Archivi tag: trekking

Torrenti in piena e farfalle nei calzini

(Disclaimer: post con una o due foto fuori fuoco perché, mannaggialcazzo, si è scoperto troppo tardi che la modalità “apertura” e gli obiettivi 100% manuali non vanno d’accordo; la Pentax mente sui tempi di posa, accadono cose valide nel 1880, Koris si sfava e vuole buttare via tutto per darsi al selfie anche senza labbra a canotto. L’unica buona notizia è che anziché buttare via o macchina o obiettivi, basta girare la rotellina della modalità. Mannaggialcazzo si è già detto, sì?)

Koris è riuscita ad andare finalmente in montagna per la prima volta in questo periodo estivo, schivando di misura i temporali che si sono imbucati alla festa per due settimane. A onor del vero, è stato un flop. Koris non dirà che lo aveva detto, ma ‘thieu se n’è uscito che andare nel Champsaur a 2500 m sarebbe stata un’ottima idea. E in tempi normali lo sarebbe probabilmente stata.

I due sono partiti fieri e alteri dal campeggio alle nove del mattino, diretti al Lac des Pisses, che Koris aveva tradotto in maniera innocente “lago dei pesci”, ma invece no, pare essere proprio “lago delle pisciate”. Dopo vedremo perché se lo merita. Arrivati in località Prapic, i due si rendono subito conto che in quota c’è un sacco di neve, ma che ci frega, questa volta abbiamo i ramponcini, non ci ferma nessuno. Aspetta.

I due si incamminano lungo il torrente, passano un primo ponte in mezzo nugoli di mosche attirate da una produzione industriale di cacca ovina, si inerpicano per i primi tornanti. Fino a una passerella che attraversa il torrente Diolon sul pelo dell’acqua. O meglio, sul pelo dell’acqua in condizioni normali: in questa allegra giornata di disgelo la passerella è felicemente sommersa. Momento di esitazione da parte di Koris che vorrebbe non bagnarsi le scarpe da montagna e i piedi ivi contenuti. Poi alla fine si risponde che c’è una prima volta per tutto, anche per contravvenire al diktat dell’Amperodattilo “non mettere i piedi nell’acqua”. La corrente che cerca di portare a valle i Koris-piedi, non ci riesce, grande giubilo e grandi dubbi per il cuoio bagnato. Menzione speciale per i due giunti in loco in scarpe da ginnastica che hanno passato la sdrucciolevole passerella a piedi scalzi.

Regge lo cavalcone?

Si prosegue, dopo lo cavalcone, che lungo est lo cammino, ma grande est la meta. I piedi paiono asciugarsi, o almeno, l’attrito dà questa illusione. Si passa un secondo torrente non menzionato sulla descrizione, cosa che di solito non è proprio buon segno. Si vede gente tornare indietro. Superata quota 2000 m, si dovrebbe passare il torrente Blasil su un comodo pontone. Solo che il pontone è 404 not found, o meglio, resta una testa di ponte e quattro massi in mezzo a una cascata. Il resto deve esserselo portato a valle il disgelo delle nevi tardive. Koris e ‘thieu restano per un lungo momento su un masso in mezzo alla cascata; alla fine Koris ammette che le sue gambe diversamente lunghe potrebbero non permetterle di zompare sulla testa di ponte. E Les Pisses pisciano troppo per osare passare in acqua. Morale della favola: si torna indietro con le pive nel sacco e un senso di inadeguatezza in questo mondo di cicogne.

Koris si sta ancora lamentando che l’acqua è meglio sotto forma di neve che in forma liquida, quando ‘thieu fa notare che più in basso, a 1800 m, c’è una biforcazione per il Plateau de Jujal, magari si può andare a dare un’occhiata lì. Anzi, forse c’è pure un lago e con un po’ di culo si raggiunge l’Estaris. Koris bofonchia un po’, poi si rimettono in cammino, fra i formicai, le ortiche e le vestigia delle valanghe. Sul sentiero non c’è anima viva, almeno non umana.

