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Graminacee, vaccini e acqua bollente

Ovvero tendenze autodistruttive di Koris e dove trovarle. O meglio, distruttive e basta, che in tempi pandemici l’integrità strutturale è passata di moda. Quella mentale non era già da prima, quindi figuriamoci adesso, è regredita allo stato di vecchia carabattola, nemmeno un pezzo di modernariato vintage. Alla fine venerdì ‘thieu si è deciso ad andare a recuperare Koris a Neutronland e andare nel Vercors a fare speleo. Fin lì le intenzioni, fra le intenzioni e la realtà c’è come al solito un abisso. Durante il viaggio Koris ha beneficiato di un reflusso di ricordi molesti, siccome sono passati negli stessi luoghi visitati col Sonno Della Ragione nel 2013, compreso il villaggio di Chamaloc dove il tubo di scappamento della macchina disagiata venne riparata con un pezzo di aspirapolvere trovato nella spazzatura. Lasciamo perdere che è meglio.

Per arrivare alla grotta ‘thieu millantava che bastava una mezz’ora di marcia in piano, cosa che si è rivelata essere un’insidia del marketing: il dislivello era sì nullo, ma compensato con discese e risalite di doline in mezzo al bosco, senza sentiero, fra tronchi caduti e con un non trascurabile bagaglio speleo sul groppone. Fra l’altro sfacchinata sterile causa crisi brutta-brutta-brutta (e non di Koris, per una volta) nel pozzo di ingresso, quindi niente, marcia indietro e pive nel sacco, già pesante di suo.

Proprio mentre Koris pensava che, precipitazioni a parte, non poteva andare peggio, si sono palesate le sue nemiche degli ultimi tempi: le graminacee. O meglio, una particolare graminacea di montagna, non si sa quale, che cresce nei pascoli a bassa quota e che provoca una spropositata risposta del Koris-sistema immunitario. Siccome l’evento si verifica in maniera aleatori e massimo due volte l’anno, è alquanto difficile trovare un rimedio. Si tratta comunque di un evento faticosissimo, tant’è che la domenica Koris non voleva più uscire dalla sala sotterranea dello Scialet des Chuats perché fuori c’erano le graminacee che volevano farle violenza nasale e sessuale (potrebbero trovare un modo più contenuto per riprodursi, insomma, sei liberissimo di impollinare chi vuoi e come vuoi, ma a casa tua, cos’è questa ostentazione di polline davanti a tutti, ci sono i bambini…). Koris è rientrata a Marseille per votare a pezzi e con la voglia di svitarsi naso e occhi.

Lunedì aka ieri era il giorno della tanto agognata seconda dose, accessorio fèscion che dovrebbe essere un mai-più-senza del 2021. Siccome Koris è innanzitutto una persona seria e una trentaquattrenne ma senza il trenta davanti, si è presentata al centro vaccinale con la sua maglietta metal. Ha quindi fatto ridere il medico all’accettazione, che cercava di decifrare i nomi, dicendo “qualora vi foste dimenticati di aggiungere i metalli pesanti al vaccino, li ho portati da casa”. Perché è sempre bello farsi riconoscere in qualità di adulti funzionali.

La maglietta metal in questione, con Koris dentro

L’iniezione in sé è andata comme un lettre à la poste, con un altro medico gentilissimo che ha promesso “non sentirà nulla” e così è stato. Koris continua a chiedersi perché tutte le iniezioni e prelievi fatti in Francia le hanno portato davanti gente comprensiva, mentre in Italia è sempre stata liquidata con un “ma figurati se hai paura”. Ma magari è solo sfiga e non siamo qui per fare gli Europei dei sistemi sanitari nazionali.

Koris si era ripromessa di fare mille cose nel tragitto fra il centro vaccinale, invece si è ritrovata a casa col cervello completamente resettato. Forse ci installa Windows 11, dipende se Bill Gates riesce a comandarla a distanza in virtù del presunto 5G. Comunque Koris si era presa la giornata libera per essere del tutto improduttiva, e così ha fatto.

Alla sera si sentiva abbastanza in forma da intestardirsi a cucinare, nonostante ‘thieu si fosse offerto di occuparsi di tutto. Ma no, quel male al braccio non era poi così tanto male, era per lo più una scusa per esclamare di quando in quando “bobo bras!”. E poi siamo onesti, essere fragili non è nella Koris-natura. Certo che Koris avrebbe potuto chiedere a ‘thieu di scolare la pentola d’acqua bollente coi pomodori in ammollo, ma mica sia siamo principesse da salvare. Koris afferra la pentola per il manico con entrambe le mani, muove due passi per la cucina in direzione del lavandino. Tuttavia, come tutti i prodotti Microsoft, anche il chip del vaccino cede nel momento del bisogno: braccio in segmentation fault, mano sinistra che molla il manico, pentola che danza nell’aria. Mano destra e piede destro lessati a dovere, acqua ovunque, dignità umana disintegrata.

