Archivi tag: relax

In fuga alla Pierre

Il problema è che ci si abitua anche troppo, in due settimane di sparizione sotterannea, senza wifi, con poco telefono e tagliati dal resto della civiltà umana. Almeno, dalla parte della civiltà che non considera socialmente accettabile aggirarsi con una tuta piena zozza e una sottotuta con l’odore di un mammuth avariato.
Koris si è odiata un po’ per due giorni per aver detto “no” quando le hanno proposto due notti al bivacco a -450. Quando però all’alba del terzo giorno la sua lampada ha deciso di aver vissuto anche troppo da dicembre ad oggi, decretando la fine dei suoi giorni, Koris è stata felicissima di essere più vicina alla superficie dei -450. Koris è tutt’ora in lutto per la sua lampada, in viaggio per Grenoble per la riparazione, e se non fosse stato per un casco in prestito la settimana successiva poteva essere speleologicamente complicata.
In assenza del bivacco, Koris ha ovviato con uno stage personalizzato in disostruzione di strettoie troppo intime. Coi mezzi pesanti. Ecco una rappresentazione artistica delle Koris-attività:

All’attivo ci sono 75 metri tutti nuovi che forse continueranno l’anno prossimo, forse no. Peggio di una serie tv. Koris ha proposto come nome l’Abisso delle Chiappe Fredde, ma per ora non è stata ascoltata. La vita è ingiusta.
C’è stata poi una scampagnata veloce a -260, nella grotta principale che consta due fiumi, uno dei quali non veniva visitato dal 1998 (che detto così sembra ieri, e invece…).
“Dobbiamo passare il meandro E.T.”
“Perché E.T.?”
“Perché E.T. telefono casa e quando sei in quel meandro vorresti solo telefonare a casa che vengano a prenderti”
Koris nel meandro ci si è anche incastrata, ma stavolta è uscita con le sue forse in un tempo ragionevole. Ha ripetuto ossessivamente per sette ore “Se stasera oltre alla ratatouille non fanno anche delle salsicce, mi mangio qualcuno”, ma è sopravvissuta a tutti i 200 metri di pozzi. All’uscita ha mangiato come un cesso due cessi in parallelo, ma era tutto vuoto a rendere.
Nota dolente: troppi bambini a scorrazzare per il campeggio. Koris ha avuto una crisi della sindrome di Erode e ad ogni pianto a dirotto borbottava “non bisogna cuocerli vivi, sotto i cinque anni”. Puoi fuggire sottoterra quanto vuoi, ma al ritorno alla base troverai sempre un moccioso spannocchia-gonadi che ti darà ragione di riversare tutto il tuo istinto materno verso i pipistrelli.
Mocciosi a parte, piogge torrenziali a parte, a Koris forse ha fatto bene staccare un po’. Dal lavoro, dalla routine, dai suoi demoni, dalla sveglia alle sei mezza. Anche perché nel nulla cosmico della Pierre Saint Martin, accherchiati da un sacco di pecore, i problemi sembrano ridimensionarsi molto. Saranno gli svariati chilometri al giorno con zaini che ridimensionano di molto le proprie priorità: un sacco di cibo, un materasso, una doccia. Quest’ultima da conquistare contro un’orda di cinquantenni inglesi taglia forte. Una sera di particolare rincoglionimento, uscendo dalla doccia, Koris si è chiesta chi avesse mai portato una poltrona di velluto rosso nei cessi. Diremo che non ha riconosciuto la forma umana per mancanza dei suoi occhiali sul naso.
Tornare a casa genera una sorta di shock culturale, soprattutto alla lavatrice, che si vede costretta ad ingoiare svariati chili di vestiti sporchi. Ci si consola dell’idea di dormire in un letto vero e non sul materasso gonfiabile in tenda sotto gli elementi (presente “La sentinella“? Uguale). Ci si consola anche col pecorino del Bearn, comprato non tanto a chilometro zero quando a metri tre in un alpeggio che probabilmente non ha mai visto passare una certificazione di qualità europea. Ma va anche bene così.
Nella speranza che i brutti pensieri restino in vacanza ancora per un po’.

