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Caina attende

Essendo cresciuta a dosi massicce di “Cerentola” di Rossini, Koris è sempre stata abbastanza convinta che la migliore strategia è e sarà la mia vendetta il lor perdono. Insomma, di essere un individuo capace di provare buoni sentimenti di fronte alle ingiurie passate e ormai fossili.
(Poi ti presentano il duo malefico Mozart/Da Ponte che si canticchiano la vendetta è un piacer sebrato ai saggi, obliar le onte e gli oltraggi è bassezza e ognor viltà e finisce tutto in vacca. Come alla discussione della magistrale che poco mancava che il presidente di commissione dicesse “la proclamo dottore in fisica, baciamo le mani”).
Comunque, libretti d’opera a parte, Koris pensava di essere abbastanza vecchia da innestare la modalità emozionale “sticazzi” e riuscire a provare persino un po’ di umana pietà per certi soggetti, in quanto appartenenti alla stessa specie. Fino a prova contraria.
Finché non è piombato nella sua casella di posta, dopo più di due anni di silenzio, lui. Proprio lui.
Il SonnoDellaRagione.
(Quindi se i bookmakers del blog se lo giocavano spacciato 25 a 1, andranno delusi)
Si è ripresentato a chiedere Koris-notizie.
Si è ripresentato a fare autodafè per essere stato troppo duro con Koris mentre stavano assieme.
Si è ripresentato raccontando una storia di miserie degna di Emile Zolà.
Si è ripresentato a mendicare un’ombra di conforto.
Koris, sulle prime, ha provato un’ondata di rabbia, in nome un sacrosanto “cazzovuoi?”. Se nessuno ti ha evocato da quando hai smarmittato fuori dalla Koris-vita un motivo ci sarà, no? Chieditelo. La risposta è dentro di te (epperò è sbajata).
Poi Koris ha cominciato a pensare.
Ha pensato che venire a chiedere scusa a tre anni dalla fine è insensato. Come dire “il gatto è morto tre anni fa, ma lo abbiamo tenuto in questa scatola, se vuoi puoi accarezzarlo ancora”. Come se Grouchy si fosse presentato la sera di Waterloo sul campo di battaglia chiedendo “sono mica in ritardo?”. Come se servisse a qualcosa parlare adesso della rottura, quando non si è voluto ascoltare prima per evitarla, ammesso che ciò fosse possibile.
Poi Koris ha pensato alla sua storia da novella verista. Al fatto che preferisce leggere Zolà che vivere in un romanzo d’appendice. E lì le è venuto da citare “Shogun”.
Karma, ne?
Che è più o meno traducibile con “era destino, non è vero?”. E in quell’istante Koris non è stata in grado di provare né pietà né empatia. Solo un vago senso di sollievo all’idea del “avrei potuto esserci ancora in mezzo”.
Il SonnoDellaRagione se n’era andato compiangendo Koris e la sua “piccola vita di merda”, facendole fare una vera vita di merda. E ora che Fortunae rota volvitur ha all’improvviso nostalgia di quella normalità che tanto ha vituperato, ora che si trova nel momento del bisogno (in una situazione che sembra essere molto colpa sua). Ora che, a suo dire, ha bisogno di svegliarsi da un incubo e sperare che questi tre anni non siano stati che un sogno.
C’è da riconoscere che il messaggio è stato sapientemente costruito: prima il velato rimprovero per non essersi più sentiti, poi l’evocazione dei bei tempi andati con tanto di pentimento, la narrazione della sua attuale situazione miserabile e per finire il rimpianto, con l’augurio che Koris stia bene. Tutto infiorettato per generare sensi di colpa, magari un po’ di rimorso, e infine una risposta che apra uno spiraglio.
No, SonnoDellaRagione, no.
Koris non si sente per niente in colpa, pensando a te e pensando a sé. Nemmeno nel momento del bisogno. Hai sempre rifiutato tutto quando eri ancora in tempo (e anche fuori tempo massimo), ma ormai sei un fossile nei Koris-ricordi. Sei cristallizzato nelle zucchine bollite, nell’inverno senza riscaldamento, nel tuo sentirti sempre migliore di tutti, nella tua follia, nelle lacrime che sei costato a Koris. E non per la rottura, a tuo dire dura: per la vita che c’è stata prima. Per l’aver preso e troppo raramente dato. Per aver metodicamente distrutto Koris, avvelenandole qualunque cosa positiva in momenti già difficili. Per aver denigrato e gettato alla polvere quello che ora chiami “un sogno” e che all’epoca definivi “la schiavitù della routine quotidiana”.
No, Koris non prova pietà, né per la tua situazione spinosa, né tanto meno in nome della nostalgia dei tempi che furono. Koris non ti darà alcun sostegno. Koris probabilmente non ti risponderà nemmeno. Anzi, Koris non riesce a non sentirsi sollevata a vedere tutto questo con distacco e dirsi “guarda cosa hai rischiato”.
E sì, probabilmente Koris ha già un posto prenotato nel lago ghiacciato della Caina all’inferno per questa mancanza di compassione. Ma di vita terrena, l’unica di cui può ad oggi attestare l’esistenza, ne ha una sola. E il SonnoDellaRagione non ha più alcun diritto di farne parte.

Nota: qualcuno potrebbe dire “facile per te, tu ora hai ‘thieu”. È vero che la presenza di ‘thieu mette un no categorico a qualunque minimo fraintendimento di sorta, anche se ‘thieu fosse solo un’unghia della persona meravigliosa che è. Ma a onor del vero, questo post (e tutto quello che vi è legato) è a prescindere da ‘thieu, dai suoi occhi blu, dal sieguo Cupido, amo un bel volto, né so mancar di fé. Koris ha speso troppe energie e troppo tempo ad aggrapparsi al bordo dell’abisso prima, a ricostruire i cocci poi. Il non concedere nemmeno un dito al SonnoDellaRagione lo deve innanzitutto a se stessa.

bridgetjones

“Francamente preferirei pulire il culo a Saddam Hussein”

C’est ainsi que l’Amour de tout temps s’est vengé:
que l’Amour est cruel, quand il est outragé!

