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Lettera a Koris-sbronza

Ciao Koris di dieci anni fa, che a quest’ora eri ancora decisamente brilla e piagnucolavi perché ti pareva di fare fatto la più grande fatica possibile. Ti scrivo da dieci anni nel futuro e non per abbattere le tue speranze, ma il grosso deve ancora venire. Però oggi ce l’hai fatta, è questo che conta.

Dopo dieci anni, io non so ancora dire se hai fatto/farai bene a lasciare tutto e emigrare. Nemmeno io, Koris del futuro, ho tutte le risposte. Forse non lo sapremo mai, i “what’s if?” sono sempre esercizi retorici bizzarri e inutili. Magari chiedi alla Koris di un’altra linea temporale. Però posso dirti qualche altra cosa.

Posso dirti che emigrare non sarà sempre l’avventura trionfale che ti sembra adesso. Che non sarà come stare a Boulogne. Che ci saranno dei giorni, non la maggioranza ma un sacco di giorni, in cui sbotterai “fanculo tutto, io me ne torno in Italia”, per poi calmarti e andare a cercare i pan di stelle negli spacci peggiori.

Posso dirti che ci vorrà un sacco di tempo per ritrovare il clima di quella banda di pazzi del laboratorio di OPERA. Che non lo ritroverai durante il dottorato, che il Replicante ti tratterà molto peggio del Relatore (che ti accorgerai che ti voleva bene, col senno di poi). E che in dottorato rimpiangerai di non avere un co-relatore disincantato come SirriSan, che dice delle scomode verità e delle cattiverie immonde, ma a cui puoi dire più o meno tutto. Quell’atmosfera del “siamo nella merda, ma ci siamo tutti assieme” non la ritroverai tanto facilmente. E sì, a ripensarci ti mancherà un sacco. Ma col senno di poi sai che non poteva durare per mille e mille ragioni che non sono né colpa tua, né colpa loro.

Posso dirti che il tipo che hai a fianco ora non fa per te. Lo so che non vuoi sentire ragioni, ma non è per te. Forse è il momento storico, forse l’incompatibilità del carattere, ma dammi retta, lascia perdere.

E non (solo) perché ci sono tanti altri pesciolini e pescioline nel mare. Ma soprattutto perché chi ti vuole bene veramente sa stare zitto, ascoltare e lanciare cioccolata al momento giusto; chi ti vuole bene non ti fa sentire in difetto o sbagliata o pretende di raddrizzarti; chi ti vuole bene aspetta che la tempesta passi e veglia che tu ti faccia il meno male possibile nel mentre. Ma anche per questo, avrai bisogno di un sacco di tempo per capirlo.

Posso dirti che dovresti tenerti stretta quel manipolo di folli che ti sta riportando in collegio sbronza. Quello che ha cercato di metterti la corona in testa e non lo hai lasciato fare. Quella che si è presentata per accompagnarti all’alba di sua spontanea volontà e che ti ha dispensato abbracci in attesa della discussione. Quello che c’è stato anche se per lui era un momento di merda. Quello che si laurea con te anche se fa il teorico. E tutti gli altri che sono lì a farti casino attorno. Sono persone speciali e ne incontrerai poche come loro.

Posso dirti che ogni tanto ti piglierà malissimo e inizierai a ripetere “ma io potevo studiare storia, cazzo mi fregava a me”. O anche “ma perché qualche cazzo di ragione ho studiato, potevo andare a fare la guida alpina e vaffanculo”. Ma sotto sotto di ‘sta laurea sudata ne sarai fiera e tutto sommato era quello che volevi, come lo volevi, quando lo volevi. Che quella corona d’alloro te la sei messa in testa da sola, qualcosa vorrà pur dire. E poi, se dopo dieci anni siamo ancora qui a parlarne, significa che tanto male non è andata. Al resto penso io, la Koris del futuro. Tu goditi la tua sbronza di champagne, Koris di dieci anni fa, che te la sei meritata.

