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Forse

Koris ha il culo sulla macchina in direzione nulla cosmico dei Pirenei. Visto che sono ancora ad Arles la strada è per lo più da fare. Lungo est lo cammino, ma grande è la meta, vade retro Satan, vade retro Satan.

Diciamo che Koris sparisce, in teoria per le sue canoniche due settimane, in pratica… Beh, in pratica del diman non v’è certezza, quindi magari domani tocca fare macchine indietro perché ci riconfinano. Così, de botto, senza senso. Non si può mai sapere.

Quindi Koris potrebbe non farsi sentire per un po’. O forse no. O forse boh. Ci si ribecca più tardi, forse con una nuova stagione di Speleo Things da raccontare. Oppure con un carico di parolacce e santioni da farsi bannare dal web.

Temporali, fiumi e materassi

Vennero le vacanze invernali, ma non andammo da nessuna parte perché non c’era neve.

Vennero le vacanze di pasqua, ma non andammo da nessuna parte perché c’era il vairus.

Venne il ponte del primo maggio, ma non andammo da nessuna parte perché c’era il vairus.

Venne il ponte dell’otto maggio, ma non andammo da nessuna parte perché c’era il varius.

Venne il ponte dell’ascensione, ma non andammo da nessuna parte perché entro 100 km dove minchia vai?

Venne il ponte di pentecoste, ma non andammo da nessuna parte perché il limite dei 100 km decadeva l’indomani.

Venne il ponte del 14 luglio, e sticazzi del vairus e dei 100 km, si va nel Vercors e vaffanculo.

Koris e ‘thieu sono giunti nel Vercors verdeggiante la sera del venerdì sotto un temporale torrenziale perché il Vercors odia tutti, ma soprattutto gli speleologi. Tuttavia ci vuole altro per scoraggiare due che non aspettavano altro da… da gennaio, quasi. Sì, siamo schifosamente viziati dei week-end fuori porta, sì, siamo dei privilegiati, ka$ta e tutto quanto, passiamo oltre. Il temporale torrenziale, si diceva. Perché se non devi piantare la tenda grossa sotto l’acqua a secchiate godi solo a metà. Ah, alle nove di sera. Mentre calano le tenebre. Poi basta, tutto bene quel che finisce con la zuppa in cartoccio scaldata sul fornelletto.

L’indomani, considerando sempre che il Vercors odia gli speleologi, qualunque grotta pensabile era in piena, fatta eccezione per quelle facili e senza fiumi. La migliore idea per evitare la piena è stata andare dove l’acqua c’è, ma è allo stato solido: in ghiacciaia. Che detto così pare un’uscita speleo nel freezer e in effetti il concetto è quello. Pozzo con ghiaccio in fondo, speleo on the rocks, undici gradi fuori (sì, a luglio, vedi alla voce “il Vercors ci odia”) e uno in grotta (ci odia molto). ‘thieu fa le sue prime foto col ghiaccio in controluce, si incazza perché non viene azzurro, mentre Koris-modella fa il cosplay dello stoccafisso surgelato. Pagamento a cena, in ravioles du Dauphiné. Qui ci vorrebbe una parentesi da food-blogger priva di orgoglio nazionale, perché le ravioles coi formaggi di montagna sono buonissime. O forse era la fame. O forse entrambi.

Domenica Koris ha più o meno estratto ‘thieu a pedate dal sacco a pelo e lo ha motivato, stile sergente maggiore Hartmann, ad andare a scendere per lo Scialet Brudour. “Mi hai rotto le palle che volevi farlo a tutti i costi, ora lo fai a tutti i costi” è l’inoppugnabile argomento riportato. ‘thieu ha finito per cedere, ramazzare il suo armamentario fotografico ed essere molto felice una volta coi piedi nel fiume sotterraneo. Koris si è portata un inutile sacco di corda fino in fondo, perché la grotta si è rivelata essere già armata a parte l’inizio. Lo abbiamo già detto che il Vercors ci odia, vero?

Durante la notte fra domenica e lunedì è successo non si sa bene cosa. O meglio, non si sa quale evento ha fatto sì che il materasso gonfiabile sotto il Koris-culo si bucasse. Koris si è ritrovata a dormire raso terra a un’ora indecente della notte, senza capacitarsi di come fosse arrivata lì. Non l’ha presa affatto bene.

Il programma di lunedì prevedeva lo Scialet Neuf, nonostante la mancanza di sonno e di motivazione. Solo che quando non va, non va. ‘thieu ha cercato di armare, ma l’armo della grotta si è rivelato “esigente”. Che è uno dei tanti sinonimi che usa ‘thieu, come “tecnico”, “complicato”, “fa riflettere”, quando Koris usa la semplice locuzione “l’armo fa schifo al cazzo”. Quindi, l’armo dello Scialet Neuf fa schifo al cazzo, si va altrove per recuperare la giornata. ‘thieu si fa passare il broncio facendo foto in una pseudo-ghiacciaia senza ghiaccio. La giornata è stata definitivamente raddrizzata con una pizza al di sopra della media per gli standard francesi.

La notte successiva Koris è riuscita a calibrare il gonfiaggio del materasso maledetto perché fosse sgonfio circa alle sette del mattino. ‘thieu invece è andato a urlare ai Belgi vicini di campeggio che facevano troppo casino per i suoi gusti. Ma tanto l’indomani si doveva tornare a casa, quindi sia il materasso che i Belgi erano solo scazzi momentanei. E il Vercors ci odia, ma almeno ci ha lasciato riporre una tenda asciutta, cosa non scontatissima.

Speleo Things, stagione 5

Al quinto anno di campo alla Pierre Saint Martin, possiamo pensare di farci una serie

Anche quest’anno Koris ha fatto la sua quinta stagione alla Pierre Saint Martin (o San Martiko Harria, come dicono i Baschi locali), attesa come l’uscita di una serie Netflix, ma in cui si vive davvero. E più che il SottoSopra, si esplora il SottoSotto. Ma la fame da Demogorgone resta, invariante.

La stagione 2018 si era conclusa col BB26 (troppe grotte, finché non diventano grosse le chiamiamo col numero di inventario, potrebbe diventare l’Abisso Mangia-Tute) che dopo dieci metri di meandro infame e stretto finiva in un pozzo di 15 metri con un blocco incastrato al centro e un grande boh dopo. Koris e ‘thieu hanno passato autunno-inverno-primavera a pensare a quel boh, con alterne vicende di entusiasmo, disillusione e on verra bien.

Dieci giorni fa hanno portato l’artiglieria pesante al BB26 e del blocco non sono rimasti che frantumi di calcare. Il P15 si è rivelato essere un P12 secondo la questura e il DistoX, che continuava in un saltino di 6 metri, molto bianco e molto ben educato. Dal saltino si ha accesso a un meandro alto e bianco che dà in una faglia bassa, da cui la corrente d’aria annunciava un seguito. La faglia ha richiesto alcune sessioni di lavori all’artiglieria pesante, in un ambiente non proprio tropicale, complici i 4.5 gradi e il gocciolio continuo. Pare circoli un video di Koris, intenta a mangiare pane e salame (ovvero un pezzo di pane in una mano e un pezzo di salame nell’altra) sotto il poncho da grotta da cui spuntano solo testa e zampe.

Hypothermia, cubalibre and midnight sun… ahem, no, questo è il tormentone dell’estate da cui non si esce. Perdonate.

Spaccata la faglia, si è trovato un meandro soffiante da “rimettere alla larghezza opportuna”, soprannominato Meandro di Moebius perché sembrava non finire mai. E invece venerdì si è aperto abbastanza per permettere l’accesso a P10 che dava su… un altro boh.

“Koris, vai tu che l’ingresso del pozzo è stretto”

E Koris è scesa là, nel P10 in cui nessuno era mai andato prima. La consapevolezza di essere il primo umano a mettere piede in un angolino di questo pianeta è una sensazione bizzarra, a metà fra l’orgoglio e la fifa perché non sai dove stai andando e, ehi, nessuno lo sa.

tuttavia

Ma giusto in tempo per esplorare il sottosuolo.

Koris era abbastanza sicura che il meandro si chiudesse davanti a lei e richiedesse un certo numero di sessioni per aprire la sinuosa fessura di 10 cm ai suoi piedi. Poi è andata a vedere. Tanto si chiude. Si è sempre chiuso in alto, si chiuderà anche ora. Tanto si chiude, vero?

Col cappero. Koris si è trovata sul davanzale di un pozzone (poi misurato essere 30 metri di profondità per 17 di larghezza) di calcare nero, senza corda, senza niente di niente. Il primo essere umano a portare dei fotoni là sotto. Momento di orgoglio per la scoperta. Poi Koris ha urlato perché si è ricordata che i pozzoni non le piacciono per nulla.

Al fondo del pozzone, sceso per la prima volta dall’intrepido ‘thieu, si sono trovati un certo numero di rigagnoli che confluiscono nel solito meandro stretto, da allestire a larghezza umana. Koris ha percorso i primi dieci metri, poi ha deciso che anche basta, perché se si incastra là dentro nessuno può venire a recuperarla in breve tempo. Anche se sarebbe un’ottima scusa per prolungare le vacanze.

Il meandro avrebbe potuto rivelare parte dei suoi segreti prima della fine del campo, se il trapano non si fosse messo a fare i capricci. Poi si è scoperto che non era il trapano, era la punta. Due giorni persi così, l’ultimo giorno era ormai troppo tardi per iniziare il cantiere. Il BB26 per quest’anno si ferma qui, a -70 metri per 200 metri di sviluppo orizzontale.

Il seguito alla prossima stagione, la sesta di Speleo Things, prevista per l’estate del 2020 (anche se alcuni intrepidi pare facciano uno spin-off natalizio per passare un sifone sommerso, ma Koris passa il turno).

Quel che resta del buio

Fare un resoconto puntuale dei quindici giorni appena passati sarebbe alquanto inutile. Soprattutto al caldo dei 30 gradi provenzali che mettono solo voglia di raffazzonare i bagagli e ripartire per mete più termodinamicamente sostenibili.
Ogni tanto fa bene essere un po’ ruspanti. Essendo Koris già un pollo ruspante di suo, sui Pirenei il suo grado di rusticità aumenta in maniera esponenziale in fatto di cibo, abiti e abitudini. Tanto in grotta nessuno giudica. Tanto ci sarà sempre alla bisogna qualcuno che puzza più di te. Tanto qualcuno starà mangiando qualcosa di assurdo in preda alla fame chimica post-speleo che nessuno farà caso a te che ti strafoghi di pecorino del Bearn come se dovessero proibirlo domani.
Un insieme di polli ruspanti sotto una tenda blu che disquisiscono di faglie, correnti d’aria, nevai, blocchi da far saltare, fiumi sotterranei che ancora non esistono, ma che devono pur essere da qualche parte. Tutte e sottotute che si stendono ad asciugare e anche un po’ per decorazione. Momenti di condivisione con altri gruppi speleo ai lavandini per lavare i piatti, tutti con un unico augurio:
“Domani si passa”
Perché alla fine le grotte sono di tutti.
Poi ci sono quelle un po’ tue, perché certi quarti d’ora di intimità non si dimenticano. Le imprecazioni pronunciate per liberarsi dalla maledetta strettoia neppure. C’è la grotta che anni fa tutti avevano condannato come impenetrabile. Ma tutto è impenetrabile finché qualcuno non passa. E invece la grotta continua. Fino a dove lo scopriremo l’anno prossimo.
Il campo esitvo speleo è così, come una serie: ti lascia sul più bello, con un P15 da esplorare l’anno prossimo. Come se il richiamo del calcare nero ancora da esplorare non fosse abbastanza potente per riportarti lì ogni anno, a lamentarti dello zaino, della pioggia, dei 4 gradi in grotta e poi lasciarti un senso di meraviglia ogni sera prima di addormentarti. Oltre a contare i lividi lasciati dal BDSM: Battute, Disostruzioni e Speleologia nei Meandri.
Domani si torna alla routine, ai merdoni lasciati in sospeso (perché i cattivi pensieri restano in superficie), al solito tran-tran. Sarà durissima.

P12

Il seguito del P12 alla prossima stagione

In fuga alla Pierre

Il problema è che ci si abitua anche troppo, in due settimane di sparizione sotterannea, senza wifi, con poco telefono e tagliati dal resto della civiltà umana. Almeno, dalla parte della civiltà che non considera socialmente accettabile aggirarsi con una tuta piena zozza e una sottotuta con l’odore di un mammuth avariato.
Koris si è odiata un po’ per due giorni per aver detto “no” quando le hanno proposto due notti al bivacco a -450. Quando però all’alba del terzo giorno la sua lampada ha deciso di aver vissuto anche troppo da dicembre ad oggi, decretando la fine dei suoi giorni, Koris è stata felicissima di essere più vicina alla superficie dei -450. Koris è tutt’ora in lutto per la sua lampada, in viaggio per Grenoble per la riparazione, e se non fosse stato per un casco in prestito la settimana successiva poteva essere speleologicamente complicata.
In assenza del bivacco, Koris ha ovviato con uno stage personalizzato in disostruzione di strettoie troppo intime. Coi mezzi pesanti. Ecco una rappresentazione artistica delle Koris-attività:

All’attivo ci sono 75 metri tutti nuovi che forse continueranno l’anno prossimo, forse no. Peggio di una serie tv. Koris ha proposto come nome l’Abisso delle Chiappe Fredde, ma per ora non è stata ascoltata. La vita è ingiusta.
C’è stata poi una scampagnata veloce a -260, nella grotta principale che consta due fiumi, uno dei quali non veniva visitato dal 1998 (che detto così sembra ieri, e invece…).
“Dobbiamo passare il meandro E.T.”
“Perché E.T.?”
“Perché E.T. telefono casa e quando sei in quel meandro vorresti solo telefonare a casa che vengano a prenderti”
Koris nel meandro ci si è anche incastrata, ma stavolta è uscita con le sue forse in un tempo ragionevole. Ha ripetuto ossessivamente per sette ore “Se stasera oltre alla ratatouille non fanno anche delle salsicce, mi mangio qualcuno”, ma è sopravvissuta a tutti i 200 metri di pozzi. All’uscita ha mangiato come un cesso due cessi in parallelo, ma era tutto vuoto a rendere.
Nota dolente: troppi bambini a scorrazzare per il campeggio. Koris ha avuto una crisi della sindrome di Erode e ad ogni pianto a dirotto borbottava “non bisogna cuocerli vivi, sotto i cinque anni”. Puoi fuggire sottoterra quanto vuoi, ma al ritorno alla base troverai sempre un moccioso spannocchia-gonadi che ti darà ragione di riversare tutto il tuo istinto materno verso i pipistrelli.
Mocciosi a parte, piogge torrenziali a parte, a Koris forse ha fatto bene staccare un po’. Dal lavoro, dalla routine, dai suoi demoni, dalla sveglia alle sei mezza. Anche perché nel nulla cosmico della Pierre Saint Martin, accherchiati da un sacco di pecore, i problemi sembrano ridimensionarsi molto. Saranno gli svariati chilometri al giorno con zaini che ridimensionano di molto le proprie priorità: un sacco di cibo, un materasso, una doccia. Quest’ultima da conquistare contro un’orda di cinquantenni inglesi taglia forte. Una sera di particolare rincoglionimento, uscendo dalla doccia, Koris si è chiesta chi avesse mai portato una poltrona di velluto rosso nei cessi. Diremo che non ha riconosciuto la forma umana per mancanza dei suoi occhiali sul naso.
Tornare a casa genera una sorta di shock culturale, soprattutto alla lavatrice, che si vede costretta ad ingoiare svariati chili di vestiti sporchi. Ci si consola dell’idea di dormire in un letto vero e non sul materasso gonfiabile in tenda sotto gli elementi (presente “La sentinella“? Uguale). Ci si consola anche col pecorino del Bearn, comprato non tanto a chilometro zero quando a metri tre in un alpeggio che probabilmente non ha mai visto passare una certificazione di qualità europea. Ma va anche bene così.
Nella speranza che i brutti pensieri restino in vacanza ancora per un po’.

Chemerdaum

(Disclaimer: essì, è ancora un post speleo, quindi con roba verticale, budelli stretti e gente zozzona. Non siete obbligati a leggerlo per soffrire)

Ci sono state alcune cose buone in questo mini-campo speleo, alcune cose un po’ meh. Ma è sempre meglio essere sulle Alpi Marittime che a crepare di caldo ai 30 gradi marsigliesi ritrovati dall’oggi al domani. Poi ci si aspettava di meglio dal Calernaum, ma andiamo con ordine.

calernaum

Ecco la bestia.

La cosa ottima è stata riuscire a scendere il P80 (che poi è P86, ma dettagli) senza troppo panico. Si vede che la terapia d’urto alla Cheminée è servita a qualcosa. C’è da dire che il pozzo non era particolarmente impressionante, a patto di non guardare troppo in basso. Tralasciamo il dramma del P12 che era brutto brutto bruttissimo. Ma era solo dodici metri.
Menzione speciale al mix di frutta secca e frutta candita, che probabilmente conteneva cocaina, visto l’effetto soprendente che ha avuto su Koris. Costo contenuto, massima resa e non è nemmeno necessario contattare un pusher. Accontentarsi con poco.
Però arrivati al fondo di quei 200 metri di pozzi uno si aspettava di meglio. Il rilievo era estremamente marketing-oriented. Fra i dettagli che si sono dimenticati di menzionare:

  • il passaggio nella pozza fangosissima che ti smerda da capo a piedi. Ma tu sei Koris e Koris può passare fra due lame nei 20 centimetri rimasti e smerdarsi in maniera contenuta, pappappero;
  • fango, fango, everywhere, not any drop to drink (o almeno si spera);
  • che la galleria del Mammuth ha un suolo sdrucciolosissimo. Più la pendenza a 45° fissi. Cercare di non sfracellarsi è stato meraviglioso;
  • che le concrezioni sono un’opinione.

Insomma, la truppa si aspettava di megio. Ma la truppa è anche parecchio viziata.
L’idea di avventurarsi in tre con cinque sacchi è stata parimenti discutibile. Normalmente una persona uguale un sacco, una Koris uguale tre quarti di sacco, se no è il sacco che porta Koris. Quando ormai erano le nove sera e si stava sbaraccando, è stato deciso che un sacco sarebbe stato lasciato a -50 e recuperato l’indomani. Koris ha dovuto cuccarsi il sacco di ‘thieu con novanta metri di corda, esperienza da annoverare alla voce “a posto così per i prossimi 5 anni”. Cazziare ‘thieu per ogni volta che dice “passiamo alla otto millimetri con armi solo in dyneema”: fatto.
La cena a mezzanotte passata con pane, formaggio e minestra in busta è stata ottima. Vino discutibile secondo chi se ne intende, ma è andato più anche quello.
Svegliarsi la mattina dopo alle otto convinta che fosse tardissimissimo, per colpa di volatili canterini, invece è cosa da non rifare. Bello l’assiuolo, eh, ma a un certo punto il fru fru fra le fratte lo lasci volentieri a Pascoli.
Leggere Zola, “La conquete de Plassans”, sul fondo della dolina, all’ombra dei pini, mentre gli altri due recuperano le ultime corde, era qualcosa che Koris bramava di fare da lungo tempo. Accorgersi di avere le tracce delle mani sull’abbronzatura, però, era evitabile.
Koris e ‘thieu pensavano di andare ad evitare la calura in montagna. Tanto cosa potrebbe mai andare storto? A parte i temporali previsti.

Diario delle vacanze

Day 0:
Si parte con una macchina stracarica e tante cattive intenzioni. Otto ore e quattro cambi di conduttore dopo si arriva a Sante Engrace, in Basco Santa Grazi, ai piedi della San Martiko Harria (Pierre Saint Martin per i Francesi), fra la frontiera spagnola e il canyon Inkhazkubu (che no, non è un mostro di Lovecraft). Accoglienza fra una moltitudine di speleologi che discutono su quale sia il grado di sopportazione della puzza dopo svariati giorni di bivacco sotterraneo.

Pierre Saint Martin, day 1:
L’obiettivo numero uno è un potenziale buco interessante. Pieno di neve, perché questo è l’anno della neve fuori stagione, da maggio ad oggi non si ferma più. Quindi neve, ghiaccio assortito, un’atmosfera da freezer per mantenere il tutto. E un passaggio, stretto, che pare scendere ancora di più. Koris oggi si sente particolarmente ispirata: «vado io, per ora non lo allarghiamo di più». L’ispirazione di Koris finisce in una strettoia che necessita una ventina di minuti di sforzi per uscirne con tutti i pezzi e non a rate. ‘thieu fa saltare un blocco malefico, il seguito a domani.

Day 2:
The cold never bothered me anyway. Altro giorno, stessa grotta con doppia dolina, estiva a venticinque gradi, invernale a cinque. Gradi stimati in grotta: due e non vi sono intesi. Koris e ‘thieu fanno la cartografia della prima sala, per scoprire di avere le chiappe su due metri di ghiaccio e neve. Sotto non si sa bene cosa ci sia e forse non vogliamo nemmeno saperlo. Koris passa la strettoia del giorno prima, opportunamente allargata. Where no man has gone before, e il man ci aveva anche ragione perché fa un freddo vergognoso. Il metro laser dice che oltre ci sono almeno altri otto metri di cunicolo. Suspense.

Day 3:
Si sale nel nebbione, forse siamo stati teletrasportati a Broni-Stradella senza che nessuno avvertisse. La grotta è sempre il frigo abituale. Koris passa un tempo incommensurabilmente lungo nel budello gelato, cercando di capire se vuole passare una seconda strettoia oppure no. Visto che il posto è intimo ed esclusivo (ovvero, ci passa solo Koris), in mancanza di principi azzurri formato ultra slim, Koris decide di non rischiare di ripetere l’esperienza di due giorni prima. Ma il luogo, nonostante la temperatura non accomodante, resta interessante, pare.

Day 4:
Fatica generale, si decide per una giornata di pausa: cioccolato e foto ai fiorellini. Koris si abbrustolisce al sole mentre le libellule la assaltano. Si prepara una tonnellata di bracassus (la sbobba tipica speleo a base di ceci, chorizo e pomodoro cotti insieme per risparmià tempo) per la squadra che torna da due notti di bivacco a -450 m (dimenticandoci il materiale cartografico, come si scoprirà dopo).

Day 5:
Il capo esplorazione va a vedere la strettoia in cui Koris, dopo intenso training autogeno, ha deciso di buttarsi, e vieta categoricamente di metterci piede. L’ambiente è poco salubre e potrebbe nuocere gravemente all’integrità strutturale dello speleologo. Si sta per sgomberare la grotta ghiacciata quando compare una corrente d’aria da sotto una cascata di sassolini. Si scava, si tirano due colpi di mazzetta. Pare ci sia un passaggio da questa parte, ci entra già metà Koris e il metro laser dice che ci sono almeno sei metri.

Day 6:
Rischio di temporali, visto che nessuno ha voglia di farsi folgorare nel bosco non si fa niente di utile.

Day 7:
Se non è la giornata più umida dell’universo ci va vicina. Si cammina un’ora e mezza sotto la pioggia, ci si ghiaccia il culo in attesa di un prosieguo al buco abbandonato l’anno scorso. Pare che si attenda in vano perché il budello è molto più stretto del previsto e molto più pericolante. Mugugno generale, Ô rage ! ô désespoir ! ô viellesse ennemie !
N’ai-je donc tant vécu que pour cette infamie?
.

Day 8:
Ci si sveglia circondati da una gang di enormi lumache nere senza guscio, che hanno invaso l’abside della tenda. Sono capeggiate da un’altrettanto enorme lumaca color cacchetta che le incita all’attacco. I gasteropodi invasori vengono fatti sloggiare con le cattive, solo per scoprire che hanno già cacato più o meno ovunque. Respinto l’assalto delle lumache cagone, si parte per la solita ghiacciaia. E questa volta Koris passa un meandro infame alla maniera egiziana (i.e. di profilo geroglifico). Solo che la grotta non scende, sale. Perplessitudine da chiarire appena ci sarà qualcuno accanto a Koris arrampicatrice.

Day 9:
Nessun assalto cacatorio, noto anche come lumacAttack, ma una mancanza di motivazione generale per fare un’ora e mezza di marcia nella foresta. Ciò nonostante, ci si arma e si parte. Tuttavia, lo spaccamento di pietre non è sufficiente a far passare qualcuno accanto a Koris arrampicatrice. Il prosieguo della storia all’anno prossimo, forse. Intanto Koris ha passato il pomeriggio nella ghiacciaia e se non fosse per il doppio calzino, la calzamaglia sotto al pigiamone di pile, i guanti a più strati e il burqa da grotta, sarebbe commercializzabile a marchio Findus. Si cerca disperatamente un nano-speleologo da appioppare a Koris nelle sue esplorazioni in ambiente ostile. Intanto la ghiacciaia viene rinominata «la Grotta del Paté Basco», in onore di una scatoletta di paté che è stata conservata al suo interno per tutta la settimana.

Day 10:
Bisogna andare a recuperare del materiale cartografico dimenticato la settimana scorsa. A -450 m, dopo duecento metri di pozzi e due meandri. Koris ha cercato di defilarsi e smarcarsi in ogni modo, ma è stata tirata dentro d’ufficio. L’uscita in verità meriterebbe un post a sé, ma si può riassumere con brevi episodi: la sequenza di pozzi scoscesi, il meandro (anzi due) infame e infernale che non finisce mai, gli scivoloni nelle gallerie finali fino al bivacco. Koris si procura lividi in zone che nemmeno sapeva di avere. Si esce a mezzanotte dopo un po’ più di dodici ore di speleo. Per arrivare alla macchina, ancora 45 minuti di cammino. Per arrivare al campeggio, ancora 30 minuti di macchina. Koris va a dormire mentre altri due membri della squadra fanno lo spuntino delle due di notte a pane e camambert.

Day 11:
Come giuratosi durante l’interminabile discesa agli inferi di -450, Koris passa la giornata a fare poco o niente. Il più grande sforzo è portare alla bocca cibo di qualunque origine, anche sconosciuta. Ci sono riserve di grasso da reintegrare.

Day 12:
Ultimo giorno di campo. ‘thieu vuole approfittare dello scazzo generale per andare fare foto nel sistema Verna-Chevalier, una roba enorme di un centinaio di metri di altezza per 350 di lunghezza. L’ammutinamento del materiale fotografico rende l’assideramento parziale di Koris, dati i 4.5 gradi del luogo, non esattamente utile.

Day 13:
Si smonta il campo e si torna a casa. Nove ore di macchina dopo, si dorme in un letto che sia un letto e non un materasso gonfiabile. Tuttavia, la prospettiva di rivedere Binomio dopo altrettanti giorni di disintossicazione è tutt’altro che allettante.

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