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In famiglia pt. 3 (edizione del circolo dei canottieri)

Qualche giorno prima di calare in Italia, Koris aveva ricevuto un messaggio da fratello Orso.

“Potremmo andare a fare una di quelle escursioni in canoa all’isola di B.” (n.d.K. B. è un luogo di spiagge sassose ad ovest di Merdopoli, con annessa un isolotto abitato per lo più da gabbiani, anche se pare che nel medioevo ospitasse ben 200 monaci benedettini, con la densità media di Tokyo).

Koris sulle prime pensava che volesse portare tutta la famiglia, ma Orso ha insistito che erano solo loro due. Koris ha pensato che dovesse annoiarsi parecchio, invece era solo un pensiero gentile. Gratis, nonostante la sua natura economistica.

Koris si è quindi presentata a spiaggia come non succedeva da circa cinque anni. Visto il suo colorito non proprio abbronzato, è stato deciso di presentarla come “la cugina di Pinerolo”. Quella che si impana di crema solare sei volte e va in giro con la maglietta. Del resto, l’ultima volta che è andata a spiaggia veramente (quindi escludendo grotte, laghi e fiumi più o meno sotterranei) era il 2014, quindi è stata etichettata come “la cugina di Pinerolo, quella povera che non può permettersi le vacanze al mare e ha il segno della maglietta perché lavora nei campi”. Sempre bello avere una famiglia, eh?

L’escursione in canoa a due si è rivelata più coordinata di quanto si osasse sperare e anche più fisica del previsto. Koris è riuscita ad entrare in una grotta (anzi due) marina perché quando sei speleologo le grotte vengono a te naturalmente. Menzione speciale a Orso che ha voluto entrare in canoa anche se dice di soffrire di claustrofobia. E ancor di più di vertigini, visto come ha commentato il tizio che si esibiva nel deep water soloing poco distante.

Orso e sorella Koris hanno fatto il bagno all’isola di B., Koris perculata da fratello Orso perché non osa mettere i piedi ignudi sugli scogli per paura delle tracine. Poi ha sentito dire che in giro ci sono delle murene e da brava “cugina di Pinerolo” ha cercato di andare dove non toccava, onde evitare di disturbare la fauna locale. Cercando di dimenticarsi della posidonia, che non è un’alga, è una pianta, ma fa schifo lo stesso. Forse Koris è davvero la “cugina di Pinerolo”.

Orso ha iniziato a lamentarsi del male alle gambe sulla via del ritorno.
“Mi sono aperto un piede. Ma se lo metto in acqua poi si sente il sangue e arrivano gli squali”
“Ma quali squali!”
“Oh, dicono che ci sono le verdesche
“Eh, sì, le merdesche”
“E poi mi sono fatto fare il massaggio alla cervicale stamattina, ora devo prenotarne un altro per domani, minimo minimo”

I due sono riusciti a fare il giro dell’isola, al di fuori delle boe, senza riprodurre nessun set di Steven Spielberg. Forse Orso non era abbastanza appetitoso, visto che è a dieta.

La canoa a due si è trasformata in una canoa a uno e mezzo, visto che il Plantigrade ogni tanto dimenticava di vogare, avvertendo con un “mi riposo un po’”. Ma gli vogliamo bene lo stesso, anche da spaparanzato sul retro della canoa.

canoa

Rara foto della “cugina di Pinerolo” (con obbligatoria t-shirt bianca) con Orso sul retro.

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In famiglia pt. 2

Mentre l’Amperodattilo e Orso fanno il decluttering (o il meno poetico repulisti) del cassetto di calze e mutande…
Orso: “Queste calze però posso ancora metterle”
Amperodattilo: “Dalle a U Babbu”
Orso: “Eh, ma sono un 45”
Amperodattilo: “Tanto U Babbu porta tutto, dal 39 al 45, ha delle misure…”
Orso: “… elastiche”

Orso: “Questa è canottiera, io non me la metto più…”
U Babbu: “Io sì!”
Amperodattilo: “No, tu no!”
U Babbu: “Sì, c’è scritto Carlsberg, almeno una birra bevibile, non come quella ciofeca di ieri sera”
Amperodattilo: “Ti sta malissimo!”
U Babbu: “Sì, sì, me la metto per lavorare sul terrazzo!”
Orso: “C’è anche la maglietta Heineken…”
U Babbu: “Sì, un’altra birra!”
Amperodattilo: “No! Heineken la buttiamo via, Carlsberg te la tieni anche se ti fa difetto… ovunque”

Orso: “Questa maglietta mi starebbe anche bene, se fossi grosso e muscoloso”
Amperodattilo: “E allora tientela per quando sarai grosso e muscoloso”
Orso: “La do a U Babbu, poi se divento grosso e muscoloso me la riprendo”
U Babbu: “Ma no, poi io mi ci affeziono”

Orso: “Tieni, questa Lacoste ha già fatto il ping-pong”
Amperodattilo: “Il ping pong?”
Orso: “Ma sì, era sua, poi è diventata mia… sarà degli anni ’70”
Amperodattilo: “Vabbè, ci prendo il coccodrillo”
U Babbu: “Ma era mia?”
Orso: “Sì, ci giocavi a tennis”
U Babbu: “Ma figurati se io giocavo a tennis con una maglietta… marrone? Ecco, figurati se giocavo a tennis con una maglietta che non sapevo nemmeno se fosse verde o marrone”

Koris: “Non stai sudando come un vampiro (n.d.K. secondo la famiglia, i vampiri sudano copiosamente) con quella polo a maniche lunghe?”
U Babbu: “Sì, ma me la tengo perché altrimenti me la buttano via”
Amperodattilo: “Toglitela, che è praticamente un cappottino”
U Babbu: “Ma un cappottino di Gant!”

Amperodattilo: “Questo giacchettino te lo metti o lo diamo via?”
Orso: “Eh, mi dispiace darlo via, è di Arfango”
U Babbu: “Arfango e nel culo te lo sfrango!”

Amperodattilo: “Che poi dovrei mettere a posto anche il mio armadio…”
U Babbu: “No! Non cominciamo con questa tragedia. È la congiura di Armadio e Aristogitone!”

In famiglia pt. 1

Amperodattilo: “Nel rifare la cucina, io volevo fare l’open space, ma U Babbu era contrario…”
U Babbu: “Ho opposto una strenua resistenza, peggio che sul Piave”
Amperodattilo: “Volevo buttare giù il muro fra il salotto e la cucina…”
U Babbu: “Una guerra di trincea, quasi la battaglia della Somme. Ho messo il filo spinato attorno al divano per montare la torretta con la mitragliatrice”
Koris: “Siete sempre un ottimo materiale da blog”

Amperodattilo: “Ma come sei bianca!”
Koris: “Sono un essere cavernicolo, che pretendi?”
U Babbu: “Noi invece siamo diventati di terracotta. Ora ci facciamo una foto sdraiati e ci spacciamo per un sarcofago etrusco”

Amperodattilo: “Guarda, Orso ti ha voluto comprare quella maglietta lì, quella che più sudi e meno puzzi”

L’unità di misura dell’affetto

L’unità di misura dell’affetto è fratello Orso che in Giappone si è messo a cercare souvenir trash a tema Sengoku da portare alla sorella Koris. Li ha trovati. Koris è molto fiera e del fratello plantigrade, e dei pupazzini samurai con la faccia incazzosa. L’Amperodattilo ha commentato “ma guardate te, a trent’anni ancora coi giocattoli…”.

L’unità di misura dell’affetto è anche U Babbu che fa scorte di roba da portare in Francia come se ci si dovesse preparare all’assedio di Montségur (da assediati, eh). “Ti ho preso due Pan di Stelle Coop”, dove due è più vicino a due alla terza che a due naturale, ma la matematica non è il punto forte di U Babbu. Ha anche elargito tre pacchi di bibanesi (grissini tozzi che contengono cocaina, altrimenti non si spiega l’assuefazione) a ‘thieu, che non è stato messo nella posizione di rifiutare.

L’unità di misura dell’affetto è anche l’Amperodattilo che produce tonnellate di cibo. Litri di minestrone, battaglioni di gamberi, ettari di paste al forno, boschi di fragole, tonnellate di budini, metri quadri di torte di verdura. Perché, in fondo, in Italia l’affetto passa anche per il cibo e se nutri qualcuno significa che gli vuoi bene. Qualcosa che si capisce solo col tempo e che risulta del tutto incomprensibile al diciottenne medio, che trova tutto asfissiante, ma a diciotto anni ti credi tanto e non sei niente. ‘thieu ogni tanto bofonchiava “mangiamo troppo”, poi dimenticava la locuzione “basta così” appena seduto a tavola.

Nei quattro giorni di permanenza italica, ‘thieu ha imparato una nuova parola: “cesso”. Solo grandi progressi linguistici.

Koris è arrivata a Merdopoli che sembrava essere stata investita da un’orda di tir, dopo quattro giorni di cura familiare intensiva a mangiare, passeggiare e dormire, riusciva quasi a guardarsi allo specchio. Peccato che sarebbero serviti almeno due giorni supplementari.

Marie Kondo e il repulisti dell’Amperodattilo

Per chiunque non abbia cazzeggiato abbastanza su Twitter negli ultimi cinque anni, Marie Kondo è una nipponica un po’ sciroccata che ha fatto i petecchioni col libro “Il magico potere del riordino”. La mission di costei, oltre a spillare soldi per insegnare ciò che un genitore cerca inutilmente di instillare in un pargolo più o meno disordinato, è di mettere a posto casa per mettere a posto la vita. Combattere il disordine degli oggetti che genera caos interiore. Da ciò si evince che Mari Kondo non ha studiato fisica, dato che per natura niente sfugge al principio dell’entropia, nemmeno gli ammassi di galassie, quindi figuriamoci il cassetto delle mutande. Ma tant’è, non è questo il punto.

Marie Kondo ha l’ambizione di insegnare a buttare tutto quello che non serve, con un grande discrimine: bisogna tenere solo ciò che porta gioia nella vita. Tutto il resto spazzatura, immondizia, monnezza, rumenta, rusco, poubelle, chiamatelo come volete. Si può parlare con l’oggetto, vedere se comunica allegria, stringerlo a sé e iniziare a preoccuparsi qualora l’oggetto risponda o ricambi l’abbraccio (a quel punto, più che mettere in ordine il caos interiore, serve un buon trattamento per la schizofrenia). E una volta selezionati i prescelti del cuore, bisogna dare loro importanza, valorizzarli, caricarli di significati, fare loro le coccole e, perché no, portarli a cena fuori prima di darsi a pratiche di feticismo assortite.

Marie Kondo, con questo minestrone di zen, animista e new age, ci è diventata ricca. Il suo metodo Konmari, opportunamente brandizzato, è persino arrivato su Netflix.

E poi c’è la corrente secolare del riordino, tradizionalista ma non per questo meno efficace, materialista e speditivo: la regola dell’Amperodattilo.

Dal molto meno altisonante e ancor meno glam nome di “repulisti”, non ha alcuna velleità animista, per quanto miri a un risultato finale molto zen. L’obiettivo è sottoporre la stanza a una sorta di Giorno del Giudizio per arrivare al vuoto spinto in cui nemmeno i quark osano creare tunnel mesonici per paura di far disordine.

Il criterio applicato agli oggetti da tenere assomiglia piuttosto da un processo dell’inquisizione, senza alcun avvocato difensore, in cui viene molto spesso emessa la sentenza “Questo è un cesso, si butta” senza possibilità di appello. Abiuri il disordine? Bene, purtroppo è troppo tardi, vai a farti un giro nel fuoco purificatore dell’inceneritore. Potremmo chiamarlo il metodo TorqueAmper per stanare l’eresia dagli armadi e preparare la venuta del vuoto celeste. Chissà se Amazon Prime è interessato. Abbiamo già pronte alcune puntate, tratte da una storia vera:

  • “In questa casa fra un po’ entrano i libri e usciamo noi”
  • “C’è un solo modo di mettere le pentole nel pensile impilandole e lo custodisco io”
  • “U Babbu ha una scarpiera solo per sé, mi pare troppo”
  • “L’armadio della vostra cameretta era vecchio da far schifo”
  • “Cosa me ne faccio di tutte queste camicie?”
  • “Tutti ‘sti servizi di piatti che ti regalano per le nozze io li butterei dalla finestra”

Koris, nel vano tentativo di dare una relazione d’ordine alla cucina, ha scoperto che il metodo TorqueAmper è molto più istintivo ed emozionale di qualunque comunicazione di gioia possa dare un oggetto.

La fregatura del memory foam

Non bisognerebbe mai ricordare cantava Guccini e di certo c’è un perché. Facciamo un passo indietro.

Sul finire dell’anno scorso i Maiores hanno cambiato letto per la prima volta nella storia di casa Koris. Il letto precedente, reduce di un restyling made in Amperodattilo che lo portò dall’ottone al bianco, veterano di un certo numero di evoluzioni di baby-Koris a ritmo di “La calunnia è un venticello“, è stato deportato a godersi la pensione in campagna.

A Natale l’Amperodattilo ha intrattenuto Koris per un intervallo di tempo non trascurabile sulle virtù del letto nuovo, sentendosi come un Omero qualunque nel XXIII canto dell’Odissea, ma senza l’ulivo. In particolare, l’Amperodattilo ha cantato le lodi del materasso memory foam (per dovere di cronaca, bisogna ammettere che la locuzione “memory foam” è stata trasformata in memory-qualunque cosa, per comprendere a fondo è stato necessario uno studio di linguistica comparata).

“Insomma, prende la forma del tuo corpo! Così puoi trovare la tua posizione subito, senza ulteriori smottamenti!”

Narrami, o musa, del latex multiforme che molto imparò dalle sacre terga posatevisi.

Anche ‘thieu, a dire il vero, avrebbe un materasso memory foam, almeno stando a ciò che dichiara l’etichetta. Ma in questo caso, il memory foam è una maledetta fregatura. Lasciamo Omero per fare un po’ di fisica.

Lavoisier aveva ragione, “niente si crea, niente si distrugge ma tutto si trasforma”, dove per trasformazione si intende anche una traslazione di materia da una regione all’altra (no, non hanno ancora inventato un materasso quantistico che trasforma la massa in energia). Quindi ora prendiamo una donzella e un messere con rapporto di massa non proprio 1:2, ma più di 1:1.75 (in breve, ‘thieu non pesa il doppio di Koris, ma una Koris e tre quarti forse sì). Va da sé che la memoria del materasso non porta alcun ricordo della donzella, quanto si imprime a vita la forma del messere.

Ora, giorno dopo giorno, al succedersi delle ere geologiche, si crea un avvallamento in corrispondenza della massa maggiore. La massa minore si ritrova proiettata su una sorta di catena himalayana in lattice, da cui rotola giù ogni notte. E non v’è speranza di cambiare le cose, a causa della granitica memoria impostasi sul materasso, aere perennius.

Il memory foam sarà anche una meraviglia, ma l’Amperodattilo ha scordato di menzionare che il suo materasso è bipartito. Una faglia impedisce la comunicazione fra le due parti, che assumono le forme degli occupanti senza interazione fra esse. L’Amperodattilo la sa più lunga di una prolunga.

Koris sta cercando di riportare l’equilibrio notturno dopo aver ribaltato il materasso come una frittata, nella speranza che si torni in pari. Per ora dorme nel cratere meteorico creato dall’asteroide ‘thieu. Nel mentre, Koris medita che è sempre meglio l’oblio, anche quando si tratta di materassi.

Koris Abbey

Nonostante la ferita, l’Amperodattilo non molla l’osso (ottimo esempio di come parlare di corde in casa dell’impiccato), continua a impartire ordini e soprattutto a fare cose. Dove per “cose” si intende insalate russe, tiramisù, arrosti, brodi, varie ed eventuali. L’Amperodattilo riesce ad essere assieme la cuoca di Downton Abbey e il maggiordomo Carson, anche se a dire il vero l’Ampero-sogno è avere il maggiordomo e la cuoca. U Babbu sostiene che sarebbe l’incubo di entrambi, come Lady Violet, la contessa madre (di cui l’Amperodattilo è grande fan).

Koris ha cercato di fare un tiramisù, che si è poi rivelato essere un blob fluido mortale solidificato solo grazia a una prolungata permanenza in frigo. Koris dimostra di essere la sguattera tonta che ogni tanto dà una mano in cucina, infatti il campo in cui eccelle è passare l’aspirapolvere e dare lo straccio.

U Babbu fa avanti e indietro andando a recuperare quello che manca, sfidando la calca dell’Ekom sotto casa. In pratica, fa l’autista con velleità intellettuali.

Orso ogni tanto aiuta, ogni tanto non si fa vedere per vivere la vida loca della riviera merdopolese. Potremmo considerarlo una versione del cugino Matthew non-bionda e ricciuta e forse anche un po’ più strong.

In tutto ciò, Natale è passato indenne, senza dolci col sale e con paste al forno appaltate (orrore, hanno messo la mozzarella nella bechamelle, dove andremo a finire, signoramia), Koris ha sette tonnellate di libri di riportare a Marseille e non ha ben chiaro come.

Nel dubbio, oggi si replica.

korisAbbey

No, queste posate non sono state messe col righello, ma all’Amperodattilo sarebbe piaciuto.

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