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Wayback machine e scoperte sordide

La vita di chiunque si occupi di simulazioni numeriche, anche solo di tanto in tanto, è un alternarsi di momenti di scrittura di codice come se mondo stesse per finire e attese interminabili del tempo di calcolo necessario. Mentre il computer macina, si possono intraprendere altre attività. Nel caso di un dottorando a fine tesi, l’attesa viene ingannata facendo una delle troppe cose da fare per cercare di finire il maledetto PhD, nella vana speranza di essere produttivo (si scoprirà solo l’indomani che nel delirio del multitasking si è fatto più casino che altro e che sarebbe stato meglio investire il tempo di attesa in qualunque altra cosa, dall’uncinetto a una sessione di bondage). Qualora invece ci sia tolti dai piedi la tesi due anni e mezzo or sono, si cazzeggia.
Koris fa parte del gruppo dei secondi. Essendo la fine giornata e sapendo che ormai l’uscita era prossima quanto la fine della simulazione lontana, Koris si è persa nei meandri di Facebook, la maniera più improduttiva di tutti per perdere tempo: ha bighellonato fra i profili dei suoi ex compagni di scuola, dalle elementari al liceo.
Questo le ha permesso di fare una considerazione di ordine generale: chiunque sia rimasto a Merdopoli, non è cambiato da 10+X anni fa (dove X è il numero di anni che separano l’incontro dalla maturità). Merdopoli deve essere una sorta di buco nero spaziotemporale in cui la realtà rimane invischiata in un rito dell’eterno ritorno. Tutto resta uguale a sé stesso con minime variazioni sul tema.
La compagna delle elementari che faceva ginnastica artistica ora fa l’allenatrice di ginnastica artistica.
La compagna ansiogena del liceo continua ad essere ansiogena, anche dopo la laurea in medicina.
La compagna del liceo che ti guardava con terrore e bocca spalancata ha, in tutti i suoi selfies da Milano alla spiaggia, la bocca spalancata e la medesima espressione da padella felice. Solo un po’ più di make-up, probabilmente per nascondere i segni del tempo.
La compagna delle medie fissata con la Dinsey ricopre il pargolo di pupazzetti, tutine, obbrobbri Disney.
In compenso si possono fare scoperte sordide. Soprattutto se si è delle BruttePersoneInside.
Con maligno piacere Koris ha scoperto che la compagna delle elementari che le prendeva in giro per essere diversamente alta, essendo lei già un metro e sessanta e Koris… beh, lasciamo stare… ebbene, è rimasta un metro e sessanta. E viene trattata amichevolmente da tappo. Koris è stata tentata di mandarle un messaggio di “come si sta ad essere alti un metro, un cazzo e un barattolo?”, ma poi ha deciso di essere superiore. Salendo su uno sgabello.
Invece il virus del SonnoDellaRagione ha colpito ancora. Non Koris, sia chiaro, bensì un suo compagno delle elementari. Koris ha trovato un articolo in cui costui vantava di aver mollato il lavoro per darsi alla vita agreste nei boschi vicino a Merdopoli, in pieno stile “ritorno alla terra”. E alle elementari non era nemmeno un idiota (anche se l’Amperodattilo sostitene che fosse già infetto allora).
Questo studio storico-archivistico delle persone che hanno attraversato il Koris-passato ha portato ad una sola conclusione: la prossima volta che Koris dovrà attendere la fine delle simulazioni senza possibilità di multitasking, si scaricherà un libro.

P.S. È tornata la categoria “In physics we trust”. Qualora questo lavoro prendesse, come sarebbe auspicabile, un tempo maggiore di un giorno alla settimana, bisognerebbe trovare un tag alternativo a “neutrini malandrini”. Per esempio “neutroni porcelloni”.

Il sonno della ragione: Born to Run (a pedali)

Koris non è mai stata un’appassionata di motori. Il massimo della trasgressione per lei, avezza alle performance della Panda anni ’90 (chiamata Crash Pandicoot dalla famiglia), era il vecchio Suzuki Santana che U Babbu comprò nel precedente millennio. Koris è l’individuo che prese la patente e se la dimenticò per una decina d’anni nel portafoglio, vergin di servo encomio perché non se n’era mai veramente servita. Le automobili sono sempre state l’ultimo pensiero da ritrovare nei suoi spasimanti.
Il Senzaddio usufruiva di quello che definiva un Panzer Indiano. In verità era la macchina di suo padre e non era mai disponibile all’uso, costringendo Koris a consegnare le sue sorti a Trenitalia.
A Koris non parve vero quando scoprì che il suo nuovo spasimante, all’epoca ancora pulcino implume e non ancora (almeno, non manifestamente) crudivoro-criptoanarchico-biodinamico, aveva una macchina sua, proprio sua.
Quando vide la macchina, non le parve vero che quella stesse assieme seguendo le leggi della fisica.
Si trattava di quella che viene definita una voiture étudiant, ovvero una macchina vecchiotta e prossima allo sfasciacarrozze concessa gentilmente a uno studente universitario.
Nel caso qui presente la macchina era stata direttamente recuperata dallo sfasciacarrozze ed era coetanea del suo proprietario, una ventina d’anni abbondante. E li dimostrava tutti.
Il James Dean de no’ antri raccontava con fierezza le sue gesta di meccanico-necromante.
“Non la ho pagata neanche un euro, la hanno portata a mio padre che non andava più. Io avevo un’estate libera e cercando sui forum me la sono messa a posto. Poi ho fatto tutti i passaggi per la carta di circolazione e, con la compiacenza di un meccanico, le ho fatto passare il collaudo. Così so esattamente cosa c’è dentro e posso ripararmela da me, senza spendere soldi”