Con tre arti su quattro fuori uso, Koris ha avuto una sorta di crollo verticale da vaccino, bruciatura e figura di merda. Ha passato il resto della serata stazionata sul divano, con mano e piede impomatati, braccio sinistro ripiegato e immobile, minacciando di avere un piede funzionale ogni volta che ‘thieu si avvicinava con scuse poco credibili come “tu veux un bisou?”.

Durante la notte Koris era talmente sfatta che le è apparso in sogno il sergente maggiore Pfizer che strillava ai suoi anticorpi “Chi ha parlato?! Chi cazzo ha parlato?! Chi è quel lurido stafilococco, adenovirus e parassita intestinale che ha firmato la sua condanna a morte?! Ah, non è nessuno, eh?! Sarà stato l’escherichia coli buono del cazzo!” più il credo della proteina spike. Queste cose non le inseriscono fra gli effetti collaterali. Che poi diciamocelo, sarebbe uno spot meraviglioso per la campagna vaccinale, riadattare ai vaccini l’addestramento di “Full Metal Jacket”, altro che primule, riaperture e cose pucciose.

Stamattina Koris pare essere un pochino di più in forma umana. Pare, eh. Almeno ha recuperato l’uso degli arti. Non resta che vedere se nelle prossime 24 ore il sergente maggiore Pfizer colpisce ancora.

Osteria numero mille

Koris scoprì la segreta cantica delle osterie in terza media, quando il compagno MM prese la nota sul registro più gloriosa della storia delle note dalla professoressa di lettere, ovvero “l’alunno MM canta a squarciagola le osterie in classe”. Da allora Koris si esibisce in simili gorgheggi quando qualcosa non va ma non si può dire apertamente. Il confinamento giova molto a questa pratica, perché in smartuorching nessuno può sentirti cantare.

“Koris, certo che potresti lavorare”. Uh, proprio. Al netto del vpn di Neutroland che è spinto da criceti obesi con l’enfisema, vista la velocità. E il database delle sezioni d’urto che ha tempi di riflessione geologici. E la tipa di FarFarAway che non capisce una gran cippa di minchia granché alle deconvoluzioni e allora fa proposte del cazzo inutili, volte solo a perdere tempo. Koris ha cercato di spiegarle che no, non si può fare la deconvoluzione di una cosa oscillante e il geniaccio se n’è uscito con “allora lisciamo le oscillazioni!”. La fisica, nel mentre, si buttava dalla finestra. Insomma, non c’è soluzione se non “Osteria numero mille”.

Koris dovrebbe trovarsi un/a/um tirocinante per la primavera e pensava di averla trovata nella persona di una tizia super motivata… che alla vigilia del colloquio ha scritto “ho trovato altrove, bye”. Doh. Koris aveva altri due candidati, di cui uno colloquiato oggi. Oltre alla verve degna di un verme piatto in un momento di pigrizia, il messere aveva le idee chiarissime, fra cui voler andare a lavorare come tecnico in un’azienda ma anche fare un dottorato, e non sapere se era al primo o al secondo anno. Ok, va bene, avanti il prossimo. Poi Koris fa pensieri da vecchia acida come “ai miei tempi ti mandavano a cacare per molto meno”. Ma si limita a canticchiare “Osteria numero mille”.

Vista la sua situazione precaria, Koris avrebbe voluto fare qualche application per darsi almeno una parvenza di stabilità. Però, dopo aver sguinzagliato le sue spie, Koris ha scoperto che nonostante gli annunci siano pubblicati, tutte le assunzioni sono bloccate più o meno dappertutto a causa coviddi. E poi c’è sempre la mitica politica del diminuire la massa salariale, quelle parole che fanno partire “il furore dilaga in città” e la voglia di esproprio proletario. Che poi si chiede di lavorare, mica di farsi mantenere aux frais de la princesse. Anche qui, “Osteria numero mille”.

E niente, come alla fine di ogni post, ci saranno tempi migliori nel frattempo porcatroia, tempi in cui si vivrà un po’ più in là della giornata e magari ci si addormenterà con un minimo di soddisfazione. Nel mentre “Osteria numero mille”.

