gialle, Giuseppi comanda colore. In un periodo in cui l’incertezza regna sovrana, continuare questo balletto fuori tempo è né più né meno che una vigliaccata. My apologies, but I will say what I want. La questione non è più se chiudere o aprire, la questione ormai è dirlo, fare un minimo sforzo per prendere una cazzo di decisione chiara e magari mantenerla. Questo tentennamento perenne non fa bene a nessuno, ancor meno a chi per ricongiungersi con la famiglia ha bisogno di un minimo di pianificazione. Di chi vive lontano ma non così lontano da giustificare lo spostamento con un volo (non parliamo di treni, che li hanno tolti) e quindi come si certifica? Col grande boh, sperando di non incontrare controlli, sperando che se si fa controllare non ci sia lo stronzo di turno che ha voglia di appioppare una multa per sentirsi stocazzo. Non si può pianificare così. Si sbrocca a basta.

Anche dalla parte francese è tutto un programma. Se dicono liberi tutti per le vacanze, non si sa cosa accadrà a gennaio. Koris non avrebbe più diritto al lavoro a distanza, perché da gennaio tornano ad averne diritto solo i permanenti. Allo stesso tempo dal governo raccomandano di lavorare da casa, quindi che si fa? Non si sa, ma alla fine chissenefrega, i non-permanenti sono carne da cannone per le pubblicazioni. Il lavoro in sé mah. Koris ha l’impressione di lavorare per nulla, del resto il Capo aveva detto che il progetto era “tanto per, in attesa di”. Solo che l’attesa di si è rivelata l’attesa di un bel nulla, quindi? La Capa, quando è dell’umore per parlare, ascolta passivamente, dice due cose riassumibili con “ma tanto vedremo poi sperimentalmente”, non è d’aiuto. Non si sa quando arriverà il rimpiazzo dello strumento rotto, tutti dicono “vabbè, prima o poi”. Che è un ottimo termine se hai tutto il tempo di questo mondo, un po’ meno se invece senti nel cervello la sveglia del coccodrillo di Peter Pan che sussurra “il tempo sta passando e non hai fatto un cazzo”. Cosa che si applica in generale alla tua vita, e non aiuta.

Insomma, qui nessuno si aspetta che alla fine di questo torbido 2020 si disegnerà un arcobaleno in cielo con scritto “complimenti per essere sopravvissuto, ecco i tuoi punti esperienza”. Diciamo che la fine dell’anno è un termine fittizio per sperare la fine di questo casino, che non terminerà magicamente allo scadere della mezzanotte del 31, tramutandosi in zucca. Però ecco, le circostanze sono tali che cercare di mantenere la lucidità è improbabile, l’incertezza divora tutto e certe decisioni imbelli e ritrattate seicento volte non fanno che peggiorare la situazione. Per tirare le fila, qui si sta sbroccando di brutto e tenere assieme i pezzi è un’impresa più che epica.

Andiamo a bruciargli la casa, PhD edition

Disclaimer: questo sarà un post molto offensivo, per cui se siete persone suscettibili convinte che la ricerca si faccia per passione e non coi contratti, beh, non è per voi. Passate oltre, poi torniamo a parlare della ricetta della focaccia al plutonio.

In questi tempi di futuro incerto ma di certissime parolacce, nella casella mail di Koris è approdata un’offerta di lavoro che in sé prometteva bene. Il titolo era “Cercasi fisico sperimentale”, in paese di cui non faremo il nome per la privacy anche se vorremmo tantissimo perché questa gente deve chiudersi la pelle delle chiappe nella zip PACE INTERIORE. Koris ha vacillato per un attimo, si è detta “perché no?” e ha aperto l’allegato. Riga dopo riga ha iniziato a ballarle un occhio.

Koris più o meno alla terza riga

Potrebbe essere istruttivo commentare assieme i requisiti richiesti per tale posizione. I dettagli pratici, come se si trattasse di un indeterminato o i soldi, li lasciamo per ultimi. Ricordatevi, passione ci vuole, passione!