Foto non di repertorio, proprio da scavo archeologico

P.S. Fatti delle illusioni moderate, che anche dieci anni dopo stiamo sempre porconando su script che non ti obbediscono. Tutto deve cambiare perché tutto resti com’è.

Dell’avere un’opinione su tutto

Era già un mondo difficile prima, poi sono arrivati i social network. Poi è arrivata anche la fine del mondo farcita col vairus e tutto è esploso, senza nemmeno aspettare l’arrivo dei quattro cavalieri dell’Apocalisse. O almeno, è esplosa la testa di una buona fetta della popolazione internettiana. Se fossero esplosi i server di -inserire nome di qualunque social, forse pure Badoo- forse si starebbe meglio. Del resto, si stava meglio quando si stava peggio e con peggio si intende a 56 KB/s. Ma stiamo divagando.

Koris era convinta che l’abitudine ad essere un popolo di allenatori durante i mondiali, costituzionalisti in clima elettorale, epidemiologi in tempo di pandemia, linguisti di fronte a petaloso, insomma, che essere un popolo di tuttologi per ogni stagione fosse un’abitudine italica. Invece no, è un’abitudine umana. Forse ad Atene erano tutti tragediografi durante le Grandi Dionisie e invece tutti iniziati dei misteri eleusini quando vennero mutilate le erme, vai a sapere.

L’annoso problema è sempre il solito: prima erano discorsi da bar o da vicino di ombrellone, ora l’internet mette tutto alla portata di tutti. Sullo stesso piano, livella totale, perché non sarà il pallino blu di “account certificato” a certificare qualcosa. Un diluvio di opinioni di chiunque su qualunque cosa, riassunta in qualche decina di caratteri, più o meno informata, più o meno violenta, più o meno commentata (spesso in maniera direttamente proporzionale alla violenza) con più o meno veemenza, non sempre col minimo sindacale di educazione.

Da vera asociale nella vita vera, Koris sui social si è ritagliata il classico angolo in disparte alla festa, dove di solito si lasciano i grandi discorsi da parte per dare spazio alle cazzate. Ma tant’è, il rumore delle grandi discussioni arriva anche lì ed è un po’ inquietante.

Koris lo sa che non prendere parte è da smidollati e che avere un’opinione è importante. Ma è valido per tutto? Ci sono argomenti che sono già complessi di per sé e che nella realtà dei social vengono banalizzati, estremizzati, diventano altro dalla loro origine, si distorcono e finiscono per scoppiare come bolle di sapone qualche giorno dopo, al fiorire di una nuova polemica. Ha senso?

Koris ogni tanto è tentata di ribattere o di dire la sua, ma le pare sempre di avere una visione parziale e semplicista delle cose. Quindi si astiene. Poi rosica perché si dice tutto e il contrario di tutto, anche malissimo, e le viene voglia di dare informatiche bacchettate. Poi si trattiene perché magari il tizio ne sa di più di lei. Finisce con una scrollata di spalle.

Koris non sa se sia sano esternare a tutti i costi il proprio parere su tutto. O se sia utile banalizzare in un tweet argomenti che richiederebbero ore e ore di discussione. Koris ha l’impressione che questa semplificazione a tutti i costi, in qualunque ambito essa sia, faccia giungere alle conclusioni sbagliate. Ma magari si sbaglia lei.

Dopo l’onda anomala

Dicono che il vairus se ne stia andando. Dicono. Almeno per l’estate, forse, non è detto, si vedrà. Koris è piuttosto cauta in materia. Inoltre Koris vorrebbe fare un post-pippone da “scienziata presso se stessa” (lett.) per spiegare (male) perché questa fuga di notizie dai pre-print alle prime pagine dei giornali non faccia bene a nessuno, del “non lo so” che è una risposta e anche del bel tacer di cui non fu mai scritto. Ma a qualcuno interessa il post-pippone? Se sì, fate sapere.

