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Storie senza storia

Il problema dell’avere un blog in tempo di pandemia e confinamento è l’aver poco da scrivere. Le giornate sono una successione di copia-incolla con minime variazioni sul tema. Si cerca di fare cosette e cosucce senza pensare troppo, perché se ti metti a riflettere finisce che ti rendi conto di quello che c’è fuori dalle quattro mura domestiche e potrebbe nuocere al delicato equilibrio mentale, tenuto con scotch e sputo.

Koris ha preso da J. un piccolo rituale che consiste nello scrivere ogni giorno tre cose buone o almeno non urfide accadute durante la giornata. Detta così pare una minchiata, ma aiuta un pochino a vedere del buono anche in giorni bui e tutti uguali.

Nel mentre la routine permette di riempire le giornate e un po’ annulla il passare dei giorni. Forse non è un modo di vivere molto sano, ma iniziare a lavorare alle 8, smettere alle 16:30, andare a correre per venti minuti, docciarsi, fare cose al computer in attesa della cena danno quelle certezze che non si ritrovano sui giornali o nel silenzio di Manù Macron. Che qui dovremmo essere sconfinati al primo dicembre, ma non ci crede nessuno perché siamo ottimisti.

In questa staticità c’è qualcosa che avanza, nonostante tutto. Il salotto è quasi finito, mancano dei ritocchi di pittura e poi si potrà definire una stanza normale e non un eterno cantiere. La prima mano di intonaco nel locale toilettes, comunemente detto cesso, è stesa quasi ovunque nonostante molte colorite espressioni perché anche lì i muri sono non-euclidei; peccato sia finito il secchio di intonaco. La prima parte del Koris-malloppo continua la sua cura dimagrante e ha perso la bagatella di 82 pagine, mentre la seconda è oggetto di andirivieni fra Koris e l’editor. Sono modi per occuparsi.

‘thieu se la passa un po’ peggio e questo è problematico, perché è alquanto difficile smuoverlo.

E niente, torneranno giorni migliori. Il problema è sapere quando.

Cenzino assistente smartuorching e motivatore dei giorni bui.

Quelle domeniche di novembre

Anche se è lunedì, del resto quando si è confinati il tempo è un po’ un’illusione, almeno finché da uno schermo non compare Manù a dire tana libera tutti. Ma non è ancora quello il momento e quanto alla tana, ci si deve restare. Dentro.

Queste domeniche novembrine passate in casa hanno un sapore d’altri tempi. Hanno anche un sapore di muro preso a craniate perché vorresti essere in grotta, ma se cominciamo con queste spirale di violenza nel giro di due giorni abbiamo finito i crani da spiaccicare e i muri da imbrattare. Sapori d’altri tempi, si diceva, di un altro millennio. Quando le domeniche sembravano senza fine e novembre di Merdopoli era un grigiore eterno fra le alpi e il mare. E ci si chiudeva in cameretta, Koris, Orso e una decina di Biker Mice, a giocare e a fare un casino preparatorio di un dramma serale. E l’Amperodattilo cucinava mentre sul terrazzo pioveva con le cocalle (termine dell’Amperodattilo per designare gli schizzi delle gocce quando cadono a terra, forse dialetto, forse genio letterario). E U Babbu compariva ogni tanto a controllare che i Biker Mice non stessero cercando di evadere dalla finestra (no, sul serio, vivevano in una casa a rotelle con quattro camere, cucina abitabile e salone, non avevano nessuna ragione di evadere). E si passava la domenica in tuta e in ciabatte, in attesa che arrivasse la sera e il lunedì e che l’Amperodattilo scoprisse il gigantesco casino che imperava in cameretta.

Sotto la sottile crosta di solenne rottura di coglioni, c’è qualcosa di vagamente familiare e rassicurante in queste domeniche confinate, fra una lasagna fatta in casa, una mano di intonaco e un boss di Parasite Eve. O forse si cerca qualcosa di familiare e rassicurante, per dimenticare un attimo l’apocalisse che si scatena al di fuori delle mura domestiche.

Sempre lì, sempre uguale

Non è che ci siano grandi novità. Anzi, non è che ci siano novità e basta. Koris vorrebbe dire che sta facendo fruttare questa quarantena scrivendo e sfoga la mancanza di libertà riempiendo pagine, ma sarebbe una coglionata. Koris abbozza cose, non finisce cose, poi piagnucola. Abbastanza in loop.

Ieri era il troppesimo compleanno di ‘thieu, il confinAnniversaire. Il regalo era presente anche se monco solo perché Koris è paranoica e aveva iniziato a ramazzarlo già a fine febbraio. Poi dicono che prendere le cose in anticipo non serve e che l’ultimo minuto ha il suo fascino… comunque, il piano originale voleva che il regalo fosse completato quello che doveva essere un sabato qualunque e che ormai chiameremo l’Ultimo Sabato, l’ultimo giorno di libertà a più di un chilometro da casa. Poi l’Ultimo Sabato si rivelò essere quello che era e il regalo rimase monco. Koris ha cercato di metterci la famosa pezza peggiore del buco improvvisandosi pasticcera. Alla fine, dopo il solito percorso a base di dubbio-trauma-disperazione-rassegnazione, la torta non era nemmeno male. Neanche la frolla made in Koris. Certo, la crema al limone sembrava pur sempre catarro. Ma del resto pare in tema col periodo, si potrebbe quasi chiamarla “CovidCake” (sempre con tutto il dovuto rispetto). Fun fact: in mancanza di qualunque formina adatta, la torta è stata decorata col coso per togliere i torsoli alle mele e un imbuto. Koris non pensa “out of the box”, Koris la box se l’è proprio fumata.

Torta del ConfinAnniversaire al catarro, con decorazione discutibile e foto ancora più discutibile.

Per il resto boh. L’umore oscilla, il salotto sembra sempre uscito da un film di guerra, i pasti si succedono. Koris ormai si rifornisce solo da negozietti di generi primari; le pare di essere tornata baby Koris, quando faceva il giro con l’Amperodattilo dal fruttivendolo, dal macellaio, dal panettiere, dal salumiere. Lei, Koris, colei che non aveva tempo per occuparsi dei rifornimenti, ora scambia convenevoli con la verduriera. In pratica, un tirocinio da massaia.

Che poi potrebbe essere anche una preparazione per il futuro. Koris continua a lavorare isolata su dati privi di senso. Non parleremo della polemica “i matematici devono fare i matematici e non darsi alle simulazioni nucleari”, che se no Koris si incazza ancora. Per trovare un senso a tutto ciò, si cercano risposte sui libri di astrofisica nucleare. Si interrogano le stelle, insomma, solo che le stelle sono morte. Il che in effetti è significativo. Per il resto nuvole nere si addensano all’orizzonte, segno che quando si apriranno le gabbie scoppierà una tempesta. Forse tutto sommato non è così male stare a casa.

Pasqua sarà quanto meno inedita. ‘thieu, incaricato di andare a comprare un uovo, è tornato con una campana di cioccolato e un sacchetto di pesci cioccolatosi. Tanto per ammazzare anche l’ultimo granello di normalità che la situazione poteva avere.

Trentatroppo di marzo

Ci sono giorni migliori, ci sono giorni peggiori, ci sono giorni. Tanti giorni. Troppi giorni. Troppo uguali. Se non ci fosse una ferrea routine scandita da “si lavora dalle 8 alle 16:30 dal lunedì al venerdì”, sembrerebbe di vivere un’eterna domenica pomeriggio in cui è sempre troppo presto per andare a dormire e troppo tardi per fare qualcosa di costruttivo. La routine un po’ salva la vita, è il rituale di protezione dalle forze oscure a cui ci si aggrappa ogni giorno. Il che significa che quanto (e se) questa routine verrà mandata per aria dal ritorno alla normalità, tutto farà malissimo. Ma ormai si è nell’ottica che, qualunque cosa succeda, tutto farà malissimo. Karma.

Koris ha ricevuto di nuovo la visita della sua amica insonnia, da due notti. Solo che ha meno ripercussioni sulla Koris-vita: sono bravi tutti ad essere insonni quando il massimo dello spostamento richiesto è dal letto alla scrivania alla cucina al divano. Koris ricorda di aver avuto una vita in cui faceva 150 km ogni giorni. O forse era un sogno, chi lo sa.

Data la sua insonnia, Koris ha pensato che forse la cosa migliore è lasciare perdere i videogiochi prima di dormire. Ha quindi cercato di guardare la docu-serie “L’impero Ottomano”; non è andata oltre la prima puntata per colpa di “Alle otto della sera”. Perché quando la caduta di Costantinopoli è raccontata da Barbero o dalla Ronchey, beh, Netflix, de che stiamo a parlare? Ieri sera Koris ha interrogato Netflix alla ricerca di relax. È finita a guardare “Suspiria”. Risultato: ha dormito male e continua ad avere un fastidioso motivetto in testa. Brava Koris, sempre 100% grandi insuccessi.

Per quanto riguarda il lavoro, continua l’isolamento, che hai visto mai il vairus si propaghi anche via Skype. Però sono arrivati i dati che Koris aspettava da gennaio. Erano illeggibili. Una volta resi leggibili, erano incomprensibili. Potrebbero essere MeV, GeV, pere o mele, sarebbe la stessa cosa. Unico commento di accompagnamento: “il post-doc ha perso gli altri dati”. Bella raga, congratulazioni. Koris sta avendo attacchi di super-scazzo lavorativo non trascurabili, sapendo che dopo andrà solo peggio e che del suo progetto non frega nulla a nessuno. Karma anche questo.

Giovedì è il troppesimo compleanno di ‘thieu. Koris ha un progetto di torta ambiziosissimo e pertanto destinato a fallire in maniera miserabile, come tutti i progetti culinari made in Koris. Il regalo è monco ed esiste solo perché Koris è psicopatica-ansiosa e si era messa a concepirlo già a febbraio. Se altrimenti sarebbe ancora peggio. Ciò non toglie che, nel suo stato attuale, fa schifo.

Il salotto è decorato in versione bombardamento. Tutto sommato anche con una pittura approssimativa e data male, le cose possono solo migliorare.

Un giorno finirà anche marzo, ma per il momento porcatroia.

Speleo-astinenza

Giorno di confinamento numero otto, percepito settecentoventicinque. Numeri di giorni senza andare sottoterra: troppi. Iniziano i segni di cedimento.

L’altro giorno è arrivato un video sulla mailing list speleo della regione. In tempi normali avrebbe guardo, avrebbe detto “esticazzi?” e sarebbe andata per la sua strada. Invece, davanti alle immagini di una grotta trita e ritrita, Koris aveva i lacrimoni e il labbro tremulo come se stesse guardando un film Disney della vecchia scuola.

‘thieu manifesta tutti i sintomi della crisi di astinenza da sostanze psicotrope, inclusa la sofferenza fisica e gli stati paranoici. Passa da un momento di relativa normalità a un altro di totale prostrazione, al fondo di un pozzo che non può né vedere né risalire e che comunque non è quel pozzo che vorrebbe lui… oh, com’è difficile esprimere concetti metaforici. Prima di avvicinarlo è bene osservarlo a per un minuto o due e, secondo le circostanze, fare dietrofront per tempi migliori. Ovviamente ‘thieu rifiuta qualunque cura speleo-palliativa.

Al contrario, Koris si è lanciata un hashtag di autosupporto #KorisNonPerdertiDAnimo e come i veri tossici alla ricerca di una via d’uscita ha iniziato ad assumere metadone. Anche qui, in senso figurato. Ha scartabellato un certo numero di tutorial di work-out e ginnastiche domestiche, nella speranza di fare buon viso a cattiva sorte. Si è fatta mandare un libro di stretching degli anni ’80 e ha messo su una sorta di rituale mattina-pomeriggio in cui sembra evocare Cthulhu con i polpacci, ma in realtà si sta solo scrocchiando le spalle. Ha anche accarezzato l’idea di iniziare una routine di yoga. Ma quando ha visto un tutorial di una che, col culo per aria, diceva “inspirate e pensate a che genere di giornata vorreste avere”, Koris si è messa a pensare cose volgari: non è spiritualmente pronta per far prendere aria ai chakra e spolverare il plesso solare. Last but not least, ha trovato la ginnastica consigliata agli astronauti della missione CAVES e intende divenirne adepta. Anche se Koris non sa fare le flessioni, pazienza. Ultimissimo punto: nei momenti peggiori cerca di passare fra i pioli della scala, misurati distanti 20 cm. Finché riesce a passarci, va tutto bene.

Poi ci sono i momenti pessimi. Come il lavaggio degli imbraghi, da tenere nell’armadio fino a nuovo ordine. Si narra che prima di mettere il suo in lavatrice, Koris lo stesse sniffando mormorando “senti come sale la botta! Fango! Cacca di pipistrello!”. Ha poi piagnucolato quando l’imbrago è uscito pulito, dicendo che un imbrago pulito è un imbrago triste.

Non sappiamo quanto durerà ancora il confinamento, ma iniziamo a pensare che l’astinenza speleo possa portare gravi danni a lungo termine sulla salute mentale e non di Koris e ‘thieu. L’unica ancora di salvezza è lo speleologo del Nord che manda le date La Pierre Saint Martin. Segue un video che potrebbe non essere molto lontano dalla futura realtà.

Alla ricerca di buone notizie

È ricomparsa la carta igienica nei supermercati. Sarà poca cosa, forse la gente ha capito che non serve svaligiare le corsie e che non c’è rischio di carestia. O forse ci sono appartamenti pieni di carta da culo. Misteri dell’epidemia.

Si è scoperto che i muri della casa di ‘thieu non seguono una geometria euclidea. Per farla breve, non sono dritti. Ciò rende assai complicato incollare la carta da pitturare, complici degli angoli arrotondati. Non è proprio una buona notizia, sembra di vivere ne “I sogni nella casa stregata“, ma visto che Lovecraft è l’insegna di questo confinamento, ben vengano i paradossi geometrici. Il prossimo rotolo lo compriamo a geometria parabolica.

Martin, confinato pure lui al di là dell’oceano, pare stia finalmente lavorando al fottutissimo libro. Momento di giubilo per Koris e Junior. Poi Orso ha fatto notare che probabilmente tirerà le cuoia mentre scrive il finale. Segue il solito necessario fat shaming a Martin.

Koris è riuscita a fare una piazza non disgustosa e con una pasta che non sia un blob disseccato. Bastava cambiare la farina.

Pare che Orso faccia tinte improponibili a coinquilini confinati. Peccato non essere lì.

Koris ha stanato un video di Barbero che, oltre che di storia, parla anche di cibo. E finisce con “io vorrei anche andare a buttare la pasta, che ho fatto il pesto”. Raddrizza le giornate storte (ma non i muri non-euclidei).

Iset fa le gocciole a mano, quando non perde punti sanità mentale.

Varie ed eventuali.

Al prossimo episodio, cerchiamo di dare le brutte notizie in modo gradevole.

Dalla finestra, riflessioni

La scrivania a lungo sospirata è accanto alla finestra della camera degli ospiti. Dall’alto del terzo piano, Koris guarda Marsiglia ma non i Marsigliesi. O meglio, spia le finestre del palazzo di fronte, che alle nove sono ancora nascoste dalle persiane. Al primo piano un tizio fa prendere aria a una camera, in cui si intravede un letto con un orribile lenzuolo viola a fiorelloni rosa.

Il silenzio domina nelle ore in cui le macchine litigavano per il parcheggio. Non si sentono le grida dalla scuola di fianco. Solo le vicine del piano di sopra si fanno sentire quando si spostano per casa, con una grazia che ha ampi margini di miglioramento.

Sopra tutto, il cielo è azzurro. Un azzurro senza infamia e senza lode, che non è il blu profondo dei giorni di Mistral, il cielo provenzale che tutti immagino. È un azzurro un po’ velato e un po’ malaticcio, come se volesse dire “ci sono, ma sono anch’io in attesa di giorni più luminosi”.

È tutto piuttosto bizzarro. Sospeso. Trasformato da un giorno all’altro in qualcosa che non si era mai visto da un sacco di tempo. Tutto sommato, non evoca nemmeno gli scenari de “La peste” di Camus o le pagine di Manzoni. È uno stand-by, come se qualcuno avesse staccato la spina alla città prima di partire in vacanza. Solo che non è chiaro quando la corrente verrà riattaccata.

C’è il sole e Marsiglia è più deserta che nei giorni di pioggia. Fa strano essere confinati a casa da una minaccia che non si può vedere, anche se Koris lavora con le minacce che non si vedono e ti friggono lo stesso. Il pensiero egoista è sempre lì: queste cose di solito accadono altrove. Si leggono sui giornali, ma non si vivono. Siamo nel XXI secolo, la probabilità che accadano qui, nel cuore dell’Occidente, è nulla. O piuttosto, era nulla. Che ci fosse un’altra crisi economica d’accordo, potevamo aspettarcelo, ma un’epidemia? A casa nostra?

Mercoledì scorso andare nell’Aude questo week-end era una certezza, venerdì sembrava ancora possibile. Oggi pare tanto se si può uscire di casa. ‘thieu l’impavido è andato a fare la spesa, sembra essere tornato indenne. Sembra.

Magari poi passerà questa impressione di vivere in un racconto distopico, dove siamo tutti iperconnessi ma tutti a casa e a mezzogiorno si sentono gli odori di cucina, come negli anni ’50. Questa dissonanza fra la velocità dell’informazione che si propaga e la lentezza che all’improvviso ha preso la vita in stand-by (almeno, di quelli come Koris che si scoprono inutili e inessenziali al resto del mondo). Magari ci abitueremo, poco a poco.

E magari anche il vairus si toglierà di mezzo.

P.S. Come al solito, queste riflessioni non vogliono in alcun modo sminuire la gravitò della situazione, sono solo Koris-considerazioni buttate lì. Nessuno sta dicendo che “il vairus a ftt anke kose buone”, visto che per il momento non ha bonificato paludi né istituito pensioni. Forse sta ancora lavorando alla marcia su Roma.

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