Angolo motivazionale di Koris, a cui a breve verrà aggiunta “Osteria numero mille”

La memoria dei luoghi

Ci sono posti che nonostante il passare degli anni hanno conservato un ricordo impresso nella pietra, per quanto insignificante fosse parso sul momento. Una giornataccia che pareva scivolata via nel fluire del tempo e che invece è rimasta lì ad aleggiare. Come un save-point mal fatto giusto prima del disastro.

Koris non sapeva di aver lasciato un save-point alla Sainte Victoire. Non in maniera conscia, in realtà è un posto che le è sempre piaciuto. Non pensava che lo spirito di una giornataccia fosse rimasto lì a serpeggiare fra il calcare, una sorta di fantasma non placato e in attesa di rifarsi vivo. Che poi, a dirla tutta, è una di quelle giornate che sono state poste sotto sigillo dallo Cthulhu cerebrale di Koris, nella cripta dei ricordi che è meglio che stiano lì, in eterno.

Però esistono. Ed escono. Questo è uscito dal nulla, provocato da nient’altro che da un trio di arrampicatori che parte a fare una via lunga nel settore si Saint Ser. Non si configura come un ricordo, piuttosto come un pensiero fugace: “ecco, se mi fossi impegnata un po’ qualche anno fa magari ci sarei riuscita anch’io”. È una considerazione come tante, però funge da appiglio perché il ricordo risalga dal pozzo di Cthulhu.

Chiamalo malumore, chiamalo qualcosa che stona. Perché in questo punto, il tempo si divide. Ci sono gli altri, che vivono una giornata di marzo del 2020. E poi c’è Koris, che è lì di persona ma non di spirito. Lo spirito sta aleggiando sempre in quei luoghi, ma in un altro tempo.

C’è voluto un po’ per capire da dove venisse il problema. La sensazione di disagio, insomma, il prurito spirituale che ammantava tutto di una patina grigia. Il ricordo rigurgitato dal pozzo, per farla breve.

Era un 11 novembre del 2013, un giorno di festa in cui si era fatto ponte. Il SonnoDellaRagione, che aveva da poco detto a Koris “fra tre mesi ti lascio, ma nel frattempo possiamo restare assieme” (n.d.K. non iniziate coi commenti a base di “io lo avrei sfanculato subito, altro che tre mesi!” perché in quella situazione non ci eravate voi, thanks, little thanks and thanks to the dick), era fuggito a coccolare l’orto nelle paterne terre di VunciumeLandia. Una coppia di amici suoi, aspiranti indipendentisti contadini crudivori survivalisti e vattelapeschisti, gli aveva proposto di tornare un giorno prima e trovarsi per arrampicare alla Sainte Victoire. Il SonnoDellaRagione, bontà sua, fece partecipare anche Koris, probabilmente perché arrampicare in tre è noioso e gli serviva qualcuno che gli facesse sicura. Koris all’epoca non era ancora iscritta al Club Alpino ed era andata giusto qualche tempo prima ad arrampicare alla Sainte Victoire con gente letteralmente trovata su internet, le era tutto sommato piaciuto. Disse di sì.

Koris partì da Marsiglia carica di corde e ammennicoli perché il SonnoDellaRagione si portava dietro solo lo scarno culo. Partì in treno per Aix, in un viaggio della speranza perché da Marsiglia a Aix si va in bus, in treno sono circa trenta chilometri fatti a passo d’uomo per un euro a chilometro. L’orario convenuto era le nove e mezza. Gli amici in questione arrivarono alle dieci e mezza perché LOL, si erano dimenticati e ricordati all’ultimo. A Koris già giravano a raffica, ma voleva arrampicare.

Dopo aver fatto il grigri su zampe al SonnoDellaRagione, Koris aveva chiesto di provare una via lei, una via con un passo a strapiombo, ma se la sentiva. Solo che quello strapiombo, per essere passato, aveva richiesto una buona dose di ingiurie, parolacce e altre cose simili. C’era voluto un movimento fluido di piedi e bacino per arrivare al di là dell’ostacolo, un attimo di soddisfazione che a Koris era parso eterno.

Poi il volo. Perché il SonnoDellaRagione si rompeva troppo le scatole a fare sicura a Koris, non guardava mai, andava a sensazione. Anziché darle corda perché continuasse, tirò. Gli appigli di Koris non erano quel che si definisce impeccabili, i piedi scivolarono via. Koris si ritrovò al di sotto dello strapiombo, terrorizzata, incapace di continuare.
“Oh, che ne so io,” si giustificò il SonnoDellaRagione, impermeabile a qualunque responsabilità “ci stavi mettendo una vita, credevo stessi scivolando. Se proprio ci tieni, ricomincia.”

Certo, come no, facilissimo. Koris ci provò a fare buon viso a pessimo gioco, ma ormai la giornata era andata. Del resto, arrampicare con uno che ti fa sicura a cazzo di cane non è piacevole, aggiunge l’adrenalina di troppo a una situazione già scoppiettante.

Verso fine giornata, quando il sole ad ovest colorava d’oro le falesie, Koris aveva proposto al SonnoDellaRagione una via in 6a che aveva abbozzato la volta precedente, arrivando a metà. Il SonnoDellaRagione ci provò, arrivò in cima e commentò:
“Certo, sei riuscita a fare solo la parte facile. Ma se riesci solo ad arrampicare così male, tanto vale che smetti”

Questa cosa del “tanto vale che smetti” è sempre rimasta dentro Koris come una freccia mai estratta. E si fa ancora viva, di tanto in tanto, nonostante tutti i “ti piace? E allora basta, lo fai perché ti piace, non perché devi eccellere” di ‘thieu.

Ora, Koris non sa se c’è un esorcismo, un rituale Chud o un talismano portafortuna che permetta di fare pace con la memoria dei luoghi, soprattutto qualora ne spuntino altri dal pozzo di Cthulhu, che magari è caduto in prescrizione, vai a sapere. Se avete idee, sono sempre ben accette.

Che poi non è nemmeno un brutto posto, vale la pena farci pace.

La Tacchettina forse sei tu

Per chiunque si sia connesso a questo blog da un tempo inferiore a 5 anni, si sappia che la Tacchettina è un individuo proveniente dall’anno 2014, dal periodo in cui Koris insegnò all’università come temporanea presenza nel gruppo soprannominato i Cojones (Koris non lo sapeva, ma era un nomignolo comune). In particolare, la Tacchettina era l’individuo più insopportabile di tutti. In teoria anch’ella temporanea presenza, in pratica solida realtà attaccata alle chiappe della Capa-Moglie-Del-Capo come una ventosa a mezzo lingua. Campionessa di leccata di culo acrobatica, vellutata con i superiori e sgradevole con chiunque altro, si beava della promessa di un futuro posto all’università guadagnato con salamelecchi e lusinghe assortite, al limite del ridicolo. Koris non la sopportava, ma in tutta onestà un po’ la invidiava, perché la Tacchettina per quanto precaria aveva chi la proteggeva e le prometteva un futuro, mentre Koris e il suo orgoglio avrebbero ricevuto una pedata nel culo e tanti saluti.

Cinque e più anni dopo, Koris teme di essere passata dall’altra parte della Tacchettina, anche senza condividerne le considerevoli dimensioni del culo (Koris fat shamer, ebbene sì, ma voi non avete visto la Tacchettina vestita da sexy ape Maia). Sopratutto perché la MoglieDelCapo se la porta spesso dietro e perché ha pronunciato le parole “magari ti teniamo”. Koris ha avuto lontane reminiscenze di quando la Tacchettina faceva le fusa alla sua Capa di fronte alla promessa di un posto.

Koris non ha proprio fatto le fusa, ha avuto la sua reazione tipo: il terrore. Un po’ perché mai dai dare speranza, ch’ella è falsa mercanzia , un po’ perché la caduta nel Tacchettina-style è un attimo. Del resto Koris sa di avere poche capacità all’attivo, ricorrere alla leccata di culo per colmare le proprie mancanze è un attimo. Un po’ come quando alle elementari le dicevano “tu prendi ottimo perché sei la cocca della maestra”. Anche se Koris non è proprio sicura di essere migliore in adulazione che in fisica nucleare. Cioè, in questi periodo Koris non è proprio certa che ci sia qualcosa che sa fare davvero, forse le scartoffie, ma vabbè.

Ma tanto le illusioni sono di breve durata: lunedì si vuole discutere del suo inesistente lavoro e tutti gli impostori verranno al pettine, Tacchettina o meno. Anche se nel weekend Koris potrebbe avere uno stage speleo, non è scontato che torni tutta d’un pezzo dai cento metri del pozzo del Souffleur.

P.S. Comunque Koris non potrebbe essere la Tacchettina fino in fondo perché continua a portare i DrMartin. Anzi, forse sono gli stessi del post linkato sopra di sei anni fa…

L’imprinting della sveglia

“Io non ce la faccio a svegliarmi alle 6:15” dichiara ‘thieu zombie “Come poi tu possa prepararti e fare colazione per essere fuori di casa alle 6:35 mi è del tutto incomprensibile”Koris sorride. Certe cose non si improvvisano, certe cose si apprendono durante l’infanzia con prove a cronometro e anni e anni di sveglie organizzate. Organizzate nel senso che avevano la logistica di una campagna napoleonica.

La sveglia diversamente dolce iniziava dalla sera prima. L’Amperodattilo, all’epoca agli occhi di mini-Koris considerato un esemplare di Amperodactilus Infallibilis, tuonava di solito nel dopo cena: “la cartella va fatta prima di andare a dormire, non la mattina. La mattina si dimenticano le cose, si fa casino e si perde tempo”. Organizzazione fu la parola chiave della scolarità di Koris da quando ci furono da preparare cartelle. Non che vi si applicasse sempre, cosa che permetteva all’Amperodattilo di lanciarsi in epici cazziatoni.

Al mattino propriamente detto Koris veniva svegliata ad ore che la sua memoria ha rimosso per pudore. Di solito trovava U Babbu che aveva preparato colazione e le bon café. L’Amperodattilo di solito era già in fase di decollo, quando non già decollato. Koris faceva colazione e si vestiva coi vestiti che di solito trovava appesi alla maniglia del frigo, un’altra prova dell’Ampero-organizzazione. Ah, sì, c’era anche il grembiulazzo nero col collo bianco enorme, che a parlarne oggi pare uscito dal Devoniano. Baby-Orso dormiva beato in attesa della tata Vanna.

In epoche più tardive anche Orso si aggiunse al rituale organizzativo mattutino. Solo che essendo un ribelle nell’animo, fece svariati tentativi di sabotare il sistema dall’interno. L’Amperodattilo gli faceva la cortesia di svegliarlo per ultimo, solo per mettergli tutta la fretta necessaria.

Calzata e vestita, Koris veniva caricata in macchina per il tragitto verso la scuola. Una volta giunti a destinazione, U Babbu attuava la tecnica del “ti lascio in corsa”, equivalente del fantozziano “autobus al volo”. La macchina rallentava, Koris si catafotteva fuori dalla portiera  (con buona pace dei moderni seggiolini intelligenti) e U Babbu ripartiva alla volta del liceo. Koris attraversava la giungla dei giardini della scuola, per presentarsi sulla soglia all’inizio del cosiddetto pre-scuola, alle ore 7:30.

Alle medie l’orario del “ti lascio in corsa” era diventato così mattiniero che in assenza di pre-scuola a Koris vennero date le chiavi del portone degli zii, siti davanti alla scuola. Di solito, una zia di buon cuore la faceva salire e contemplare ZuVenturino che faceva colazione prima di andare a prendere il treno. Altrettanto di solito, bisognava fare piano perché la Cuginastra dormiva ancora.

Al liceo Koris si imbucava in classe grazie al pass VIP di U Babbu, nascondendosi dalle bidelle mannare. Se le congiunzioni astrali lo permettevano, si imbucava anche Iset, appena calata col bus della Barriera Valbormidese.

Il primo imprinting non si scorda mai, quindi anni di università e simili non hanno fatto perdere a Koris le antiche abitudini logistiche. È quindi il possibile il miracolo del saltare fuori dal letto, vestirsi, colazionarsi e lavarsi per essere fuori di casa in meno di venti minuti, il tutto a meno di tragici imprevisti. Finché dura.

Un venerdì tredici di dieci anni fa

Dieci anni fa, il cielo sopra Boulogne era di un azzurro così azzurro che faceva quasi dimenticare di essere nelle nebbie di Avalon. E Koris aveva addosso un nervosismo raro. Qualche ore dopo, era sbronza, con una corona d’alloro in testa e addosso, sopra la camicia, una maglietta che diceva “Ci vuole un fisico bestiale”, col disegno del dottor Cortex.

Dieci anni fa, una vita o un lampo fa, Koris si laureava di triennale dopo aver passato i sei mesi precedenti a cristonare perché doveva laurearsi a ottobre e mannaggia a Bazilla e all’esame di microelettronica, che se ci fossimo ricordati cos’era l’anti-logica e come circola la corrente nei FET era fatta. Ora, a distanza di dieci anni, con le fosse debordanti del senno di poi, sarebbe cambiato qualcosa? Probabilmente no, ma all’epoca era una tragedia.

Koris era la prima volta che indossava una roba che assomigliava in maniera vaga a un tailleur e aveva una preoccupazione in particolare: non cadere dai due centimetri di tacco. Poi sì, c’era anche una tesi da discutere con Bazilla in commissione, ma sarebbe stato peggio finire a culo per terra durante la presentazione. All’epoca Koris aveva ancora parte di quella beata incoscienza per cui “non ho mai visto una discussione di laurea, ma che sarà mai”. Non che non fosse già control freak all’epoca, ma forse c’era ancora un residuo di sicurezza di sé. O forse all’epoca era giovane, vai a sapere.

Quel venerdì tredici, e fu meraviglioso laurearsi di venerdì tredici, Koris imparò un sacco di cose, come quanto sia bello poter condividere un momento di gioia scatenata con la banda di pazzi che, all’occorrenza, ti riporta a casa nonostante tu insista che ce la fai benissimo a camminare dritta, basta solo comprendere le geometria non euclidea. Comunque Koris era già stordita dall’alba, non c’entrava lo champagne, tant’è che uscendo dalla proclamazione strinse la mano solo al presidente Forinosama e non al resto dei presenti, cosa per cui il Relatore la prese in giro fino alla discussione della magistrale.

La Koris di oggi, sotto un cielo di Provenza che potrebbe essere più azzurro e meno nuvoloso, un po’ invidia la Koris di ieri, che a quest’ora aspettava il bus 17 della 8:20. E non per i dieci anni in meno. O forse sì. La vecchia Koris, al netto delle insicurezze che con l’età sono peggiorate, ci credeva un sacco. O almeno, quel venerdì 13, quando verso le cinque giaceva più che brilla sul letto e piagnucolava ascoltando “Faith of the heart”, era convinta di essere finalmente sulla strada giusta. Perché quella corona d’alloro col fiocco verde, uguale a tante altre ma a cui Koris sotto sotto teneva tantissimissimo, era il simbolo che tutta quella fatica ad arrivare lì non era stata in vano, che da allora le cose avrebbero preso il verso giusto.

Oggi, vuoi l’indecisione, la vecchiaia incombente, il vivere alla giornata, la Koris del presente sente di aver in qualche modo tradito l’entusiasmo di quella poco più che ventenne che dieci anni fa si sentiva il mondo in mano.

Ricordi lontani

In questi giorni su Twitter è comparso un messaggino (sì, ora ci facciamo ispirare i post da Twitter) che invitava a condividere il primo ricordo nitido. L’idea a Koris è parsa carina.

I primi ricordi di Koris sono un intorno dell’era pre-Orso.

Koris si ricorda seduta su una pila di cuscini in un ristorante di Siena, mentre mangiava patatine nel suo ultimo viaggio da figlia unica in quel di Montepulciano.

Un altro flash è quando i Maiores la hanno portata ad occhi chiusi in camera sua, dove ha trovato il letto nuovo, a ponte, bianco e rosso. Col senno di poi, si faceva posto all’Orso in arrivo. Orso che Koris avrebbe voluto chiamare Alessandro Becco Giallo, ma non le hanno dato retta.

Oppure una sera, sul terrazzo. Koris in piedi sul fu tavolo di metallo smaltato bianco, l’Amperodattilo che indica il pianeta Venere basso sull’orizzonte.
“Vedi? Quella stella cambia nome. Alla sera si chiama Vespero, al mattino Lucifero.”
Qualcuno direbbe “prove generali di satanismo per under 5”.

Un ricordo più strutturato è l’arrivo di Orso. Nella sua nuova cameretta, Koris si svegliò una mattina di luglio del ’90 e trovò U Babbu, in pigiama azzurro, in mezzo al corridoio che le annunciò l’arrivo del (allora) mini-plantigrade. C’era la Cuginastra che dormicchiava sul divano, poiché Orso ebbe la buona idea di nascere nel cuore della notte una settimana prima del dovuto (e da lì capì che arrivare in anticipo non era il suo stile).

Koris ricorda anche che di lì a tre giorni, proprio mentre baby Orso prendeva possesso di metà della camera, lei si sfracellava il mento sul giardino di marmo della cucina. Tanto per aggiungere casino al casino.

E oggi Koris ha preferito scriverlo qui perché, un pochino, la funzione del blog è anche questa: il ricettacolo delle Koris-memorie, anche di quelle sedimentate nei neuroni più profondi.

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