Il principio era lodevole, il risultato un po’ meno. Crash Pandicoot, al confronto, era un bolide. La Ya(xa)ris non la menzioniamo nemmeno, gioca nella categoria “automobili di lusso” assieme alle Lamborghini.
La macchina era dotata di sedili anteriori rattoppati, quello del guidatore aveva la seduta sfondata e riempita con una vecchia giacca. I sedili posteriori, tuttavia, non avevano resistito alle ingiurie del tempo ed erano stati sostituiti da assi di legno con cuscini coloratissimi in gommapiuma. Vista la possibilità di mettere le cinture di sicurezza, la macchina era stata comunque omologata per cinque.
Il confano era perennemente ingombro di una gigantiforme cassetta degli attrezzi in cui figuravano utensili di ogni genere, fra cui un set di seghetti da traforo (hai visto mai uno volesse intarsiare i sedili posteriori durante una sosta in autogrill). Fra gli utensili c’era il collo di una bottiglia di coca-cola, perché comprare un imbuto era troppo mainstream. Faceva coppia con una bottiglia d’acqua con cui rabboccare il radiatore in caso di bisogno, visto che si svuotava senza ragioni evidenti.
Le gomme venivano cambiate una volta l’anno. Con gomme dismesse di seconda mano, ma questo è un dettaglio.
La carrozzeria era sverniciata in alcuni punti, il cofano anteriore proveniva probabilmente da un’altra vettura.
Ovviamente non vale la pena di menzionare grandi assenti come aria condizionata, air bag o servosterzo. Il riscaldamento c’era, qualora fossero sorti desideri suicidi per soffocarsi al monossido di carbonio.
Ma la pecca peggiore del veicolo era la velocità massima raggiungibile: 70 km/h. Pecca che trasformava qualunque tratta superiore ai 50 km nella Parigi-Dakar.
Koris sospettava che il viaggio della speranza a cui si sottoponeva ogni fine settimana per farsi deportare nelle campagne del Var non fosse affrontabile in meno di due ore e mezza. Finché U Babbu non disse: “100 km? In un’oretta ci siamo”. Ma U Babbu talvolta trova i limiti di velocità un’usanza folckloristica.
Un viaggio Marseille-Merdopoli durò ben otto ore. Al ritorno fu necessaria una tappa intermedia per riprendersi. Per arrivare a Grenoble, sapendo che il guidatore era contrario a sborsare anche solo un euro di autostrada, furono necessarie sei ore di strade campagnole. Ogni volta che si partiva, si imbarcavano cibo e acqua per ogni evenienza, hai visto mai il tragitto si trasformasse in una traversata transatlantica.
Ovviamente tale veicolo minimalista non era dotato di accessori a bordo. Quali le catene da neve. Si sentì fortemente la mancanza di queste ultime quando il guidatore decise di andare a trovare la sorella in uno sperduto villaggio vicino a Sisteron. La strada in pendenza, non pulita, la macchina con le gomme lisce, l’assenza del guardrail sul precipizio. Koris pensava che la sua fine fosse arrivata, o precipitando nel fosso, o surgelandosi durante la notte innevata. Giunse, per grazia ricevuta, una macchina con le calze che rimorchiò gli sprovveduti a destinazione.
Il proprietario era tuttavia gelosissimo di cotanto bolide e impediva tassativamente a Koris di toccarlo. “Tu sei impedita alla guida, non vorrei me la rovinassi sbattendo da qualche parte o facendoci qualche riga” ripeteva.
Tuttavia i vandali colpirono. Qualche disperato cerc&ograve di aprirla rompendo la serratura del passeggero, che non ne volle più sapere di spalancarsi. Koris fu costretta a passare a scelta dal finestrino o dal lato del guidatore. Questo finché il proprietario, sapendo di dove scarrozzare un’amica sua, non si decise a riparare la porta, sei mesi dopo. “Non posso mica farle fare delle acrobazie, poverina” si giustificò. Koris decise di prenderlo come un complimento per le sue doti atletiche.
Un fattaccio di inusitata gravità avvenne al crepuscolo del Sonno della Ragione, nel Vercors. La veneranda macchina si disfò del suo tubo di scappamento. Non si fosse trovata nel mezzo del nulla del villaggio di Chamaloc, Koris avrebbe deciso di abbandonare il relitto e prendere un treno per Marseille. Ma il meccanico di fiducia era ben lungi dall’esaurire le sue risorse. Gettatosi in un cassonetto della spazzatura, ne uscì trionfante con un tubo di aspirapolvere in mano. Tale reperto monnezzistico venne fissato con graytape e fil di ferro al posto del tubo di scappamento ammutinatosi. “Così possiamo tornare a Marseille tranquilli. Anzi, sai che ti dico? Io ce lo lascio per sempre, che il tubo di scappamento costa troppo caro, sai quanto risparmio?”. Si narra che tale ritorno a Marseille dal Vercors richiese circa dodici ore. Un tizio di nome Omero lo prese come base per un suo romanzo fantasy.
Qualcuno si chiederà qual è il lato bio-ecologico di tutto ciò. Perché il prorietario del veicolo era fortemente contrario all’uso delle auto. “Ma di quelle nuove! Che ti dicono che non hanno emissioni, ma come puoi esserne certo? E con tutta l’elettronica che hanno, secondo me ti spiano e mandano le informazioni sui tuoi tragitti. E poi io uso la macchina solo per andare a fare l’orto, quindi restituisco in ortaggi alla natura il mio quantitativo di inquinamento. Il giorno che avrò il mio terreno con la mia tenda non userò mai più la macchina”. In pratica, sono tutti ecologisti con la marmitta degli altri.
Del capannone in campagna pieno di taniche di benzina perché “non si sa mai, metti ci sia una crisi planetaria” vogliamo parlare? Facciamo di no.
Koris ebbe l’onore di fare il suo ultimo viaggio su tale veicolo quando venne portata al suo (ex)nuovo domicilio, la CasaDelleLibertà. Poi il Sonno della Ragione risalì sul suo bolide e sparì, col rombo di un aereo a reazione e in una nuvola di polveri sottili, dalla Koris-vita.

