Archivi tag: vercors

Temporali, fiumi e materassi

Vennero le vacanze invernali, ma non andammo da nessuna parte perché non c’era neve.

Vennero le vacanze di pasqua, ma non andammo da nessuna parte perché c’era il vairus.

Venne il ponte del primo maggio, ma non andammo da nessuna parte perché c’era il vairus.

Venne il ponte dell’otto maggio, ma non andammo da nessuna parte perché c’era il varius.

Venne il ponte dell’ascensione, ma non andammo da nessuna parte perché entro 100 km dove minchia vai?

Venne il ponte di pentecoste, ma non andammo da nessuna parte perché il limite dei 100 km decadeva l’indomani.

Venne il ponte del 14 luglio, e sticazzi del vairus e dei 100 km, si va nel Vercors e vaffanculo.

Koris e ‘thieu sono giunti nel Vercors verdeggiante la sera del venerdì sotto un temporale torrenziale perché il Vercors odia tutti, ma soprattutto gli speleologi. Tuttavia ci vuole altro per scoraggiare due che non aspettavano altro da… da gennaio, quasi. Sì, siamo schifosamente viziati dei week-end fuori porta, sì, siamo dei privilegiati, ka$ta e tutto quanto, passiamo oltre. Il temporale torrenziale, si diceva. Perché se non devi piantare la tenda grossa sotto l’acqua a secchiate godi solo a metà. Ah, alle nove di sera. Mentre calano le tenebre. Poi basta, tutto bene quel che finisce con la zuppa in cartoccio scaldata sul fornelletto.

L’indomani, considerando sempre che il Vercors odia gli speleologi, qualunque grotta pensabile era in piena, fatta eccezione per quelle facili e senza fiumi. La migliore idea per evitare la piena è stata andare dove l’acqua c’è, ma è allo stato solido: in ghiacciaia. Che detto così pare un’uscita speleo nel freezer e in effetti il concetto è quello. Pozzo con ghiaccio in fondo, speleo on the rocks, undici gradi fuori (sì, a luglio, vedi alla voce “il Vercors ci odia”) e uno in grotta (ci odia molto). ‘thieu fa le sue prime foto col ghiaccio in controluce, si incazza perché non viene azzurro, mentre Koris-modella fa il cosplay dello stoccafisso surgelato. Pagamento a cena, in ravioles du Dauphiné. Qui ci vorrebbe una parentesi da food-blogger priva di orgoglio nazionale, perché le ravioles coi formaggi di montagna sono buonissime. O forse era la fame. O forse entrambi.

Domenica Koris ha più o meno estratto ‘thieu a pedate dal sacco a pelo e lo ha motivato, stile sergente maggiore Hartmann, ad andare a scendere per lo Scialet Brudour. “Mi hai rotto le palle che volevi farlo a tutti i costi, ora lo fai a tutti i costi” è l’inoppugnabile argomento riportato. ‘thieu ha finito per cedere, ramazzare il suo armamentario fotografico ed essere molto felice una volta coi piedi nel fiume sotterraneo. Koris si è portata un inutile sacco di corda fino in fondo, perché la grotta si è rivelata essere già armata a parte l’inizio. Lo abbiamo già detto che il Vercors ci odia, vero?

Durante la notte fra domenica e lunedì è successo non si sa bene cosa. O meglio, non si sa quale evento ha fatto sì che il materasso gonfiabile sotto il Koris-culo si bucasse. Koris si è ritrovata a dormire raso terra a un’ora indecente della notte, senza capacitarsi di come fosse arrivata lì. Non l’ha presa affatto bene.

Il programma di lunedì prevedeva lo Scialet Neuf, nonostante la mancanza di sonno e di motivazione. Solo che quando non va, non va. ‘thieu ha cercato di armare, ma l’armo della grotta si è rivelato “esigente”. Che è uno dei tanti sinonimi che usa ‘thieu, come “tecnico”, “complicato”, “fa riflettere”, quando Koris usa la semplice locuzione “l’armo fa schifo al cazzo”. Quindi, l’armo dello Scialet Neuf fa schifo al cazzo, si va altrove per recuperare la giornata. ‘thieu si fa passare il broncio facendo foto in una pseudo-ghiacciaia senza ghiaccio. La giornata è stata definitivamente raddrizzata con una pizza al di sopra della media per gli standard francesi.

La notte successiva Koris è riuscita a calibrare il gonfiaggio del materasso maledetto perché fosse sgonfio circa alle sette del mattino. ‘thieu invece è andato a urlare ai Belgi vicini di campeggio che facevano troppo casino per i suoi gusti. Ma tanto l’indomani si doveva tornare a casa, quindi sia il materasso che i Belgi erano solo scazzi momentanei. E il Vercors ci odia, ma almeno ci ha lasciato riporre una tenda asciutta, cosa non scontatissima.

Lentecchie fredde e piedi bagnati

(Avvertimento per Mezzatazza: è uno speleopost)

Koris è nel gelido Vercors, dove il mese di maggio non è necessariamente indice di primavera. Potrebbe anche essere inverno. O autunno. Il che significa anche che le grotte possono essere umide, o molto umide, oppure farti una doccia d’acqua a sette gradi. Se va bene è solo acqua e non anche sabbietta o sassolini. Che bella la speleologia alpina nel Vercors.

Il gruppo composto dai soliti noti (‘thieu, Koris, DB) più la new entry SantaSubito (e scoprirete perché) aveva deciso di fare un’uscita grossa in un posto chiamato lo Scialet des Fleurs Blanches (sì, scialet, lo chalet è un’altra cosa). O meglio, i tre avevano deciso, Koris si era riservata la scelta di non farlo perché è un periodo no, e quando è un periodo no si dubita di tutto, anche della ferraglia speleo.

La scheda della grotta diceva P18, P25, P25, P32 prima di arriva in un’infilata di pozzetti in un meandro e quindi nelle gallerie. A Koris quell’infilata di pozzi non piaceva per nulla, zero, nisba, nada. Si vedeva minimo minimo a piangere davanti alla parteza del P32, nella migliore delle ipotesi.

Un’ipotesi più realistica sarebbe stata Koris che si piazza alla testa del P18, vede i 18 metri di vuoto sotto le chiappe, vede il corrimano e scivoloso e chiede “dove sono le chiavi della macchina? Vi aspetto fuori”. Cosa he avrebbe potuto verificarsi, visto che ‘thieu ha sbuffato, ha fatto il muso ed è filato giù per il pozzo verso il successivo P25. Koris si è sentita abbandonata.

E qui è entrata in gioco lei, SantaSubito, il nuovo acquisto con esperienza, meglio di un usato garantito. Ha guardato fissamente Koris, dicendole “io aspetto” e non si è mossa finché Koris non ha deciso che forse poteva provare a scendere almeno quel pozzo. Tanto si sarebbe fermata al secondo.

E invece no. Non si sa bene quale dinamica si sia innestata, ma tant’è Koris è scesa anche per il getto unico di 25 metri successivi. E per gli altri 25 ancora, pendoli compresi. Forse perché SantaSubito era sempre lì, forse perché i pozzi erano in armo doppio e quindi si poteva scendere in coppia.

Al P32, quando Koris aveva scelta fra un getto solo e tre getti frazionati, si è fatta i 32 metri in one shot one kill come non accadeva da… boh, un sacco di tempo. Quando ha finalmente toccato terra, era molto soddisfatta di se stessa. Come dopo aver fatto una grossa cacca, insomma.

(Che oh, detta così pare una cosa scema per uno speleologo, ma per l’attuale forma mentale di Koris è molto)

A quel punto iniziava il menadro con i pozzetti, ma a Koris il menandro piace perché è masochista. Intimità con la roccia, contorsionismo, lividi sulle ginocchia, intervallati da saltini di 8-9 metri. Nessun problema, ormai siamo lanciati, non c’è niente che ci impedisca di continuare verso le grandi gallerie del fondo.

Come no. All’uscita del meandro c’è il fiumiciattolo, che ha creato un allegro laghetto di fango. Fango a sette gradi. Koris aveva le scarpe da montagna che non sarebbero sopravvissute. Koris ha guardato ‘thieu con aria disperata. ‘thieu, già colpevole di abbandono, ha cercato di sdebitarsi prendendo Koris a cavacecio. Bella figura di merda, ma adesso niente poteva fermarla.

Sbagliatissimo, c’è il lago vero. Con l’acqua. Koris ha capito di non avere scelta, toccava bagnarsi i piedi. Splaf, splaf, splaf. Passaggio rapido, acqua nelle scarpe, va bene, questa volta non ne usciamo vivi o almeno non con tutte le dita dei piedi. Ma ormai si va al fondo, cosa può esserci di peggio?
La zattera. Il passaggio di una strettoia sul fiume a bordo di una zattera. Koris ha pensato il peggio, ivi compreso il bagno non richiesto perché la zattera di tubi si sarebbe sicuramente rovesciata. E invece no, non si sa perché.

Koris è arrivata sana e salva a mangiare un sacchetto di lenticchie e pancetta fredda, una roba che in superficie non farebbe mai. Ma aveva fame. Un sacco fame.
La fame ha continuato a seguirla per tutta la durata delle gallerie enormi, assieme ai piedi bagnati in cui ormai si stavano sviluppando forme di vita sconosciute. Però va detto che la tuta s’era asciugata e l’acqua, grazie ai calzini di neoprene, era quasi calda.

Almeno finché non si è arrivati al fondo ed è venuto in momento di tornare indietro. Di nuovo la zattera, di nuovo il lago, di nuovo la fangazza ma non a cavacecio. Arrivata all’entrata del meandro, Koris aveva di nuovo un sacco fame. E se l’è tenuta.

“Tanto facciamo pausa prima dei pozzi grandi”

Stigrandissimicazzi. Al secondo P25, drogata di frutta secca d’emergenza (i famosi fruttini alla cocaina), Koris iniziava a pontificare di ceci, salsiccia e altre cose dall’indecente apporto calorico. Altro che la pubblicità della Fiesta anni ’90.

Koris è uscita dopo nove ore di speleo che sognava solo grassi insaturi nel suo piatto (come al solito). Fuori grandinava, quindi anche uscire dalla sottotuta è stata un’impresa non da poco.

Per cena ha avuto pasta condita con la ratatouille (abominio! Sterminio! Anatema!). Che ha mangiato perché aveva troppa fame. Ma nonostante i piedi bagnati per un sacco di tempo, le lenticchie fredde da mangiare e la fangazza integrale che ricopriva la tuta, Koris era sordidamente soddisfatta di sé.

La felicità si misura in chilometri

Chilometri che possono essere la distanza da qualcosa. O da qualcuno. O i chilometri percorsi in una giornata, a scelta.

Dopo un enorme tira-e-molla per un giorno di ferie (perché poteva cominciare il nuovo contratto, forse, vai a sapere, not today, poi vi chiedete perché Koris ha più di 50 giorni di ferie arretrate), Koris ha deciso di averne abbastanza. Ha strappato un venerdì, ha porconato divinità a scelta per trovare un posto in cui dormire, quindi è partita con ‘thieu alla volta dell’innevato Vercors e tanti saluti a tutti.

Come si è già spiegato, per ragioni economico-affettivo-ambientali Koris si è data al fondo. Un po’ perché ‘thieu fa fondo da quando aveva quattro anni e pare brutto strapparlo alle sue abitudini. Un po’ perché tutto sommato, è meglio risalire le piste col sudore della fronte che non sulla seggiovia, previa coda con gente che sbuffa: il sudore non contribuisce al riscaldamento climatico. Un po’ perché vuoi mettere lo skipass a nove euri, un vero Ligure non può resistere a un tale appeal.

Complice il caldo assassino di ben sette gradi a mezzogiorno, Koris ha sciato per la prima volta in solo pile e pantaloni non imbottiti. E ha sudato il sudabile, carburando ad acqua e albicocche secche. In tutta la sua carriera di discesista Koris non era mai morta di sete, ma c’è una prima volta per tutto.

C’è stata una rivincita degli sci lunghi. Koris, non essendo provvista di armamentario personale da fondo, si vede appioppare di solito sci e scarponi da “uno pampino”. Sabato i marmocchi maledetti avevano già razziato sci corti, quindi a Koris sono state appioppate delle pertiche di 175 centimetri, accompagnate da “ammesso che tu riesca a manovrarli”. Illusi, Koris ha esperienze dei tardi anni ’80, quando i carver non esistevano. Con gli sci lunghi va anche meglio.

salita

Tutto a posto, dopo spiana, promesso.

Oltre a circa 40 km di piste macinati in due giorni e la scoperta di muscoli che non dovrebbero esistere, Koris ha scoperto una nuova attività di interesse distruttiva: le ciaspole. Nel Koris-immaginario, le ciaspole erano un’altra attività da arzilli vecchietti. Come al solito, et ho errato. O meglio, tutto è relativo al percorso che si sceglie. Koris e ‘thieu devono lavorare al loro concetto di “passeggiatina”, “giretto”, “due passi”.

Perché i loro “giretti” si rivelano raramente inferiori ai 10 km.

ciaspole

“Facciamo la blu, poi ci aggiungiamo un pezzo della rossa, tanto basta andare avanti”

Il problema dell’andare in montagna è sempre il solito: che bisogna tornare a casa. Koris ha passato il viaggio verso Marseille a fare i capricci come se avesse quattro anni, dicendo che non vedeva l’interesse a tornare sulla costa. Non c’è neve, cosa poteva mai fare? Sì, bello il mare e tutto quanto, ma vuoi mettere le candele di ghiaccio che spenzolano dal calcare. Un posto dove ci sono grotte e neve, cosa si può desiderare di più dalla vita?

Un giorno Koris darà definitivamente di matto e si ritirerà a vivere con le capre in una spelonca del Vercors.

buco

Sì, è un buco pieno di neve.

A la belle etoile

Quando era alle elementari/medie, Koris aveva problemi a ricordarsi che giorno fosse durante l’estate. Poteva essere un qualunque giorno fra giugno e agosto, lei lo ignorava. Il giorno preciso della settimana meno che meno. Questa volta le è bastata una settimana di vacanza per perdere completamente la concezione del tempo e persino dello spazio, perché troppi trasbordi al giorno sballottano l’essere.
Koris ha cominciato il viaggio col dubbio di aver capito male il luogo del rendez-vous (si sta francesizzando un po’ troppo, lo ammette) e di ritrovarsi da tutt’altra parte. Ma di Manosque fortunatamente non ce ne sono troppi e nonostante venti minuti di panico perché non si stava presentando nessuno a prenderla, alla fine ha trovato di che farsi scarrozzare a nord, verso la Drome e l’Isère.

paesaggio

Paesaggio tipico del Vercors. Il tempo di cacca è Koris-implicito, come la nuvoletta di Fantozzi.

Ancora una volta Koris non aveva capito niente e quella che lei reputava essere una sessione di endurance a piedi si è rivelata piuttosto un’esplorazione in macchina.
Ma il disagio non è mancato. Nella fattispecie, Koris ha scoperto che:

  • l’antico insegnamento dell’Amperodattilo secondo cui è meglio non trovarsi sotto un traliccio dell’alta tensione quando il cielo minaccia temporale non è noto a tutti, nemmeno a escursionisti reputati esperti. Quindi meglio dormire al vento, con i teli dell’accampamento (montato al buio) che sbattono e ti impediscono di dormire.
  • la rugiada è insidiosa quanto il vento, soprattutto se il telo ti sgocciola in testa.
  • è altresì sconsigliabile farsi bagnare la parte bassa del sacco a pelo, soprattutto se si dorme a sette gradi, alla diaccio e in una stazione sciistica chiusa. Il lato positivo dell’essere altri un metro e un barattolo (Orso cit.) è potersi raggomitolare nel sacco a pelo in larghezza e riuscire a sopravvivere all’assideramento.

Notti furiose a parte, in cui Koris ha dormito col berretto in testa per la prima volta nella sua vita, ci sono stati anche particolari piacevoli. Come i primi funghi della stagione, perché fra le alpi è già autunno.

funghi


funghi
funghi Funghi. Per dedicarli a Quella del Sangue di Porco. L’ultimo per qualche ragione ha una forma… bizzarra.

O passare in villaggi piuttosto significativi, come quello che diede i natali all’inventore dell’orologio parlante (così dicevano le indicazioni, Koris non ha indagato oltre, ma a fianco c’era un campo di marijuana). O il villaggio chiamato Glandage, la cui traduzione letterale è pressappoco Cazzeggio. Per la cronaca, nel villaggio perduto all’ombra delle montagne abita stabilmente un pastore di pecore che fa un formaggio eccezionale.

dioce

Koris-foto in stile “dio c’è”. Ogni tanto le scappa.

Il viaggio è stato anche foriero di soprese, come trovare aperta la baita ai piedi degli impianti non era chiusa a chiave. E c’era ancora la corrente. E l’acqua calda per lavare i piatti. Dettagli insignificanti, ma che fanno la differenza fra la vita e l’abbattimento cosmico se il pranzo è stato consumato al vento sul Col du Rousset.

fantasy

Scenario vagamente fantastico, fa quasi Bretagna.

Sorpresa un po’ meno gradita è stato il tubo di scappamento che ha salutato la compagnia fuori dal villaggio di Chamaloc, ma Koris non entrerà in dettagli meccanici per cui Koris è assolutamente negata a causa del suo secondo cromosoma X. Diremo solo che è stato provvidenziale un tubo di aspirapolvere trovato nella spazzatura, come abbia funzionato resta misterioso.

chamaloc

Chamaloc. Si sconsiglia di forare il tubo di scappamento qui.

Sabato, dopo la notte passata a troppo pochi gradi per sopravvivere all’esterno (e con un sacco a pelo bagnato), si è deciso di fare i secessionisti e fuggire in Savoia, a sbagliare strada nell’attraversare l’Isè, a colpi di autocoscienza e confessioni spinose, per ritrovarsi perduti nella piovosa campagna savoiarda a cercare pane per sfamarsi.
“Scommetto che le oreillettes non le hai mai mangiate.”
“Sembrano tanto le bugie che fanno da noi.”
“Ma sono un dolce di questi posti!”
“La Savoia era italiana, qualcosa di buono ve lo avremo pure lasciato”
E soprattutto tornare alla civiltà che ti attende a the caldo e La Doccia. Soprattutto La Doccia che ti gratta via lo sporco, il sudore e le erbacce ramazzate in giorni di pascolo selvaggio. La Doccia calda che ti ammette di nuovo nel regno degli umani e ti rende felice di essere vivo. Per non parlare del letto col piumone, che non si vorrebbe uscire mai.
Dormire à la belle étoile serve anche a questo: a farti apprezzare il minimo conforto della civiltà una volta che ritrovi un tetto sulla testa.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: