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Diciassette ore, P50 e Mambo Italiano

(Post per amanti della vertigine, ma senza immagini perché la grotta è ancora inedita)

Come al solito, Koris si è posta la domanda di rito “ma non starò sprecando un giorno di ferie, con tutti i problemi annessi? E se poi mi mettono a fare solo missioni di superficie e mi dormo tutte le notti tranquilla?”. Del resto, l’esercitazione del soccorso speleo nel Vaucluse per speleologi del vicinato poteva benissimo fare a meno di Koris e della sua scarsa utilità. Forse.

Arrivati in quel di Saint Christol la sera prima, Koris e ‘thieu hanno montato la tenda smodata (detta anche “il palazzo d’estate”) sotto una pioggerellina che si è trasformata in acquazzone. Un po’ di public relationship con gli speleologi locali, cena con zuppa in cartoccio e infilarsi il più rapidamente possibile nel sacco a pelo piumoso. Segue oblio dei sensi.

Il mattino dopo Koris si è iscritta fra i soccorritori con specialità assistenza vittime, certa che non avrebbero fatto granché di lei. Del resto ogni dipartimento ha la sua squadra assistenza vittime, vuoi proprio che…

“Koris!”
“Sì?”
“Squadra assistenza vittime, pronta a partire alle 10”

Ok, vorrà dire che si entra per primi e si esce nel pomeriggio quando arriva la seconda squadra per il cambio. Forse il giorno di ferire è stato preso per nulla. Vabbè.

Koris si è appropinquata alla squadra di cinque, capeggiata da Hessia (di cui Koris sapeva soltanto “sa fare, ma ogni tanto le saltano i cinque minuti”, ottimo), per imballare i sacchi del caso. L’Architetto della squadra fa un annuncio.

“I primi entrare, gli ultimi a uscire”
“Come, qui non si usa inviare la squadra di rinforzo per il cambio?”
“Ahahahahaha, no”

Nel mentre serpeggia la voce che per l’una di notte si dovrebbe essere fuori. L’una di notte è un orario quasi umano, ci portiamo un panino e sopravviviamo a frutta secca fino all’uscita, tanto quando inizia l’evacuazione della barella mica si ha tempo di mangiare. In tutto ciò Koris cerca disperatamente di dimenticare che in fondo a tutta la storia c’è un pozzo di 50 metri. Ma su, magari la vittima sta prima del P50 e non ci tocca scendere. O magari si scende contro la parete e non nel vuoto siderale. Magari.

Si arriva al buco alle 10:30 con l’unica idea che forse all’una di notte ci saranno lenticchie e salsiccia ad aspettarli al campeggio (gli speleologi pensano ad usa sola cosa ed è quella). Si scende in una sorta di tombino nei boschi che fa molto Tartarughe Ninja bucoliche e si sbuca da un tubo blu (?) nel primo P20. La discesa scorre senza incidenti, a patto che Koris configuri il tutto come una serie di tanti saltini e non come un P130, secondo alcuni. Intanto c’è sempre il P50 ad aspettarla, o magari no.

Si arriva al troncone di galleria, dove si corre, si scivola nel budello che si sa già sarà odio puro al ritorno, si apprezza di sfuggita la decorazione. Koris inizia a pensare che sarebbe proprio bello se la vittima fosse nella galleria sabbiosa. O se almeno il P50 fosse armato in un rivo stretto. Forse.

E poi arriva lui, il buio in fondo al tunnel. Non è stretto per una bella minchia, è una voragine dal diametro di venti metri. Koris sa che se ci fosse ‘thieu si sarebbe già esibita in una delle sue scenate a base di “non farmi questo, non buttarmi lì dentro”, ma è fra sconosciuti e deve darsi un tono.