  • Un dottorato conseguito con successo, se possibile con molto successo: quale sia l’unità di misura del successo non è dato sapere, fa parte dei sacrosanti misteri delle risorse umane. Era di successo ma non abbastanza, spiace.
  • Aver dato prova di un lavoro scientifico indipendente tramite pubblicazioni come primo autore: ci sta. Le pubblicazioni sono importanti. Pubblica o muori. Pubblica anche il rimedio contro i calli di zia Paoletta. Ingrassa l’H-index del laboratorio, oppure essendo tu un misero schiavo non ti sarà concessa nemmeno la preparazione H una volta che ti avremo fatto il cu… vabbè.
  • Conoscenza intensiva di molti campi fra cui la fisica nucleare, i dati della fisica nucleare, la programmazione in più linguaggi, l’analisi dati, la dosimetria, la programmazione del videoregistratore, la cucina armena, le simulazioni Monte Carlo, il problem solving quando ti chiama la mamma e ti dice che non trova Google, l’aerodinamica del cetriolo. Il tutto provato da pubblicazioni in ognuno di questi campi, ça va sans dire.
  • Esperienze di lavoro in ambiente internazionale, con la capacità di fare fund raising da enti pubblici e privati. Insomma, andare in giro col cappello in mano a chiedere l’elemosina in più lingue, ma detto così suonava male.
  • Team player con eccellenti skill di comunicazione. Non so se le squad di Fortnite contano come referenze.
  • Disponibilità a lavorare in un ambiente radioattivo; si risparmia sulla pensione.
  • Disponibilità a viaggiare un po’ ovunque in Europa con preavviso minimo. E diaria altrettanto minima. Arruolatevi, girerete il mondo, ci dicevano.
  • Stile di lavoro indipendente e strutturato e ottima organizzazione. Insomma, detto papale papale: ti arrangi. Detto ancora più papale: cazzi tua.
  • Eccellente conoscenza orale e scritta dell’inglese e di AltraLingua. Se parli anche il sanscrito è un punto in più.
  • Capacità di seguire tirocinanti, dottorandi e altre bestie varie che si aggirano a fare domande. Suvvia, a chi non è mai stato appioppato un dottorando Santuzzo e i suoi “Please help me!” notturni? Sono quelle skill che germinano da sole, nella grande fratellanza del SiamoTuttiNellaMerda.
  • Abilità a motivare lo staff tecnico-scientifico, con approccio al management cooperativo, da dimostrare e valutare alle risorse umane. Un po’ come la supercazzola col team building di Antani ma sempre nel rispetto del quality system dello scappellamento della mission, ma a destra.

Ora viene il bello. Tutti questi fenomenali poteri cosmici per…

  • Orario di lavoro dalle 7 alle 22, con almeno il 10% del lavoro da compiere in turno di notte.
  • Salario da concordare in base all’esperienza.
  • DICIOTTO MESI DI CONTRATTO. Eventualmente seguito da una conferma della posizione in indeterminato.

Ok, prendiamoci tutti un secondo per riflettere. Questi chiedono di saper fare e disfare il mondo con gli occhi chiusi e le mani legate dietro la schiena, di essere allo stesso tempo tecnici e formativi, di saper cantare l’Aida col culo… per diciotto fottuti mesi di contratto? DICIOTTO? Nemmeno due anni, diciotto mesi. Al termine dei quali uno si trova davanti all’addetto risorse umane di turno sentendosi dire, a scelta:

  1. C’è grossa crisi a causa del Covid/della bolla speculativa dei derivati/delle quote latte, non ci è possibile aprire una posizione fissa;
  2. Stiamo cercando una donna (se sei un uomo)/ stiamo cercando qualcuno che abbia sì 10 anni di esperienza, ma meno di 25 anni (se sei una donna)
  3. Dispiace, ma la precedenza è alla mobilità interna di chi è già in indeterminato;
  4. Varie ed eventuali.

E verranno a dirti di riprovare, di andare altrove, di provare in un altro laboratorio, in un altro paese. Che la prossima volta andrà meglio. E che in fondo la vita è bella così, è il challenge, l’adrenalina, l’incertezza che ti porta a dare il meglio di te. Come ti invidiano, quelli che hanno messo il culo in un ufficio vent’anni fa e non si sono mai mossi di lì.

Quello che è davvero sorprendente è come non ci sia ancora stato un tumulti dei Ciompi col PhD, perché di queste offerte di lavoro con bastone reale e carota olografica ce ne sono anche troppe. O almeno, se chiedete la fetta di culo con pinoli tagliata sottile sottile vicino all’osso, abbiate almeno la decenza di offrire un vero indeterminato in cambio. Potete sempre usare come scusa “nessun candidato corrispondeva al profilo cercato” per giustificare le vostre zozze politiche di riduzione della massa salariale.

Nessun ulteriore commento è necessario

P.S. Poi ci passerà anche questa presa a male, ma nel frattempo porcatroia.

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