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Retrospettiva sull’abisso

Che uno mica se ne accorge quando tocca il fondo. Tranne in speleo, ok, d’accordo, ma lì è facile, visto che di solito c’è l’acqua. E mica sempre. E poi magari il fondo non è proprio il fondo, si trova qualcosa da scav…

Ok, non è questo il punto. Cioè, in realtà sì, ogni tanto raggiunto il fondo si scava, ma perché certe situazioni sono un pozzo senza fondo. Allagato, però.

Siamo al terzo mese quasi giusto giusto di Neutronland. E Koris ha trovato oggi la prima cosa era meglio su Neutroni Porcelloni: il bollitore dell’acqua. Quello di Neutronland è un cosino minuscolo abbandonato sul frigo, accanto una bottiglia di gin (forse è il caso di farsi delle domande). L’altro era capiente, in bella vista per gli Inglesi di passaggio e scaldava l’acqua a temperatura ottimale.

Bollitore a parte, nessun rimpianto. Piuttosto un genuino stupore di essere ad abissi tali.

Oh, è facile dirlo ora. Adesso che tutto va bene (per ora), che è tutto (ancora) abbastanza bello e che Koris arriva a casa la sera col culo su un bus. Però quando il momento era diversamente bello e la follia di Neutroni Porcelloni toccava i suoi picchi, in qualche modo si doveva pur andare avanti. Anche ripetendosi “sempre allegri bisogna stare” e quando le ragioni per stare allegri scarseggiavano.

Però forse non era giusto così. Forse non si era proprio obbligati a dire “va tutto bene” quando non andava bene per niente. Forse non era necessario convincersi che “è tutto nella tua testa”, visto che nella testa c’era poco e molto faceva parte della realtà. Solo che quanto sei l’unico (o quasi) a pensarlo… beh, è complicato.

Ma ora è finito. A meno che domani Koris non odia tutti, hai visto mai.

Stanchezze di fine anno

Oggi Koris compie 33 anni e pare che la vecchiaia si faccia sentire, visto che ha l’energia di un verme piatto e la prontezza cerebrale di una spugna. Deve essere il suo fancazzismo applicato, visto che non è che faccia granché. A parte le infinite ore di misure con le pallozze di Bonner ieri, con le relative salite e discese delle scale della hall di irradiazione, in pratica palestra inclusa nel contratto di lavoro. Ma non è che Koris lavori da tanto tempo, poi, quest’anno in fondo ha fatto solo due mesi…
Un secondo. Macchine indietro. Rewind (ecco, i trent’anni passati si vedono tutti in una sola parola). Col cazzo che Koris ha lavorato solo due mesi. Cioè, due mesi a Neutronland, quello sì. Ma c’è stato un prima. Un corposo prima tutt’altro che facile.
Koris ha inziato quest’anno, il suo terzo di presenza fra i Neutroni Porcelloni, colma di disillusione e sempre più rassegnata a non riuscire mai più ad uscire da lì, se non quando la sua utilità sarebbe finita e Koris sarebbe stata messa da parte senza pensarci due volte. Una situazione non proprio felice, nonostante i tentativi di fotteseghismo applicato e fallito. La mail segretissima del capo di Neutronland la ha trovata in questo stato. Diciamo pure che è stata un’ancora di salvezza, una ragione per stringere i denti e non lasciarsi andare alle Erinni che erano già lì pronte a prendere Koris e a portarsela via.
È stato un anno di coordinazione complicata, fra il contratto Neutroni Porcelloni vs azienda e le manovre segrete per cercare di andarsene. E quando a febbraio la speranza di andarsene a Neutronland sembrava definitivamente tramontata, Koris non ci ha più creduto, con tutta la
disillusione del caso. Solo che ex-Capo Palpatine e l’ex-MegaCapo non hanno voluto capire la disillusione, perché c’era sempre e solo da lavorare, sempre in ritardo, sempre troppo poco. E la disillusione non si cura con carichi di lavoro abnormi, al massimo si trasforma in
disperazione.
È stato necessario attendere fine maggio, quando ormai nessuno sperava più in niente, perché il capo di Neutronland si rifacesse vivo dicendo “ok, abbiamo i soldi, possiamo prenderti!”. Da allora è iniziata una sorta di ottovolante emotivo con vette molto alte e gole molto basse
perché finché non era detta l’ultima parola, Koris non voleva crederci. E non voleva che ex-Capo Palpatine sapesse qualcosa. Nel mentre colloqui con le risorse umane, dossier da costruire, documenti che non arrivavano, in sottofondo gli scleri di Neutroni Porcelloni da
gestire. Il giorno i cui Koris ha affidato alle poste la sua lettera di dimissioni è stata una vera liberazione.
Ah, vogliamo metterci dentro anche le scartoffie e il colloquio a sorpresa per la cittadinanza francese? Mettiamocelo.
I novanta fottuti giorni di preavviso sono passati fra il farsi scivolare addosso tutte le frecciatine per il voltagabbana, far capire a ex-Capo Palpatine che Koris se ne sarebbe andata davvero, cercare di non farsi fregare dall’azienda perché in cauda venenum,
crisi mistiche nel cuore della notte perché lasciare un posto
indeterminato per un contratto a termine… beh, non è proprio facilissimo, con l’inconscio che sussurra “sta a fà ‘na cazzata”.
L’arrivo su Neutronland e il tutto nuovo ha ridato a Koris un po’ di energia e un discreto entusiasmo, nonostante la gigantesca sindrome dell’impostore. Sono stati due mesi così intensi che, da una parte, sembrano molto più tempo, come se fra le scartoffie di Neutroni Porcelloni ed ora ci fossero eoni. Però le energie cominciano a latitare, in questa settimana pre-natalizia.
Quindi sì, sarà di certo lo scoccare dei 33 anni a mettere il carico nel bagaglio di stanchezza che Koris si trascina dietro. Però il 2019, dal punto di vista emotivo, non è stato un anno di tutto riposo, anche se si conclude molto meglio di come fosse iniziato.

La Tacchettina forse sei tu

Per chiunque si sia connesso a questo blog da un tempo inferiore a 5 anni, si sappia che la Tacchettina è un individuo proveniente dall’anno 2014, dal periodo in cui Koris insegnò all’università come temporanea presenza nel gruppo soprannominato i Cojones (Koris non lo sapeva, ma era un nomignolo comune). In particolare, la Tacchettina era l’individuo più insopportabile di tutti. In teoria anch’ella temporanea presenza, in pratica solida realtà attaccata alle chiappe della Capa-Moglie-Del-Capo come una ventosa a mezzo lingua. Campionessa di leccata di culo acrobatica, vellutata con i superiori e sgradevole con chiunque altro, si beava della promessa di un futuro posto all’università guadagnato con salamelecchi e lusinghe assortite, al limite del ridicolo. Koris non la sopportava, ma in tutta onestà un po’ la invidiava, perché la Tacchettina per quanto precaria aveva chi la proteggeva e le prometteva un futuro, mentre Koris e il suo orgoglio avrebbero ricevuto una pedata nel culo e tanti saluti.

Cinque e più anni dopo, Koris teme di essere passata dall’altra parte della Tacchettina, anche senza condividerne le considerevoli dimensioni del culo (Koris fat shamer, ebbene sì, ma voi non avete visto la Tacchettina vestita da sexy ape Maia). Sopratutto perché la MoglieDelCapo se la porta spesso dietro e perché ha pronunciato le parole “magari ti teniamo”. Koris ha avuto lontane reminiscenze di quando la Tacchettina faceva le fusa alla sua Capa di fronte alla promessa di un posto.

Koris non ha proprio fatto le fusa, ha avuto la sua reazione tipo: il terrore. Un po’ perché mai dai dare speranza, ch’ella è falsa mercanzia , un po’ perché la caduta nel Tacchettina-style è un attimo. Del resto Koris sa di avere poche capacità all’attivo, ricorrere alla leccata di culo per colmare le proprie mancanze è un attimo. Un po’ come quando alle elementari le dicevano “tu prendi ottimo perché sei la cocca della maestra”. Anche se Koris non è proprio sicura di essere migliore in adulazione che in fisica nucleare. Cioè, in questi periodo Koris non è proprio certa che ci sia qualcosa che sa fare davvero, forse le scartoffie, ma vabbè.

Ma tanto le illusioni sono di breve durata: lunedì si vuole discutere del suo inesistente lavoro e tutti gli impostori verranno al pettine, Tacchettina o meno. Anche se nel weekend Koris potrebbe avere uno stage speleo, non è scontato che torni tutta d’un pezzo dai cento metri del pozzo del Souffleur.

P.S. Comunque Koris non potrebbe essere la Tacchettina fino in fondo perché continua a portare i DrMartin. Anzi, forse sono gli stessi del post linkato sopra di sei anni fa…

Presenti sospesi di Ferragosto

Meno sessantuno giorni alla fine di Neutroni Porcelloni e all’esperienza nell’azienda degli scrocconi. Sì, Koris conta i giorni come alla naja, anche se Capo Palpatine è in piena fase di negazione.

“Voglio che coordini le operazioni, perché a novembre ci sarà da mettere tutto assieme…”
“Ahem, io posso ancora coordinare quello che c’è, ma a novembre tutto assieme lo metterà qualcun altro”
“No, ma mi serve che poi a novembre facciamo…”
“Oh, ripeto, io me ne vado a metà ottobre al più tardi.”
“No, ma qui siamo incasinati, che poi la tua collega cambia divisione e per fine anno abbiamo da fare…”
“Vabbè, che ti devo dire…”

Koris suppone che Capo Palpatine covi la speranza che IngrataKoris cambi idea, torni a implorare il perdono e allora si ammazzi il vitello grasso, ma prima facciamo un meeting e scriviamo sei memo per decidere quale vitello e come definirlo grasso. Possibilità che IngrataKoris si ravveda e cambi idea: zero. Se avesse avuto dei dubbi, non avrebbe dato le dimissioni. E poi ormai è fatta, bwahahahahaha, ormai è troppo tardi, troppo tardi (da leggere con la voce di Ursula).

Mentre Koris cerca di evitare gli accolli, tenta inoltre di non farsi troppe domande su tutto quello che potrebbe succedere dopo, durante il dopo e dopo-il-dopo. Sì, essere Koris è una cosa molto complicata. Continua a ripetersi on s’engage et après on voit con la voce di Barbero, perché Barbero è una sorta di comfort zone uditiva che annulla gli altri rumori. Il futuro è in grembo a Zeus e i dadi babilonesi tanto vale usarli per giocare a D&D.

Per ingannare il futuro e ancora di più il presente, Koris stasera se ne parte per i pascoli vulcanici dell’Alvernia dove spera di fare cose ad impegno da moderato a blando. Ci sono ancora una caterva di giorni di ferie da sperperare, bisogna pur utilizzarli in qualche modo.

La piaga del mansplaining sotterraneo

Attenzione: post da feminazi in pieno ciclo mestruale, guest star ormoni, isteria e tutte quelle cose carine che si usano per giustificare una donna incazzata (salvo pensare che possa esserci una vera ragione). Insomma, è un post orrido, volgare, pieno di patate&piselli e doppi sensi.

Che la speleologia sia nata come un’attività maschilista è sempre stato chiaro, basta pensare alle acrobazie che tocca fare per pisciare con tuta, imbrago e compagnia. Ma del resto ciò è vero anche per… uhm, quasi tutte le attività che non comportino ricamo, moda, punto croce, occuparsi di bambini e altre cose che se le fa un uomo è sicuramente un po’ finocchio o manca di testosterone o roba del genere.

Con questo, non è necessario che nel XXI secolo la speleologia debba essere ancora una roba “da maschi”. E non lo è, con buona pace di tutti quei residui pensino che una donna sottoterra sia necessariamente a rimorchio del proprio uomo e debba essere trattata come una statuina di cristallo che non sa fare una fava niente, e va pertanto seguita perché “oh, che pasticciona, combinerà sicuramente qualche pasticcio, ah, ah, ah, che dolce”.

I residui, già. Quelli che non capiscono che ti stanno scassando il cazzo a raffica seccando col loro modo di fare. Che non capiscono che te lo porti già menato da casa sei sottoterra per rilassarti. Che sai quello che fai e che non hai bisogno di uno che si misura in continuazione il pisello ti sta col fiato sul collo.

“Eh, ma Koris, pigli tutto sul personale, magari è il suo modo di fare.”

A parte che anche in tal caso, se stai dando sui nervi a qualcuno e si vede, magari cambi atteggiamento. Ma no. Due tette pesi, due misure. Perché un maschio può progredire, basta dargli tempo, la femmina sarà sempre la principessina scemotta da sorvegliare, compatire e sfottere per amicizia, tanto lo sa di essere inferiore. Quello che è peggio è che delle femmine stanno al gioco, perché credono che sia tutto uno scherzo, dai, vogliono fare i simpatici. No, vogliono assimilarsi ai loro tanto osannati organi genitali, ovvero vogliono fare i coglioni e ci riescono benissimo.

E poco importa se gli tiri fuori il sacco da tutte le strettoie di tutto il meandro perché da soli non ci riescono. No, per loro sei sempre qualcosa in meno perché hai la patata non possiedi un’Impareggiabile Parte con cui possano misurarsi. Sarà sempre un “perché non sei voluta andare in quella galleria? Avevi paura?” (perché ci sono già stata e so che non è niente di eccezionale), “perché non hai voluto passare la vasca? Non avevi la forza?” (perché a sei gradi non avevo voglia di bagnarmi e mi bagno solo con le persone giuste), “perché non usi quelle prese lì? Non lo sai fare?” (perché non c’è un solo modo di passare e io ho il mio che conviene alla mia morfologia). Avete i cazzi? Bene, approfittatene per farvi i cazzi vostri.

E se abbiamo le tette e l’esperienza, stateci. Smettete di credevi stocazzo perché, ops, muniti della suddetta minchia virile potenza. Smettete di volerci proteggere, che lo fate anche male: siamo damigelle che si sono messe in pericolo ma e con coscienza del pericolo, ce la caviamo benissimo da sole. Non vogliamo né premi, né medaglie, né contentini a base di “uh, ma brava per essere una ragazza”. Vogliamo che non ci rompiate le palle, che pur non avendole riuscite a scassarcele lo stesso.

Nota: questo post, grazie agli dèi ctoni, non si applica né a ‘thieu né a cospicua parte della comunità sotterranea, che pare aver compreso il messaggio “una volta lasciata la superficie, non siamo né uomini né donne, siamo tutti speleologi”.

Nota numero due: dovremmo veramente dire basta alla cultura del coglionesimo maschile vista come simpatia/segno di interesse/cura/protezione. Se loro si sentono in diritto di trattarci così è in parte anche perché lo accettiamo e lo sopportiamo. Non si dice di tirargli il discensore nei denti per quanto sarebbe un’idea, ma almeno evitare di ridacchiare e fargli notare che si stanno allargando.

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Ricetta per una Koris felice

Ci sono poche cose che rendono Koris felice in automatico come l’alta montagna. E questo da… da sempre, per dire. Cosa che potrebbe avvalorare la teoria secondo cui Koris sia la reincarnazione di una capra di montagna.

Quindi, quando ‘thieu ha proposto di fuggire in montagna per evitare la canicola marsigliese, Koris ci sarebbe andata anche in ginocchio sui ceci. O forse no, che per arrivare a 3000 metri nel Queyras le ginocchia servono.

Se esistesse uno stato fondamentale per le persone, quello di Koris sarebbe con le scarponi e lo zaino in spalla, a seguire una traccia su una pietraia, verso non si sa bene dove, basta andare in alto. Perché la vetta, o la cresta, o il lago è solo una tappa in vista della successiva. E poi, basta andare, accompagnati dai fischi delle marmotte a fondo valle.

Tutto quello che serve è stare lassù, con la consapevolezza di essere ospiti della montagna, che ti tollare a zampettare sui suoi fianchi, ma in fondo in fondo comanda lei (e per le grotte vale lo stesso discorso). E lì ci si sente piccoli, alla mercé di un gigante che può fare di te quello che vuole, se non segui le sue regole. Può lasciarti guardare le nuvole salire nel cielo e formare temporali dietro il Monviso, ma scaricarti fulimini e grandine sulla testa se ti attardi troppo. Forse sarà che Koris è piccola di suo, ma in quella piccolezza si sente a suo agio. Come un minuscolo pezzo di un enorme puzzle che, per quanto insignificante e forse inessenziale all’economia del tutto, si sente a suo agio lì dov’è. Al punto da voler fare i capricci quando è ora di venir via, come… come quando aveva due anni, per dire.

Forse non c’è una vera e propria ragione per cui Koris, nata al mare e attualmente abitante al mare, si senta veramente se stessa fra i picchi, le nevi e le rocce. Ma finché può andarci e sentirsi bene, non è il caso di farsi troppe domande.

Autoscatto al 10 mm, con vista su Rocca Bianca

Poi c’è Junior che invece sostiene che Koris è felice in altitudine perché scarseggia l’ossigeno, il Koris-cevello ha meno carburante per l’overthinking e quindi c’è l’effetto fattanza, con dipendenza associata. Che come teoria in effetti sta in piedi.

Una stele fra i boschi

Nel bel mezzo dei boschi sulle colline Valbormidesi, nel cuore del parco dell’Adelasia, c’è una stele. È posta vicino alle rovine di un’antica stalla, sotto un melo selvaggio che ad aprile è in fiore. La stele commemora un gruppo di ragazzi che si riunirono lì per seppellire un compagno fucilato dai fasciti. In suo nome, fondarono la brigata partigiana locale per combattere il nazifascismo fra Liguria e Piemonte. La stele, per la cronaca, è a forma di Italia. Tutta intera.

Questo per dare una risposta ai tanti discorsi che si ripetono ormai tutti gli anni, sul “25 aprile, festa divisiva”, “ferita nazionale da non riaprire”, “io non festeggio!”, fino ad andare al classico facebookiano “e allora le foibe???”. Ecco, per i tanti che si sentono in dovere di fare leva sui sentimenti di quella che fu, a tutti gli effetti, una guerra civile, non c’è miglior risposta che la riflessione di Alessandro Barbero (se volete farvi una cultura, ascoltatevi questo) sulla differenza fra storia oggettiva e memoria soggettiva. È vero, ogni famiglia può avere ricordi diversi, dal punto di vista emotivo, di quel che accadde in quegli anni tragici. Tuttavia, dal punto di vista storico, è innegabile che il 25 aprile fu una liberazione, che se avessero vinto “gli altri” sarebbe stato peggio (per quello che valgono i “what’s if?”), che se qualche imbecille ora si può permettere di dire “io non festeggio” senza essere gonfiato di botte è anche perché ci fu il 25 aprile.

Una chiosa di memoria personale, che lascia quindi il tempo che trova, per quelli che “eh, ma non tutti hanno avuto un nonno partigiano” o, peggio, “ma il ducie a ftt anke cose buone!”. Certo, in famiglia c’erano anche:

  • la nonna con i fratelli sbattuti sul fronte russo, di cui non aveva nessuna notizia e per cui andava a pregare tutti i giorni affinché tornassero (tornarono tutti, a piedi, dalla Russia).
  • l’altro nonno, aviatore, prigioniero degli Inglesi dopo essere precipitato nella Manica ed esservi rimasto, a mollo, per quasi due giorni, accanto al compagno morto.
  • l’altra nonna, il cui fratello, atleta osannato sotto il fascismo promotore dello sport, fu lasciato a morire di diabete perché era impossibile curarlo in tempo di guerra.

Tutte cose buone portate dal fascismo, certo.

Abbiamo ancora bisgono di essere liberati? Sì: dai cretini che fanno leva sulla pancia del popolo e dai pressappochisti.

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