“Oh, se sentite urlare in italiano non fateci caso, sono io che non apprezzo i pozzi voluminosi”

Si arriva alla testa del pozzo. Non guardare in basso. Si mette il discensore, si fa la chiave. Vabbè, dai, forse scende si contro parete. Non guardare in basso. Si disfa la chiave, si parte. Ok, ora è più una rottura di coglioni fare dietro front che andare avanti. Primo frazionamento. Pendolo, ora si scende nel vuoto. Koris vacilla ma sa che la manovra per tornare indietro è peggio. Non guardare troppo in basso. Va tutto bene, va tutto bene, vatuttobene, vatuttobenevatuttobenevatuttobene.

“Attenzione a dove mettere i piedi al secondo frazionamento, che c’è un balcone che scarica pietroni in basso”

Ottimo, cosa vuoi di più dalla vita? Ciò nonostante, quattro frazionamenti dopo, Koris arriva coi piedi per terra e vorrebbe darsi il cinque da sola per quanto è soddisfatta di se stessa. E per non aver gridato oscenità nemmeno una volta. Forse la fifa non sta passando, ma sta diventando controllabile.

Si dovrebbero iniziare le manovre per il soccorso della vittima, solo che non c’è la vittima. Arriva dopo con la squadra medica, onde evitare di avere vittime surgelate. Hessia decide che essendo mezzogiorno è ora di pranzo. Nel mentre si scopre che il sistema di comunicazioni con la superficie riceve ma non emette, tocca aspettare che qualcuno porti il telefono col filo. E l’ADSL, magari.

Alle due passate arriva la squadra medica, ma senza vittima. Dicono che scende poi col telefono, ma non si sa quando. Hessia dà l’ordine di usare uno dei presenti come vittima sacrificale per fare qualche manovra. Koris viene designata assieme all’Architetto per mettere su la capanna di fortuna. Ne esce una cosa molto migliore di tutti i soccorsi precedente. Per di più c’è ancora materiale per fabbricare una tenda per i soccorritori.

Finite le manovre sulla vittima, inizia l’attesa, non si sa bene cosa stia succedendo perché non si hanno notizie dalla superficie. Qualcuno dormicchia. Ci si fa un the con l’acqua che cola dal pozzo. Si tiene un corso su come piegare un telo di sopravvivenza, che i maschi non ci sanno fare ed escono delle palle super ingombranti (#womansplaining). Si fanno le ombre cinesi con le lampade, segno di inizio del disagio.

Sono le sette passate quando arriva la linea telefonica assieme alla vittima barbuta, si scopre che la superficie vuole far iniziare l’evacuazione della vittima alle otto e mezza. Dall’alto del pozzo si sente armeggiare la gente che preparava i tiranti, le pulegge e i paranchi. Ogni tanto piovono pietroni, ma Koris è al sicuro nella galleria laterale.

Si mette la vittima nella barella, ci si lamenta che pesa troppo (“peso 86 kg, ma la maggior parte è barba. Però oh, ragazzi, bisogna mettersi nei casi reali, mica si fanno male solo le fragili damigelle di 50 kg”) si scopre che non si riescono a sentire i segnali dal basso all’alto perché c’è troppa eco nel P50. Koris viene messa a coordinare le manovre al telefono.

Ore otto e mezzo, la barella decolla. Il contrappeso in alto è il dolce peso di ‘thieu, perché per certe cose ci vogliono massa e vocazione. Koris riceve ordini al telefono e li urla a ‘thieu, il resto della squadra resta atterrito dal numero di decibel che Koris riesce ad emettere.

Ore nove passate, si risale (non prima che Koris si sia pavoneggiata con ‘thieu per tre secondi dicendo “oh, hai visto che bestia di pozzo? E sono riuscita a scendere senza urli!”). Rimettere la macchina in moto dopo nove ore d’attesa è tutt’altro che facile, ma non c’è tempo per le lamentele. In tutta onestà, Koris si sente molto sollevata quando arriva in cima al P50 e si chiede perché faccia certe cose. Ma ormai…

Inizia l’evacuazione nella galleria, volano insulti, gente che urla alle teleferiche, parole grosse, insulti. Ma Koris segue Hessia e la barella, hanno un compito, se gli altri si insultano problemi loro.

In mezzo alla galleria ci si accorge che è “domani e dieci”, quindi uscire tutti all’una, data la quantità di gente, pare utopistico. Koris sbocconcella frutta secca perché ha fame, ma soprattutto sete e ha quasi finito il suo mezzo litro d’acqua.

Si passa il budello infame che all’unica di notte è ancora più infame, si arriva alla base dei saltini che c’è un sacco di gente. E tantissimi saltini da armare. Si aspetta di nuovo, anche quando la barella riparte. Inizia un’attesa senza fine. Nota: ‘thieu l’infame è passato davanti a tutti con la scusa “vado ad aiutare in alto” ed esce effettivamente all’una di notte.

E qui compare Hé, il capo del soccorso speleo del Var, che non si sa bene da dove sia uscito, lui e il suo casco blu. E la sua eterna riserva di cazzate, che verrà sciorinata per tutti i 130 metri di ascensione successiva. Koris attende ai pianerottoli dove ruscella l’acqua col sottofondo di Hé che canta “Mambo italiano” o che vaneggia di nani con candele nel culo (quest’ultima parte non è chiarissima). Koris non sa se vorrebbe urlargli di chiudere il becco o se ringraziarlo per impedire a tutti di addormentarsi. E sono stati ancora fortunati, si racconta di un soccorso notturno in cui Hé si era portato una trombetta e suonava la carica ad intervalli regolari.

Alle quattro del mattino Koris è disposta a leccare l’acqua dalle pareti da tanto ha sete. È l’ultimo (o il primo, a seconda della prospettiva) P20 prima del tubo blu, del tombino e della superficie. Koris sale con le cosce doloranti che paiono quelle di una statua di marmo. Si arriva in vista del tombino che ormai sono le quattro e mezza. E piove.

“Se corri riesci a prendere la navetta dei pompieri che sta per partire”

Più che correre è un arrancare fantozziano, ma Koris (e relativo sacco che si porta dietro dal fondo) si lancia nel cofano della navetta, in mezzo ai sacchi degli altri. Anche stavolta è fatta.

Koris arriva al campeggio che non sa se ha più fame, sete, sonno o voglia di pisciare. Ma oh, abbiamo fatto quasi diciotto ore di speleo. Record, signori, record! Campioni del…

RONF. Appena il tempo di togliesi l’imbrago, la tuta, le scarpe, svuotare la vescica e buttarsi con sottotuta e tutto nel sacco a pelo. Sono le cinque.

Koris si risveglia alle sette, beve, ri-piscia (cosa che accadrà con una frequenza sconcertante) e si riaddormenta fino alle nove. Quindi mangia. Perché ‘thieu (infame) all’uscita si è fatto lenticchie e salsiccia, Koris no, si è cibata di nocciole per tutta la notte come un fottuto scoiattolo. E ora ha un certo languorino, ma non è proprio fame, è più voglia di divorare anche la pentola.

Pranzo, si smonta la tenda, si torna a Marseille. Dove Koris crolla miseramente sotto la doccia, sopraffatta da una stanchezza che ora si fa sentire come una tonnellata di piombo. Alla fine, questo lunedì di ferie ha un’importanza vitale.

Come organizzare un epic fail

Koris dovrebbe essere ormai cosciente di possedere un dono come re Mida, ma non della stessa qualità: tutto quello che Koris tocca si trasforma in fallimento critico, anche ove non sia necessario tirare un D20. Ne consegue che Koris non dovrebbe più prendere alcuna iniziativa. E in effetti aveva cercato di attenersi al piano, solo che poi le prende la smania di fare cose perché Spes Ultima Dea e finisce regolarmente a schifo.
Koris aveva organizzato da ottobre un’uscita per il week-end scorso nella grotta che dovrebbe essere una delle più belle di Francia. Guida necessaria, numero chiuso, jet set della speleogia, vi strapperete i capelli! Entustiasta di aver trovato una data dopo aver sgomitato via mail, Koris si rivolse al gruppo speleo chiedendo “chi vuole venire e per non perdersi questa occasione meravigliosa?” in modalità Dibbler-Mi-Voglio-Rovinare. All’appello hanno risposto ‘thieu e un altro, il resto del gruppo aveva da asciugare il gatto nel microonde. Vabbè, si farà un’uscita fra pochi intimi.
Poi qualcuno-di-cui-non-faremo-nome pensò bene di aprire l’uscita in interclub con quelli che sono un po’ dei salami su corda, nonostante il parere contrario di Koris. Ora, quando Koris dà parere contrario è già prona allo scassamento di gonadi, che si frantumano per un nonnulla.
“Ma perché proprio quella data lì?”
“Ma possiamo decidere noi a che ora uscire?”
“Ma non possiamo andare da soli noi sei?”
“Ma devo portarmi l’imbrago?”
“Ma devo portarmi l’acqua?”
“Ma devo davvero portarmi una tuta?”
“Ma davvero voi arrivate lì il giorno prima?”
Dato lo scambio di mail, Koris se lo portava talmente menato da casa che il rischio di dire “e allora fate voi, io me ne resto sul divano” era molto pronunciato. ‘thieu ha compiuto l’abuso di caricarla in macchina di forza.
Domenica mattina c’è stata un’ulteriore scena del “devo prendere questo? devo prendere quello?” e Koris si è trattenuta dal rispondere “sì e prendi anche il tuo culo”. Poi erano in ritardo. Koris odia poche cose come il ritardo. Ha detto ancora una volta che lei se ne tira fuori, ma invece no.
Nonostante le guide siano simpatiche, si comincia male: una discesa di 80 m su un’impalcatura arrugginita. Koris odia le scale in speleo. Koris forse si sarebbe fatta gli 80 m in un getto più volentieri, almeno non ti scivola il piede. Koris si odia molto per essere lì.
La grotta è un fiume sotterraneo. “Ma tranquilli, ci si bagna solo metà stivale” dicevano. Poi l’acqua entrò nello stivale. Poi l’acqua arrivò al ginocchio. Poi alla coscia. Poi alla cintola.
Koris ha camminato per non si sa quanto in un fiume di marmo blu (molto pittoresco) con l’acqua fino alla cintola e la faccia del gatto bagnato che l’avrebbe fatta pagare all’universo. L’unica fortuna è stata la sottotuta magica di Koris, che si asciuga in dieci minuti e non vogliamo sapere come e perché. It’s a kind of magic! One dream, one soul, one prize, one goal…

pissed-cat

Fedele descrizione di Koris nel fiume di Cabrespine

Arrivati a non molto lontano, si scopre che le guide hanno scelto di non andare nel ramo concrezionato, troppo fragile, urge autorizzazione papale. Il gurppo, soprattutto i tre invitati, fanno rimostranze.
“Ma eravamo venuti per quello!”
“Ma davvero non possiamo andare?”
“Ma non potevamo saperlo prima?”
“Koris perché non ce l’hai detto?”
Sulla fronte di Koris scintilla la scritta al neon “non sono una fottuta agenzia di viaggi”, ma non dice nulla perché potrebbe e non sta bene passare per quelli che si incazzano. Meglio passare per muti.
La grotta in effetti merita anche senza il ramo concrezionato, ma non quanto Koris si era aspettata. Mentre rimugina sul suo sconforto, Koris scivola su un duomo di calcite e si infrange il ginocchio sinistro. Livido numero uno.
Foto di rito. Koris continua a pensare a pratiche violente verso chiunque, tanto pensarle non è illegale e gli incidenti capitano.
Si torna indietro. Se prima si scendeva lungo il fiume, ora bisogna risalre la corrente come fottuti salmoni. Acqua di nuovo fino alla cintola. Acqua torbida, Koris non vede il bordo di una vasca, se lo prende nel ginocchio sinistro. Livido numero due. Koris cade di faccia nell’acqua, si rialza senza fiatare.
Il ginocchio e la coscia associata fanno un sacco male, ma Koris si trascinerebbe su un monopiede con la gamba mozzata nel kit, piuttosto che chiedere aiuto. Tanto l’acqua a 13 gradi raffredda il livido. Basta crederci tantissimo.
Quasi all’uscita, i salami decidono che non si può andare via senza la foto ricordo fatta con la compatta demmerda che richiede tre ore per essere messa a punto, senza comunque produrre risultati apprezzabili. Koris sorride sulla foto solo perché sta pensando come annegarli tutti in 10 cm d’acqua.
Uscita in vista. Altri 80 m di impalcatura da rimontare, Koris si odia, la tuta ormai è asciutta, l’universo deve detonare a breve.
Si arriva nella sala equipaggiata come grotta turistica. La gente guarda Koris-gatto-bagnato, Koris elargisce sguardi di “fatti li cazzi tua”. ‘thieu si avvicina in un momento di masochismo.
“Allora, valeva la pena venire?”
“Umpf”
“È un momento in cui bisogna evitare di farti domande?”
“Già”
Poi magari Koris deciderà che il fiume nel marmo blu è uno dei più bei ricordi della sua vita. Ma per ora ha fatto voto infrangibile che la prossima volta che organizzerà qualcosa sarà stocazzo.

Gli imbucati

Al telefono, mercoledì sera.
“Ciao Amper!”
“Ciao, scusa, eravamo in mezzo a una strada. Siamo andati a Ormea. Ora vado in bagno, ti dò a U Babbu, eh”
“Ah, ahem, io…”
“Pronto? Pronto! Non ti sento?!”
“Ciao, U Babbu, non mi senti perché non sto parlando”
“Ah! Come va?”
“Bene, senti, cosa fate per il primo maggio?”
“Noi? Boh, metteremo un po’ aposto il terrazzo…”
“Quindi non andate via…?”
“No, tanto dove vuoi che andiamo?”
“Che ne so, magari a farvi un giro.”
“Voi dove andate?”
“Questo è il punto dolente, diciamo che… visto che prevedono tempeste di fulmini su tutta la Francia per tre giorni, avremmo… avremmopensatodivenirelì”
“Eh? Cosa? Pronto? Mi senti?”
“Ho detto: avremmo pensato di venire lì”
“Ah, ma qui?”
“Eh”
“Ma in grotta”
“Beh, sì, anche. Se a voi sta bene”
“Ma sì, tanto l’Orso non viene. Quindi arrivate fra dieci giorni?”
“No, dopodomani?”
“Cosa?”
“Ho detto dopodomani”
“Aspetta che ti passo l’Amperodattilo”
“Ma io…”
“PRONTO?! PRONTOOOO!”
“Oh, Amper, non urlare, sono qui”
“…’sto telefono non funziona”
“Ho detto che sono qui!”
“Ah, ecco. Cosa c’è?”
“Stavo chiedendo se non fate niente per il ponte del primo maggio”
“No, c’è il tavolino nuovo sul terrazzo davanti, quello che diventa esagonale…”
“E cosa c’entra il tavolino col ponte del primo maggio?”
“Niente”
“Ecco, allora, io volevo dire che se non fate niente il ponte del primo maggio noi potremmo venire lì”
“Eh, sì”
“Cioè, se io vi manco…”
“Sì, sì”
“Ora ascoltami, per mangiare ci arrangiamo, non è necessario che…”
“Aspetta che vado a vedere se il 30 ho vacanza!”
“No, Amper, stammi a sentire, ci guardi dopo…”
“No, ora lo devo sapere!”
“AMPER!! Pronto? Pronto?”
“Amper sta controllando se ha il ponte”
“Ecco, vabbè, U Babbu, diglielo tu che non stia a fare il pranzo di natale, che noi alla sera una pasta o un’insalata e andiamo cantando”
“Ma ‘thieu è d’accordo?”
“A dire il vero è stata un’idea sua”
“Ma quindi venerdì quando arrivate?”
“Non ne ho idea, conta che io devo fare seimila chilometri per…”
“Ho trovato! Ho il ponte! Allora venite?”
E quindi ‘thieu e Koris oggi si imbucano, a passare il ponte del primo maggio in Riviera come dei Padani qualunque.

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