Nel mentre, la Francia si sconfina, i limiti cadono, da qualche parte la gente si riabbraccia e altre cose del genere, di diverso grado di smielaggine. Ma tant’è, Koris non partecipa dell’euforia generale. Sarà il telelavoro non sempre smart, sarà che sta tornando il caldo umido, sarà che due mesi di bollettini di guerra non si dimenticano con uno spritz (anche se Koris dovrebbe provare, non essendo consumatrice di spritz, magari funziona). Però qualcosa è rimasto e non è più come prima.

A Koris ricorda un evento della sua infanzia-adolescenza balneare, quando sui ghiaiosi lidi di Valinor scoccavano le tre del pomeriggio e dal porto partiva il traghetto per la Corsica. La traiettoria del traghetto generava uno tsunami formato mignon (all’epoca, poco nipponofili, la si chiamava “onda anomala”) che portava scompiglio nel bagnasciuga. Si racconta che facesse anche tre metri di altezza, ma potrebbe essere la solita esagerazione da marittimi incattiviti. Tre metri o meno, l’onda anomala era abbastanza potente da assalire gli incauti bagnanti portando via ciabatte, asciugamani, braccioli, giocattoli, talvolta persino borse e cellulari. L’onda anomala arrivava, inzuppava, devastava, risucchiava, quindi se ne tornava indietro, facendosi seguire da due o tre onde meno anomale ma comunque rimarcabili, per poi sparire nella quiete del Mediterraneo. Sulla spiaggia nel mentre si restava attoniti a riparare i danni.

Koris ha un po’ la stessa sensazione. L’onda anomala se n’è andata e ha lasciato dietro di sé un sacco di casino. Un asciugamano bagnato senza ricambio, una ciabatta preda di Nettuno: non è una tragedia, è solo una giornata rovinata, porco schifo, proprio ora che ci stavamo rilassando al mare. Forse c’è qualcuno che ha l’abitudine alle onde anomale dell tre e guarda sardonico il panico dalle file di ombrelloni. Forse ci sono altri che si sono fatti inzuppare e hanno anche avuto paura, ma ormai è passato, siamo tranquilli per il resto della giornata, torniamo a fare il bagno.

Magari più tardi andranno a posto anche i cocci, nonostante il clima del mondo (o meglio, da fine del mondo) che si respira non induca all’ottimismo spicciolo. Ma nel mentre l’onda anomala è ancora lì presente, o almeno, i suoi danni. Ti resta un umore malmostoso che vorresti non avere e che trovi fuori luogo, ma tant’è, è lì e ci resta.

Speriamo solo che, al sole estivo, l’asciugamano si asciughi in fretta.

hokusai

Un altro tsunami di Hokusai, meno mainstream.

L’ansia delle donne incinte

Disclaimer#1: è un posto politicamente scorretto, volgare, che dice cose molto brutte. È un post come la cacca, fa stare meglio solo chi la fa. Quindi potete benissimo non leggerlo.

Disclaimer#2: qui, nel senso, in questo blog, nessuno è incinto/a/um.

A me mettono ansia le donne incinte. Da… in effetti da un bel po’, da quando la collega d’ufficio in dottorato (in dottorato io, mica lei) dichiarò di essere incinta e di passare sotto silenzio la cosa. Ma ci stava, aveva 35 anni e un posto da ricercatrice, ci stava. Certo i dettagli non facevano piacere, ma ‘nzomma, erano all’epoca cazzi suoi, tu hai 24 anni e un sacco di altri cazzi (in senso figurato), ci manca solo. L’ansia si rifà capolino quando ad essere incinta è la collega di dottorato, questa invece pure lei in dottorato. Ma sarà stato un errore, ti dici. Sarà che è Russa, ti dici, forse è così nella loro cultura (dopodiché prendi la tessera della Lega). Ingoi quello strano magone che ti si è formato in gola e vai avanti.

Dopo i trent’anni per qualche assurdissima ragione, l’ansia aumenta. Perché tu, nonostante sia assieme un essere pisello-dotato, nonostante tu abbia un lavoro, nonostante tu non viva sotto le bombe in Siria, beh, tu non hai ancora figliato. Lasciamo stare i “e tu bambini niente?” che è la domanda peggiore che si possa porre, anche peggio di “quando ti laurei?” o “ce l’hai il fidanzato/a/um?”. Quelli non si contano e la risposta dovrebbe essere volgare in ogni fottuto caso. O un sereno pugno sul setto nasale, funziona uguale.

Insomma, hai trent’anni o più, non sei single, non hai una sfavillante carriera che possa giustificare troppo impegno, e la tua vita fa piuttosto schifo per definirti “lover of life”… quindi perché non essere riproduttiva? Tizia ha 28 anni e ha fatto un figlio. Tizia ne ha 38 ma lo ha fatto lo stesso. Tua madre alla tua età ne aveva già una ed era una primipara attempata (lett.). Altra tizia a 32 ha chiuso baracca perché ne aveva già tre. E tu?

E tu niente. Niente perché non sai se lo vuoi, niente perché non sai quale motivazione sia quella giusta per spingerti in quella direzione. Niente perché “è capitato per caso” non è ammissibile.

Non lo vuoi? Boh. Certo è che biologicamente siamo fatti per quello, non per andare su Marte o fare la fusione nucleare. Ma perché tutti gli esseri viventi sono fatti per quello, riprodursi in maniera più o meno copiosa e infestare il pianeta, per essere la razza dominante sulla Terra fino all’estinzione per mancanza di cibo. Sì, l’uomo lo sublima cercando di fare la fusione nucleare o di andare su Marte, il discorso sempre lì resta. C’è poi il fatto storico-culturale per cui se hai la sventura di nascere con un doppio cromosoma X, la riproduzione è considerata una tappa fondamentale della tua già di solito scialba e complicata esistenza. Possiamo continuare a raccontarcela finché vogliamo, nessuno ha mai chiesto a una donna “perché fai figli?”, quando la domanda “perché non ne fai?” è sulla bocca di tutti (e le uniche risposte accettabili sono patologie o “non ho mai trovato il principe azzurro”; se sei lesbica ti consigliano comunque il principe azzurro). Insomma, se non lo vuoi devi avere delle ottime ragioni. Se quelle ragioni non ce l’hai, ti sarà servito un piatto colmo di rimpianti/rimorsi/colpe assortite alla primissima occasione.

Lo vuoi? Boh. Vuoi tenerti fra le budella per nove mesi un coso che ha un’altissima probabilità di renderti la vita un inferno fra nausee, emorroidi, visite mediche, giorni passati spiaggiata come una medusa, chili di troppo, denti che cadono? Col bonus che il tuo lavoro, se te lo tieni, diventerà una sorta di ombra di se stesso e tutti i compiti di responsabilità ricadranno su qualcuno che non ha deciso di riprodursi (oppure sì, ma ha un pisello e il problema non si pone mai). E questo finché è dentro e rompe relativamente poco i coglioni che dopo… beh, un modo di dire francese riassume abbastanza bene la situazione: “venti minuti di piacere per vent’anni di rotture” (non apriamo la parentesi sul piacere maschile/femminile che se no non la finiamo più).Vuoi davvero prenderti cura di un altro essere umano a cui non puoi dire “ti mollo/chiedo il divorzio”? Sai farlo? Chi ti prepara a ‘sta cosa? Perché devi studiare otto anni per rilevare neutrini, attività che non mette in dubbio la vita di nessuno, e per crescere un altro essere umano invece non serve nemmeno un patentino di idoneità? E se poi non lo sai fare e te ne accorgi solo quando il coso ha più mesi? Non c’è nemmeno l’equivalente di un gattile a cui dire, in tutta onestà e con la mano sul cuore, “sono un pessimo genitore, non mi sento più di tenerlo”. Forse è una cosa folle, ma insomma, ti lascia un margine di errore zero. I margini di errore zero vanno sempre a finire malissimo.

Quindi? Quindi niente. Vivi nell’ansia, quando qualcuna annuncia di nutrire un Alien dentro di sé non dici nulla. Perché non sai che cazzo dire. “Mi spiace”? “Congratulazioni”? “Poi come lo cucini”? E nel mentre ti prende a) l’ansia da prestazione, b) la voglia di strapparti l’apparato riproduttore con una forchetta, farlo a pezzi e darlo ai gatti in cortile che non si fanno mai troppe domande sul cibo che capita nelle loro ciotole. Quindi niente, soffri fra i tuoi pensieri non proprio socialmente accettabili, non sai a chi parlarne serenamente all’infuori del circolo delle Megere che non si scandalizzano mai. Permani in questa situazione senza sapere quale sia la cosa giusta fare, se ci sia una cosa giusta da fare, se non fai in ogni caso l’ennesima cazzata di quella collezione di stronzate che chiami vita. Questa cosa non ti fa vivere molto bene con te stessa, cosa che sarebbe già difficile a prescindere, perché te stessa è la coinquilina che butta tutto in disordine, non mette a posto niente e di cui vorresti davvero sbarazzarti. Solo che te stessa sei tu e sbarazzarsene diventa ontologicamente complicato.

Ho finito. Circa. Si può tirare lo sciacquone e andare avanti col resto del blog. Scusate.

nocomment

Nient’altro da aggiungere.

La magia della chiave del 13

Pochi lo sanno, ma Koris ha una bacchetta magica che apre le grotte. Due colpi di bacchetta ben assestati e si arriva comodi comodi in fondo ai pozzi. La bacchetta magica incanta le corde e i moschettoni con un’antica arte, tende ragnatele sul vuoto e piccoli ponti sui fiumi. Non ha cuore di drago o crini di unicorno, niente faggio o agrifoglio. Solo cromo e vanadio.

La bacchetta magica di Koris è in realtà una chiave del 13 comprata a qualche euro in un negozio di bricolage qualsiasi. Ma è la speleo-chiave di Koris e le speleo-chiavi sottoterra sono piuttosto importanti. Per fare cosa? Per avvitare bulloni a cui attaccare placchette a cui attaccare moschettoni a cui attaccare corde che al mercato ‘thieu comprò. C’è tutta un’arte, una gestualità, un rituale da svolgere, ma sarebbe troppo complicato e poco interessante da spiegare qui.

La chiave del 13 talvolta riesce a fare altre magie. Mentre si annodano corde ogni tanto si sbrogliano altri nodi. Quelli che si nascondono fra i pensieri e nascondono i bandoli della matassa. Forse è una sorta di legge di conservazione del numero dei nodi: più ce ne sono in grotta e meno ce ne sono in testa. Potrebbe funzionare.

La bacchetta magica di Koris quando fa le magie (è soggetta a malfunzionamenti dovuti all’utilizzatrice) si impegna un sacco e fa sparire le preoccupazioni per un po’. È un bell’oggetto, la chiave del 13.

La prospettiva e chi ce l’ha più lungo

‘thieu in questi giorni sta preparando un riassunto della sua carriera per cose che di cui non approfondiremo in questa sede. Questo fa sì che ripeta in maniera ossessiva e con tono da confessionale una presentazione sui sui exploit nel mondo della ricerca e non solo. Koris, che ricordiamo avere dello orecchie enormi utili non solo al senso antiestetico, sente tutto e prende appunti. Prende appunti perché la lista degli exploit sono la cosa che le viene peggio in assoluto. Forse perché non ha carriera, forse perché non ha mai combinato una fava nella vita.

Facendo un esercizio di stile, usando la ‘thieu-retorica uscirebbe una roba del genere:

Mi sono laureata in fisica all’università di *** col massimo di voti. Durante gli ultimi due anni, ho collaborato in maniera volontaria all’analisi dati dell’esperimento ***, in cui ho preparato la mia tesi magistrale nell’ambito della fisica dei neutrini. Qui conto un’esperienza all’estero di tre mesi a ***. Ho deciso di continuare gli studi con un dottorato e fra le varie proposte ho accettato quella dell’università di ***, nell’esperimento ***. Ho quindi fatto tre anni di ricerca in astrofisica dei neutrini, sul versante della fisica sperimentale. Nel prosieguo, ho optato per una riconversione tematica verso la fisica nucleare: ho insegnato un anno all’università e ho contribuito allo sviluppo di un rivelatore per il rivelatore ***. Mi sono quindi orientata verso il privato, dove ho lavorato come ingegnere di ricerca collaborando strettamente col progetto ***. Negli ultimi tre anni sono stata integrata nel team di sviluppo della diagnostica neutronica di ***. Da ottobre sono ricercatrice nell’ambito della metrologia dei neutroni

Si vorrebbe agevolare foto della pelle d’oca che ha Koris nello scrivere ‘sta roba, ma ci rendiamo conto che c’è gente che legge in orario pasti. Soprattutto perché quanto scritto sopra è una lurida menzogna. Oppure, per il politicamente corretto, un grosso lavoro di chirurgia estetica sui fatti. Ma grosso grosso, eh.

Koris vede la sua vita in maniera un filino diversa, più grezza e più veritiera:

Allora, io ho fatto fisica, ma non sono ancora sicurissima di non aver fatto una cazzata. L’Amperodattilo lo dice sempre che dovevo far medicina (in questi tempi di vairus lo dice un po’ meno, n.d.K.). Boh, mi son laureata, circa, tanto i criteri del voto di laurea mica li avevano stabiliti, per me i voti finali li hanno tirati a caso. Ah, sì, ho passato due anni a guardare neutrini nelle emulsioni nucleari, in laboratorio mi tenevano perché erano sotto organico e tanto mica dovevano pagarmi. L’esperienza a Berna lasciamo perdere proprio, cazzo, che disagio. Poi, sì, ecco, il dottorato. Ho mandato un po’ di cv a caso con un sacco di cazzate scritte sopra, qualcuno si è pure fatto pure fregare. Ho scelto di andare col Replicante, ma perché sono stata raggirata, tanto una brava persona, dicevano. Forse lo dicevano pure del mostro di Milwaukee. Niente, tre anni a farsi insultare e a guardare rumore di fondo, risultati orrendi. Alla fine mi hanno dato il dottorato, ma solo perché il Replicante voleva che mi togliessi dai piedi. Poi sono finita dai Cojones, perché credevo che peggio del Replicante non potesse esserci nulla. Beh, ho scoperto altre sfumature di peggio: ricerca manco a parlarne, facevo lezioni inutili ai Mostri. Ma era o quello o mi mangiavo i sassi. Tanto c’era grossa crisi. Mi sono illusa che nel privato fosse meglio e sono finita nelle grinfie di un’azienda con pochi scrupoli e troppe Porches da sfamare. Mi sono illusa di dare una sterzata alla mia carriera facendomi vendere come bassa manovalanza a Neutroni Porcelloni. Tre anni di follia e fogli Excel, anche se tutto sommato un po’ a Capo Palpatine ci volevo bene. Mentre meditavo un suicidio rituale, il Capo di Neutronland mi ha proposto un contratto a scadenza con nessunissima prospettiva, ma tanta gloria postuma. Niente, mi sono fatta fregare ancora ed eccomi qui a chiedermi perché non esiste un sodio metallico stabile. Scusate il disagio

Forse bisogna credere nella cosmesi. Forse bisogna fare una beauty routine all’autostima e depilarla in maniera periodica dalle autocritiche feroci. Mandarla dall’estetista, insomma. Forse bisogna pure rifarle il guardaroba e metterle qualcosa dalla tendenza sbarazzina e decisa, allo stesso dinamica e accattivante. Si dice accattivante? Ha senso ‘sta roba? Che minchia sto scrivendo, fermatemi. Tanto te lo leggono in faccia che hai un’autostima contraffatta. Un po’ come quando decidi di metterti i tacchi per sembrare professionale, ma non sai camminare perché di solito ti aggiri in infradito coi calzini.

Insomma, è un po’ come la storia delle foto alla gente che al grandangolo sembra assembrata tutta assieme anche se non è vero. Per giocare a chi ce l’ha più lungo (il curriculum) bisogna saper usare bene il grandangolo e la prospettiva. E invece Koris è specialista delle foto macro, quelle in cui si vedono i peli, i brufoli e le rughe.

Peccato.

Esempio di autostima in infradito, calzini, pantaloni della tuta taglia 12 anni e peli. Ah, le infradito sono rotte.

Delirio, paura e sconfinamento

Oggi è il primo giorno di… sconfinamento? Deconfinamento? Scatenamento? Fine della quarantena? Insomma, si può smettere di uscire con un’autocertificazione infilata fra le chiappe in tasca e si può andare circa dove si vuole, in un raggio di 100 km, mantenendo le distanze sociali che tanto chi minchia vuole avere essere umani vicino. Alcuni sono tornati in ufficio, non Koris perché a Neutronland hanno deciso che non si torna prima del settordici di quaglio del duemilamai. A meno di contrordini dell’ultimo minuto a base di “domani vieni”, che sono tutt’altro che improbabili.

Koris ha ricevuto il computer per lavorare giovedì scorso. A quattro giorni dalla fine del periodo di quarantena, dopo due mesi di domande. Ha osato sperare che fosse rapido e operativo, invece assomiglia soprattutto a una macchina da scrivere con internet. O almeno, la sua utilità è quella. Non ha nessuno dei programmi che servirebbero a Koris per lavorare, non è chiaro se il servizio informatico possa installarli a distanza, c’hanno troppo da fare, loro. Koris ha fatto la sua solita scena isterica, poi le è apparso lo spirito del Replicante e del suo motto “se uno ha voglia di lavorare, trova gli strumenti anche se non li ha”. Quindi si è rassegnata a continuare a lavorare su Blatto, computer personale Debian-munito che è già abile e arruolato. È giusto continuare ad arrangiarsi con mezzi propri per lavorare? Noi di Voyager pensiamo di no, ma non se ne frega nessuno di quello che pensiamo noi di Voyager.

Koris continua ad aspettare risposte alle sua mail, correzioni ai suoi rapporti, segni divini, varie ed eventuali. Tutto tace che tanto i problemi sono sempre altri. E se chiedi ti accolli e se non chiedi non sai lavorare in team. Bisogna arrangiarsi e fare dei sacrifici, c’è grossa crisi.

Lo sconfinamento non dà a Koris quell’euforia che forse pervade qualcun altro. Sarà che la quiete marsigliese era una bella cosa, in nome del “si stava meglio quando si stava peggio”. Sarà che ormai permane la sensazione che sia andato tutto a culo, che ora è il momento di tornare a fare le cose di prima ma peggio e senza illusioni di sorta, che ci siamo scoperti fragili esseri umani più mortali che mai. Sarà che arriveranno risposte e le risposte saranno brutte, come per esempio “Potremo andare in vacanza in montagna? No, c’è da recuperare il tempo perduto” o “Possiamo tornare in grotta? No, è considerato uno sport di gruppo” o ancora “Il mio progetto verrà portato avanti? No, non ci sono progressi visibili”.

Comunque Koris è abbastanza convinta che fra due settimane il vairus sarà tornato signore e padrone dei luoghi, quindi lo sconfinamento durerà giusto il tempo necessario per illudersi che tutto sia andato bene.

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