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Va où le vent te mène

C’era una volta, durante il secondo lockdown, una Koris parecchio scoglionata. Un po’ perché doversi sorbire un secondo lockdown scoglionerebbe chiunque, ma soprattutto perché tutti i suoi bei progetti di fossilizzarsi a Neutronland erano appena andati in frantumi (Koris è una grande egoista per quanto riguarda le preoccupazioni, si sa). Visto che nonostante l’anno e mezzo di contratto che le rimaneva Koris si sentiva in scadenza come una mozzarella dimenticata nel frigo, decise di mandare a spasso il suo cv non proprio impeccabile.

Il successo fu scarso, a dirla tutta. Nonostante i posti richiedessero competenze che rientravano nella lista “cose che Koris finge di saper fare”, il cv veniva spesso rimandato indietro con poche parole. “Deve essere il coronavairus” dicevano tutti, cosa assai poco rassicurante perché il vairus non pareva (e non pare tutt’ora) intenzionato a togliersi dai piedi in tempi brevi. Erano gli sgoccioli del mese di febbraio, sotto un coprifuoco seccante, quando Koris trovò un annuncio dello stesso sito di Neutronland ma di un altro istituto, in cui si cercava qualcuno che contasse neutroni in reattore. Koris si disse letteralmente che se un individuo senza laurea né qualifica alcuna può fare il ministro degli esteri, allora forse un’ex particellare può fare fisica dei reattori. E comunque non c’era granché da perdere, salvo l’onore, ma quello è andato da tempo.

Era l’allegro (spoiler: no) lockdown numero tre, al mese di aprile, quando giunse una mail che chiedeva “sarebbe disponibile per un colloquio su Skype per il posto X?”. Nemmeno a dirlo, Koris manco si ricordava di aver mandato un cv per il posto X, ma tant’è, sembrava brutto tirarsi indietro. A Koris, ottimista per natura, sembrava che il colloquio fosse andato da male a malissimo; quando poi il messere annunciò “abbiamo anche il dottorando del nostro gruppo che ha applicato”, l’impressione dominante era di metterci una bella croce sopra. Il Capo di Neutronland si fece vivo qualche giorno dopo dicendo “un messere è venuto a chiedermi tue referenze”, Koris si inquietò non poco perché le ultime referenze date dal Capo erano state “ah, sì, lavora per me, se avete domande chiedete”, non proprio entusiasmanti.

Passarono dieci giorni di silenzio in cui a suon di pietre sopra, la faccenda era diventata un dolmen. Poi dal nulla “sarebbe disponibile per un colloquio su Skype con il capo del laboratorio e il vice-capo?”. Vabbè, non facciamoci mancare niente. I due giocarono al poliziotto bravo e poliziotto cattivo: uno si mostrò moderatamente entusiasta, l’altro disse “se la reclutiamo in un posto del genere lei si annoia” (magari decide Koris se si annoia o meno?). Insomma, poco di che stare allegri, durante un terzo lockdown anche meno.

Altri dieci giorni di vuoto cosmico, poi si fece viva un’assistente che chiese “sarebbe disponibile a un colloquio su Skype con un capo dallo stipendio di giada?”. Il capo dallo stipendio di giada, in Skype-call da una stanza piena di modellini di Star Wars, ebbe le stesse perplessità sull’envetuakle noia, poi chiese a Koris come se la cavava a gestire progetti. Koris rispose che gestisce tutto quello che vuole, pure la pulitura del cesso se necessario. Si concluse con “vabbè, vedremo”.
Ci volle solo una settimana perché si facesse vivo un assistente della capa suprema delle risorse umane a chiedere “è disposta a un colloquio Skype con la mammasantissima delle risorse umane, nonché un test attitudinale?”. Koris fu tentatissima di rispondere che il test attitudinale potevano metterselo dove non batte il sole, che non chiedi fenomenali poteri cosmici per poi dover anche fare uno test di pseudo-psicologia con la stessa attendibilità della lettura dei fondi di caffè (o delle interiora ovine, per chi non è cruelty-free). Poi Koris venne ridotta a più miti consigli e fece il test comunque, rispondendo alla meno peggio e con una buona dose di “ma sì, che me frega, fra un anno mi apro un canale iutub in cui mostro quando si può essere n00b in qualunque videogioco primi anni 2000”. Il colloquio durò 45 minuti su un’ora prevista, cosa che secondo Koris era il solito infausto presagio.

Era giugno e Stagista J stava vegetando davanti allo spettrometro gamma quando suonò lo smartphogn di Koris. Sulle prime Koris fu tentata di non rispondere, dato l’alto numero di chiamate spam ricevute. E invece “la chiamo per annunciarle che il posto di fisico dei reattori è suo, le proponiamo di iniziare il primo settembre, le risorse umane le manderanno tutte le scartoffie da riempire”. Momento di giubilo, ma anche di grande sbandamento lavorativo-emotivo, Stagista J ne approfittò per non fare una mazza tutto il giorno. Koris parlò col Capo dicendogli che però a lei sarebbe piaciuto restare lì; il Capo disse che non era il caso di accollarsi il rischio, che certi treni passano una volta sola, e poi le prospettive di carriera, che nella vita non si sa mai, la crisi, il coviddi e chi più ne ha più ne metta.

Koris decise di accettare mandando un dossier formato da millemila documenti in tempi record, poi chiese come e quando dare le dimissioni. Le risposero che per le dimissioni bisognava aspettare il contratto, che sarebbe arrivato di lì a quindi giorni. Ma che non c’era da preoccuparsi, era solo una questione burocratica.

Passarono i quindici giorni, ne passarono ventuno, Koris ebbe l’ardire di chiedere “che minchia di fine ha fatto il contratto, se esiste?”. Risposta: “stiamo aspettando dei documenti ma non c’è da preoccuparsi”. Arriva fine giugno, nada. Arriva luglio, ancora niente. Koris continua a fare stalking a uno che delle risorse (dis)umane che forse non ne può niente, chissà. “Sta firmando la gerarchia, ma ci sono problemi perché non ci sono le persone giuste” si diceva. Koris iniziava a disperare dicendosi che magari sticazzi, magari c’era il fuggi fuggi generale da Neutronland e magari non era tutto perduto lì. Che poi ok iniziare il primo di settembre, ma se il contratto non arriva non si possono dare le dimissioni per cavilli burocratici. E non è nemmeno che Koris rinuncia al campo speleo dei Pirenei per aspettare Godot.

Martedì, ovvero ieri, Koris era particolarmente scoglionata da stagista J che prende iniziative fuori tema, quando è arrivata una mail. Anzi, non una mail: la mail col contratto a tempo indeterminato. Certo, con sei maledettissimi mesi di periodo di prova, ma intanto è un inizio. Un nuovo inizio, anche se questa volta non c’è il senso di sollievo di quando Koris ha lasciato Neutroni Porcelloni. Sarà che stavolta non è in uno stato mentale putrido, sarà che i colloqui su Skype danno un’aura di irrealtà alla cosa. Sarà che si invecchia e si impara il distacco?

Intanto Koris venerdì sparisce per tre scandalose settimane a fare speleo dei nei Pirenei come ogni anno, per decantare l’accaduto (con due tomi di neutronica in reattore nel bagaglio, che il nuovo capo si è portato avanti col lavoro).

Un pochino sì, dai. Con le dovute cautele del caso

Game of Bidet (episode 1)

Nella Koris-vita si esaurisce Game of Thrones (e meno male, visto che la stava mettendo di pessimo umore facendole urlare “Winds of Winter or GTFO” tutti i lunedì sera) e comincia una nuova appassionante saga che si prospetta densa di colpi di scena. Questa:

Che se Koris non fosse graficamente impedita e avesse tempo da perdere farebbe volentieri la sigla con le stanze di casa nuova che si generano come King’s Landing, Winterfell e altre amene contrade di Westeros.
Che se ci si guarda bene, un bidet è un po’ un trono. Ed è scontato che qui in Francia tutti gli italiani lo bramino.
Ma partiamo dall’inizio.Lady Koris se ne stava tranquillamente in attesa che il notaio si decidesse a darle una data di vendita dell’appartamento di cui si è tanto narrato. Ove per tranquillamente si intende andando avanti e indietro con sfacciato nervosismo e ripetendo incessantemente “tutta malvivenza notarile!”.
Persa ogni speranza o voi ch’entrate (o che vorreste entrare in casa), Koris si decide a disattivare la sua sim francese per richiedere una microsim e poter usare lo smartphone nuovo, che forse è giusto un po’ meno phogne del vecchio.
Ma gli dei sono dotati di enorme senso dell’umorismo. I notai pure.
Mentre lavora, Koris si accorge di una nuova mail. È il notaio.
“I documenti che venerdì non c’erano oggi, ovvero lunedì, ci sono. Lei non ci risponde al telefono perché ci fa il muso o perché ha deciso di non comprare più e andare a vivere alla grotta della Castelette?”
Così Koris si trova costretta ad elemosinare il telefono del Binomio e chiamare il notaio per non farsi sfuggire la ghiotta occasione.
Si fissa una data: il 18 giugno alle 17. Duecento anni prima i Prussiani arrivavano sul campo di Mont Saint Jean. Ottimo auspicio.
Come tutte le buone notizie, la novella ha gettato Koris nel più totale scompiglio. Perché i bordelli organizzativi sono sempre i migliori.
Un po’ per il timore che l’operaio reclutato per l’opus magnum nel bagno (ovvero l’opus bagnum) e l’imbiancatura non sia più disponibile.
Un po’ per l’idea di dover andare all’Ikea a comprare la cucina e piuttosto Koris si farebbe amputare un alluce.
Un po’ per il caos di scatoloni che Koris potrebbe non sopportare.
Un po’ perché resta pur sempre ligure e quel gran movimento di money le genera un gran movimento di budella.
Un po’ perché in questo periodo Koris non ha voglia di fare un cazzo, a meno che ciò non comporti passare un tempo spropositatamente lungo fra le braccia del suo bello.
Ma farsi prendere dal panico non porta a molto, quindi tanto vale dipanare immediatamente il mistero.
Si scriva alla banca perché caccino il malloppo promesso, tanto poi glielo ridiamo, e pure con gli interessi.
Si scriva all’operaio supplicandolo di occuparsi dell’orgia di piastrelle, pitture e bidet che potrebbe scatenarsi.
Ora attendete. Musica epic-pseudo-Wagner in sottofondo, anche se non vi piace Wagner.
L’operaio per ora dicesi ancora disponibile ad aiutare Koris nell’ardua impresa della conquista del così ambito bidet. Ora non resta che scoprire come.
Il seguito alla prossima puntata.

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