Si arriva finalmente al Plateau de Jujal, questa volta senza ostacoli idrici. Il sole si fa vedere oltre un fastidioso velo di foschia, è ora di pranzo. Koris e ‘thieu si accasciano accanto a una cascata del torrente Diolon e ne approfittano per far asciugare le scarpe umide. Koris piazza sullo zaino i suoi calzini dall’odore assai poco invitante, che tuttavia vengono subito usati dalle farfalle come piattaforma di atterraggio. Segue riflessione che piacerà a Minestrella: Koris non ha le farfalle nello stomaco, al massimo ha i pipistrelli nel cervello e alle farfalle lascia solo i calzini puzzoni. Forse ci si può fondare una scuola filosofica, bisogna rifletterci un po’.

Farfalle di dubbio gusto e calzini sovraesposti

Finita la pausa pranzo e il momento farfalle feticiste dei piedini, ‘thieu si rimette in testa alla Filini dicendo “conosco il sentiero!”. Si segue il corso del Diolon, pregustandosi le foto al Lac d’Estaris, immaginando una traccia che risale il plateau. A un certo punto ricompare il sentiero, però de un’altra parte, ovvero sulla sponda opposta del Diolon, il cui corso vorticoso non si presta a guardi arditi. Ci sarà un passaggio più a monte, continuiamo a risalire. Si arriva in vista delle orribili seggiovie della stazione di Orcières-Merlette, che a Koris evocano non proprio edificanti ricordi dell’era SonnoDellaRagione (per la cronaca, l’ultima volta in cui Koris ha messo gli sci da discesa). Tuttavia del guado nemmeno l’ombra.

Arrivati ad una cascata, col sentiero che beffa dall’altra parte del torrente, tocca arrendersi: non si sentono abbastanza salmoni per poter risalire il corso dell’acqua. Koris, amminchiatissima col lago, propone di passare scalzi in un punto in cui la corrente è meno insidiosa, ‘thieu fa il pavido dai piedini nevicati. In cielo iniziano a triangolarsi nuvoloni neri al di sopra della foschia, ‘thieu piglia il cumulonembo al balzo per proporre di tornare a valle, tanto sono già le tre del pomeriggio. Koris è di umore non proprio gaio, per cercare di rallegrarla ‘thieu si mette a pontificare che si può tornare in agosto, fare un bivacco al Lac des Pisses con annessa foto notturna, quindi riprendere la mattina dopo il cammino per l’Estaris e quindi scendere a valle per mangiare come fogne ignobili come s’è fatto a Petarel.

La notte porta con sé quello che sotto la tenda sembrava un acquazzone, ma che al mattino si è rivelata essere sparuta pioggia di sabbia che ha lasciato la tenda sì asciutta, ma anche smerdata. Koris ha proposto di andare a lavarla sotto i temporali del Vercors la settimana prossima, un po’ perché è masochista, un po’ perché ha bisogno di una rivincita.

Camera con vista

E no, non la vecchia versione di winsozz.

Se ne parlava da un po’ e stava diventando una di quelle cose irrealizzabili, come comprare una barca a vela per un giro del mondo o fare il cambio degli armadi. In questo caso si trattava di un bivacco in altitudine. Duemila metri, niente campeggio, niente tenda. Siccome era in ballo da un paio d’anni con un nulla di fatto, pareva destinato a restare sulla carta.

Invece no. Deciso il venerdì sera, realizzato il sabato. Con un’organizzazione tanto fulminea quanto improvvisata, al punto che Koris era convinta che sarebbe arrivata a quota 2000 metri in ciabatte. La scelta della meta è stata altrettanto arbitraria, decisa in autostrada il sabato mattina: andiamo in un posto in cui siamo già stati, così niente sorprese stile passaggi alpinistici, creste vertiginose e palle varie.

‘thieu aveva un solo chiodo fisso: fotografare la via lattea. Koris invece era più appassionata dal non assiderare durante una notte insonne. E se possibile senza morire di sete.Che insomma, le precedenti esperienze di bivacco col SonnoDellaRagione non è che fossero ‘sto spasso. Il disagio veglia sempre su noi.

Alla partenza del sento per i laghi di Petarel ci sono Koris e l’obbligatorio zaino da montagna anni ’90, l’unico zaino grosso che Koris riesca a portare senza eccessivo danno. Un po’ perché è l’unico più largo che lungo, un po’ perché è verde e viola e l’estetica è importante. Non è ben chiaro chi porta chi. Nel mentre si scopre che la maglietta “più sudi e meno puzzi” è una menzogna: puzzi eccome, ma la maglietta si asciuga andando. Nuovo nome: maglietta “tu sudi e io m’asciugo”.

Crisi mistiche di Koris che non vuole arrivare al lago senz’acqua ma che sta perdendo liquidi corporei a litri perché è il fottuto pomeriggio. Sopravvive sbocconcellando mirtilli, come se fosse il 1995 a Livigno con l’Amperodattilo. Ciò non le impedisce di arrivare al lago avendo fame.

Al lago c’è la folla: altre dieci persone che hanno avuto la stessa idea di mollare la civiltà e il vairus per passare la notte in altitudine. Solo che tutti altri hanno le tende, pusillanimi. Sono le sei: si tira fuori l’ambaradan di sacchi a pelo e mummie, ci si fa un the con l’acqua del lago, cercando di non farci finire dentro né pesci né rane.

Ore sette, un’ora prima del tramonto, un’ottima ora per cenare a base di pane e patè avanzato, più il cibo delle condizioni estreme, la soupe poule et vermicelles cotta sul jetboil. Koris non è ancora riuscita a capire se la suddetta soupe sia davvero buona o se risulti buona perché mangiata sempre quando si ha troppa fame. O forse è il jetboil, sempre lavato in maniera approssimativa, che le dà gusto. Forse non lo sapremo mai.

cena

Alta gastronomia, con alta si intende 2090 m.

Archiviata la cena, non resta che aspettare che faccia buio. Sulle cime circostanti calano le ombre, il lupo ulula (e il bivacco ululì, ahahaha, le grasse risate). Qualche pipistrello svolazza sul lago, sapendo che ci sono degli aficionados per assistere allo spettacolo. Koris guarda le stelle apparire in cielo e si suggestiona da sola perché è scema ha giocato troppo a Shadow of the Comet ultimamente. Appare anche un pianeta che potrebbe essere Venere ma anche Giove ma forse anche Nibiru, nel cielo a sud. Forse. L’astronomia stasera è un’opinione. (Nota: si scoprì dopo che era Giove, a Venere piace fare le ore piccole)

Alla fine fa abbastanza buio perché compaia anche la striscia della via lattea. ‘thieu si mette ad armeggiare col suo treppiede e la macchina fotografica da millemila euri; Koris fa cose nell’oscurità con un sasso e la Pentax sfigata. Ogni tanto ‘thieu le presta il treppiede per mezzo secondo, ma Koris preferisce sempre il metodo “a membro di segugio”. Le foto saranno indecenti, si troverà bene una scusa. Le meteoriti fotobomber (Perseidi?) però sono belle.

Seguitemi per altre astro-foto di cacca! (No, non seguite me, seguite Emanuele che sa farle bene e spiega anche cose sensate)

Sono le undici quando una bruna scende sui picchi e sembra espandersi al cielo. Per le foto anche basta così, si va a dormire. Koris si infila nel sacco a pelo con la versatile sottotuta speleo a guisa di pigiama (ma se fosse socialmente accetto Koris la userebbe sempre), sperando di non svegliarsi Findus. Ogni tanto si sente un rumore di zoccoli in lontananza, potrebbe essere uno stambecco o il capro dai mille cuccioli.

Koris si sveglia una prima volta alle sei e mezza, reduce da un sonno in cui c’entravano il vairus e club della caccia inglese in cui stavano tutti nudi, non vogliamo sapere. In compenso scopre di non essersi affatto surgelata durante la notte, robe da pazzi, lunghissima vita al sacco a pelo di piumino. Solo che fuori dal sacco a pelo il mondo è ancora sospeso fra luce e ombra, facciamoci un’altra ora di dormita. Alle sette e qualche tocca alzarsi e alzare anche ‘thieu.

Buongiornissimo kaffèèè uffa vediamo ki mi saluta (una marmotta, per esempio)

Si cazzeggia aspettando il sole, nella vana speranza di far asciugare i sacchi-mummia umidi di rugiada. Koris è molto felice di essere viva e di non aver perso nessuna falange, ‘thieu si bulla dicendo che la temperatura sarà scesa a 5-6 gradi, non di più. Come se poi non avessero appena passato due settimane in un meandro a 4.5 gradi…

Mentre si appropinquano alla discesa, vengono avvicinati da uno dei tendaioli compagni di bivacco.
“Ma come avete fatto a dormire senza tenda e senza niente? Noi ci siamo surgelati! Avete del materiale speciale che non si bagna?”
“Quello e un sacco di abitudine al disagio”

Koris passa i mille metri di dislivello successi a ripetere che si sente pronta per l’Ulvetanna (“E dove sta l’Ulvetanna?!” “Mi conosci, prova a indovinare”) o quando meno per la Patagonia (“Per adesso è la Patagonia a non essere pronta”). Poi si ricorda di essere uno stomaco montato su zampe al minimo sforzo fisico e entra in un loop a base di “ho fame”. Il pranzo consumato all’albergo del paese sarà taciuto per non offendere la pubblica decenza.

Forse aveva ragione il compagno speleologo D. quando consigliò “non datevi al bivacco in alta montagna, finisce che non riuscite più a farne a meno”.

Teste e polpacci

I trenta gradi si sono stanziati in Provenza e questo per Koris significa una sola cosa: fuggire ogni volta che si può. Magari non lontanissimo, è sufficiente il nulla cosmico di Seyne-les-Alpes, sulle rive dell’Ubaye, dove i gradi sono solo sette la notte e si dorme felici e avvolti nel sacco a pelo piumoso. La proprietaria del campeggio era a dire il vero un poco logorroica e aveva un conto aperto contro i parapendii, ma sono dettagli.

Koris aveva in mente una passeggiata tranquilla fra laghetti a duemila metri, ma ‘thieu ha preferito il devasto. All’ultimo momento ha deciso di girare la macchina e andare a parcheggiare in un luogo sperduto chiamato Les Clots, proprio sotto un monte dall’evocativo nome di “Testa di Luigi XVI”. Il perché di questa onomastica è sconosciuto. Quello che invece si è scoperto anche troppo presto è che la camminata durava solo cinque chilometri. Per mille e più metri di dislivello. Ah, e c’erano anche dei punti in piano. E dei punti diversamente in piano, molto diversamente.

Koris e ‘thieu si sono inerpicati fino alla quasi-testa-di-Luigi-XVI, finché arrivati quasi in cima si sono accorti che il sentiero si faceva un po’ troppo su una cresta un po’ troppo vicina a uno strapiombo. Si sono accontentati di arrivare a quaranta metri dal picco, prima di farsi dissuadere dal venticello dei 2400 metri. Uno a zero per la monarchia.

La domenica, prima di tornare all’afa marsigliese, il soggiorno è stato prolungato con altri trecento allegri metri di dislivello, alla ricerca della riva di un laghetto dove pranzare. ‘thieu si è incazzato per gli abbruttiti che invece di scarpinare vanno in montagna sul fuoristrada. Koris invece se la prenderebbe con chi non tiene i cani al guinzaglio come richiesto. Una coppia di vecchi rompicoglioni, insomma.

Oggi i polpacci di Koris grondano acido lattico da tutti i pori, così tanto che ci si può fare lo yogurt. E fa anche un caldo orrendo. Riuscirà Koris a sopravvivere fino a venerdì, giorno di ripartenza per il Vercors?

La Testa di Luigi XVI e la relativa scarpinata.

Distanziamento sociale fatto bene

Un giorno un team di scienziati bravi riuscirà a spiegare perché Koris non riesce a dormire in un letto ordinario come tutti gli esseri umani. In compenso dorme benissimo in tenda, nel suo sacco a pelo piumoso, mentre la notte delle Alpi sfodera le sue stellate da sei gradi centigradi. Di solito impiega quelle due ore ad addormentarsi, ma nel campeggio de La-Chapelle-En-Valgaudemar si piazza sul materassino dalla morbidezza del granito e ronfa in cinque minuti netti. Ibernazione? Mancanza di ossigeno già a mille metri? Misteri, qui a Voyager.

Sirac

Facciata Nord del Sirac

Dopo il confinamento, il trekking in montagna non è uno svago, è una necessità. Per staccare il cervello in maniera prolungata per 48 ore, per non vedere più il palazzo di fronte, sentire le marmotte che fischiano e non i clacson. E vedere la neve che quest’anno ancora nada de nada. Bonus: le ranocchie al lago del rifugio di Vallonpierre.

Perché Koris ha questa strana dissonanza personale, l’essere nata e il vivere al mare, ma avere sempre e comunque la montagna nel cuore. O non apprezzare il mare quanto il roccia-neve-ghiaccio (dell’incapacità di apprezzare in qualunque modo la pianura non parliamone proprio). Comunque lassù sta meglio in qualunque altro posto, tanto da avere pensieri folli come “ma perché non provare l’alpinismo una volta nella vita?”. Poi ti capita un soccorso alpino proprio sulla parete sopra al tuo naso e ti dici che forse la speleologia basta e avanza, ma solo forse.

Col de Vallonpierre, 2500 m.

Almeno due giorni lontani dalla civiltà, a praticare il distanziamento sociale senza sentir parlare del vairus. Che ‘thieu ha preso questa terrificante abitudine di tirarlo nel discorso ogni tre per due, ma non in montagna. In montagna il problema è mangiare abbastanza per far sì che lo stomaco si senta sazio per cinque minuti, visto che bruci tutti i nutrimenti che hai.

Insomma, come sempre quando va in montagna, la parte più difficile è sempre la solita: convincersi a tornare a casa. E non passare i giorni seguenti cercando su internet “riconversione professionale come malgaro”.

Obiettivo per il prossimo confinamento: passarlo qui. Un po’ caro farsi recapitare la spesa in elicottero, forse.

Silenzio e lamponi

Koris sa che nei periodi meh nella sua vita dovrebbe lasciar perdere il cervello e affidare i pensieri ai piedi. Solo che in certi periodi meh è difficile motivarsi e muovere il culo, convinti che forse è il caso di riposarsi, che è meglio restare a casa, ma dove cazzo vado che tanto non ne faccio una giusta.

Per fortuna che c’è ‘thieu #santoSubito che insiste per recuperare la passeggiata lasciata a metà causa troppa neve a fine giugno: il Lac de Croupillouse. Quattordici chilometri in tutto. 1400 metri di dislivello positivo (e altrettanti nell’altro senso, ça va sans dire, ma c’è l’aiutino della gravità). Tanto basta solo mettere un piede davanti all’altro.

Ci sono alcune cose che se non ti ridanno la fiducia in te stesso/il prossimo/l’universo, almeno ti svuotano i neuroni. Saranno i lamponi settembrini raccolti sul sentiero, buonissimi, enormi, super-bio concimati a piscio di camoscio. Sarà il passaggio al di sopra dei 2000 metri di quota, un po’ magico, che ha il potere di farti sentire bene e di sbloccare energie che a livello del mare se ne restano ben nascoste (anossia? Innalzamento della pressione? Qualcuno sa spiegare questo fenomeno bislacco del sentirsi bene ma veramente bene in quota?). Saranno le rocce tondeggianti livellate nei secoli dai ghiacciai, che ora sembrano tante chiappe sotto questo sole caldissimo.

Sarà il silenzio irreale dei 2700 m, rotto solo dal vento gelido e da qualche uccello che passa veloce. Al riparo delle cime che sfiorano i 3000, mentre le nuvole si rincorrono nel cielo blu, un colore che si vede solo lì. E per un attimo Koris pensa che gli scazzi sono come le nuvole che incappucciano le cime: restano per un po’, ma prima o poi arriva il vento a farle correre via. O meglio, in quel deserto con due soli esseri umani e due reflex, in riva ai laghetti che aspettano la neve, è più facile crederlo. Forse perché tutta la valle di Champoleon e il mondo sembrano piccoli e insignificanti, sotto i tuoi piedi. Ché la natura non ci ha dato draghi da cavalcare, ma ci permette di andare in montagna e per gli occhi è quasi la stessa cosa.

Il grosso problema è che bisogna sempre tornare indietro. E in montagna, per quanto sembri stupido, la discesa è più faticosa della salita. E i polpacci sentitamente ringraziano, e l’ultimo chilometro è eterno, e machicazzomelohafattofare. Però quando alzi il naso e vedi la cresta lassù che a mezzogiorno era la cresta a fianco un po’ ti viene da sorridere. Poi i polpacci si lamentano di nuovo ed esclami “Mais on est cons nous?” (“Ma siamo coglioni, vero?”) e l’altro ti risponde “Oui, on est cons!”. E la sera sotto la tenda ricomincia con “ma se il meteo permettesse, perché non ci facciamo un altro week-end a inizio ottobre?”.

Koris non è ancora diventata un lichene alpino, ma manca poco.

croupillouse

Lac de Croupillouse, Koris diventa un lichene, ciao a tutti.

Cottura al ghiaccio

Koris non frequentava un ghiacciaio, se va bene, dal 2001, quando in vacanza coi Maiores era andata fino al fronte del ghiacciaio del Morteratsch. Ora che ci pensa ci sarebbe anche il Plateau Rosa a Cervinia nel 2007, ma visto che ci si arriva sopra in funivia ed è pieno di gente, Koris lo considera troppo mainstream per essere un vero ghiacciaio.
I ghiacciai costano fatica, sudore e bolle sui piedi. Più una certa dose di autolesionismo, sarà per quello che Koris li adora.
Quindi Koris ha cominciato a stressare chiunque le stesse attorno e fosse recettivo per essere prontamente riportata su un ghiacciaio.
I Maiores declinarono dicendo “c’abbiamo un’età”.
Il fratello Orso ne ebbe abbastanza dopo l’esperienza delle creste del Monte Carmo e si defilò dicendo “belin!”.
Gli amici collegiali fissavano Koris attoniti con lo sguardo del “Esepoitenepenti?”.
Il Senzaddio glissò dicendo “io sono un uomo di mare, su quei sassi non ci voglio salire”.
Il SonnoDellaRagione snobbò dicendo “non c’è niente di interessante su un ghiacciaio, non vedo veramente alcuna ragione per andarci”.
Poi venne ‘thieu.
E venne il Glacier Blanc nel Parc National des Ecrins.

glacierblanc

Ed semplicemente bellissimo.

A Koris stava venendo la sindrome di Stendhal a quasi 3000 metri di altitudine, mentre saltellava come una capra da una roccia all’altra, come quando aveva cinque anni e i ghiacciai così grossi e lei così piccola. E si è innamorata di nuovo (del ghiacciaio, ma anche di ‘thieu che permette tutte queste follie).
Insomma, Koris si è cotta al sole del cielo alpino, nonostante i chili di crema spalmati più e più volte, con gli occhi a cuoricino nonostante il riverbero.
E ha deciso di non far passare altri quindici anni di qui al suo prossimo ghiacciaio. Ma la prossima volta vuole andarci con ramponi e picozza.

Relax particolari

Ci sono settimane di pensantezza insensata che passa dall’inadeguatezza alla buona vecchia sindrome dell’impostore, per finire con la stanchezza cosmica. Poi ci si mette il meteo delle Hautes Alpes che prevede temporali a Ceillac per sabato e domenica. E ti ri-viene voglia di passare il week-end chiuso in casa a meditare sull’inutilità dell’esistenza.
E poi c’è ‘thieu che si impunta e dice “no, andiamo lo stesso, non sarà il primo temporale in montagna per nessuno dei due”. Come dire, per Koris il Lago del Monte è una filosofia di vita (ma c’è un post su codesto aneddoto familiare?).
E si arriva agli otto gradi di Ceillac per vedere le nuvole che arrivano dalle cime ancora imbiancate e Koris che prega “non domani, per piacere, non domani!”.
A onor del vero l’indomani non piove, il tempo è solo coperto. All’urlo di “ma dai, quante volte a fondo valle faceva un tempo di merda e appena saliti in quota c’era il sole?”, vogliamo crederci fermamente. E ci sono le scarpe da trekking che Koris deve collaudare sul serio, che cacchio.
Si sale sul versante della Cascade de la Pisse col sole che ogni tanto fa capolino fra le nubi. Ci crediamo ancora di più, tanto per non farsi mancare niente negli zaini c’è sia il k-way anti-uragano che la crema solare.Quota 2200, Lac du Miroir con una corona di cime imbiancante attorno. Koris urla “Oooooh, c’est beau!” e in un attimo ha di nuovo otto anni e zampetta come una capra fra una roccia e l’altra. Sessione fotografica di routine, col nuovo 10 mm che conferma i 400 euri meglio spesi degli ultimi anni. Le nuvole fanno avanti e indietro.
La marcia è appena ripresa che Koris sente uno strano plick! plick! plick! sul braccio. Non è pioggia: è grandine minuscola. Continuiamo, se peggiora torniamo indietro.
Si arriva alla parte brutta della camminata, passando per le piste da sci che sono una vera e propria ferita nel paesaggio. Un po’ piove, un po’ grandina, un po’ c’è un vento sgradevole. Le nuvole arrivano proprio da davanti, brutto segno. Su Ceillac, più in basso, solo nuvole nere.
“Che facciamo, torniamo indietro?” chiede ‘thieu.
“Beh, non conosco il meteo locale, ma magari le cime disposte a circolo intrappolano le nuvole. Proviamo a passare il colle, poi facciamo marcia indietro”
Sulla pietraia che porta al Lac de Sainte Anne nevica. Ma non la pioggia mista a neve, non lo sputacchio malaticcio che ci si aspetta a metà giugno. Fiocchi grossi che paiono usciti da un film ambientato a Natale. Finché non si arriva al lago.
E c’è il sole.
E c’è il lago con l’acqua blu con la neve che ci getta dentro, con le cime da 3000 m che fanno capolino fra le nubi che corrono nel cielo.
Le marmotte fischiano, nascoste da qualche parte.
E neve ovunque. È tutto bellissimo. Anche l’insalata di riso mangiata con le mani perché “Pensavo avessi preso tu i cucchiai”, “non li avevi presi tu?”, “vabbé, facciamo finta di essere sottoterra”.
Dopo un tempo sufficientemente lungo dedicato alle foto di qualunque cosa sia neve, lago e fiori di montagna, si decide di avanzare fino al limite delle nevi sul Col de Girardin, passando nei nevaietti che ancora resistono (e qui le ghette si confermano l’accessorio fèscion della moda da montagna dell’estate 2016). Il panorama ha la bellezza del deserto di neve e falesie che si ergono. A 2500 si torna indietro per mancanza di attrezzatura da neve adeguata. Le marmotte, la cui dimensione ricorda vagamente quella di gatta Spin, fischiano e prendono per i fondelli.
La pioggia arriva effettivamente a fondovalle. Arriva e non se ne va più, anche se il meteo aveva previsto solo “qualche rovescio in serata”. È un rovescio solo, piuttosto cocciuto. E ci sono sei gradi. Faceva più caldo a 2500 metri.
L’unico programma per la serata è ingurgitare la zuppa-in-cartoccio per scaldarsi e infilarsi nel sacco a pelo fino a domattina, sperando che il rovescio si trasferisca altrove. E intanto Koris prova esattamente cosa voglia dire era notte che pioveva e che tirava un forte vento, immaginatevi quale tormento… (questa la capiranno solo quelli che hanno beneficiato di ninna-nanne di un certo tipo).
L’indomani ha smesso di piovere, giusto in tempo per una nuova sessione fotografica nella Vallée des Escrins, che viene segnata subito come passeggiata da fare per intero.
E non importa il freddo umido patito nella serata, non importa la pioggia, non importa la neve in faccia e l’acido lattico nei polpacci. Koris si rilassa molto di più così che su una spiaggia caraibica.

SainteAnne

La spiaggia del Lac de Sainte Anne, balneazione diversamente consigliata.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: