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Speleo Things, stagione 7

Eccoci qui, cose paranormali

Tre settimane. Si dovrebbe dire “tre lunghe settimane”, ma ora che sono finite e che ci si era abituati dal giorno due a dormire in tenda e alla cucina comune, si potrebbe ripartire per altre tre in tutta tranquillità. Anche perché nel solito angolo dimenticato dei Pirenei il coviddi pare lontanissimo e l’abisso BB26 è una zona covid-free. Ma andiamo con ordine.

L’abisso BB26, si diceva. Aperto nel 2018, cresciuto fino a -70 nel 2019, dimostratosi ingrato nel 2020 con un meandro atroce di 12 scarsi metri, quest’anno ha consegnato con molto sudore e molto kaboom 40 nuovi metri di meandro fino a -84. Solita corrente d’aria gelida, formidabile eco in una fessura; Koris vuole illudersi che è il tanto sospirato pozzo ZioGatto in arrivo per l’anno prossimo. La cosa positiva è che se l’anno scorso il gruppo ha abbandonato Koris e ‘thieu a scavare da soli, snobbando il BB26 in quanto senza interesse, quest’anno si sono trovati volontari per scendere e darsi il cambio. Anche se al ritorno in superficie l’opinione era unanime: “la vostra grotta è infernale”. Ma tanto in quanto ad appellativi, Persefone è una di famiglia, quindi per Koris discendere agli inferi non è un problema.

Qualora la grotta faccia cacare, lo speleologo si fa trovare pronto

‘thieu è stato invitato da un gruppo di arzilli diversamente giovani a fare foto per un libro speleo. Gli hanno proposto un non meglio conosciuto abisso B3, Koris ha accettato di fare da modella perché tanto che ci frega se ci sono 300 metri di pozzi ed è un anno che causa vairus si fa speleologia della mutua. L’abisso B3 si è rilevato essere l’abisso Bestemmie per Tre, armo gentilmente offerto da uno spilungone e non adatto ai nani. Koris ha sofferto in discesa e ha sofferto ancora di più in salita, in quanto un pessimo team management (ovvero “vai avanti, c’è un tizio davanti, non si sa dove, magari lo raggiungi”) le ha fatto risalire 300 metri di pozzi da sola, isolata. Koris ha tenuto botta parlandosi in italo-franco-giapponese e inventando parole a caso (anche blasfeme) sul tema dell’opening di “Neon Genesis Evangelion“. All’uscita era assieme molto stanca mentalmente ma anche molto fiera di sé.

Per parlare di cose più comprensibili, è stato l’anno dell’avvicendarsi di speleologi con al seguito famiglia e mocciosi. In pratica uno spot del governo cinese per incoraggiare il decremento demografico. Fra la famiglia di lobotomizzati del pompiere (la Bombeiros-family, cosa che fa ridere solo Koris, U Babbu e un Batrace di più di 10 anni fa) e le due bambine capricciosissime sfamate a pasta al pesto con gruviera e ketchup c’è stato da iscriversi al movimento per l’estinzione della specie umana. Unico degno di nota (e poco rompicoglioni), il pargolo di Grenoble che chiede “papà, ma pensi che sia possibile assaggiare tutti i formaggi del mondo?” (Minestrella, forse c’è speranza per le future generazioni).

L’atmosfera era piuttosto distesa, certe serate anche troppo. Koris ha scoperto che esistono tre gradi di sfida cameratisca: alle medie, gara di rutti post ingestione di Coca-Cola; fra i 15 e i 25 anni, competizione a chi ingurgita più alcol, se è possibile in forme disgustose quali vodka-pesca-lemon; in seguito, singolar tenzone a chi riesce a mangiare (e sopravvivere) al formaggio più puzzolente conservato nel frigo da campo. Il formaggio in questione era una toma morbida di pecora, all’apparenza e all’acquisto innocua, che si è rivelata essere tanto pestilenziale quanto buona. Il frigo da campo, riempito di Ossau-Iraty, pecorini del Bearn, il sopracitato puzzone giallastro e un altro formaggio olezzante ma insipido, potrebbe non tornare più come prima.

Piccola digressione personale: Koris è, come al solito, l’unica speleo-femmina in un gruppo di barbuti cromosomi XY. Il via-vai di donne non speleo ha fatto sì che a Koris venisse regolarmente posta la domanda “ma tu non vai in grotta, vero? Sei qui solo per la logistica? Ma il tuo compagno non ti porta a fare passeggiate?”. Ogni volta a ribadire che no, esistono anche portatrici sane di tette cavernicole, tuttavia la necessità di dover spiegare fa sorgere il dubbio di essere il solito alieno, quella che non è né carne né pesce e che non si sa mai quale etichetta abbia. Poi alla fine anche sticazzi dell’etichetta, tanto adesiva quanto codice di comportamento, Koris ha imparato ad essere felice così e se proprio disturba lorsignore in campo speleo dirà di essere gender fluid e di identificarsi come maschio in tuta rossa.

‘thieu ha schermagliato verbalmente col capo della Bombeiros-family, il quale sosteneva come amene come la superiorità del calcio “che fa girare l’economica”, l’inessenzialità delle scuole pubbliche e che “gli statali rubano lo stipendio, bisognerebbe pagarli solo sui risultati”. L’indomani la Bombeiros-family, forse offesa dalle opinioni divergenti, ha fatto i bagagli e se n’è andata senza salutare. Persone che ne hanno sentito la mancanza: nessuno.

Koris ha dovuto ricredersi su un tizio che l’anno scorso pareva iscritto al registro dei Pisellonici insopportabili, e che invece quest’anno si è rivelato persona garbata e piacevole. Koris ha persino fatto un’uscita speleo al BB26 con costui, che si è rivelata essere un’uscita fra nani di Moria. Hanno aperto un passaggio assieme, che ‘thieu ha dovuto ricalibrare per la Gente Alta l’indomani. Ma la Gente Alta dovrebbe rendersi conto che sottoterra è il regno dei nani, quindi adattarsi alla popolazione locale. Soprattutto quando si ha che fare con l’accogliente bacino di Issau.

Esempio di agevole passaggio nel bacino di Issau, più speleo-Koris in omaggio

E anche quest’anno è finita. Koris non è pronta a tornare al caldo marsigliese, allo stagista in scadenza e a preparare la transizione da Neutronland all’ignoto. Ma tant’è, visto che non ha ancora capito come riconvertirsi in pastora di pecore pirenaiche, tocca adattarsi.

Camera con vista

E no, non la vecchia versione di winsozz.

Se ne parlava da un po’ e stava diventando una di quelle cose irrealizzabili, come comprare una barca a vela per un giro del mondo o fare il cambio degli armadi. In questo caso si trattava di un bivacco in altitudine. Duemila metri, niente campeggio, niente tenda. Siccome era in ballo da un paio d’anni con un nulla di fatto, pareva destinato a restare sulla carta.

Invece no. Deciso il venerdì sera, realizzato il sabato. Con un’organizzazione tanto fulminea quanto improvvisata, al punto che Koris era convinta che sarebbe arrivata a quota 2000 metri in ciabatte. La scelta della meta è stata altrettanto arbitraria, decisa in autostrada il sabato mattina: andiamo in un posto in cui siamo già stati, così niente sorprese stile passaggi alpinistici, creste vertiginose e palle varie.

‘thieu aveva un solo chiodo fisso: fotografare la via lattea. Koris invece era più appassionata dal non assiderare durante una notte insonne. E se possibile senza morire di sete.Che insomma, le precedenti esperienze di bivacco col SonnoDellaRagione non è che fossero ‘sto spasso. Il disagio veglia sempre su noi.

Alla partenza del sento per i laghi di Petarel ci sono Koris e l’obbligatorio zaino da montagna anni ’90, l’unico zaino grosso che Koris riesca a portare senza eccessivo danno. Un po’ perché è l’unico più largo che lungo, un po’ perché è verde e viola e l’estetica è importante. Non è ben chiaro chi porta chi. Nel mentre si scopre che la maglietta “più sudi e meno puzzi” è una menzogna: puzzi eccome, ma la maglietta si asciuga andando. Nuovo nome: maglietta “tu sudi e io m’asciugo”.

Crisi mistiche di Koris che non vuole arrivare al lago senz’acqua ma che sta perdendo liquidi corporei a litri perché è il fottuto pomeriggio. Sopravvive sbocconcellando mirtilli, come se fosse il 1995 a Livigno con l’Amperodattilo. Ciò non le impedisce di arrivare al lago avendo fame.

Al lago c’è la folla: altre dieci persone che hanno avuto la stessa idea di mollare la civiltà e il vairus per passare la notte in altitudine. Solo che tutti altri hanno le tende, pusillanimi. Sono le sei: si tira fuori l’ambaradan di sacchi a pelo e mummie, ci si fa un the con l’acqua del lago, cercando di non farci finire dentro né pesci né rane.

Ore sette, un’ora prima del tramonto, un’ottima ora per cenare a base di pane e patè avanzato, più il cibo delle condizioni estreme, la soupe poule et vermicelles cotta sul jetboil. Koris non è ancora riuscita a capire se la suddetta soupe sia davvero buona o se risulti buona perché mangiata sempre quando si ha troppa fame. O forse è il jetboil, sempre lavato in maniera approssimativa, che le dà gusto. Forse non lo sapremo mai.

cena

Alta gastronomia, con alta si intende 2090 m.

Archiviata la cena, non resta che aspettare che faccia buio. Sulle cime circostanti calano le ombre, il lupo ulula (e il bivacco ululì, ahahaha, le grasse risate). Qualche pipistrello svolazza sul lago, sapendo che ci sono degli aficionados per assistere allo spettacolo. Koris guarda le stelle apparire in cielo e si suggestiona da sola perché è scema ha giocato troppo a Shadow of the Comet ultimamente. Appare anche un pianeta che potrebbe essere Venere ma anche Giove ma forse anche Nibiru, nel cielo a sud. Forse. L’astronomia stasera è un’opinione. (Nota: si scoprì dopo che era Giove, a Venere piace fare le ore piccole)

Alla fine fa abbastanza buio perché compaia anche la striscia della via lattea. ‘thieu si mette ad armeggiare col suo treppiede e la macchina fotografica da millemila euri; Koris fa cose nell’oscurità con un sasso e la Pentax sfigata. Ogni tanto ‘thieu le presta il treppiede per mezzo secondo, ma Koris preferisce sempre il metodo “a membro di segugio”. Le foto saranno indecenti, si troverà bene una scusa. Le meteoriti fotobomber (Perseidi?) però sono belle.

Seguitemi per altre astro-foto di cacca! (No, non seguite me, seguite Emanuele che sa farle bene e spiega anche cose sensate)

Sono le undici quando una bruna scende sui picchi e sembra espandersi al cielo. Per le foto anche basta così, si va a dormire. Koris si infila nel sacco a pelo con la versatile sottotuta speleo a guisa di pigiama (ma se fosse socialmente accetto Koris la userebbe sempre), sperando di non svegliarsi Findus. Ogni tanto si sente un rumore di zoccoli in lontananza, potrebbe essere uno stambecco o il capro dai mille cuccioli.

Koris si sveglia una prima volta alle sei e mezza, reduce da un sonno in cui c’entravano il vairus e club della caccia inglese in cui stavano tutti nudi, non vogliamo sapere. In compenso scopre di non essersi affatto surgelata durante la notte, robe da pazzi, lunghissima vita al sacco a pelo di piumino. Solo che fuori dal sacco a pelo il mondo è ancora sospeso fra luce e ombra, facciamoci un’altra ora di dormita. Alle sette e qualche tocca alzarsi e alzare anche ‘thieu.

Buongiornissimo kaffèèè uffa vediamo ki mi saluta (una marmotta, per esempio)

Si cazzeggia aspettando il sole, nella vana speranza di far asciugare i sacchi-mummia umidi di rugiada. Koris è molto felice di essere viva e di non aver perso nessuna falange, ‘thieu si bulla dicendo che la temperatura sarà scesa a 5-6 gradi, non di più. Come se poi non avessero appena passato due settimane in un meandro a 4.5 gradi…

Mentre si appropinquano alla discesa, vengono avvicinati da uno dei tendaioli compagni di bivacco.
“Ma come avete fatto a dormire senza tenda e senza niente? Noi ci siamo surgelati! Avete del materiale speciale che non si bagna?”
“Quello e un sacco di abitudine al disagio”

Koris passa i mille metri di dislivello successi a ripetere che si sente pronta per l’Ulvetanna (“E dove sta l’Ulvetanna?!” “Mi conosci, prova a indovinare”) o quando meno per la Patagonia (“Per adesso è la Patagonia a non essere pronta”). Poi si ricorda di essere uno stomaco montato su zampe al minimo sforzo fisico e entra in un loop a base di “ho fame”. Il pranzo consumato all’albergo del paese sarà taciuto per non offendere la pubblica decenza.

Forse aveva ragione il compagno speleologo D. quando consigliò “non datevi al bivacco in alta montagna, finisce che non riuscite più a farne a meno”.

Ricetta per una Koris felice

Ci sono poche cose che rendono Koris felice in automatico come l’alta montagna. E questo da… da sempre, per dire. Cosa che potrebbe avvalorare la teoria secondo cui Koris sia la reincarnazione di una capra di montagna.

Quindi, quando ‘thieu ha proposto di fuggire in montagna per evitare la canicola marsigliese, Koris ci sarebbe andata anche in ginocchio sui ceci. O forse no, che per arrivare a 3000 metri nel Queyras le ginocchia servono.

Se esistesse uno stato fondamentale per le persone, quello di Koris sarebbe con le scarponi e lo zaino in spalla, a seguire una traccia su una pietraia, verso non si sa bene dove, basta andare in alto. Perché la vetta, o la cresta, o il lago è solo una tappa in vista della successiva. E poi, basta andare, accompagnati dai fischi delle marmotte a fondo valle.

Tutto quello che serve è stare lassù, con la consapevolezza di essere ospiti della montagna, che ti tollare a zampettare sui suoi fianchi, ma in fondo in fondo comanda lei (e per le grotte vale lo stesso discorso). E lì ci si sente piccoli, alla mercé di un gigante che può fare di te quello che vuole, se non segui le sue regole. Può lasciarti guardare le nuvole salire nel cielo e formare temporali dietro il Monviso, ma scaricarti fulimini e grandine sulla testa se ti attardi troppo. Forse sarà che Koris è piccola di suo, ma in quella piccolezza si sente a suo agio. Come un minuscolo pezzo di un enorme puzzle che, per quanto insignificante e forse inessenziale all’economia del tutto, si sente a suo agio lì dov’è. Al punto da voler fare i capricci quando è ora di venir via, come… come quando aveva due anni, per dire.

Forse non c’è una vera e propria ragione per cui Koris, nata al mare e attualmente abitante al mare, si senta veramente se stessa fra i picchi, le nevi e le rocce. Ma finché può andarci e sentirsi bene, non è il caso di farsi troppe domande.

Autoscatto al 10 mm, con vista su Rocca Bianca

Poi c’è Junior che invece sostiene che Koris è felice in altitudine perché scarseggia l’ossigeno, il Koris-cevello ha meno carburante per l’overthinking e quindi c’è l’effetto fattanza, con dipendenza associata. Che come teoria in effetti sta in piedi.

Muoia Sansone con tutti i Filistei

“Certe cose si fanno su un colpo di testa” ebbe a dire una volta il SonnoDellaRagione. Solo che intendeva lasciare il lavoro, lasciare Koris e trasferirsi in campagna con le capre. Koris, invece, lo riferisce all’acquisto della sua nuova reflex, la tanto sospirata Pentax K3.
Facciamo un passo indietro.
Koris si decise a comprare la sua prima reflex nell’ottobre del 2011, dopo aver portato all’esaurimento nervoso una compatta HP Photosmart che l’accompagnava da ben sei anni. La scelta cadde su una Pentax K-x perché: entry level, poco costosa, compatibile con gli obiettivi della Cosina dell’Amperodattilo (classe 1981). La Pentax K-x giunse, usata, a casa Koris nei primi giorni di novembre, per la modica cifra di 250 euri. L’inizio della sua vita non fu facile, in quanto immediatamente osteggiata dal SonnoDellaRagione a colpi di “è troppo difficile, non riuscirai mai ad usarla come si deve”. Seguirono un sacco di consigli non richiesti da parte di gente che di fotografica ne sapeva meno di zero, per esempio:

  • Il diaframma deve essere il più aperto possibile (con buona pace della profondità di campo, n.d.K.)
  • Tieni sempre gli ISO a 800
  • Lascia perdere la pulizia del sensore, non puoi farla tu, ti costa troppo e per la macchina che hai non ne vale la pena.
  • Il flash non serve mai (soprattutto se non lo sai usare, n.d.K.)
  • La fotografia è un hobby costoso che richiede parecchi mezzi, butta i tuoi vecchi inutili obiettivi e lascia perdere, che tanto un dottorando non può permetterselo (detto da uno che usava una macchina costosissima ma solo in modalità automatica. Ciao, mitico!)

Ma Koris è testarda e non ha dato retta a nessuno. Ciò a portato a qualche spiacevole inconveniente come per esempio accorgersi dopo una settimana di avere gli ISO a 11000 e passa (“ah, per questo le foto fanno schifo!”) o scoprire che il bokeh non era una malattia sessualmente trasmissibile. Per prove ed errori si giunse fino alla fine 2014 e Koris si accorse che, a mano a mano che scattava, una foto su seicento non faceva del tutto schifo, in piena adempienza alla legge sull’entropia dei sistemi.
Poi venne ‘thieu, erede del nonno fotografo (gira che ti rigira, è sempre colpa di ‘thieu). Appena decise di smettere di fare il paguro, insegnò a Koris qualche cosetta come la regola dei terzi, il post-trattamento dei raw che non sembrasse un trip da LSD, qualche sgamo sulle foto macro. Fece anche un ego te absolvo per l’uso del focus manuale e delle focali fisse. Insomma, Koris finì per imparare a fare delle foto di livello almeno decente. Ma la K-x aveva i suoi limiti: sciopero oltre gli 800 ISO, capricci assortiti delle rotelle e dell’elettronica, le pile che forse sono cariche, forse no, forse boh. Koris, sobillata da ‘thieu (visto che è colpa sua?) cominciò a pensare di cambiare macchina e mise gli occhi sul modello K3. Poi mise gli occhi sul prezzo e le sue mire vennero in qualche modo tarpate.
Urgeva un movente per giustificare la spesa. La K-x, essendo termonucleare come tutte le Pentax, non voleva saperne di rompersi. Barcolla ma non molla. Anche quella volta in cui si inchiavardarono i tubi macro cinesi e si dovette usare il WD-40.
Koris fu tentata di dirigersi sul mercato dell’usato, ma non è che i prezzi diminuissero. A meno di prendere bidoni (no comment) o macchine con più di ventimila scatti. ‘thieu sosteneva che tanto valeva comprarla nuova. Una task force di tre Ochette anonime gli dava ragione. La storia si trascinò dal 2016 fino ad oggi. O meglio, a lunedì.
In seguito a una disavventura di cui si farà menzione in altra sede, Koris lunedì era abbastanza depressa. La K3 di eBay su cui aveva messo gli occhi (venduta come nuova) era appena volata in mani altrui. Una ricerca svogliata, tuttavia, portò Koris su un sito in cui si facevano i saldi. Una K3 a un prezzo (ir)ragionevole, o meno assurdo del solito. Koris si era riproposta di comprarla appena le sarebbe arrivato lo stipendio di febbraio. Poi ha avuto una visione in cui arriva lo stipendio e i saldi sono finiti. O che la motivazione era scemata. Insomma, carpe diem quam minus credula postero. Prima che la parte ligure si accorgesse della spesa, Koris ha urlato “muoia Sansone con tutti i Filistei!”. Quindi ha inserito il numero della carta di credito ad occhi chiusi.

sirenetta

Koris mentre si pignora lo stipendio e l’anima per comprarsi la macchina fotografica.

Koris non ha detto una parola a nessuno, nemmeno a ‘thieu. Finché ieri non è arrivato il Pacco. Koris ha ispezionato la scatola per essere certa che non avesse ricevuto botte troppo forti. Quindi la ha aperta e dentro c’era davvero lei: una Pentax K3 che odorava di nuovo. Koris è talmente poco abituata che la ha annusata per mezz’ora. La mezz’ora successiva è stata consacrata a trovare i potenziali difetti. Attualmente zero, ma si aspetta con ansia il momento del primo vero test e non la foto alla cazzo in casa così tanto per sentire il clic dell’otturatore.
Forse questo San Valentino è l’inizio di una nuova storia d’amore.

pentax

No, le Pentax non si riproducono per mitosi, anche se si somigliano.

Asocial networking

Più che una nativa, Koris è un’adottiva digitale. Nata in un mondo in cui il progresso massimo era la macchina da scrivere elettronica, cresciuta sulla tastiera di un computer. Un’infanzia segnata dall’attesa che i ventisei rullini (rigorosamente da 36 foto) consumati in vacanza, un’età adulta con troppe foto da elaborare su DarkTable. Allattata a “vai a vedere sul tale libro”, sfamata con snack di Wikipedia.
Inutile dire che il retaggio digitale dei primi anni del secolo non prevedeva una condivisione coatta di colazioni, performances di jogging, transiti alla toilette e pene amorose. Il web come Koris lo conosceva era una sorta di omertosa rete in cui persino il sesso degli utenti era dubbio, hai visto mai ti clonassero l’IP e venissero a svaligiarti la casa (sì, le bufale circolavano già all’epoca).
Ormai nel regno del pulsante “share/condiviti/FattiLiCazziAltrui”, Koris risente di una sorta di pudore e understatement talvolta fuori luogo. O a ragion veduta, quando si parla di giudizi soggettivi è arduo valutare. Fatto sta che, ragion per cui codesto blog non decollerà mai (a prescindere dai discutibili contenuti), Koris non andrebbe mai a zonzo a dire “metti like alla mia pagina, che è la cosa più figa del mondo!”. Mancanza di marketing da una parte e di FacciaDiBronzoTM dall’altro.
Parimenti, non commenterebbe mai blog a caso con l’unico scopo di fare networking e aumentare la visibilità. Non ne ha né il tempo né le energie.
Nelle ultime 48 ore Junior la ha convinta a far circolare le sue foto sui gruppi di Flickr, tanto per avere qualche commento in materia. Solo che Koris si sente a disagio a irrompere in un gruppo, presentarsi in due parole e vomitarci sopra tre foto. Le pare di essere un maniaco nella penombra di un tunnel che spalanca l’impermeabile davanti a sconosciuti passanti. Solo che anziché mostrare la sua Impareggiabile Parte, ha l’impermeabile tappezzato di foto.
Senza contare la perplessità generata da certi gruppi con altisonanti nomi quali “Foto per magneti da frigo”, “Foto di pale d’altare bretoni”, “Foto di cavalli in volo”, “Foto di gente che si scaccola sui piedi”. Insomma, spam imperatrix mundi, si direbbe.
Come si vince la timidezza digitale?

Abeille timide

No, non stiamo facendo pubblicità, è solo un’ape timida come Koris.

Una Orso-laurea dopo

Se lo volete proprio sapere (e sì che lo volete sapere, non sareste qui altrimenti), il dress code è andato in crash, Koris ha sciabattato le sue caviglie fino a Tor Vergata dove Orso la ha accolta con un incoraggiantissimo “Non sembri nemmeno tu”. Koris così si è presentata a chiunque con “Io sono la sorella, ma le assomiglio”. E Orso si è laureato senza nemmeno una parmigiana di supporto o una teglia di zucchini ripieni, e nessuno ha cercato né di vestirlo da bidone della spazzatura né di buttarlo nella fontana del Nettuno (che non c’è nemmeno, ma vabbeh). Non avesse preso 110 e lode, uno si chiede cosa ci si laurei a fare.
Sempre il medesimo Orso, incoronato di verdura, ha deciso che il fotografo ufficiale di tutta la baracca sarebbe stata Koris, con la sua sfigatissima Pentax. Ansia da prestazione a secchiate, U Babbu che fa il fotobomber nelle inquadrature clou. Koris ha fatto tanti scatti e pregato nei dadi e nello sviluppo dei raw. Si è detta disponibile anche per fare servizi a battesimi, matrimoni e conversioni al satanismo, ma quando si è trovata da sviluppare un chilo di foto ci ha ripensato.L’Amperodattilo ora piagnucola che non ha più nessuno da laureare, visto che gatta Spin non pare interessata alla carriera accademica. Poi le passa il momento dello spleen, vede Koris e le dice un affettuosissimo “Tu non sei una figlia, tu sei un incubo!”. Vabbè, vero è che ognuno ha gli Amperodattili che si merita. Sopratutto quelli che si mettono a urlare “Che ora è?!” alle cinque e dieci del mattino, facendoselo ripetere tre volte. Forse voleva svegliarsi dall’incubo.
Riassumendo il resto, a Roma Koris ha scoperto che:

  • Gasparri non è uno scherzo della computer grafica, ma esiste davvero ed è anche peggio dal vivo;
  • se è vero che la Paolina Borghese di Canova è a grandezza naturale, allora “altezza mezza bellezza” sta grandissima cippa (avete appena ascoltato uno slogan dalle giornate dell’Orgoglio Nanico di Moria);
  • all’improvvio Marseille può sembrare tranquilla come Rocchetta di Dego;
  • la basilica di San Pietro è più piccola di come se la ricordava, idem per la “Pietà” di Michelangelo;
  • anche le piccole Pentax sanno fare quelle foto che riempiono di tronfiaggine i proprietari;

    sanpietro

    And no photoshop around! È uscita così al naturale, non chiedeteci come.

  • deve fare un salto a Parigi (ecco, non fatele notare che tre mesi fa frignava perché a Parigi non voleva andare, c’è una differenza abissale fra una toccata e fuga e una deportazione sine die).

Poi uno torna in ufficio, si trova la Tacchettina tacchettante, il Dottorando che canta coi rutti e la Capa che lancia bombe atomiche a vuoto. E si chiede per quale stupido motivo non si è preso anche il venerdì festivo.

Vestigia

Quella voce lo rincorreva. Correndo a più non posso, riuscì ad uscire, ma la situazione non migliorò affatto. Non vedeva che neve ovunque e sopra di essa il cielo tempestoso e tetro. Doveva toranre dai suoi. Sempre correndo, prese ad errare senza meta. Tutto era sempre uguale e sempre più freddo. Sentiva passi dietro di lui annaspare nella neve. Non una luce, solo tenebre che inghiottivano tutto. Si perse, in preda all’angoscia. E continuava ad essere inseguito, inesorabilmente. Tutte le direzioni portavano al nulla. Niente si scorgeva oltre quel buio intenso e spaventoso. Non aveva il tempo di riflettere. Solo la paura e il caos regnavano nella sua mente. Sentiva la musica della mattina, ma le parole non erano che un sussurro incomprensibile e straziante. In cielo non si vedevano nemmeno le nubi, la luna e le stelle erano assenti. Benché continuasse a correre, non incontrava altro che neve. Piuttosto che andare avanti in quel modo, avrebbe preferito essere catturato dall’armata russa. Il battito del cuore scandiva i passi del suo inseguitore. Jean-André si fermò, il vento gli tagliava il respiro. Era inseguito ovunque. Angoscia, panico, terrore. La sua corsa disperata ricominciò. Un punto di riferimento non esisteva. C’erano solo cielo e terra. E loro due. Quel luogo non poteva essere reale, doveva trovarsi in qualche remoto angolo della sua mente. Ma allora perché non riusciva ad uscirvi? Cielo e terra si erano fusi assieme. Non una casa, un soldato, un cannone. Il cimitero di Eylau sembrava scomparso e l’armata con esso. Corse in avanti, senza meta. Si fermò nuovamente, prendendosi la testa fra le mani. Non poteva proseguire. Sarebbe stato raggiunto e allora chissà cosa gli sarebbe successo. Trovò un piccolo oggetto nella tasca. Lo tirò fuori, esaminandolo. L’orecchino a forma di grappolo d’uva di vetro che gli aveva donato Julie gli risplendeva nel palmo della mano. Sprigionava luce multicolore da ogni acino vitreo. Stringendolo nel pugno, ritrovò nuova forza, nuovo coraggio. Incredibilmente capì la direzione da prendere. Si volse, rimettendosi a correre. La fatica lo aveva quasi sopraffatto, ma aumentò sempre più la velocità. Fu sfiorato da qualcosa di gelido, ma era troppo concentrato per accorgersene. Il rumore di passi andva affievolendosi. La luna spuntò fra le nubi, rivelando una sagoma scura. L’accampamento! Rivide i cannoni, i bivacchi, l’ospedale. Ce l’aveva quasi fatta. I passi che lo inseguivano erano scomparsi. Stava morendo, gli mancando il fiato. Pochi passi ancora, non poteva svenire lì. Stava per cedere alla fatica, sapeva che non si sarebbe rialzato. Il dono di Julie gli diede la forza di continuare. Raggiunse il suo posto, ormai allo stremo. Si gettò sull’amaca come sorridendo. Sospirò, prima di chiudere gli occhi.

Questo è un pezzo che Koris scrisse quando aveva dodici anni, nell’epoca cui si era gettata in un folle progetto di un romanzo storico mai portato a termine. Ne esistevano parecchie parti, poi l’oblio informatico si pappò la magior parte. Ne rimangono brandelli custoditi molto gelosamente in un quaderno giallo nella cameretta di Koris e Orso a Merdopoli.
Koris non sa perché ha deciso di proporvelo. Forse perché ha passato un pomeriggio a scannerizzare diapositive in diretta dagli anni ’80, resistenti al tempo, mentre un capriccio del suo hard disk esterno le ha cancellato tutte le foto di natale. Ergo, la botta di nostalgia la ha motivata a trascrivervi i suoi vaneggiamenti adolescenziali. O forse la propizia cornice della sua camera, complice il pacco clamoroso del Parigino-stalker. Di sicuro non è stato l’intervento di igienizzazione di gatta Spin, che aveva svariati dreads maleodoranti nascosti nel pelo.

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Il muro anti-horror vacui

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Parte della biblioteca. Il pupazzetto è Pip, uno dei Koris-feticci

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Cd vetusti, fra REM, Queen e giochi vintage

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Il Koris-quadernone della Magic ritenute di valore. L’idea che certe abbiano 19 anni fa un po’ effetto.

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