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Speleo Things, stagione boh

“Certo, è sempre comodo avere in squadra un fenomeno del genere”

Dove il fenomeno sarebbe un essere umano al di sotto di un metro e sessanta, nella fattispecie Koris. Che si sarebbe anche un po’ rotta annessi e connessi di essere il fenomeno e nello stesso tempo il portachiavi attaccato all’imbrago di qualcun altro, sicuramente un maschio. Ma andiamo con ordine.

Che questo sarebbe stato anche un anno buono per le esplorazioni pirenaiche, capiamoci. Mica capita sempre di trovare, dietro un cunicolo infame, la bellezza di 125 metri di pozzo. Spezzettati in P40, P35 e P50, ma pur sempre 125 in tutto. E battezzati rispettivamente Zio Gatto, Zio Fagiolo e Zio Maiale, o “la trilogia degli zii” secondo i gusti. Anche belli grossi di diametro. C’era di che essere contenti di passare da -80 a -200 in un lampo e senza doversi aprire la strada nella roccia. Però…

… però stando alle teorie dei geologi locali a -200 si doveva atterrare coi piedi nel tanto sospirato fiume sotterraneo. Invece nada, nisba, manco una goccia d’acqua. Solo un meandro strettissimo che aspira tutta l’aria possibile e immaginabile, segno che c’è qualcosa dietro ma che non si offrirà al prezzo scontato della Trilogia degli Zii. Questo ha dato luogo a malumori generici, ma si sa che chi troppo vuole nulla stringe. Certo, basterebbe che qualcuno trovasse la voglia di andare ad allargare passaggi a misura di pipistrello.

E qui veniamo al punto dolente. Perché allargare passaggi è un lavoro di gruppo, soprattutto a -200 in una grotta non proprio agevole che tende a mangiarti energie con le sue strettoie e i suoi cinque gradi. L’ideale sarebbe stato alternarsi, fare turni, chi scende un giorno e chi scende l’altro. Invece no, nada de nada, l’intero lavoro è stato sbolognato alle capienti spalle di Koris e ‘thieu (di solito di pessimo umore). Quindi non avanza alla velocità sperata, ci si demoralizza e si fanno i musi. Sì, anche in vacanza.

Che poi Koris a dirla tutta si incazza anche. Perché passa sempre quella scarsa, niente più che un portachiavi attaccatto all’imbrago di ‘thieu, che in quanto maschio è invece titolare. Del resto sono maschi, loro, raccontano le loro millemila imprese e ce l’hanno sempre più grosso, mica fanno cose “da femminuccia”. Poi chiedi una mano per far risalire dal fondo della grotta due trapani e si scusano tutti che non possono; forse se ce l’hai davvero così grosso finisce che nel meandro stretto si incastra. Morale della favola, è la scarsa Koris a scendere al quasi fondo a tirare su un trapano, aiutare ‘thieu a far passare l’altro trapano nel meandro e a riportare un peso non trascurabile al campo base. Si vede che sono quelle le cose da femminuccia.

Koris ha passato le due settimane a ripetersi che l’anno prossimo fanculo tutti e se ne va coi piemontesi su Marguareis. Oppure organizza un campo per soli cromosomi XX, così non c’è il rischio che qualcuno resti bloccato a causa di Impareggiabili Parti troppo grosse. E le uniche salsicce ammesse saranno quelle fra le patate (inserire qui risate registrate), ma solo al forno.

Che poi oh, se non ci fossero i piselloni di sorta sarebbe stato anche un anno buono…

P.S. Grande assente: lo smartPhogn di Koris, che al giorno due di campo speleo ha deciso di abbandonare questa valle di lacrime e testosterone, per raggiungere il ben più ambito empireo dei telefoni cellulari. Koris è rimasta senza connessione al mondo per due settimane, perdendosi tutto quello che è successo sull’internet e nel mondo. C’è mancato poco che si accaparrasse due pecore e che la situazione divenisse permanente, con annessa riconversione professionale in pastora pirenaica.

Caldazza e buchi che soffiano

Del tutto non richiesto è arrivato il caldo afoso marsigliese demmerda e nessuno ne sentiva davvero il bisogno. Koris è già spiaggiata sul divano a fare il cosplay della Piattola con l’Edgar-Abito e resterà così fino a un calo delle temperature. Oppure finché non salperà per le fredde e umide lande dei Pirenei ad agosto, che ad oggi pare lontanissimo. Invece che nell’epoca del riscaldamento globale Koris preferirebbe vivere un inizio di era glaciale, invece abbiamo sbagliato pure era in cui vivere, malimortanguerrieri.

Nel week-end Koris ha accompagnato due giovani speleologi alla loro prima uscita nel Vercors, al mitico Trou qui Souffle, ovvero il buco che soffia già protagonista di un’odissea nel 2015. Stavolta però si è usata l’accortezza di attenersi ai tempi di percorrenza sotterranei e di non raddoppiare la durata dell’uscita. L’obiettivo era -200, ma visto lo stato delle truppe ‘thieu ha patteggiato per fermarsi a -150. Koris ha iniziato a lamentarsi che non si fa più nulla di un po’ impegnativo, che molto bello accompagnare i novizi, ma lei voleva farsi quattordici ore di speleo per arrivare al sifone di Pasqua Sud e uscire strisciando sulle gengive. E di essere quella più scarsa della spedizione, invece di dover rassicurare persone dicendo che in fondo un P30 è un pozzetto, che saranno mai 30 metri di vuoto sotto al culo, suvvia. L’ultima volta che Koris si è lamentata della mancaza di cose complicate si è ritrovata a -450 in una grotta per gente “gratinata” (col cervello gratinata, in questo senso).

Koris dovrebbe seguire un training su un codice determinsta demmerda per tre giorni della settiama prossima. Qualcuno ha prenotato una sala, poi hanno detto che il training sarà via Skype. La prospettiva di passare tre giorni chiusa in una sala a seguire un training via Skype è agghiacciante e non nel senso buono.

Per il resto boh, fa troppo caldo per mettere in fila pensieri coerenti.

Marseille assomiglia parecchio all’inferno

Il cerchio è chiuso

Dopo anni-secoli-millenni di fifa nei pozzi rivelatasi del tutto ingiustificata (o almeno, ingiustificata per una speleologa che in teoria dovrebbe saper fare), Koris si è decisa a rimettere il culo in carreggiata e il discensore in un pozzo serio. Solo che quando la tua vita va a brandelli è difficile riportare le chiappe sulla giusta via, quindi Koris ha iniziato a chiudere il cerchio della paura solo nel 2019, dopo tre anni di tentennamenti, terrori e altre cose poco lusinghiere. Poi vabbè, è successo quel che è successo, coviddi, confinamenti e coglioni girati, perché quando il Cetriolo Cosmico ci si mette fa le cose per bene.

Il primo cerchio è stato chiuso giusto un attimo che si chiudesse l’universo per la seconda volta nel 2020, alle Doline. E nonostante la soddisfazione di essere riuscita a calarsi giù per quel gustoso pozzo di 50 metri che le tendeva le braccia dal 2017, Koris non era contenta. C’era ancora una macchia su sul cv speleo e quella macchia era il maledetto Thipauganahé, che ha dato origine alla catena di terrore dei pozzi nell’ormai non vicinissimo 2016.

È dovuta passare un po’ di acqua sotto ai ponti perché Koris trovasse il coraggio di rimetterci piede e di non reagire d’istinto rispondendo “Thipaucaca” (maturità prima di tutto). Un afoso giorno di giugno il coraggio è arrivato e Koris ha fatto opera di persuasione verso un malmostoso ‘thieu che era più propenso a restare sul divano per lamentarsi del caldo.

Il giorno designato ‘thieu era del suo solito non-gaio umore, Koris ha sollecitato lo stesso.
“Hai paura che andiamo e che io non riesca a scendere?”
“Un po’ sì”
Koris è quindi entrata nello stesso stato d’animo di quando, qualche millennio fa, quello stronzone di Lerry l’aveva iscritta senza tempo alle regionali di atletica. Che si può riassumere con “te lo faccio vedere io”, ma in verità è un po’ più elaborato e contempla l’opzione “ok, vabbè, avevi ragione tu”, che nella vita non si sa mai. Ad ogni modo, c’era tensione nell’aria, Koris non era sicurissima della riuscita dell’impresa, ma era abbastanza persuasa a provarci.

Il Thipau non è cambiato e Koris ha riconosciuto la macchia di alberi in cui ha vagato nel buio di quel tardo pomeriggio di febbraio in cui non sapeva bene se era davvero viva o se era solo una manifestazione della sua stessa fifa. Questa volta c’erano sani sani 25 gradi di più e un sole implacabile. Koris ha iniziato a ripetersi che è un essere umano abbastanza cambiato rispetto al 2016, al di là del discorso che le cellule si rigenerano ogni sette anni e altra amenità del caso. E poi l’imbrago è un comodo modello col sottocoscia e ben regolato, non quel cesso rosso preso da una cantina perché quello ufficiale era sfilacciato e regolato alla buona. Alla fine tutto quel casino era solo colpa dell’imbrago, vero? Vero?!

‘thieu ha armato la grotta in quanto armare e combattere i propri demoni interiori non è proprio semplicissimo e per una volta Koris voleva una cosa semplice. Della grotta in sé Koris non ricordava granché. O meglio, non ricordava i primi due pozzetti perché probabilmente all’ultimo transito era in uno stato mentale alterato e vedeva i draghi. Non si ricordava nemmeno bene la sommità del maledetto pozzo che in tutto fa 80 metri, di cui 40 in un tubo di due metri di diametro e gli altri 40 nel vuoto. Come cadere dall’intestino in un gabinetto, amis les pöetes bon soir. Koris ci ha messo le chiappe dentro, che tutto sommato era già un bel passo avanti, visto che fino a non così tanto tempo fa la cosa sarebbe stata parecchio difficile.

Il Thipau e il suo pozzo-cesso

Poi giù per il tubo. A differenza del resto, Koris ricordava abbastanza bene il tubo, così come aveva impresse nelle memoria tutte le prese a cui si attaccava in lacrime perché “non mi fido dell’imbrago, è troppo largo, ci cado attraverso” (no, non sarebbe stato possibile). Anche il frazionamento di mezzo del tubo era impresso nella Koris memoria, come uno di quei posti in cui non passeresti più di tanto tempo. E invece questa volta ha approfittato del paesaggio perché al di sotto c’erano problemi logistici.

“C’è la corda tutta arrotolata”
“Senti, sei tu che hai deciso di buttarla dall’alto, eh…”
“E ho rischiato di ammazzarmi”
“IN CHE SENSO SCUSA??”
“Ho fatto male un nodo e stava scivolando. Vabbè, non mi sarei proprio ammazzato, ma comunque ora scendo…”

Che poi era tutto quello che Koris voleva sentire proprio nella grotta in cui lei aveva pensato di non sopravvivere. Grande momento di solitudine: che facciamo, ritentiamo una prossima volta che potrebbe anche essere mai? I presupposti non sono rassicuranti e in questo posto ci sarebbe bisogno di un po’ di rassicurazioni e per adesso non è che ne abbiamo ricevute granché…

Però ormai siamo qui, ci sono solo quei trascurabili quaranta metri che dividono Koris dal suolo. Nel vuoto. A quel frazionamento protagonista di una crisi di nervi coi fiocchi, dove le stalattiti ti guardano negli occhi e se le fissi troppo iniziano ad assomigliare a zanne pronte a mordere. Ok, forse stiamo divagando. Se non fosse quel frazionamento sarebbe un frazionamento come tutto gli altri, no? A parte i quaranta metri sotto al culo che insomma, se fossero solo dieci sarebbe meglio…

Quaranta metri di buio, quaranta metri di corda che scivolano nel discensore mentre Koris lo fissa perché attorno c’è solo nero o un fotone disperso su una parete lontana. Poi la terra rossiccia, prima i piedi, poi le chiappe perché le gambe hanno una strana consistenza gommosa. Il frazionamento adesso è quaranta metri più in alto, Koris è a terra. Viva. Dopo più di sei anni di terrori, plus peur que mal.

Panini, test fotografici di ‘thieu che stampano flash a piena potenza sulla Koris-retina, poi si risale, sperando di non fare come Orfeo che si è bruciato nella salita tutti i frutti della discesa agli inferi. Quaranta metri di vuoto in un imbrago da cui non si cade più, quarante metri di tubo, un totale di ottanta metri di sudore. Koris arriva in cima al P80 sentendosi come il personaggio di uno scabercio fantasy motivazionale che ritrova il suo potere scoprendo che il suo peggior nemico in realtà è se stesso. ‘thieu disarma perché “ho fatto troppo casino”, Koris esce per i pozzetti rimanenti portandosi attaccati al culo il sacco foto e un sacco di corda.

E nella calura pomeridiana la maledizione del Thipau è infranta, Koris sentiva che era anche l’ora. Forse se quel giorno del 2016 avesse deciso di starsene a casa invece di rimediare un imbrago di fortuna, tutto questo non sarebbe stato necessario. O forse sì, perché certe cose sono inevitabili e se devono succedere poco importa il luogo (‘thieu il pragmatico risolve la question con “è successo, l’abbiamo gestita, passiamo oltre”). Però adesso Koris è tornata ad essere una speleologa decente, l’incubo del pozzo del Thipau è finito e possiamo iniziare a divertirsi. ‘thieu ha preso la palla al balzo e ha proposto l’Aven Aubert col suo agevole P100, seguito dal P140 della Muraille de Chine, però solo in inverno e sottozero perché altrimenti c’è dentro una cascata. Tanto per stare tranquilli.

Imbuti degli Inferi e spingitori di speleologi

Avvertimento: speleopost denso di tecnicismi e di cose luride, avventuratevi a vostro rischio e pericolo.

Già da venerdì sera si erano create due scuole di pensiero: quella di ‘thieu, ovvero “non ci chiameranno mai prima di mezzogiorno per l’esercitazione del soccorso speleo”, e quella di Koris che è la solita “meglio essere pronti a tutto, carichiamo la macchina”. Stallo messicano, macchina caricata in parte, roba mezza pronta a mezza no, dettaglio che si rivelerà fondamentale.

Sabato, ore 9:30. ‘thieu dall’alto della sua tronfiaggine lava pavimenti ripetendo “poi per mezzogiorno ci muoviamo con calma”. Suona il telefono di Koris, che arriva troppo tardi per rispondere, quindi suona il telefono di ‘theiu. “Ci serve Koris, adesso. E anche tu, ma più tardi”. Koris piazza un TeL’AvevoDetto in canna, si raccatta quello che è pronto e si parte per le assolate colline fra il Var e le Bouches-du-Rhone.

Sabato, ore 10:30. Si arriva in loco dove ci sono i responsabili del soccorso speleo, qualche giovincello e il nulla cosmico. Koris fa appena in tempo a mettere un piede fuori dalla macchina che viene placcata dal capo della baracca.
“La tua roba è pronta? Va incontro al resto della squadra e pronti a partire fra dieci minuti”
“Dovrei solo farmi un panino…”
“Hai ‘thieu, delega”
Koris esegue un veloce ‘sudo make me a sandwich‘, quindi va ad incotrare il resto della prima squadra assistenza vittime composta da giovani e meno giovani, tutti accomunati dalla voglia di non fare un gran cazzo di niente. Ma le squadre non si scelgono e Koris non è capo-squadra.

Sabato, ore 11:10. Dopo emozionante trasferimento per strade sterrate nel cofano della jeep dei pompieri, si arriva all’ingresso dell’Imbuto della Piana degli Inferi. Koris c’era già stata in soccorso speleo nel 2016, non le era piaciuto per nulla, ma non è lì per apprezzare l’estetica del luogo. Si inizia a scendere e Koris trova armi che non sono per niente di suo gusto, corde piazzate male che obbligano a spenzolare da una parte all’altra di un pozzo, placchette avvitate solo a metà, attriti su roccia che sarebbe meglio anche no. Koris si limita a dare qualche giro in più a viti posate un po’ troppo alla svelta, bestemmia spesso contro chi ha armato chiamandola VecchiaDiMerda, perché la gentile signora si crede stocazzo sotterraneo e fa commenti sgradevoli, quando uno stage di tecniche di base le sarebbe utile (Koris, dopo 48 ore sei ancora incazzata? Always).

Imbuti degli Inferi e spingitori di speleologi, su Rieducational Channel!

Sabato, ore 12:10. Si arriva al meandro del fondo, quota 150, in un’ora e cinquecentosessantaquattro bestemmie. La vittima, accompagnata dalla gentile signora di cui sopra, è un gagliardo maschio che lamenta dolori al petto e che, data la diagnosi, se fosse vero sarebbe morto da qualche ora. Inizia a consumarsi il dramma della grandissima voglia di non fare una ciolla. Fancazzista#1, il caposquadra, delega i ruoli, quindi sparisce dai radar per organizzarsi un angolo tranquillo, maledicendosi per non aver portato il telefono e le casse. Fancazzista#2 e Fancazzista#3 fanno un pallido tentativo con la radio sottrranea, abbandonano quasi subito decretando che non funziona. Fancazzista#4 fa qualche andata e ritorno nel meandro portando sacchi, per il resto è diversamente utile. Fancazzista#5, in quanto pompiere, fa il bilancio medico della vittima alla buona, ottima scusa per ritornare in superficie. Non si è ancora scoperto cosa abbia fatto Fancazzista#6, ma verosimilmente una mazza. Fancazzista#3 e Fancazzista#5 dicono che vogliono essere fuori per le 14, quindi accompagnano su la Vecchia che tanto non ha niente.

Sabato, ore 13:00. Koris è riuscita a convincere Fancazzista#4 per costruire una tenda termica per la vittima, il problema è che il meandro è largo un metro e scomodo, la tenda termica è un affare gigantesco pensato per sale dal diametro importante. Koris si barcamena con elastici, mollette e sempre tante colorite imprecazioni. Alla fine si mangia perché si muore di fame. Fancazzista#2 fa una cosa utile e porta due fette di salame.

Sabato, ore 14:00. Koris chiede se non si dovrebbe fare un bilancio dello stato della vittima, Fancazzista#1 risponde che tanto sono isolati dalla superficie, cazzocene. Si torna a parlare della rava e della fava.

Sabato, ore 15:00. Koris si rompe il cazzo e fa il bilancio dello stato della vittima perché hai visto mai. Fancazzista#4 si infila nella tenda e, nonostante la pronunciata scomodità, inizia a russare. Di Fancazzista#1, #2 e #6 nessuna notizia.

Sabato, ore 16:00. Arriva la linea telefonica, si può parlare con la superficie. Arriva anche un rivelatore di ossigeno che rivela una concentrazione di 18.2% su un minimo sindacale di 19, ecco perché respirano tutti come Darth Vader appena muovono un dito. Allargare il meandro con gli esplosivi sarà difficile, la barella non passerà, saranno uccelli per diabetici. Al telefono dicono che sta scendendo un medico vero per valutare lo stato della vittima.

Sabato, ore 17:00. Arriva il medico, Fancazzista#1 declina ogni responsabilità e incarica Koris di assisterlo. Il medico si mette a sparare termini tecnici che Koris riesce ad annotare solo grazie a un recente rewatch della serie “ER”. Il risultato assomiglia più a Stanis La Rochelle nei panni del dottor Giorgio, ma sono dettagli. Pare che sia arrivato il cambio per la squadra assistenza vittime, quindi si può uscire. Fancazzista#6 fa un cameo per dire “ah, io non ho fatto una mazza tutto il tempo”, per poi risalire senza prendere nemmeno un sacco per tenere fede al suo proposito. Fra polvere e ossigeno rarefatto, Koris risale su corda in stato semicosciente. Per fortuna non è l’unica ad avere l’impressione di essere finita a -600, a fronte di un misero -150.

Sabato, ore 19:00. Fuori, si respira a pieni polmoni. Si aspetta che la jeep dei pompieri passi a riportare tutti al campo. Nel frattempo si sentono battute di dubbio gusto, del genere “c’est pas bien quand la canicule s’emballe, mais c’est pire si les cannibales s’enculent” perché l’umorismo è quello che è.

Sabato, ore 20:00. Arriva la jeep che sbarca una consistente prima squadra di evacuazione fra cui ‘thieu. Koris ne approfitta per lamentarsi. ‘thieu la rassicura dicendo “hanno fatto le squadre per la notte e tu non ci sei, non ho visto il tuo nome sul tabellone, quindi hai finito”. Nella Koris-testa si creano scenari piacevoli di una cena consumata con calma, una notte nel confortevole sacco a pelo, preparare il caffè a ‘thieu per quando uscirà domattina.

Sabato, ore 20:10. Si arriva al campo base, Koris fa il suo trionfale ingresso sotto la tenda degli organizzatori. Quindi lancia un grido di dolore vedendo il suo nome a lettere cubitali sotto la mansione “squadra evacuazione 2”. ‘thieu ha mentito, pagherà caro, pagherà tutto.
“Ma a che ora ripartiamo?”
“Nella notte”
“Nella notte nel senso le quattro?”
“Più probabile che sia l’una, conviene che andiate a mangiare”
Koris, con un odio infinito per l’universo conosciuto, fa riscaldare un orribile cous cous alle verdure già pronto, aromatizzato con alcheni e cicloalcani. Mangia anche del pane senza niente perché ha fame, lo stomaco chiede se ‘ste verdure di merda sono solo un antipasto, quando arrivano le salsicce e le patate cotte nella sugna d’anatra? Per un lungo attimo Koris medita di ingurgitare anche una zuppa liofilizzata scaduta nel 2017 e trovata al fondo dell’equipaggiamento da campeggio, poi decide di darsi un contegno. Dolce non pervenuto, frutta nemmeno, bestemmie quanto basta.

Sabato, ore 21:00. “Pare che si parta a mezzanotte”. In seguito all’annuncio, Koris si dice che sarebbe carino dormire un paio d’ore,quindi si infila nel sacco a pelo con sottotuta speleo e puzza e di sudore. Come in parecchie circostanze della sua vita in cui è indicato il riposo, non ha sonno nemmeno per sbaglio. Per altro c’è qualcuno che russa come una sega elettrica nella tenda di fianco e da qualche parte si sentono i giovini che stanno discutendo a volume improbabile.Koris si maledice per non aver portato il lettore mp3. Sono quasi le 22 quando riesce a chiudere gli occhi in una parvenza di fase REM…

Sabato, ore 22:10. “Koris, sveglia che dobbiamo partire!”. Koris emerge dal suo sonno appena abbozzato, guarda l’orologio al polso e si lamenta.
“Ma non si era detto di partire a mezzanotte?”
“Contrordine, bisogna dare una mano alla squadra evacuazione uno che sono lenti”
Koris si rimette la tuta che ha lasciato circa due ore prima e va nella tenda comune per preparare il materiale. E qui si consumano i drammi. Il capo-squadra questa volta è un giovane volenteroso ma Incasinato, all’appello c’è anche Fancazzista#2 della missione precedente, qualche individuo mai visto ma che si crede stocazzo solo perché dotato dell’Impareggiabile Parte; per fortuna ci sono anche l’Astronomo e l’Ape Maia (che è un abbondante messere il cui soprannome deriva più da trascorsi col miele che dalla sua costituzione). Koris osserva gente che prende corde troppo corte,fettucce dinamiche quando servirebbero statiche, moschettoni e pulegge scelti perché fanno fèscion. Koris propone di prendere un trapano perforatore, Incasinato si stupisce.
“Perché vuoi prendere un trapano?”
“Perché potrebbero mancare degli armi nei pozzi per montare gli armi dei vari recuperi, sarebbe saggio portarlo”
“Ma no, usiamo degli armi naturali”
“Io sono già scesa e di naturale non ne ho visto mezzo”
“Vabbè, allora prendi il trapano, ma assicurati che le batterie siano cariche”
“Sì, ok, sono le basi, dove trovo una protezione per il trapano?”
“Lo portiamo senza, piuttosto le batterie sono cariche?”
“Sì, sono cariche, ma senza protezione il trapano arriva a pezzi. E poi serve anche una saccoccia con martello e piantaspit”
“Mi sa che si saccocce non ce ne sono, piuttosto le batterie sono cariche?”
“CRISTIDDIO SÌ, ma con le batterie e senza martello non si va da nessuna parte”
“Ho visto che c’è una mazza da cantiere da qualche parte, vabbè, è unpo’ pesante, altrimenti cerchiamo dei sassi in luogo”
Koris si sfava definitivamente e va dal consigliere tecnico a dire che senza saccocce possiamo anche tornare a dormire, abbandonando la vittima al suo triste destino. Il consigliere arriva, si incazza, fa smontare tutti i sacchi. Per miracolo compaiono le saccocce e la protezione per il trapano. Fatica infinita per rifare tutto, poi si può ripartire. Koris bofonchia imprecazioni perché ne ha piene le palle di passare per scema quando sono gli altri che fanno casini.

Sabato, ore 23:30. Ah, shit, there we go again. Si raccatta all’ingresso della grotta un’Idrogeologa masochista che vuole dare manforte. Si torna nell’imbuto. Koris per fortuna è assegnata all’atelier con l’Astronomo fino alla base del P30. Si piantano spits a mano perché il tanto vituperato trapano alla fine è utile altrove.Al posto telefonico si sentono lamentele perché non si hanno notizie della prima squadra di evacuazione, forse è il caso che qualcuno vada a sincerarsi che siano vivi.

Domenica, ore 01:30. Succedono cose confuse, Koris e l’Idrogeologa si scambiano confidenze anche se non si conoscono, scoprono di essere coetanee e si spartiscono del cioccolato alla base del P30. Si trasferisce materiale da una parte all’altra della cavità secondo il collaudato metodo “il lupo, la capra e il cavolo”. La vescica di Koris si fa viva e chiede attenzioni.

Domenica, ore 02:30. Nel P30 piovono sassolini, che lancianti da 30 metri di altezza non è che facciano piacere. Koris urla contro uno degli Stocazzari in cima al P30, quello le risponde che è la vita, mica può anche stare attento a dove mette i piedi, oh. Altri Stocazzari nel pozzo più in basso si fanno infamare dall’Astronomo perché non sanno usare un trapano. La Koris-vescica manda solleciti.

Domenica, ore 3:00. Si sente un rumore poco rassicurante dalla cima del P30 assieme a un’imprecazione dell’Ape Maia. Koris ed altri, alla base del P30, si inquietano.
“Cos’era quel rumore?”
“Ahem, avete presente quel masso incastrato su cui siamo passati tutti da stamattina, proprio sotto l’armo?”
“Sì, che c’è?”
“C’è che non è più incastrato e adesso si muove”
Si fa vivo lo Stocazzaro dall’alto.
“Se vi spostate lo faccio cadere”
“MA COL CAZZO PROPRIO, rischi di rovinare la corda e non possiamo nemmeno toglierla”
“E allora?”
“Vi mandiamo il trapano, piantate due chiodi, legate il masso esperiamo che regga”
Seguono lunghi attimi di silenzio mentre il trapano vola su per il P30. Nascosta sotto una sporgenza, Koris pensa che è proprio una brutta fine morire spiaccicati e con la voglia di pisciare.

Domenica, ore 3:30. Il masso è stato ancorato con successo, Koris e l’Astronomo risalgono il P30 per andare a preparare l’ultimo paranco prima dell’uscita. Pausa in cima al P30 con scambio di convenevoli con l’Ape Maia e lo Stocazzaro. La Koris-vescica potrebbe esplodere.

Domenica, ore 4:30. All’uscita del meandro, Koris riesce finalmente a trovare un angolo per pisciare, visto che la situazione stava virando alla tragedia. Al telefono dicono che ‘thieu e un’altra della prima squadra stanno uscendo in anticipo per evitare ingorghi, visto che le due squadre di evacuazione hanno finito per incontrarsi. Koris e l’Astronomo discutono di quanto maschilismo ci sia nelle formazioni scientifiche. Ogni tanto qualche fine umorista mette della musica techno nel telefono, siccome la diplomazia è al minimo Koris gli urla di smetterla.
“Ma è musica? Pare che abbiano registrato il tamburo della lavatrice sul programma centrifuga”
“Devi essere fatto per considerarla musica”
“Allora non siamo abbastanza fatti”

Domenica, ore 5:00. Arriva ‘thieu e si aggiunge per un po’ alla conversazione. Si lamenta che è stanco e che i pozzi del fondo sono troppo stretti per far passare la barella. Beve ed esce. Passa altra gente, Koris sequestra materiale per montare il suo paranco.

Domenica, ore 6:00. Il paranco è montato, lo stomaco fa presente che sarebbe ora di colazione ma non c’è né tempo né colazione. Pare che la barella sia alla base del P30 e che ci sia un gran casino fra contrappesi e coglioni appesi.

Domenica, ore 6:30. La barella arriva al paranco manovrato da Koris in solitaria. Vittima di almeno 80 kg contro la titanica potenza di 50 kg scarsi di Koris. Maledizioni perché quel paranco doveva avere almeno altri due rinvii, ma mancavano le pulegge. Al ritmo di “tira! tira adesso!” e “trazione di dieci centimetri, non di più”, Koris si scortica le mani sulla corda nonostante i guanti.Domenica, ore 7:10. La vittima è fuori. Koris vorrebbe uscire, ma deve lasciare passare gli altri.

Domenica, ore 7:30. Esce anche Koris, fra gli ultimi. Non ha sonno, ha soprattutto fame.

Domenica, ore 8:10. Si torna al campo base. Koris pensa che tutto sommato potrebbe infilarsi in tenda a dormire un po’, ma appena apre uno spiraglio viene investita da un solido muro di puzza: è ‘thieu che se ne sta spalmato e sudato nel mezzo, a russare. Koris ripiega per pisolare fuori dalla tenda, dove non si rischia l’anossia per la seconda volta in ventiquattr’ore.

Domencia, ore 9:qualche. Il capo base si anima, Koris si sveglia,’thieu si sveglia. Si consuma un dramma perché si scopre che il giorno prima, nella fretta della partenza, nessuno ha preso né latte né cacao, solo caffè. E non c’è niente di solido da mangiare. Koris ricomincia a mangiare il suo mix di frutta secca e frutta candita, pensando che ormai ne ha mangiati talmente tanti che sta per trasformarsi in un fottuto scoiattolo. Torna in auge l’opzione “zuppa liofilizzata scaduta nel 2017”, quando ‘thieu riesce a mendicare una bustina di té all’astronomo.

Domenica, ore confuse. Mentre si mette a posto il materiale, si soffre il caldo. ‘thieu fa la contabilità oraria.
“Quindi sono entrato alle otto di sera e uscito alle cinque del mattino, in tutto fanno…”
“Nove ore”
“Mica male. E tu?”
“Otto ore”
“Eh, vedi? Per quello sono stanco”
“Più altre otto di notte”
“Va bene, va bene, non dico più niente”

Domenica, ore 12:00. Aperitivo più debriefing. Koris vorrebbe dire tante volgarità ma si contiene perché tanto che non serve a niente. Fancazzista#3 del giorno prima giustifica la sua incapacità a usare la radio con “è stato spiegato a noi che siamo due ragazze, non possiamo mica capire queste cose tecnologiche per i maschi”, Koris è sul punto di rispondere che siccome la radio non usa il pisello come antenna non è una questione di genitali, ma di cervello. Poi ci facciamo le pugnette sull’inclusività, quando ci si sabota così… vabbè, lasciamo stare. Si passa un tempo indeterminato a lungo a discutere di stronzate come dotare il filo telefonico di elastici e chiodi per fissarlo meglio. Koris vorrebbe mettere un test d’ingresso per la partecipazione al soccorso speleo, perché non ci possono essere così tanti coglionazzi in circolazione. Siccome sa di essere già bollata come “quella che urla sempre”, preferisce non infierire, ma rumina.

Domenica, ore 15:00. Casa. Doccia. Merenda ad orari improbi. Oblio dei sensi.

La fragile bellezza del sottoterra

C’è una ragione per cui si prendono armi e bagagli e, anche con la benzina a prezzi proibitivi, si fanno tre ore di macchina un venerdì sera per arrivare nel nulla cosmico dell’Aude. In barba alle tossine lasciate un po’ in giro dal coviddi, all’insonnia importante e al GPS che una volta usciti dall’autostrada a Narbonne fa passare per le vigne immerse nell’oscurità (che si tratti di vigne si scoprirà poi, sono solo campi nelle tenebre). Visto che si è partiti un po’ rintronati, si inizia a fare l’esegesi di tutto quello che potrebbe essere rimasto a casa, ma a quanto pare c’è tutto.

C’è una ragione per cui un sabato mattina si acconsente a ritrovarsi alla scandalosa ora delle otto del mattino, di fianco a un ruscello in secca o quasi. C’è una grotta da qualche parte, una grotta che ha richiesto anni e anni di scavo da parte di accaniti speleologi che hanno creduto al refolo d’aria che soffiava fra i blocchi informi. Si striscia, si scende, si scivola, ci si bagna sulla medusa di calcite, si impreca perché senza imprecazioni si gode solo a metà.

E poi si arriva nelle gallerie che la natura ha tenuto per sé per millenni, nel buio eterno dove per millenni ha intessuto meraviglie di cristalli leggeri come neve, decorazioni fragili cresciute molecola dopo molecola a creare una bellezza che non sembra di questo mondo. E infatti forse non lo è, visto che in quel regno i fotoni non mettono piede e la vita come la conosciamo non è di casa. E mentre ti chiedi se uno spettacolo del genere non fosse davvero riservato a nessuno o se sia solo il caso che fa le cose per bene, ti trovi circondato da forme irreali: abeti bianchi, porri che pendono dal soffitto, nuvole candide spalmate sulla roccia. Tutti vecchi di secoli, tutti pronti a cedere alla più piccola goccia d’acqua che vi scivola sopra.

E con gli occhi che luccicano di fronte a tanti scintillii, mentre le lampade giocano sui piani di riflessione dei cristalli, hai la risposta alla levataccia mattutina e alla benzina a caro prezzo: sì, ne valeva la pena.

E in tutto ciò

Koris non è sparita col malloppo dopo la conferma dell’indeterminato, mandando qualcuno a timbrare il cartellino al suo posto come un truffaldino impiegato comunale. No, non si è nemmeno presentata al lavoro con giornale e settimana enigmistica, declinando ogni incarico con la scusa di essere troppo occupata. Però ci stiamo lavorando. Dovremmo forse anche trovare una blog-categoria per questa cosa, che non sia “pentole a pressione nucleare” perché è un po’ lunghetta.

E a proposito di pentoloni di uranio, in questi giorni la vita di un fisico sui social network è messa a dura prova dai neo-diplomati esperti di sicurezza nucleare. Questo non è un blog di divulgazione perché Koris non è capace, qui non si parla di situazioni geopolitiche in quanto troppo complesse da sviscerare in maniera ottimale, tuttavia Koris si sente di dire una cosa: i reattori non sono programmati per esplodere. La cricca di fisici e ingegneri non è una sorta di Umbrella Corporation con l’obiettivo di irradiare il pianeta e farcirlo con una croccante panatura di frammenti di fissione. In linea di massima sanno quello che fanno, esistono verifiche su verifiche, non si va a naso chiedendosi “signò, so’ due etti e mezzo de plutonio, che faccio, lascio? Se le avanza ci fa una testata nucleare”. Dulcis in fundo, per un numero limitato di incidenti gravi ci sono migliaia di ore di funzionamento nominale, quindi forse bisognerebbe rivedere un po’ la percezione del rischio. Fine dell’excursus che meriterebbe un post a sé con competenze che Koris non ha.

Tornando a minchioneggiare, sabato Koris ha rifatto dopo anni, secoli, millenni un pozzo di cento metri, venduto come P66 più P37. Avrebbe voluto anche armarlo, ma quando c’è troppa gente Koris si sente sotto pressione e fa stronzate (un aspetto a cui bisognerebbe lavorare). Però tutto sommato fino a due-tre anni fa sarebbe stato impensabile anche solo riuscire a motivarsi per mettere le chiappe nel pozzo, quindi possiamo considerarla una vittoria. Miracoli della tranquillità ritrovata, questa crisi dei pozzi avrebbe dovuto passare molto più rapidamente, ma quando hai già altri cazzi nella vita di tutti i giorni i problemi si ingigantiscono.

Per restare in tema, pare che Neutroni Porcelloni abbia un certo numero di “casseruole al culo”, termine francese che indica metaforica polvere ammassata sotto al tappeto e scoperta al momento sbagliato. Si parla di management del terrore, mobbing, umiliazioni e gente spremuta fino all’ultima goccia. Niente che Koris non sappia già o che non abbia sperimentato sulla propria pellaccia, ma leggerlo nero su bianco in qualche modo legittima certi sentimenti che in quell’epoca parevano esagerazioni della Koris-testa. E si conferma che mollare Neutroni Porcelloni va archiviata fra le migliori idee delle Koris-esistenza.

Continuando su argomenti sensibili, l’editor del Koris-malloppo è missing in action per ragioni della sua VitaVera. Koris è un filo indispettita perché questa storia si sta trasformando nella tela di Penelope quando dovrebbe volgere a una conclusione. Ma visto che non si può andare a prendere gente per la pelle delle chiappe, al momento si deve subire. In compenso Koris ha all’incirca deciso di rimettersi in esercizio cercando di scrivere una paginetta di “cose a caso” al giorno (tecnica battezzata con Junior “il metodo mini-Sanderson”), tanto per vedere se è ancora capace.

Sul lato letture, Koris ha capito che Neil Gaiaman non è proprio il suo autore preferito, ma era anche l’unica scelta sensata dallo spacciatore di libri usati, i cui scaffali vuoti o pieni di fuffa non danno molte alternative. Koris teme di dover abbandonare la sua libreria di fiducia, visto che fra pagamenti online impossibili e forniture scarse comprare un libro è diventato complicato; venerdì è andata senza un’idea in testa alla libreria dei ricchi (dove va ‘thieu, per capirsi), ne è uscita con un gialletto marsigliese della trilogia di Fabio Montale e un libro scelto del tutto a caso. Il secondo è “Il bazar dei piccoli miracoli”, scelto col criterio “ma sì, leggiamoci un autore giapponese contemporaneo”, e Koris non vuole preventivamente sapere se fa schifo. Che vita difficile.

Nota di chiusura: questo post poteva intitolarsi cose come “un’esistenza quasi normale”, ma dopo l’ultimo titolo del genere è arrivato il coviddi, quindi magari anche no.

Basso profilo che la sfiga ci vede benissimo

Speleo-bagni di mezzanotte

Ed ecco qui, dopo due anni di assenza perché col vairus certe cose non si possono fare, torna lo speleopost con un po’ di soccorso speleo in tutto questo disagio. Molto disagio, acquatico per di più. Andiamo con ordine.

Il disagio è arrivato anche via mail, con un cambiamento di destinazione all’ultimo minuto: invece dell’inaccessibile Aven Mouret, il soccorso speleo ha deciso di ripiegare su una meno originale e più battuta Grotte de la Castelette. Koris s’era già rotta le scatole alla sola idea, anche se la Castelette è stata la sua prima uscita speleo in assoluto, almeno fino a un ostacolo malefico dall’evocativo nome francese “voute mouillante”, ovvero “la volta che banga” senza significati soft-erotici (ci torniamo dopo, all’ostacolo speleo, non al significato post-erotico). Il soccorso speleo aveva però previsto di andare oltre, al fondo che Koris non aveva mai visto ma che immaginava come una sorta di passeggiata per un fiume sotterraneo, al massimo con l’acqua fino alle cosce.

Il primo disagio è stato di ordine organizzativo, perché se per l’Aven Mouret Koris e ‘thieu avevano previsto di soggiornare in loco già da venerdì sera, la Castelette dista solo 45 minuti da casa. ‘thieu propendeva per arrivare sabato mattina, con calma, Koris ha insistito che dovevano essere lì presto perché si erano ingaggiati già per venerdì sera. Alla fine è stato il solito miscuglio fra i due, si sono presentati in loco alle nove, su una Sainte Baume su cui stava sorgendo un sole caldissimo.

Le prime squadre erano già partite, cosa che sotto sotto ha irritato Koris, perché di solito si trova nelle prime squadre che partono. Che si fa, quindi? Magari qualche missione fino alla voute mouillante senza passarla, qualcosa di supporto. Insomma, ci siamo scomodati a portare la muta per nulla. Dalle nove a mezzogiorno Koris staziona davanti al posto di comando ricevendo ordini e contrordini, muta sì, muta no, pronti a partire fra mezz’ora, non partite prima di stasera, non si sa in che squadra ti hanno messo. Questo fa sì che né Koris né ‘thieu pensino a montare la tenda per la notte, convinti che tanto sarebbero usciti dalla grotta all’alba (pare un dettaglio trascurabile, invece no).

Alla fine Koris si trova nella squadra che dà il cambio all’assistenza vittime, situata al fondo. La squadra, di quattro individui più Koris, si rivela essere “potrei essere tuo padre”, ma anche di gente che fa la Castelette integrale quattro o cinque volte all’anno, quindi vanno spediti verso l’ingresso. “Andate che poi a una certa ora mandiamo il cambio anche voi” dicono gli organizzatori, sapendo di mentire.

Koris entra già con la muta, la neoprene di 3 mm comprata ben undici anni fa per fare vela e in cui entra ancora la fierezza di chi non ha mai cambiato una taglia dopo i 14 anni. Supera l’ingresso che nel 2015 le era parso strettissimo, supra il P20, supera la medusa di calcite. Ed eccola lì, in tutto il suo non-splendore, la voute mouillante: un passaggio basso con l’acqua a diversi livelli. Il livello della Castelette è l’acqua fino al naso, una sacca di dieci centimetri in cui respirare. Per fortuna è una breve tortura di un metro e mezzo. Mentre una squadra cerca di pompare via l’acqua (ci vorranno ore per guadagnare altri 20 cm), Koris si butta e afferra la corda che guida il passaggio. Non è stato un passaggio piacevole: fra l’acqua che entra nella muta, il naso sott’acqua, il casco che raschia contro la roccia e i piedi che non toccano il fondo, Koris è stata felice che fosse un passaggio breve.

Letteralmente questa (photo credits: Philippe Crochet)

Koris si era bellamente illusa che il peggio fosse passato, che ormai fosse solo una passeggiata un po’ acquatica; grossolano errore. Koris inizia col sudarsi l’anima, nonostante la muta bagnata, in un passaggio di blocchi caotici in cui non si passa sui blocchi, ma sotto. Quindi si torna in acqua, in una successione di vasche, cascatelle e passaggi del genere. Arrivata sul bordo di una vasca chiamata l’Acquasantiera, Koris scivola malamente e finisce in acqua di testa come nei cartoni animati. Dopo le imprecazioni e le bestemmie, l’Acquasantiera dovrebbe cambiare nome.

Dopo passaggi a quattro zampe nell’acqua e passaggi in cui tocca nuotare con svariati chili di roba addosso, si arriva in vista del sifone finale, nonché della finta vittima. Che sta giocando a briscola nella tenda riscaldata con alcuni speleologi che avrebbero dovuto piazzare equipaggiamenti, ma questa è un’altra storia. La squadra assistenza uno se ne va, la squadra assistenza due prende le redini della situazione in attesa della barella per iniziare l’evacuazione. Koris sa che questi sono i momenti di calma di cui bisogna approfittare prima che la situazione degeneri, quindi si fa un panino (annacquato) col paté nonostante sia piuttosto l’ora di merenda; il tutto sotto il poncho da grotta, perché dopo il bagno integrale non fa caldissimo. Attorno c’è gente che mangia patatine col cappuccino liofilizzato, per aumentare il disagio ambiente.

La barella arriva portata da ‘thieu e altri un’ora dopo. ‘thieu si ammutina subito dalla squadra evacuazione per far parte di una più tranquilla squadra recupero del telefono filare. Koris inizia a riempire bidoni e sacchi da portarsi dietro per seguire il finto ferito e fare un bilancio dello stato di salute ogni ora. Sorge subito il problema di cinque sacchi per quattro persone, per cui uno verrà portato a rotazione.

Inizia quindi l’evacuazione più raffazzonata della storia perché il conterranei del SonnoDellaRagione (e come te sbagli?) pensano di saltare ostacoli con la sola forza bruta. Tanto se la barella con vittima scivola in una vasca che ci frega, l’importante è non perdere tempo a mettere corde di sicura. O a cambiare corde con segni evidenti di usura. Siccome la squadra evacuazione ogni tanto cincischia, l’assistenza vittime aka Koris e i “potrei essere tuoi padre” ogni tanto prestano gambe e spalle per far avanzare la barella, quando dovrebbero solo portare i sacchi e assicurarsi che la finta vittima non diventi vera. I bellimbusti dell’evacuazione ogni tanto scordano sacchi in giro, quindi Koris si ritrova in fretta con il suo sacco designato e un altro sacco personale di un non meglio precisato “casco verde”. Giostrare due sacchi quando si nuova o quando si superano passaggi vertiginosi (senza corda, vuoi mica perdere tempo) non rientra nella top ten delle piacevolezze sotterranee.

Breve excursus termodinamico sulla muta di Koris. Le mute funzionano bene se sono bagnate tutto il tempo, creando una sorta di strato caldo fra la pellaccia e il neoprene. La Koris-muta riusciva ad asciugarsi fra un ostacolo acquatico e l’altro, facendo in modo che Koris potesse provare l’ebrezza dell’acqua a tredici gradi come se fosse sempre la prima volta. Numero di calorie spese per riscaldarsi: immenso e non reintegrato, perché la frutta secca di fiducia, unico elemento che mantiene Koris viva, si trovava nel sacco stagno che è troppo una menata aprire a intervalli regolari. Koris ha pensato per un attimo di soddisfare il bisogno di una vescica piena da ore e ore, poi s’è detta che è o troppo vecchia o troppo giovane per pisciarsi addosso. No, la Koris-muta ha l’apertura sulla schiena, quindi non c’è una maniera indolore di trattare la pratica.

Koris iniziava a non poterne più quando alle undici, dopo sette ore sottoterra, si è giunti di nuovo in vista della voute mouillante. La squadra di pompaggio all’andata aveva promesso “non la riconoscerete al ritorno perché non ci sarà più acqua!”. Balle: si riconosceva benissimo. La squadra che doveva dare il cambio a quella di Koris è stata soppressa, quindi la missione continua. Fatta passare la barella, Koris inizia a soffrire psicologicamente perché dovrà nuotare ancora e bagnarsi muta e capelli, per uscire nella notte in cui ci saranno nove gradi se ci dice bene. La sofferenza psicologica, la fame atavica e la pisciata insistente fanno sì che il resto della cavità, senza difficoltà evidenti, sembri durare anni, secoli, millenni. Un ingorgo alla base del P20 non aiuta.

Ormai è l’una di notte quando Koris mette il naso fuori dalla grotta, sotto una volta stellata che solo temperature attorno ai due fottutissimi gradi possono garantire. Fuori c’è un tizio con le casse che ascolta musica techno e Koris vorrebbe spingerlo giù dalla falesia, per vedere quanti rimbalzi ci vogliono per far tacere smartphone e casse bluethoot. Si contiene perché a) vuole solo togliersi la muta bagnata, b) ha bisogno di pisciare. I vestiti caldi e soprattutto asciutti sono un dono divino che non è mai abbastanza apprezzato quando si vive nella civiltà. Purtroppo non si può fare niente né per le scarpe bagnate, né per i capelli che sono soltanto umidi e non fradici come si temeva. ‘thieu è l’ultimo ad uscire dalla grotta, quindi ci si incammina per la scarpinata di un’ora fino al campo base.

Le due di notte sono suonate da un pezzo quando si arriva in vista della macchina. I nostri eroi non hanno nessuna tenda montata e pronta ad accoglierli perché hanno erroneamente pensato che sarebbero usciti a mattina inoltrata. Lì vicino c’è un gruppo elettrogeno e qualche squadra uscita prima di loro che sta facendo l’aperitivo (?) con ancora più casino del gruppo elettrogeno, quant’è bella giovinezza che rompe il cazzo tuttavia. Koris se ne esce con una proposta rivoluzionaria: “E se ce ne tornassimo a casa a dormire?”. Mozione approvata all’unanimità. I due si cambiano le scarpe e si mettono in macchina, sgranocchiando grissini nel cuore della notte. Diretti verso Marsiglia, verso la doccia e soprattutto verso un letto vero.

Foto promozionale della Castelette di qualche anno fa (credits: ‘thieu)
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