Il sonno della ragione: il prequel

(A grande richiesta, l’ultima puntata: come tutto cominciò. Una sorta de “La minaccia fantasma” ma senza Anakin Skywalker)

Era il giugno del 2011, a fine mese. A inizio aprile Koris era stata scaricata dal Senzaddio per lettera raccomandata, ma senza TFR, eppure si era rimessa abbastanza velocemente in virtù del brocardo “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. Quel sabato sera dopo la spiaggia non è che Koris morisse dalla voglia di uscire, ma le compagne di sventura dottorale insistevano tanto e un concerto di musica occitana può motivare anche i pigri. Così si mise il vestito bianco e nero rubato alla Cuginastra, gli orecchini dell’Amperodattilo e i sandali da frate e andò.
Lui era lì, coi suoi capelli neri tagliati da ragazzino, occhi castani che non avrebbero fatto male a nessuno, orecchie come i manici di una pentola, alto e secco come un chiodo. Persino carino. E guardava intensamente Koris. Il destino cinico e baro volle che le due dottorande conoscessero un italiano amico di Lui, così si finì per fare conoscenza.
“Ti va di andare a bere qualcosa assieme?” domandò Lui guardandosi intensamente i sandali sgangherati.
“Domani devo svegliarmi presto, abbiamo deciso di andare a spiaggia alla Calanque de Sormiou” rispose Koris.
Il giorno dopo, per qualche strano miracolo, se lo ritrovò a Sormiou, in costume da bagno e ossa sporgenti ovunque. Lui invitò Koris alla seconda parte del concerto quella sera e Koris non disse di no.
Passarono due settimane in cui Koris necessitava di fare stalking, ma le fonti erano parche di informazioni. Nel mentre Koris aveva scommesso con Junior che la conquista sarebbe stata rapida e veloce.
Ottenuto il suo numero di cellulare col buon vecchio metodo diretto “dammi il numero di Tizio”, Koris lo invitò nel mucchio assieme ad altri a un concerto della Vegetable Orchestra sull’Île du Frioul. Lui si presentò assieme a un’amica ingombrantissima che venne scambiata per la di lui ragazza. Koris, indispettita al sommo grado, usò la tecnica ninja del “facciamo finta di fare la corte a tutti gli altri” e alle quattro di quella notte stessa i due si scambiavano baci sotto casa di Koris.
Lui era molto dolce e Koris non chiedeva altro, dopo i modi bruschi del Senzaddio. Era anche molto serio, con un suo lato da poeta maledetto che sfogava suonando la chitarra.
“Sono un ragazzo selvaggio, adoro la libertà” proclamava a più riprese. Koris sapeva che a inizio settembre avrebbe finito il tirocinio all’università e se ne sarebbe tornato a Bordeaux dove studiava, forse o forse no. Contava di passare una bella estate e fine lì, del resto i primi tempi si sentiva più intrigata che innamorata.
Cosa passasse per la testa a Lui non era dato sapere, elemento che fu una costante in seguito. Pontificava di dottorati, ma per l’anno successivo, che ormai era troppo tardi. Pontificava anche di viaggi in Sudamerica, ma non sapeva nemmeno lui come/chi/quando, sul perché non discutiamo neppure. Koris lo lasciava parlare, nel mentre passeggiavano assieme per la Provenza. Lui si fidava di Koris quando Koris non si fidava di lui, ma Koris si faceva servizievole, fino a fargli da infermiera quando gli estirparono i denti del giudizio.
Poi a settembre Koris ebbe una sorpresa.
“Ho deciso di restare, in attesa del dottorato campo facendo ripetizioni e coi miei risparmi. Ma per te voglio restare”
Koris si sentì più che mai scombussolata. Stava bene con Lui, certo, ma non aveva pensato fino a quel punto. A lei piaceva perché rispetto al Senzaddio era normale, ordinario, standard, a tratti quasi noioso.  Lei contava di baccagliare un tipo carino in occasione della Summer School di Parigi, non di ritrovarsi un ragazzo servizievole che la portava a prendere l’aereo per Bamberga alle quattro del mattino. Koris cominciò a chiedersi se non meritasse fiducia per davvero.
Venne l’autunno. Koris ricominciò ad arrampicare al seguito di Lui. Nonostante ogni tanto Koris non fosse esattamente d’accordo con certe frequentazioni (hipoppettari, fricchettoni estremisti, vecchi appassionati di esoterismi assortiti), le cose andavano bene. Koris iniziava a crederci davvero e in dicembre si definì serenamente innamorata di lui. O forse si era solo affezionata, perché dopo sei mesi ci si affeziona anche al pesce rosso, ma non si poneva il problema. Persino l’Amperodattilo, quando lo conobbe, ebbe il coraggio di sentenziale: “Vedi di non fartelo scappare, questo!”.
Giunse dunque il 2012. Koris passò capodanno fra i ruolisti appena conosciuti, perché Lui doveva dagli amici suoi in Savoia. La sera del tre gennaio i due stavano rientrando nella tana di Koris, quando a un certo punto Lui si voltò:
“Ho deciso di partire due o tre mesi per il Cile con un’amica, a marzo. Che se inizio il dottorato poi non avrò più tempo per farlo. Voglio conoscere nuove culture. Anzi no, vogliamo fare un reportage sui modi di vita alternativi, magari un libro. Anzi no, voglio andare a fare woofing. Anzi no, voglio andare a trovare mia sorella”
“Ma tu vorresti che restassimo assieme comunque?”
“Boh, non so. Due mesi sono tanto tempo. Durante i viaggi la gente cambia. Poi non potrò chiamarti mai. E del resto non ti ho mica mai detto che saremmo rimasti assieme due anni o dieci o che so io…”
Koris ci stette parecchio male. Si sentiva vagamente tradita ad essere abbandonata nel momento stesso in cui aveva deciso che quel cucciolo indifeso così simile a un pulcino ne valesse la pena. Era talmente giù di morale che nemmeno un week-end di sci la consolò (il fatto che il week-end di sci fosse con la sua simpaticissima madre e di lei marito è un dettaglio). Così Koris si trovò di fronte il verdetto:
“Ho visto come ti sei comportata e non è questo che voglio dalla mia ragazza. Quindi possiamo stare assieme finché non parto per il Cile, poi ognuno per conto suo”
Koris, la cui ragione sonnecchiava già ma possedeva ancora uno scatto vitale, decise di farlo ingelosire alla morte la sera seguente a un compleanno pseudonerd, trasformandosi nella Paolina Borghese dei Geek e ballando Argentino. Lui si sciolse in lacrime una volta preso a quattr’occhi.
“Scusami, non volevo dire quello che ho detto. È che fra il viaggio e le domande di dottorato sono troppo stressato, non so nemmeno io cosa voglio”.
La situazione rimase sospesa così fino a due settimane prima della di Lui partenza. Quando una domenica sera post arrampicata si gettò sul letto di Koris sentenziando:
“Mi sa che ho preso l’influenza”
Solo che l’influenza non porta con sé sette giorni di febbre da cammello e tosse da espettorare la trachea. Koris passò giorni e notti con Lui tremante fra le braccia, ad ascoltare deliri sulla falsa riga “non mi lasciare, ho paura”, mentre la di Lui madre minimizzava la cosa facendo presente che non avrebbe pagato l’assicurazione sanitaria per così poco. Ci vollero svariate visite dal medico, una giornata al pronto soccorso e due settimane di Koris-notti insonni per capire che quell’influenza era in realtà una polmonite e forse ci volevano gli antibiotici adeguati.
“Ora che sto meglio vado da mio padre in campagna. Vedo se riesco a posticipare il viaggio. O lo annullo, il tempo di riprendermi. Non dimenticherò mai quello che hai fatto per me”
Due giorni dopo Koris si stava riprendendo dal debito di sonno e dallo stress, quando ricevette una telefonata.
“La mia amica vuole davvero partire e alla fine ha ragione, tanto ormai contro la polmonite ho gli antibiotici. Quindi domani prendo l’aereo per il Cile e per un po’ starò nella giungla. Non so quando avrai mie notizie”
Koris passò due mesi spiazzata, non sapendo se considerarsi libera o vedova bianca. O vedova tout court nel caso un’iguana gli avesse mangiato gli antibiotici nella giungla. Decise di continuare ad andare a vela ed arrampicare come se niente fosse, tanto doveva preparare il lavoro da presentare alla conferenza a Kyoto. Il tempo avrebbe portato le risposte.
E il mese di maggio riportò Lui sulla soglia di casa Koris, uno dei giorni in cui il Replicante sequestrò Koris fino alle dieci di sera in laboratorio.
Iniziarono strane meccaniche. Lui stava nel Var da suo padre, sperso nella campagna, cercando di far spuntare fagioli boliviani mentre attendeva le graduatorie di dottorato. Koris lo raggiungeva nei week-end, cercando di condividere la calura dell’estate imminente e l’amore per il lavoro dei campi, che sperava fosse viatico per l’arrampicata.
Poi una notte Lui si fece avanti:
“Se mi accettano a fare il dottorato a Marseille, ti propongo di andare a vivere assieme”
Koris si disse “perché no, tanto quel dottorato non lo avrà mai”. E infatti ci azzeccò in pieno: perché le borse di dottorato sono come i fagioli boliviani, bisogna innaffiarle e dirigerle con amore perché sboccino”.
Ricominciò un periodo in cui Koris, complice una pillola che non avrebbe mai dovuto prendere, vedeva tutto nero e cominciava a chiedersi quando sarebbe stata scaricata. Cosa passasse per la testa a Lui, al solito, non era dato sapere.
“Ora che so che non avrò il dottorato potrei andare a costruire capanne nel bosco. Oppure potremmo scappare assieme a Londra e trovarci un lavoro per fare soldi”
Koris lo lasciava dire, mentre annegava nella sua melma verde senza accorgersene. Di ritorno da un week-end di non-arrampicata in Ardèche, all’altezza di Martigues, con Koris di immotivato umor nero e sull’orlo delle lacrime, Lui prese la decisione.
“Cerco un lavoro da informatico a Marseille. Per la casa possiamo cercare qualcosa di pari al tuo affitto attuale, così non sarai troppo carica di spese mentre io aspetto di trovare uno stipendio. Ah, non ci voglio le piastre elettriche, tutto a gas. E poi la lavatrice non è necessaria, possiamo lavare da mio padre. E anche il frigo, conosco sistemi per conservare gli alimenti senza”
“Non sono molto convinta…”
“Facciamo così, un mese di prova senza elettrodomestici. Se è davvero impossibile ti giuro che compriamo tutto. Ci stai?”
“Possiamo provare”
Koris non lo sapeva, ma il Sonno della Ragione era appena cominciato.

Il sonno della ragione: il risveglio

Era fine maggio del 2013, Koris non era veramente in vita, come non sono veramente in vita i dottorandi a fine tesi. Aveva chiesto al Replicante solo un week-end per riprendersi, che avrebbe comunque scritto e rilanciati i job anche se non era in laboratorio. Sua maestà Roy Batty glielo concesse.
E Koris finì a scrivere capitoli di analisi mentre l’Altro zappava l’orto nella paterna campagna. Era il tramonto e Koris ne aveva le palle piene della sua tesi, aveva disperatamente bisogno di un abbraccio, ergo uscì alla ricerca dello Zappatore. Era di spalle, al telefono.
“Un modo per farmi licenziare e prendere così il sussidio di disoccupazione lo trovo. Comunque la mia proposta è che ci mettiamo a tre, io, tu e la tua ragazza, deicimila euro a testa, compriamo il terreno e andiamo isolarci lì dal mondo, coi nostri progetti di sussistenza agricola…”
Koris rimase pietrificata sul posto, in attesa della fine della telefonata, mentre i suoi organi interni si trasformavano in melma verde.
“C’è qualcosa che devi dirmi in merito a quella telefonata?”
“Beh, lo sai che il mio sogno è diventare contadino e vivere di permacoltura o dei prodotti degli alberi. Così io e Jé, più la sua ragazza, abbiamo deciso di metterlo in pratica di qui un anno…”
“No, scusa, ma… e io?”
“Tu cosa?”
“Noi saremmo una coppia, sai com’è, vivremmo assieme se non ci hai fatto caso”
“Beh, noi ci lasciamo, ovviamente. Del resto non ti ho mai detto che avrei voluto passare tutta la mia vita con te. Per quanto lo ammetto, tu sei la ragazza ideale perché ti adatti a tutto e non rompi. Però io non sono innamorato di te”
“Ma stiamo assieme da più di due anni! Hai proposto tu di andare a vivere assieme…!”
“Te lo ho proposto perché era finanziariamente interessante. E poi, per quanto mi trovi bene con te, non sento le farfalle nello stomaco. Ho bisogno di struggermi, ho bisogno di sentire la passione. Però possiamo ancora stare assieme, finché io e Jé non avremo trovato il terreno. E poi liberi tutti”
Va bene, non ditelo, Koris lo sa già: “io me ne sarei andato subito!”. E forse sarebbe stata la cosa giusta da fare, visto che nel Sonno della Ragione ci si sguazzava già da un po’, fra l’Economo, il Criptoanarchico e altri personaggi del genere.
Ma andare dove?
Non si poteva fuggire dai Maiores, troppo lontani e al di là del confine. Non ci si poteva staziare da un’amica, in quanto le situazioni temporarie non potevano durare, oltre ad essere logisticamente complicate. E poi c’era il Replicante che esigeva dieci-dodici ore di lavoro al giorno, c’era la tesi da finire, c’era un limite temporale sempre imminente. Koris non aveva il tempo materiale e nemmeno le energie per cercarsi un’altra casa e affrontare un trasloco. E poi non era sicura che da sola sarebbe sopravvissuta al Replicante.
Perché in fondo, spes ultima dea. Perché ogni tanto voleva credere fortemente che dopo una giornata di merda potesse sciogliersi in lacrime nelle braccia di qualcuno. Perché non era possibile che le cose fossero precipitate così in basso ancora una volta, e proprio quando lei avrebbe gradito un appoggio. Non era possibile. Non era giusto.
E poi anche perché una persona che scoppia a piangere davanti al collega Siculo alla domanda “come va?” non è esattamente in grado di reagire razionalmente.
Koris decise così di tollerare e di rimandare la decisione a dottorato ultimato, una volta che il Replicante le avesse reso la sua vita e che lei potesse riprenderla in mano.
Così passò l’estate. Koris sputava il fegato con Roy Batty e i suoi neutrini. Nel mentre il Contadino la teneva aggiornata su tutti i suoi progetti.
“Jé ha trovato un terreno con un rigagnolo per 50000 euro. Non costruibile, ma tanto abbiamo trovato un cavillo legale che ci permetterebbe di aggirare il divieto. Alla peggio costruiremo una capanna fra gli alberi. Però 50000 euro sono troppi, vedremo di trovare qualcosa a meno”
Koris rosicava alla grande, avrebbe preferito non sapere niente mentre era persa fra neutrini e boost decision trees. Ogni tanto piangeva la sua triste sorte, di frodo al telefono coi Maiores o mentre puliva la doccia alle tre del mattino di ferragosto, quando lei era lì a scrivere di statistiche Bayesiane e lo Zappatore era in vacanza da amici in Savoia.
Ogni tanto arrivavano segnali contrastanti. Come quando lo Zappatore chiamava dalla Savoia dicendo “avevo voglia di sentire la tua voce, sento un buco quando non ci sei” e Koris si sentiva in colpa perché alla festa di Q. aveva gigioneggiato con un neuroscienziato montanaro biondo. Oppure quando lo Zappatore la guardava dritta negli occhi e sospirava:
“Ogni tanto mi chiedo se non sia meglio accontentarsi di quello che ho ed essere felice con te”
Insomma, Koris era depressa, calpestata e a pezzi, ma la disperazione l’aveva impigliata, appiccandola a fioche speranze di un futuro impossibile.
Poi a fine agosto successe l’incredibile: il Replicante decretò il liberi tutti, si discute la tesi a inizio ottobre. Koris cominciò a riemergere dal meandro senza fondo del dottorato, pronta a rimettere a posto i pezzi della sua vita. Le fu concessa persino una settimana di ferie.
“Se vuoi raggiungermi nel Vercors da mercolì vengo a prenderti a Manosque. Io sarò già lì con Jé e la sua ragazza per fare un sopralluogo e cercare un terreno”
Koris sulle prime esitava, che di andare a fare il quarto incomodo e l’unica esclusa non aveva tanta voglia. Però si vociferava delle splendide passeggiate e delle montagne del Vercors e Koris aveva troppa voglia di montagne da troppo tempo, quindi alla fine disse di sì.
In realtà di montagne se ne videro poche e tutte rigorosamente dal basso e le passeggiate furono fatte esclusivamente in macchina (in barba ai principio dell’ecobiodinamica e del “non sprechiamo benzina!”). Koris viveva assieme alla sua Pentax in sua linea temporale alternativa, a base di foto sovraesposte. Nel mentre accanto a lei si scatenava l’inferno, una sorta di atarassia fotografica. Infiniti attriti si generavano in combinazioni lineari del trinomio Zappatore-Jé-fidanzata, su cosa mangiare, su dove montare il campo (senza tenda), su cosa chiedere a chi, su quali arbusti piantare nel fantaterreno, sull’altitudine massima tollerabile, su Biancaneve e i sette nani, sull’infusione o decotto di rami di pino.
Fu così che, dopo una notte di pioggia senza tenda a cui Koris sopravvisse per ragioni sconosciute, Jé e lo Zappatore fecero la litigata definitiva e presero direzioni opposte. Koris dovette raccattare i pezzi dello Zappatore annientato.
“Basta, avevi ragione tu, non si può fare. Era un progetto troppo utopistico e ho voluto crederci troppo. Da oggi saprò accontentarmi di quello che ho”
Koris avrebbe voluto gettarsi a terra in ginocchio e ringraziare gli dei celesti che parevano aver deciso di ricompensarla di cotanta pena subita. I miracoli potevano accadere, graziSignoregrazie.
Tornati a Marseille, il cielo era azzurro, la tesi finita e solo in attesa della discussione, gli uccellini cantavano e si andò pure ad arrampicare. Si ventilava persino l’idea di cambiare casa e Koris progettava di contrabbandare una lavatrice di straforo.
“Senti, è un po’ che ci penso, ma visto che le cose stanno così fra di noi, potremmo stringere un PACS. Economicamente ci conviene e sai che io non credo nel matrimonio”
Koris urlò vittoria. Come Napoleone a Waterloo alle sei del pomeriggio.
Il tre ottobre si dottorò col bacio dell’addio del Replicante, a mai più rivedersi. La sera di quel tre ottobre era un essere esausto ed euforico, convinto che la vita avesse preso la piega buona.
Si gettò a capofitto nei documenti per il PACS, che richiesero un certo tempo e un alto numero di interazioni con la burocrazia. Non era nemmeno passata una settimana dalla discussione del dottorato che Koris sventolò sotto il naso dello Zappatore tutti i documenti necessari.
“Abbiamo tutto! Sono persino riuscita a fissare una data per il 17…”
“Ah. Non è più necessaria”
Gelo antartico in anticipo sul calendario. Koris si pietrificò sul fatto come se avesse scambiato un’occhiata sensuale con Medusa.
“Come sarebbe a dire non è più necessario?”
“È da qualche giorno che cerco di negoziare la mia uscita dall’azienda pur mantenendo il sussidio di disoccupazione. Se non avesse funzionato sarei rimasto con te. Ma ho quattro mesi di preavviso e poi posso lasciare tutto e andare a vivere in campagna da mio padre, in attesa di avere abbastanza per comprare un terreno solo mio. Per il PACS, se sono i 50 euro della certificazione del consolato che ti disturbano, posso ridarteli…”
Koris ci mise un tempo indeterminatamente lungo per comprendere esattamente cosa stesse succedendo. Avrebbe dovuto aspettarselo. Forse. Tant’è era successo. E lo Zappatore non pareva minimamente turbato, se non dai dettagli tecnici.
“Lo so, è un po’ brusco, ma non sapevo nemmeno io. Però posso prestarti i mobili per casa finché non ti scade il contratto di insegnamento…”
“No, io in questa casa da sola non ci resto. Tanto il preavviso è lo stesso per lasciare l’appartamento, me ne cerco un altro”
“Ma come? E a me non pensi? Portare via tutto mi richiederà un sacco di tempo che potrei dedicare all’orto…! E poi il proprietario di casa non si aspetta che noi lasciamo…”
“Beh, non mi pare che qualcuno abbia pensato a me in tutto questo, quindi non vedo perché dovrei farlo io”
I mesi a seguire non furono facili. Koris si ritrovò coi Cojones in laboratorio e i Mostri in aula, con surplus di cuore spezzato. La voglia di mettersi a piangere quando le esercitazioni di laboratorio non funzionavano o quando la Tacchettina squittiva era veramente forte. Si attaccava agli amici, ad A&A che la portavano ad arrampicare, a Q. che le disse “vieni a fare l’elfa oscura sociopatica nel nostro gruppo”, ai Maiores che la esortavano a pensare a un “Back to the Future” con frigo e lavatrice. Si perdeva a passeggiare per le Calanques, convincendosi che la vita sarebbe andata avanti lo stesso. Ma spesso e volentieri piangeva.
Nel mentre lo Zappatore svuotava la casa poco a poco, pontificava di fare il fornaio, delirava di criptoanarchie totali, ma Koris era di umore troppo uggioso per dargli credito e ancora più per assecondarlo. Una notte in cui nessuno dei due riusciva a dormire lo Zappatore decise che era il momento di metterci il carico.
“Certo che io non avrò un bel ricordo di te, visto che in questo periodo fai sempre il muso. Dovresti essere contenta di stare con me fino alla fine, invece sei triste. Va bene, ci lasciamo, e allora? Puoi sempre cercarti un altro su un sito di incontri. Io immagino che avrò un’altra ragazza, sarò pure disposto a sposarla se insiste…”
A quel punto Koris non resse più. E urlò come solo Koris sa fare quando sconfina negli ultrasuoni, fanculo se è notte. Urlò tutto quello che si teneva dentro da mesi, contro il Criptoananrchico, l’Economo, il Motivatore e tutta la banda. Urlò finché non ne ebbe abbastanza e si ritirò a dormire in salotto. Nemmeno cinque minuti dopo le arrivò la capitolazione del “facciamo pace?” (a quel punto Koris si domandò cosa sarebbe successo se fosse esplosa e avesse minacciato molto tempo prima, però non è nel suo stile).
Koris trovò l’attuale Casa delli Libertà, programmò la missione Ikea, si preparò alla parola fine. Passò Natale a Merdopoli, passò un atroce pre-capodanno in Savoia, passò, passò un ottimo capodanno a Miramas con la compagnia dei ruolisti. Nel mentre lo Zappatore ogni tanto buttava lì proposte quali “potremmo continuare a frequentarci e scambiarci affetto (lett.) anche se non stiamo più veramente insieme. Almeno finché io non trovo una ragazza”, ma Koris non si degnava veramente di rispondere.
Il giorno della scadenza era il 31 gennaio, la casa sulla collina dalla facciata rosa era vuota, il proprietario si riprese le chiavi. Koris avrebbo dovuto stappare una bottiglia di champagne, ma invece piangeva. Senza dire una parola, lo Zappatore la accompagnò in macchina fin sulla soglia della Casa delle Libertà, dove U Babbu e l’Amperodattilo stavano montando con sapienza un armadio Ikea. Di fronte alle Koris-lacrime, lo Zappatore decise di prendere la parola.
“Comunque sappi che quando sarai sola e in difficoltà potrai sempre chiamarmi”
Koris sentì di dover giocare l’ultima carta della gentilezza.
“Beh, lo stesso vale per te”
“Bah! Io non ho bisogno di te, io ho i miei amici”
Carta sprecata.
Lo Zappatore giò sui tacchi e risalì in macchina. Koris si asciugò le lacrime e andò a fornire bassa manovalanza al montaggio.
Da allora, a parte sporadiche incursioni nella Koris-casella di posta riassumibili con “niente di nuovo sotto al sole”, non se n’è saputo più nulla.

Il sonno della ragione: il Motivatore

Più che un post, una serie di siparietti. Per mostrare quanto possa essere bella la vita con qualcuno a cui appoggiarsi. Peccato che sia un peso di sei tonnellate appoggiato sopra la tua testa. Non giudicate Koris troppo severamente, dopo questa sfilza di siparietti.

La scena: falesia Prado, sulla strada per Minas Morgiou
Koris: “Hai visto che ce l’ho fatta a finire quel 5b? Sono così contenta!”
Il Motivatore: “Bah, tutti ce la fanno a finire un 5b. E poi hai pure tirato sul rinvio, tecnicamente non lo hai fatto”
Koris: “Ero in panico, ma volevo lo stesso finire la via”
Il Motivatore: “Vai in panico perché non sei portata per arrampicare, quindi tanto vale che smetti e ti rassegni. Altrimenti arrampicheresti dei 6a con me”

La scena: palestra di roccia, Koris è seduta per terra con una caviglia girata nel senso sbagliato.
Il Motivatore: “Ah, sei qui”
Koris: “Sì, ma non riesco a camminare, la caviglia mi fa troppo male, ti ho chiesto di venirmi a prendere per questo”
Il Motivatore: “E hai avuto fortuna che non avevo ancora chiamato il mio amico Jé, se no avresti aspettato a lungo. E meno male che non ti sei fatta portare al pronto soccorso, per me sarebbe stata una gran rottura di coglioni venire a cercarti all’ospedale”
(Il “crack!” che si sentì non veniva dalla caviglia di Koris)

La scena: giugno, una sera, prima di dormire
Il Motivatore: “Comunque abbiamo deciso di non andare ad Atene”
Koris: “Scusa, che è questa storia di andare ad Atene?”
Il Motivatore: “La Greca dalle Grandi Tette mi aveva invitato ad andare una settimana da lei questa estate”
Koris: “E perché io, la tua ragazza, non ne sapevo niente?”
Il Motivatore: “Tanto aveva invitato solo me, tu che c’entri? Comunque avresti detto di no, che sei ossessionata dalla tua tesi di dottorato. Anzi, mi chiedo perché te lo ho detto…”

La scena: Koris ha appena riattaccato al telefono coi Maiores.
Il Motivatore: “Chiami i tuoi troppo spesso”
Koris: “Tu vedi tuoi padre tutti i week-end, io non li vedo mai, i vecchi”
Il Motivatore: “Parlate troppo tempo, non è sano che tu abbia un rapporto del genere. Sono i tuoi genitori, non tuoi amici. E non mi piace che tu rida mentre parli italiano al telefono con loro, ho il sospetto che ridiate di me”

La scena: arrivata a casa per la cena, Koris è distrutta
Il Motivatore: “Cos’è quella faccia da funerale?”
Koris: “Sono stanca morta, al Replicante non va bene niente e oggi mi ha trattato di merda”
Il Motivatore: “La colpa è tua che ti fai trattare di merda”
Koris: “È il mio capo, comanda lui, da lui dipende la mia tesi, non posso mandarlo affanculo”
Il Motivatore: “Beh, allora significa che ti sta bene così, ergo non lamentarti. E quando vieni a casa vedi di essere di buon umore che se no mi stressi”
(Ripetere tale scena per mesi cinque, da capo al fine)

La scena: Koris arriva tutta contenta saltellando perché ha avuto il posto per il dopo dottorato (dai Cojones con la Tacchettina, ma questo ancora non lo sa)
Koris: “Grandi notizie! Mi hanno dato l’anno di insegnamento qui a Marseille! Così posso lasciare definitivamente il Replicante!”
Il Motivatore: “Col carattere che hai non sei adatta all’insegnamento”
Koris: “Vabbè, è compreso nel prezzo, a me interessa cambiare campo di ricerca”
Il Motivatore: “E sarebbe?”
Koris: “Il posto è per sviluppare un sensore di sicurezza per la fuga dei neutroni nella centrale nucleare di…” (credici, giovane Koris che ancora non conosce la Tacchettina, credici)
Il Motivatore: “E non ti vergogni? In questo modo aiuti a rovinare il mondo, tu e quelli che fanno centrali nucleari. Dovresti sentirti responsabile per le sorti del pianeta e invece pensi solo a te stessa. Sarei molto più fiero se la mia ragazza facesse qualcosa di ecosostenibile, invece che lavorare nel nucleare”
Koris: “Insomma, non sei contento per me che l’anno prossimo non sono senza un lavoro?”
Il Motivatore: “Bah!”

La scena: in salotto, Koris di ritorno da una match intensivo col Replicante
Koris: “mi dispiace, mi dispiace tantissimo ma non posso prendere il ponte del primo maggio per venire in campeggio con te. Il Replicante non vuole e in questo periodo non posso permettermi di mettermelo contro”
Il Motivatore: “Scelta tua”
Koris: “Veramente è una scelta un po’ obbligata…”
Il Motivatore: “Potevi dirgli di no”
Koris: “Ti giuro che questa estate ci rifacciamo, potremmo andare a fare una passeggiata in montagna e…”
Il Motivatore: “Ah, no! L’occasione era ora e l’hai persa, peggio per te”

La scena: discutendo amabilmente dopo un week-end di due palle a Porquerolles
Il Motivatore: “Ne ho abbastanza del tuo pessimo umore e di te che non ti integri col gruppo”
Koris: “Per cominciare, ti avevo detto che odio questo genere di vacanza e che me ne sarei stata volentieri a lavorare alla tesi. Secondo, io in quel gruppo con la Greca Dalle Grandi Tette non ho interesse ad integrarmi”
Il Motivatore: “E allora non dovevi venire!”
Koris: “Sono venuta perché tu hai insistito, sappilo”
Il Motivatore: “Ho parlato di quello che hai fatto a un mio collega al lavoro, che mi ha detto che se sua moglie avesse osato comportarsi così, le avrebbe dato un ceffone davanti a tutti, in modo che si ricordasse qual è il suo posto”
Koris: “E tu giudichi di qualche valore il giudizio di uno che picchia sua moglie?!”
Il Motivatore: “Se è il suo modo di fare, chi sono io per criticarlo? Anzi, mi chiedo se non abbia ragione lui”

La scena: Il Motivatore di ritorno dalle vacanze in Savoia, mentre Koris era a Marseille a sgobbare per il Replicante e a fare la geek alla festa di Q.
Koris: “Ci siamo divertiti molto. C’erano i ruolisti e molta gente simpatica, mi sembrava quasi di essere tornata a Boulogne…”
Il Motivatore: “Insomma, c’erano un sacco di subumani come Q.?”
Koris: “Sarebbe a dire?”
Il Motivatore: “Non si può veramente dire che Q. appartenga alla razza umana…”
Koris: “È simpatico, gentile e ha un dottorato in neuroscienze…”
Il Motivatore: “Avrei potuto averlo anche io un dottorato, se lo avessi davvero voluto. E comunque ammettilo, a te piacciono questi subumani che ridono e si rifugiano in mondi di fantasia, che fanno i gentili perché non sanno imporsi

La scena: inverno, in macchina, tornando dalla Savoia, al crepuscolo dell’anno, del giorno e della storia.
Il Motivatore: “Io lo so perché ora mi fai i musi. Perché sei invidiosa di me. Sei invidiosa che io ho un progetto di vita che mi restituirà la libertà. Mentre tu non puoi fare altro che sperare di trovare un lavoro che ti dia da mangiare e avere la tua piccola vita di merda. Ti compiango”

Il sonno della ragione: l’Economo

Che non si vivesse in comunione dei beni era stato messo in chiaro da subito, nonché vivamente caldeggiato dall’Amperodattilo col commento “Fatti furba”. Quindi tenere traccia delle spese sembrava una cosa naturale.
L’Economo fece comparire il quaderno blu.
“Ecco qui, annotiamo data e spese dettagliate, così sappiamo quanto spendiamo”
A Koris, che agli albori della convivenza impossibile era quella che portava il pane a casa, la cosa stava benissimo.
Quello che non sospettava era il grado di ossessione che tale innocua pratica potesse raggiungere, trasformando il quaderno blu in una sorta di Grande Fratello cartaceo delle spese casalinghe.
“Hai trascritto l’importo della bolletta della luce, ma non è abbastanza,” storceva il naso l’Economo “devi dividere i costi, dire quanto è la consumazione, quanto l’abbonamento e quanto le tasse. Dobbiamo sapere quanto consumiamo, così possiamo ridurre le spese e risparmiare di più”
E ridurre le spese in una casa in cui già non c’è frigo, non c’è lavatrice e il riscaldamento è considerato un’aberrazione della società borghese è dura, ragazzi. Molto dura.
L’Economo aveva una tendenza a voler ammassare un gruzzolo per progetti suoi, a differenza di Orso che vuole sì ramazzare dineros, ma a consumazione veloce. Per cui si tagliava sugli sprechi, generi inessenziali quali mutande nuove. Koris passava spesso e volentieri per Paris Hilton.
“Quei jeans sono nuovi? Io non li ho mai visti” asseriva squadrando Koris con occhio critico.
“Me li hanno regalati i Maiores, rispedirli al mittente pareva brutto”
“Come se ne avessi davvero bisogno, ne hai già tre paia e solo di jeans!”
Tale metodo di spending review era applicabile invariabilmente a qualunque campo. Niente sfuggiva all’occhio dell’Economo.
“Quel libro, quello con la costa azzurra…”
“Il primo tomo della saga degli assassini di Robin Hobb?”
“Prima non c’era”
“No, beh, non avevo niente da leggere…”
“E perché lo hai comprato?”
“Perché rubarlo non sarebbe stato tanto gentile”
“Ma che senso ha? Io ho un sacco di romanzi da farti leggere, così posso anche educarti, che ne hai bisogno con tutta quella spazzatura che leggi”
“Quello non lo hai e io volevo leggere quello. E me lo sono comprato coi miei soldi, eh”
“Bah, hai sprecato i tuoi risparmi. Un romanzo vale l’altro, tanto è tutta letteratura di consumo. Compri un romanzo, lo leggi, ti diverte e non ti serve a nulla. Mica lo rileggerai mai. Se proprio devi comprare dei libri, compra dei saggi sulla sopravvivenza, almeno quando la crisi ci avrà messi in ginocchio serviranno a qualcosa”
A Koris il quaderno blu cominciava a stare grandemente sulle palle. L’Economo pure, con codesta ossessione per i soldi, il risparmio e il monitoraggio al centesimo.
“Cosa stai annotando ancora?”
“Le spese di oggi”
“Ma quali spese?”
“I tre euro dei due succhi di frutta che abbiamo preso. Il tuo te lo ho anticipato”
“Ah, la locuzione ‘offro io’ nella tua lingua significa prestito? C’è anche un tasso di interesse?”
“Direi che un euro e cinquanta puoi ridarmelo senza che ti mandi in bolletta”
Una volta Koris si mise a scartabellare il quaderno blu alla ricerca di non si sa bene cosa. Alla pagina di dicembre trovò una riga corrispondente alla spesa per il suo regalo di compleanno. Se non altro ebbe la certezza che l’Economo, per non smentirsi, aveva trovato un’edizione economica de “Il ritratto di Dorian Gray”.
La follia toccò il culmine quando l’Economo, obnubilato da un paio di tette greche misura quarta coppa C, decise di iscriversi al gruppo di acquisto verdure, il più lontano possibile dalla casa sulla collina (ma di fianco alla residenza delle tette elleniche). Koris prese a detestare cordialmente tale appuntamento immancabile come la morte, tutti i martedì alle sei, quando l’Economo si faceva ipnotizzare da abbondanti poppe ateniesi e Koris doveva smazzarsi le bietole. Ma il peggio, a parte il nervoso per l’ipnosi da rotondità altrui, la aspettava a casa: ed era sempre il quaderno blu. L’Economo aveva comprato una bilancia a bracci, dello stesso modello utilizzato da Newton, con cui voleva una stima precisa del peso di tutte le verdure passate dal contadino.
“Devo sapere se conviene quello che prendiamo per quei 25 euro a settimana”
La pesatura, fatta con pesi di fortuna calibrati dall’Economo in persona perché dei pesi veri costavano troppo, era un lavoro lungo e penoso che prendeva un’ora se non di più. A cui doveva seguire la cucina delle verdure deperibili di turno (si ricorda alla gentile clientela che Koris viveva senza frigo).
La spesa era un altro momento critico. Appena stampato lo scontrino, l’Economo lo analizzava per trovare quale fosse il prodotto che costava di più e valutare l’opportunità di eliminarlo dalla lista.
“Certo che il latte per la tua colazione ci costa ben caro. Non potresti farti una tisana di erbe come faccio io?”
“Se mi togli anche il latte muoio”
“Però risparmieremo di più”
“Piuttosto me lo pago solo io”
Ora, il lettore potrebbe pensare che l’Economo avesse da parte un discreto capitale accumulato grazie a tutte codeste rinunce (e nascosto nello sciacquone dalla parte criptoanarchica).
Ebbene: no.
Poiché l’Economo, per quanto stringesse la cinghia sui generi di prima necessità, per ciò che gli interessava era affetto dalla sindrome di Sophie Kinsella, “I love shopping per le cazzate”. Riuscì a spendere più di duecedento euro per un macinatore di semi manuale, costruito in legno biologico e nessuna parte in plastica, che si rivelò ben presto non funzionare. Riuscì a spendere una non ben determinata cifra per qualche centinaio di metri di recinzione elettrificata di seconda mano, con cui voleva proteggere l’orto dai cinghiali (fu deluso quando scoprì che tale prodigio necessitava di un generatore). Comprava libri degli anni ’50 quali “L’enciclopedia della casa”, ove sperava di trovare astuzie per le pulizie che non prevedessero detersivi. Altre cifre furono destinate a stravaganti spese di cui teneva nebulosamente traccia sul quaderno blu, addebitandole alla coppia.
Ma guai a comprare mezz’etto di formaggio in più del necessario.
Quando Koris venne congedata, il quaderno blu tornò in auge e l’Economo venne a reclamare inesistenti debiti, che vennero respinti al mittente. Ma Koris tutto sommato li avrebbe anche pagati. Tutto pur di disfarsi dell’Economo e del dannato quaderno blu.

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