A la belle etoile

Quando era alle elementari/medie, Koris aveva problemi a ricordarsi che giorno fosse durante l’estate. Poteva essere un qualunque giorno fra giugno e agosto, lei lo ignorava. Il giorno preciso della settimana meno che meno. Questa volta le è bastata una settimana di vacanza per perdere completamente la concezione del tempo e persino dello spazio, perché troppi trasbordi al giorno sballottano l’essere.
Koris ha cominciato il viaggio col dubbio di aver capito male il luogo del rendez-vous (si sta francesizzando un po’ troppo, lo ammette) e di ritrovarsi da tutt’altra parte. Ma di Manosque fortunatamente non ce ne sono troppi e nonostante venti minuti di panico perché non si stava presentando nessuno a prenderla, alla fine ha trovato di che farsi scarrozzare a nord, verso la Drome e l’Isère.

paesaggio

Paesaggio tipico del Vercors. Il tempo di cacca è Koris-implicito, come la nuvoletta di Fantozzi.

Ancora una volta Koris non aveva capito niente e quella che lei reputava essere una sessione di endurance a piedi si è rivelata piuttosto un’esplorazione in macchina.
Ma il disagio non è mancato. Nella fattispecie, Koris ha scoperto che:

  • l’antico insegnamento dell’Amperodattilo secondo cui è meglio non trovarsi sotto un traliccio dell’alta tensione quando il cielo minaccia temporale non è noto a tutti, nemmeno a escursionisti reputati esperti. Quindi meglio dormire al vento, con i teli dell’accampamento (montato al buio) che sbattono e ti impediscono di dormire.
  • la rugiada è insidiosa quanto il vento, soprattutto se il telo ti sgocciola in testa.
  • è altresì sconsigliabile farsi bagnare la parte bassa del sacco a pelo, soprattutto se si dorme a sette gradi, alla diaccio e in una stazione sciistica chiusa. Il lato positivo dell’essere altri un metro e un barattolo (Orso cit.) è potersi raggomitolare nel sacco a pelo in larghezza e riuscire a sopravvivere all’assideramento.

Notti furiose a parte, in cui Koris ha dormito col berretto in testa per la prima volta nella sua vita, ci sono stati anche particolari piacevoli. Come i primi funghi della stagione, perché fra le alpi è già autunno.

funghi


funghi
funghi Funghi. Per dedicarli a Quella del Sangue di Porco. L’ultimo per qualche ragione ha una forma… bizzarra.

O passare in villaggi piuttosto significativi, come quello che diede i natali all’inventore dell’orologio parlante (così dicevano le indicazioni, Koris non ha indagato oltre, ma a fianco c’era un campo di marijuana). O il villaggio chiamato Glandage, la cui traduzione letterale è pressappoco Cazzeggio. Per la cronaca, nel villaggio perduto all’ombra delle montagne abita stabilmente un pastore di pecore che fa un formaggio eccezionale.

dioce

Koris-foto in stile “dio c’è”. Ogni tanto le scappa.

Il viaggio è stato anche foriero di soprese, come trovare aperta la baita ai piedi degli impianti non era chiusa a chiave. E c’era ancora la corrente. E l’acqua calda per lavare i piatti. Dettagli insignificanti, ma che fanno la differenza fra la vita e l’abbattimento cosmico se il pranzo è stato consumato al vento sul Col du Rousset.

fantasy

Scenario vagamente fantastico, fa quasi Bretagna.

Sorpresa un po’ meno gradita è stato il tubo di scappamento che ha salutato la compagnia fuori dal villaggio di Chamaloc, ma Koris non entrerà in dettagli meccanici per cui Koris è assolutamente negata a causa del suo secondo cromosoma X. Diremo solo che è stato provvidenziale un tubo di aspirapolvere trovato nella spazzatura, come abbia funzionato resta misterioso.

chamaloc

Chamaloc. Si sconsiglia di forare il tubo di scappamento qui.

Sabato, dopo la notte passata a troppo pochi gradi per sopravvivere all’esterno (e con un sacco a pelo bagnato), si è deciso di fare i secessionisti e fuggire in Savoia, a sbagliare strada nell’attraversare l’Isè, a colpi di autocoscienza e confessioni spinose, per ritrovarsi perduti nella piovosa campagna savoiarda a cercare pane per sfamarsi.
“Scommetto che le oreillettes non le hai mai mangiate.”
“Sembrano tanto le bugie che fanno da noi.”
“Ma sono un dolce di questi posti!”
“La Savoia era italiana, qualcosa di buono ve lo avremo pure lasciato”
E soprattutto tornare alla civiltà che ti attende a the caldo e La Doccia. Soprattutto La Doccia che ti gratta via lo sporco, il sudore e le erbacce ramazzate in giorni di pascolo selvaggio. La Doccia calda che ti ammette di nuovo nel regno degli umani e ti rende felice di essere vivo. Per non parlare del letto col piumone, che non si vorrebbe uscire mai.
Dormire à la belle étoile serve anche a questo: a farti apprezzare il minimo conforto della civiltà una volta che ritrovi un tetto sulla testa.

L’effetto zen del cazzeggio

È una sensazione che non si provava da un po’, verosimilmente quei quattro o cinque mesi, dal giorno in cui il Replicante si svegliò il venerdì santo dicendo “ma tu quest’anno devi finire!”. Che poi uno sperava che la vita sociale morisse il venerdì santo e risorgesse a pasqua, ma invece no, anziché tre giorni ci ha messo quasi cinque mesi, fuori tempo massimo.
È una sensazione quasi fisica, che si prova a livello della fronte, sentendosi finalmente la testa leggera, vuota, quasi che il cervello si fosse svuotato all’improvviso e galleggiasse. E anche il respiro, che ora arriva fino in fondo, i nervi delle dita che si distendono, le budella che non si attorcigliano.
Il week-end solitario è stato consacrato a non fare assolutamente niente di produttivo. Indolenza allo stato puro, tempo buttato via, altra legge io non ho che il mio capriccio. Si guarda un pezzo di una serie. Si cazzeggia su internet. No, si suona un po’ il flauto. Si gioca un po’ a Path of Exile. Si dorme un po’ che ho un debito di sonno senza sogni che, se fosse economico, sarei la Grecia. Si cerca un abandonware perché la dotazione di bordo quanto a pc lascia un po’ a desiderare. Si va all’ultima serata del cinema all’aperto per mantenere un sospetto di socialità.
La cosa più produttiva è stata la preparazione di una torta, impasto al cioccolato e cocco, forma ad interpretazione. Koris la intendeva come una torta a farfalla, ma sono state fatte le seguenti interpretazioni: un fiocco, due pesci legati per la coda, un orbitale atomico p, l’atollo di Bikini dopo un’esplosione sperimentale. Più che una torta, un test di Rorschach al cocco e cioccolato.

Torta

Torta di Rorschach, la preferita degli psicologi. E voi cosa ci vedete?

L’altra cosa produttiva è stata recuperare Marvin dal regno degli inferi open source in cui l’ultimo aggiornamento di Archlinux lo aveva precipitato. Due ore di imprecazioni assortite a colpi di chroot e live cd, intervallati dal mantra “la prossima volta Debian all the way”. Ma ora è vivo e lotta insieme a noi, coi suoi potentissimi 256 Mb di RAM.
E così, mentre tutti sentono crescere lo stress da rentrée e fine delle vacanze, Koris ha un umore alla Bob Marley e un ghigno che pare suggerire “Dont’ worry, be happy” (no, la torta non era una space cake, tranquilli). E ha l’impressione che tutto vada bene, almeno finché uno dei suoi esaminatori non si farà vivo dicendo “Questa tesi fa così schifo che la ho usata come portacenere” (Bazilla op. cit.).
Come se non avesse più paura di nulla e le ansie si fossero dissipate all’improvviso.
Perché per il dottorato il peggio è passato e ormai non dipende da Koris che in parte.
Perché Koris ha un lavoro per il dopo, che è molto più di quanto altri abbiano, e anche se è solo per un anno, in un anno possono succedere molte cose. E poi un anno pagato è sempre meglio di nulla.
Perché la presenza eterea è ancora lì, anche se non sarà per sempre e non ci sarà il lieto fine, ma bisogna preoccuparsene più di tanto, perché è vero che “on ne peut juivre que au present” e nella vita i piani quinquennali non servono. Quindi quam minus credula postero.
Quindi attualmente Koris è in ufficio, con l’umore da carone Disney di seconda categoria e la produttività di un’impiegato all’agenzia delle entrate di Merdopoli. Ma va bene così

Roccia, neve e rock’n’roll (fotopost)

“Allora, ho preso due sacchi a pelo invernali, lo champagne per festeggiare, la reflex, vestiti da Siberia e due o tre albicocche secche per il tragitto”
“L’acqua?”
“No, ma che bisogno c’è? Andiamo a Sisteron, tempo due ore e ci siamo”
“Ecco, non andiamo esattamente a Sisteron, ma in un villaggio che si Eourres sperduto sulle alpi, dove è assai probabile che le strade non siano pulite. E siccome la 106 non ha le gomme da neve, è altamente probabile che ci tocchi dormire in macchina”
“… ok, prendo una borraccia d’acqua, tutto il sacchetto di albicocche secche per la colazione di domani e una coperta di pile”
La neve si presenta subito dopo aver passato Aix en Provence, ai bordi delle strade, sugli alberi, un po’ ovunque. Ma Koris è narcolettica e si addormenta a intervalli regolari. Si risveglia a Sisteron, dove si lascia la strada nazionale per gettarsi su un sentiero oscuro. La neve comincia a presentarsi non solo ovunque, ma in grande quantità.
“Onestamente pensavo peggio, se la strada continua così per mezzanotte arriviamo”
Anche la traversata delle non meglio identificato Gorges è tutto sommato tranquilla. Tranquilla se non si pensa di essere su una strada innevata che ha un baratro sulla sinistra. Il Camino de la Muerte di noi altri, insomma.
Passato un fuoristrada riverso in un fosso, Koris si illude che il peggio sia alle spalle. Ma illudersi è una Koris-specialità, sopratuttto di fronte a una salita che più che asfalto pare una pista da sci. La 106 arriva fino a metà, perché è l’equivalente francese di una Panda e ti sorprendere quando meno te lo aspetti. Poi si ricorda di essere l’equivalente francese di una Panda e scivola ignobilmente all’indietro.
“Prendi il volante che vado fuori a spingere”
“Koris non prende un volante da quando ha preso la patente, la neve poi è una condizione sconosciuta alla Koris-guida”
“Allora scendi e vai a spingere”
Nonostante l’arrampicata, i Koris-muscoli restano delle pippe assurde e poco ci manca che Koris non diventi una sottiletta surgelata sotto le ruote della 106. Ci si arrende all’evidenza, così non si può passare.
“Chiediamo a qualcuno delle case qui attorno se ha delle catene da prestarci”
“Ma è mezzanotte”
“Male che vada ci accampiamo”
Caso vuole che sia una vecchia Marsigliese in vacanza che sta pascolando il cane proprio in quel momento. Non ha catene, il suo cellulare non prende. L’unica cosa che può eventualmente offrire è un tetto per la notte. Poi miracolosamente il cellulare di Koris ha segnale, si riesce a chiamare.
“Siamo bloccati sulla salita che porta a Eourres!”
“Eourres?” si stupisce la vecchia “Ma qui siamo a Sallerans, per arrivare a Eourres dovete proseguire ancora due chilometri passate le Gorges”
Bloccati sulla strada sbagliata. Geniale.
Si riprende sulla giusta via. Fino ad un’altra salita. L 106 illude e scivola. Nel frattempo è l’una di notte. Il telefono ha rinciato a prendere chilometri fa. La temperatura esterna è di sette gradi sotto zero. In macchina ci sono due zaini da Siberia, un materasso a due piazze piegato in sedici e Koris che sbocconcella uvetta per dimenticare. Lo scenario è da “Shining”.
Quando ormai ci si convince che tutto è perduto e che presto da un cespuglio spunterà Jack Torrance con un’ascia, all’orizzonte compare un furgone con le calze. No, non è un’allucinazione da congelamento, è proprio un furgone con le calze. Che si offre di rimorchiare la 106 fino a Eourres. Trainati ignobilmente, si inizia a salire. Il cavo si stacca una volta, pronto intervento del freno a mano, riattaccare il cavo. Si risale, la 106 prende velocità. Il cavo si stacca. La 106 continua, riprende velocità, passa un tornante in barba alle leggi della fisica. In abbrivio, arriva al parcheggio di Eourres alle due di notte. Koris trova una cioccolata calda e cannella ad aspettarla, dopodiché si abbandona al materasso uscito (ed espansosi a dismisura) dal cofano della 106.
Eourres si rivela essere un villaggio di 150 anime, la maggior parte un po’ hippy fissati con l’agricoltura biologica e la vita in comunità. Sotto la neve è persino carino. Koris ne approfitta bassamente per fare foto e una passeggiata in solitaria.

eourres

Eourres, dove vivono i fricchettoni.

zucche

Zucche in comune. Prendete e mangiatene tutti.

passero

Koris impara ad usare il teleobiettivo.

reud

E no, non c’è niente di freudiano in queste foto.

picchio

Un picchio!.

Per pranzo, una pasta al pomodoro per dieci e un concerto improvvisato per batteria, chitarra e tastiera. All’impromptu, per dirla signorilmente. La giornata termina in una serata confusa a base di vino caldo. Cinque litri di vino caldo, per la precisione. Koris si ritrova a trangugiare zuppa insipida e a lavare scodelle per trenta persone, l’attività più utile mai registrata dell’inizio del dottorato. Il tutto termina in bellezza con la scommessa “dieci persone riusciranno ad entrare in una cabina telefonica?”. Koris viene assoldata per documentare l’azione.
Scacciato un orrendo cane calvo messicano di nome Franklin dal materasso in espansione, si va a dormire alle undici che paiono le tre di notte.
“Ma se stamattina andassimo a fare una passeggiata al Trou de la Lune?”
Koris è decisamente l’ultima persona a tirarsi indietro se si tratta di passeggiate sulla neve. Anche se l’essere umano medio sprofonda fino al ginocchio e Koris fino alla coscia. Ma sono dettagli. Ficca quindi un po’ d’acqua, la reflex e del cibo nel suo fido zaino e parte.

strada

Visto così non si direbbe, ma faceva quasi caldo.

ghiaccio

Koris-pretese artistiche.

neve

Neve brillante ovunque.

Durante il tragitto Koris compone un’ode alle sue scarpe da montagna, che si riducono nelle peggiori condizioni pur mantenendo i piedi asciutti. Quando gli acquisti dell’Amperodattilo si rivelano azzeccati. Al collega, la truppa viene raggiunta da due cani, per la gioia di Koris, serenamente fobica dei quadrupedi. Fra la neve fino alle cosce, orlo dei pantaloni surgelato e piante spinose, l’ascesa continua. Fino a una simil-falesia che avrebbe strappato un colossale “belin!” al vertiginoso Orso. Ma Koris è un’arrampicatrice in guanti di lana, quindi preferisce non prendere in considerazione l’ipotesi “e se scivolo?”.

dirupo

Dirupo innevato, ci piace così.

Sulla cima spazzata dal vento, si spezzano pani e formaggi, in compagnia dei due quadrupedi che attentano al pranzo. Nel frattempom il cielo è blu, l’aria è tersa e sembra quasi di essere in vacanza. Koris assapora la liberatà da camoscio che tanto le piaceva quando era baby-Koris e saltellava per le pietraie della Forcola, incurante degli sbalanchi che si aprivano sotto di lei. Koris è sempre stata un po’ testa di minchia, bisogna ammetterlo.

zaino

Koris-zaino a carico medio (quello con i colori decenti).

panorama

Roccia, neve e cioccolato, this is the way.

gaia

Gaia, uno dei due cani che hanno accompagnato l’ascesa.

“A questo punto sei pronta per il Sudamerica, se hai portato lo zaino fino qui e sei salita senza fare storie”
“Guarda che io, fra l’Amperodattilo prima e Lerry poi, ci sono nata pronta”
Nel frattempo ci si dà a un’inconsciente discesa in velocità, qualcuno persino in bob. È ancora da accertare perché non ci siano stati cadaveri. Al ritorno a Eourres si decide di festeggiare l’evento con una colossale cioccolata calda. In mutande, perché i pantaloni possono essere venduti alla Findus.
Al tramonto si rientra. La 106 è sepolta dalla neve caduta non è chiaro quando. La si scongela con qualche difficoltà. Dopodiché si carica l’orrido materasso, una cassa di verdure donate dalla comunità e una madre irresponsabile più figlio piagnucoloso da depositare a Sisteron. La discesa è più tranquilla della salita.
“Ma se prima di rientrare a Marseille ci prendessimo una pizza?”
“Io credo di avere sei euro o poco più”
“Io cinque. Una pizza in due, andata”

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: