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Sabato Gnocchi, domenica pure

(Disclaimer: speleo-post, ma senza roba verticale e/o orribile, figlio di un sacco di sonno arretrato. Se siete curiosi e non avete paura di sintassi approssimative o frasi lasciate a metà, andate avanti)

Koris era quasi sicura che per l’esercitazione del soccorso speleo in cavità alpina le avrebbero appioppato una sola missione e nemmeno troppo complicata. A giudicare dalla lista degli iscritti, c’era abbastanza gente perché Koris facesse il suo intervento e quindi se ne restasse al campo base a se dorer la pillule come dicono qui (ovvero, come dice U Babbu, “con le palle al sole”). Croce e delizia del soccorso speleo per chi ha tanto entusiasmo, ma manca di quei dieci anni di esperienza sotterranea. Ma in fondo in fondo, coi tempi che corrono, anche qualche ora di lettura sotto un albero, mezzo al sole e mezzo all’ombra, poteva non essere male.
Lo scenario del soccorso era questo: tre speleologi si sono persi nella grotta degli Gnocchi Forsennati, non vedendoli rientrare i familiari hanno chiamato i soccorsi, forse c’è un ferito. Semplice, conciso, gestibile in sei comodi chilometri di meandri e gallerie senza pozzi esagerati.

gnocchi

Sì, si chiama davvero Grotta degli Gnocchi Forsennati.

La sensazione di fregatura potentissima ha cominciato a farsi strada il sabato mattina, quando al campeggio nel Dévoluy c’erano trenta speleologi al massimo. Su cinque dipartimenti. Fanno sei speleologi per dipartimento. No buono, contando che i soccorsi si fanno a cinquanta e più. Forse la mezz’ora di marcia in montagna ha scoraggiato gli altri, lo speleologo è un essere pigro per definizione.
Koris ha guardato ‘thieu intensamente negli occhi, ‘thieu ha brevemente riassunto la situazione:
“Siamo qui, non siamo consiglieri tecnici, aspettiamo che ci dicano quello che dobbiamo fare”
Koris ha quindi raccattato una sedia da campeggio e il suo “La morte di re Artù” e, reperito un albero a una distanza consona dal posto di comando, si è messa a leggere. Ovviamente la cosa non è durata a lungo.
“Koris, sei nella squadra tre, ricerca vittime nella zona A, pronti a partire fra un’ora”
Chiudi il libro, verifica velocemente che nello zaino ci sia tutto, preparati un panino e il cibo d’emergenza. Si avvicina il caposquadra, uno del Vaucluse.
“Ci facciamo un sacco con del cibo in più e un fornello, che la nostra missione dovrebbe durare poco, ma è probabile che ci requisiscano per altri compiti e quindi non scendiamo dalla montagna fino a domattina”
Koris si fa un secondo panino e prende una seconda dose di frutta secca, detti anche i fruttini alla cocaina per l’effetto soprendete che non tarda a conseguir una volta che se ne mangia una manciata. Alle undici, sbocconcellando il panino numero uno, Koris zompa sulla camionetta dei pompieri diretta al vallone. Qui si potrebbe fare una disquisizione di quanto sia maledettamente divertente percorrere le strade sterrate sulla camionetta dei pompieri, ma soprassediamo.
Sotto un caldo semi-assassino, si sale il pendio fino a raggiungere un buco che soffia aria gelida sul fianco della montagna. Saltare nella sottotuta di pile, finire di vestirsi cercando di non socccombere, entrare ai sei gradi della grotta senza morire per lo sbalzo di temperatura.
La missione è stata rapida perché più che percorrere le gallerie e i meandri si è corso nelle gallerie e nei meandri. Esplorazione del ramo del Lago Nero: galleria, meandro, meandro, meandro stretto, cerca di non cadere venti metri più sotto, meandro stretto, lago. C’è nessuno qui? No, bene. Tira fuori il TPS (la radio adatta alle trasmissioni sotterranee), chiama il posto di controllo, rimetti a posto. Fai la strada al contrario fino alla giunzione col ramo del Primo Affluente. Galleria, galleria, cunicolo, galleria, galleria, cunicolo, cunicolo, “Koris, infilati in quel diverticolo infame che hai visto mai, ma dubito che la vittima sia lì, visto che ci entri solo tu”. C’è nessuno qui? No, bene. Tira fuori il TPS, chiama il posto di controllo, “noi qui abbiamo finito e siamo a mani vuote, usciamo”. Correre fino all’uscita dopo aver piazzato un posto radio in posizione strategica.
All’esterno c’è un bel sole, un temperatura gradevole e Koris si aspettava che le dicessero di rientrare in grotta al più presto. Curiosamente, la squadra tre ha ricevuto l’ordine di tornare alla base. Koris lì per lì voleva lamentarsi della fregatura, giusto due e mezza sottoterra, che gente, signora mia. Ma in soccorso se non sei (ancora) caposquadra obbedisci e stai zitto.
Koris è tornata al campo alle cinque del pomeriggio giusto in tempo per vedere ‘thieu che partiva con la squadra otto per l’assistenza alle vittime. ‘thieu pigolava perché non avrebbe avuto il tempo di farsi un panino, Koris gli ha elargito il suo panino di back-up. Koris ha quindi chiesto a una responsabile della logistica se doveva tenersi a disposizione.
“Un consiglio, da amica, vai a farti qualche ora di sonno, che stanotte rischi di tornare lassù”
Koris ha capito che sarebbe finita come al soccorso precedente, sveglia all’una di notte e si esce per pranzo. Pensando di avere qualche ora davanti a sé, Koris si è fatta un the e ha recuperato libro e lettore MP3, dicendosi che avrebbe dormito dopo, quando la temperatura in tenda sarebbe stata sotto i seimila gradi. Tre pagine dopo…
“Koris, sei nella squadra tredici, evacuazione vittime, pronta a partire fra un’ora”
Scoraggiamento a punti. Punto uno: ma come partire fra un’ora?! Tanto valeva restare in montagna, si evitava la risalita a piedi. Punto due: ma come evacuazione vittime?! Per i non addetti ai lavori, si tratta di spostare a braccia la barella col ferito dentro. La barella è ovviamente 100% trazione animale, ragion per cui la squadra è normalmente costituita da energumeni fra cui ‘thieu, non da nanerottoli. La struttura fisica di Koris la rende totalmente inadatta a fare parte della squadra di evacuazione, ma il consigliere tecnico se ne frega e ce la manda lo stesso. Tutta esperienza che entra, dicono.
Koris si fa un altro panino col fetido formaggio rimasto e si imbarca con altri otto energumeni più barella. Il caposquadra è un locale con lo sguardo spiritato ma che pare sapere il fatto suo.
Si arriva all’ingresso degli Gnocchi alle nove, con il sole che sparisce dietro ai profili alpini. Koris segue la squadra domandandosi se ne uscirà viva e, se sì, in quanti pezzi. A un certo punto il caposquadra sbaglia strada, passando per un fantastico cunicolo pieno di melma e costringendo la squadra a una discesa su roccia friabile. Koris, dall’alto della sua taglia XS, non ha abbastanza prese per scendere e dal basso le urlano “buttati che ti prendiamo al volo!”. Vantaggi dell’essere l’unico nano in una squadra di nerboruti.
Si raggiunge la squadra assistenza vittime e il ferito quasi alle undici. ‘thieu sta preparando del the da portare alla vittima, al riparo sotto la tenda. La squadra di energumeni fa partire immediatamente il perculamento a base di “scommettiamo che a tua moglie (!) non porti mai la colazione a letto”. Koris non pensa nemmeno lontanamente a difenderlo perché è stronza dentro.
“Scommettiamo che a casa non mette mai in ordine”
“In effetti lo fa raramente”
“Da che pulpito viene la predica!” si difende da solo il biondo (Amperodattili astiosi astenersi da commenti sgradevoli).
La vittima è sulla barella e pronta al trasporto a mezzanotte. E lì comincia il massacro. Per dare un’idea di cosa sia portare una barella in grotta, questo video è una versione light. In pratica, la squadra si passa la barella di mano in mano, ogni tanto la fanno scivolare sulle ginocchia dei soccorritori, ogni tanto sulla schiena. La vittima deve passare dov’è più comodo, il soccorritore dove può. Il che include arrampicato sopra la barella, sotto la barella, sulle spalle di un altro soccorritore, fra le gambe di un compagno, strisciando di profilo. Occorre avere molta fantasia, spirito di iniziativa e battuta sconcia facile, tanto si sprecano. Koris, nonostante il peso piuma, non fa eccezione, prendendosi la sua dose di botte, passaggi sulla schiena e trazione della barella nei punti più stretti perché “sei quella che passa più facilmente”. Il ricorso ai fruttini alla cocaina è stato frequente e indispensabile. Fortuntamente la vittima era una donzella dal peso contenuto. Dopo qualche meandro a serpetina coi soccorritori abbarbicati a cinque metri d’altezza, dopo due teleferiche, dopo un paio di cunicoli con fango e roccia tagliente (addio, Koris-scarponi che ora riposate nella rumenta, è stato bello), dopo un numero incalcolabile di battute oscene, cantando “La chenille redemarre” in un delirio trash, la barella esce in superficie. Sono le cinque e mezza del mattino.
Koris guarda l’aurora levarsi sulle vette, mentre finisce di scolarsi il sacchetto di frutta secca. Lo spettacolo è gradevole, la temperatura pure, le Koris-condizioni pietose. Tutto molto bello, ma ora anche basta.
La camionetta dei pompieri riporta i resti di Koris al campeggio alle sette passate. Koris si butta semi-vestita sul sacco a pelo e in meno di tre secondi si addormenta in maniera ignobile. Solo che la calura e il rumore la svegliano alle nove. ‘thieu, probabilmente colpito dal finto-perculamento sotterraneo, le preparara la colazione (e qui si organizzerà una petizione #ThieuSantoSubito).
Alla riunione post soccorso, davanti alla daube collettiva di ricompensa, vengono riconosciuti i seguenti punti:

  1. che un sacco di gente ha fatto sega, quindi abbiamo dovuto arrangiarci con la gente che c’era ma comunque bravi tutti;
  2. che la barella è uscita a una velocità allucinante con un’ora di anticipo rispetto a quello che pensavano i tecnici del soccorso speleo.

Koris, in overdose da fruttini alla cocaina, stava per rispondere #GrazieAlCazzo. Ma ha preferito trarre la legge fisica secondo cui la velocità della barella è direttamente proporzionale al numero di lividi e ai litri di sudore versati dai soccorritori.
Qualora vi fossero ancora dubbi, Koris ha capito che è meglio evitare di farsi male in grotta. Non foss’altro per evitare il massacro ai poveri sventurati che dovranno portare la barella.

Chemerdaum

(Disclaimer: essì, è ancora un post speleo, quindi con roba verticale, budelli stretti e gente zozzona. Non siete obbligati a leggerlo per soffrire)

Ci sono state alcune cose buone in questo mini-campo speleo, alcune cose un po’ meh. Ma è sempre meglio essere sulle Alpi Marittime che a crepare di caldo ai 30 gradi marsigliesi ritrovati dall’oggi al domani. Poi ci si aspettava di meglio dal Calernaum, ma andiamo con ordine.

calernaum

Ecco la bestia.

La cosa ottima è stata riuscire a scendere il P80 (che poi è P86, ma dettagli) senza troppo panico. Si vede che la terapia d’urto alla Cheminée è servita a qualcosa. C’è da dire che il pozzo non era particolarmente impressionante, a patto di non guardare troppo in basso. Tralasciamo il dramma del P12 che era brutto brutto bruttissimo. Ma era solo dodici metri.
Menzione speciale al mix di frutta secca e frutta candita, che probabilmente conteneva cocaina, visto l’effetto soprendente che ha avuto su Koris. Costo contenuto, massima resa e non è nemmeno necessario contattare un pusher. Accontentarsi con poco.
Però arrivati al fondo di quei 200 metri di pozzi uno si aspettava di meglio. Il rilievo era estremamente marketing-oriented. Fra i dettagli che si sono dimenticati di menzionare:

  • il passaggio nella pozza fangosissima che ti smerda da capo a piedi. Ma tu sei Koris e Koris può passare fra due lame nei 20 centimetri rimasti e smerdarsi in maniera contenuta, pappappero;
  • fango, fango, everywhere, not any drop to drink (o almeno si spera);
  • che la galleria del Mammuth ha un suolo sdrucciolosissimo. Più la pendenza a 45° fissi. Cercare di non sfracellarsi è stato meraviglioso;
  • che le concrezioni sono un’opinione.

Insomma, la truppa si aspettava di megio. Ma la truppa è anche parecchio viziata.
L’idea di avventurarsi in tre con cinque sacchi è stata parimenti discutibile. Normalmente una persona uguale un sacco, una Koris uguale tre quarti di sacco, se no è il sacco che porta Koris. Quando ormai erano le nove sera e si stava sbaraccando, è stato deciso che un sacco sarebbe stato lasciato a -50 e recuperato l’indomani. Koris ha dovuto cuccarsi il sacco di ‘thieu con novanta metri di corda, esperienza da annoverare alla voce “a posto così per i prossimi 5 anni”. Cazziare ‘thieu per ogni volta che dice “passiamo alla otto millimetri con armi solo in dyneema”: fatto.
La cena a mezzanotte passata con pane, formaggio e minestra in busta è stata ottima. Vino discutibile secondo chi se ne intende, ma è andato più anche quello.
Svegliarsi la mattina dopo alle otto convinta che fosse tardissimissimo, per colpa di volatili canterini, invece è cosa da non rifare. Bello l’assiuolo, eh, ma a un certo punto il fru fru fra le fratte lo lasci volentieri a Pascoli.
Leggere Zola, “La conquete de Plassans”, sul fondo della dolina, all’ombra dei pini, mentre gli altri due recuperano le ultime corde, era qualcosa che Koris bramava di fare da lungo tempo. Accorgersi di avere le tracce delle mani sull’abbronzatura, però, era evitabile.
Koris e ‘thieu pensavano di andare ad evitare la calura in montagna. Tanto cosa potrebbe mai andare storto? A parte i temporali previsti.

Un bel ricordo

Di questo week-end lungo (perché l’otto maggio in Francia è festivo) Koris ricorderà per un po’ di tempo con un certo sollievo la cena nella casa di campagna/capanna polare del Guru, quando domenica sera alle otto precise la radio FranceInter ha annunciato la stima di voto ufficiale del 63% contro la Bionda Tinta. La percentuale ha continuato a salire, ma la torta era buona, il vino faceva 15 gradi e tutti sono andati a dormire sparando un poco di minchiate a testa.

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Pacatissima e composta reazione di Koris a caldo.

Forse la speleoterapia d’urto sta dando i suoi frutti. Forse. Diciamo che almeno ora si arriva al fondo dei pozzi normalmente costituiti.
Koris ha una voglia di dormire assurda e un altrettanto assurdo grado di lasciatemiStare, ma segue. Anche perché se si ferma magari le prende il #moriremotutti e forse è meglio di no.
Quindi concentriamoci sulle becere battute di domenica sera ed evitiamo di pensare alla lunga lista di incombenze, accolli e vita ordinaria che ci aspetta al varco da oggi fino a venerdì almeno.

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Koris, domenica sera.

Speleoterapia antibiotica

(Disclaimer: questo post non è adatto a gente che soffre di vertigini perché c’è un sacco di verticale. Veramente un sacco. Siete stati avvertiti)

Da bravo speleologo qual è, ‘thieu sa che gutta cavat lapidem, anche se gli manca il latino. Sarà per questo che ha dosato uno stillicio mirato nel Koris-cervello.
“Vieni allo stage speleo?”
“Se lo organizzi sulle Causses probabilmente no”
“Mi sa di sì, sarà sulle Causses. In ogni caso rispetterò la tua scelta. Comunque, hai deciso se vieni allo stage?”
Questo ripetuto più volte al giorno, fino alle 20 di venerdì sera in cui Koris, fuori tempo massimo, ha ceduto sbottando “vengo, ma mi porto libri e computer e se la grotta mi rompe il cazzo me ne sto in superficie”.
Ora, Koris si sta sottoponendo a una sorta di speleo-terapia per farsi passare la fifa dei pozzi. In pratica, ‘thieu cerca di far capire a Koris che sa fare. La terapia è a base di pozzetti crescenti perché Koris riprenda confidenza in sé, visto che su Amazon la hanno finita. Con qualche fatica siamo arrivati a un P36 non larghissimo la settimana scorsa. La speleo-terapia a base di “allez, viens!” stava funzionando abbastanza bene, ma ‘thieu insisteva nell’andarci piano.
Poi è arrivato l’Aven de la Cheminée.

cheminee

Ecco il rilievo verticale della bestia. Oh, siete stati avvertiti.

Koris sapeva una sola cosa: che c’era il P40 (pozzo di 40 metri). Ma si stava convincendo che se è passato un P36 la settimana scorsa, poteva passare un P40 questo week-end.
“Ma sono contro parete o nel vuoto siderale?”
“Tranquillo, dovrebbe essere tutto contro parete. Poi non ne ho la certezza, non ci sono mai stato” disse ‘thieu, forse incrociando le dita dietro la schiena.
Koris si è detta “proviamo, tanto pioviggina fuori e fa anche freddo”. Si è quindi calata nelle prime strettoie con altri sei speleologi più o meno agguerriti.
Arrivata al P40 molto prima del previsto, Koris ha cominciato a fare un training autogeno a base di “ce la fo, ce la fo, ce la fo” e tanto una volta messasi sul discensore la voglia di fare dietro-front era poca. Contro parete un paio di palle, scesi i primi due metri Koris ha potuto bearsi di un bel pendolo che la ha portata a un altrettanto bellissimo frazionamento nel vuoto. Le cose che le fanno rimpiangere le domeniche a copertina, divano e serie tv. Ma ormai era lì, quindi niente.
È andata. Frazionamento, arrivo su un pianerottolo con la voglia di scoppiare in lacrime potentissima. Ma non essendo in intimità era meglio cercare di sorridere e nascondere le gambe di burro, dimenticando volontariamente che qualcuno avrebbe anche dovuto risalire quel pozzo.
Ma niente, il peggio era passato. Il P35 e il successivo mini-meandro sono passati senza nemmeno accorgersene. Come una lettera alla posta, dicono i Francesi (che non sanno cosa accada alle poste italiane).
Poi sono arrivati loro. P26 e P24. Felicemente sottostimati da Koris, perché “ho disceso il P40, non mi ferma più un cazzo di nessuno”. E invece LOL.
Il P26 ha avuto il buon gusto di illudere Koris di essere stretto e contro parete, almeno per i primi due metri. Poi si è aperto in uno svaso impressionante, zampe nel vuoto e ripetersi ossessivamente “guarda il discensore, non guardare in basso”. Il P24 successivo era accessibile con un pendolo dell’odio supremo. Dalla cima, Koris era moderatamente certa di vedere il fondo. Anche qui, passato il frazionamento siamo a zampe nel vuoto. Ma si arriva per terra, anche se dovrebbe chiamarsi più P50 che P26+P24.
A sette metri Koris si è accorta che quello che vedeva non era il suolo. Era un terrazzino scosceso da cui si partiva “en vire”, ovvero al traverso appesi sulle longes e piedi ancora nel vuoto. Un’altra di quelle cose che Koris adora. E lì sì che si è passati come una lettera alla posta, ma la posta italiana.
Non ripeteremo in questa sede l’imprecazione gigantesca che Koris si è fatta scappare in lingua madre.
Koris ha raggiunto ‘thieu come una Furia/Erinni.
“Ti ricordi quando due anni fa allo stesso stage, quando eravamo mezzi persi alle tre di notte, mi hai chiesto se ti stessi odiando?”
“Mi ricordo”
“Beh, no, non ti stavo odiando”
“Meno male”
“ORA PERÒ SÌ!”
Il resto è stato tutto un susseguirsi di piacevole meandro e pozzi stretti e ben educati (almeno secondo il Koris-criterio). Il tutto per decidere di fare dietro-front a -300 perché cominciava a farsi una certa ora.
La strada da -300 alla base del P24 è stato tutto un mangiare come fogne ignobili. Qualunque cosa. Riso, the, barrette di cereali, albicocche secche, cioccolato, “che, lo lasci quello?”, madleines.
Koris ha dovuto fare appello a tutta la sua scarsa forza di volontà per risalire i vari svasi (da notte) con zampe nel vuoto. Ma qualcuno da quel buco doveva pure uscire.
Arrivata alla cima del P40, non credeva a sé stessa per essere ancora viva, intera e dotata di una sanità mentale. A ‘thieu in compenso sono stati prospettati parecchi turni di lavaggio piatti per compensare l’adrenalina e i sedici chili di sudore che Koris ha perso.
Era mezzanotte quando si è rimesso il naso di fuori, più di tredici ore dopo. Sotto la neve. Ebbene sì, era la notte fra il 30 aprile e il 1 maggio e c’era la neve. Che ai tre gradi del campeggio a fondo valle si è trasformata in pioggia ghiacciata. Koris è uscita dalla macchina a bomba e si è infilata nel sacco a pelo di piumino, senza nemmeno togliersi la sottotuta speleo (che è stata collaudata come fantastico pigiamone di pile).
Però insomma, dopo troppe uscite sulle Causses in cui rinunciava quasi subito, Koris questa volta è riuscita a farsi violenza e arrivare a -300. Non che lo rifarebbe la settimana prossima, eh. E quella che doveva essere una speleo-terapia leggera è diventata una dose antibiotica, nel senso letterale di anti-vita. Effetti collaterali: l’acido lattico e una fame oscena.
E questa volta possiamo dire che i formaggi puzzoni sono ampiamente meritati.

Note e ignote

Alcune veloci note di quello che è successo dall’altra parte della frontiera:

  • Non si trova più gatta Spin. Forse è stata terrorizzata dall’arrivo di Koris e ‘thieu venerdì sera, fatto sta che il sabato mattina si era volatizzata. Lasciando dietro di sé tutte le porte chiuse. Vista la massa del felino, si esclude un comportamento quantistico. La posizione di gatta Spin è a tutt’oggi ignota.
  • ‘thieu sembra essere sopravvissuto all’esperienza merdopolese nonostante il miscuglio linguistico, la folle atmosfera della famiglia e le due paste al forno dell’Amperodattilo, che ha deciso di cucinare come se fosse stato invitato a Pasqua un intero battaglione della Vecchia Guardia dopo la campagna di Russia.
  • Koris ha finalmente trovato un proof reader degno di questo nome, solo che essendo fratello Orso tale proof reader è anche severissimo, bacchettante ed esigente. Ma ha anche dei difetti.
  • U Babbu ha tirato fuori l’equivalente dell’asso di mazze in fatto di musica barocca e rinascimentale. Si è instaurato un bizzarro dialogo fra U Babbu che parla italiano e ‘thieu che gli risponde in francese, ma riescono a capirsi a parlare di Monteverdi lo stesso.
  • Ya(xa)ris vive e lotta insieme a noi, anche quando le chiudono l’autostrada ad Altare per andare a Ceva e si ritrova dispersa fra le alture di Cosseria, direzione Garessio. Ma continua a fischiare ai 130 km/h.
  • L’uscita speleo italica ne è valsa la pena nonostante la camminata assassina per arrivare in grotta e nonostante il ritrovarsi al ritorno alle nove di sera sotto il temporale. Gli speleologi piemontesi sono stati più che accoglienti e la speleo-terapia su Koris pare iniziare a dare i suoi frutti. Poi non puoi rifiutarti di scendere un pozzo quando ti dicono “Fuma c’anduma!”, la tua genetica piemontese risponde subito anche contro l’istinto di conservazione. Criste né!
  • Per continuare col piemontese, ‘thieu è anche troppo buoncito e paziente. È stato comunque ricompensanto col gelato di Superfrutto e difficilmente ne mangerà un altro così buono in tutta la sua esistenza (per sua stessa ammissione).

Koris è attualmente tornata a Marseille e forse ha bisogno di un’altra settimana per riprendersi dalla santa Pasqua.

Speleo-blog-terapia

Questo è uno di quegli speleo-post più introspezione che non interessano a molti e che non fanno big like. Ma al grido di “il blog è mio e me lo gestisco io”, verrà scritto lo stesso. Anche se U Babbu o Mezzatazza potrebbero non apprezzare (siete stati avvertiti).
In speleologia, la lettera e un numero indica il pozzo e la sua altezza in metri.
P40, P155, P55, P50, P92.
Queste alcune lunghezze significative che Koris ha percorso durante il suo primo anno di speleologia intensiva. Tutte passate senza grossi drammi, senza terrore, piuttosto a suo agio fra corda e discensore.
E ora l’idillio è finito: se un pozzo non è stretto quando Koris vorrebbe o non è frazionato a suo gradimento, Koris va in pappa e ti saluto e sono l’uscita speleo. Cosa che la lascia molto insoddisfatta di sé stessa, perché sa di saper fare, ma sente di non poter fare.
Cosa è accaduto a turbare l’animo di Koris sottoterra? Sostanzialmente tre cose.
Primo evento: a gennaio 2016, mentre Koris stava armando un P50 al Gouffre des Encanaux, c’è stato un momento di incomprensione fra Koris e un nodo regolato male. Il momento si è protratto più del necessario, Koris non ha saputo bene come fare, ‘thieu le ha detto “smonta tutto e risali, poi rifai da capo”. Koris si è messa sui bloccanti per la risalita su corda, o almeno ha pensato di farlo. Perché ha scordato di chiudere il croll, bloccante ventrale, cosa di cui si è accorta mentre cercava di risalire. Ne è seguito un urlo e un terrore senza limiti, perché a detta di Koris il croll si era aperto da solo (spoiler: non è fisicamente possibile che un croll si apra da solo, se è caricato col peso di una persona). Koris ha veramente rischiato di finire spiaccicata sul fondo del P50? No, era assicurata ad altri due punti, entrambi indipendenti, di cui uno dei due in tensione. Non rischiava niente se non una caduta di dieci centimetri, ma vallo a spiegare a chi ha visto aperto un croll che doveva essere chiuso. Ci sono voluti alcuni mesi e parecchie rassicurazioni perché Koris capisse che l’errore era stato suo e il croll non aveva colpe.
Secondo evento: a febbraio 2016, il vecchio imbrago di Koris mostrava chiari segni di usura, ma Koris voleva uscire lo stesso. ‘thieu le ha prestato un suo vecchio imbrago assai spartano che Koris non si è data la briga di stringere a pennello, al grido di “tanto è un’uscita facile”. Nel rimontare il P40 nel vuoto cosmico del Thipauganae, con due kit al culo, Koris pensava che l’imbrago si stesse sfilando e che lei stesse per precipitare (spoiler: gli imbraghi da speleo, anche i più spartani, sono fatti in modo che non si possano filare, se non sono aperti sul davanti). Fu una salita penosa quella del P86, con Koris che piagnucolava e scalava la parete, invece di usare la corda come mezzo di progressione. Due giorni dopo aveva un imbrago nuovo, suo e solo suo, stretto come si deve.
Terzo evento: il principale, quello veramente drammatico, non tocca direttamente Koris. A marzo 2016, Koris riceve una mail. “C’è stato un incidente alla palestra di roccia in cui facciamo gli allenamenti speleo. Una ragazza del Club Alpino ha fatto una caduta di sei metri mentre manipolava il suo discensore. È caduta sulla schiena, ha tre vertebre incrinate, ma se non ci fossero stati per puro caso dei materassi sotto non sarebbe viva. Visto che il discensore era chiuso correttamente, non si capisce come sia potuto succedere”. La frase finale ha gettato Koris nel panico più totale: non poteva non esserci una spiegazione all’incidente (spoiler: e infatti c’era, la ragazza ha lasciato il discensore e il discensore speleo non frena da solo). Non poteva più fidarsi né delle sue mani né del discensore. Panico, terrore, non fatemi più vedere un pozzo in cui io non tocchi a destra e a sinistra e magari anche dietro, se poi fa al massimo 30 metri ancora meglio.
E la cosa dura, nonostante le rassicurazioni di ‘thieu e di mezzo consiglio dipartimentale di speleologia. “Koris, tu fai troppa attenzione a quello che fai per commettere un simile errore” dicono. Va bene, ma se succede?
Koris ha, come al solito, una gran fifa a doversi fidare di se stessa. Non teme l’incidente in sé, teme le condizioni che potrebbero portare a un incidente. Ma questa fifa sta diventando paralizzante in ogni posto un po’ interessante in cui si vorrebbe andare e finisce a schifio perché magari potrebbe succedere qualcosa di imprevisto. Ciò detto, di questi imprevisti non ne è mai capitato mezzo, Koris non si è mai veramente messa in pericolo, nemmeno quella volta in cui ha passato mezz’ora bloccata fra il ghiaccio e la roccia del DS46. Questo avrebbe dovuto metterle una fifa blu delle strettoie in cui entri e non esci più, invece nada, più è stretto e più le piace.
Koris, ma perché questa paura stupida? Perché se è successo all’altra ragazza potrebbe succedere anche a me. Anche se io faccio seimila manovre di bloccaggio prima di lasciare la corda e ho un freno che fra un po’ non mi fa manco scendere. Ma sono imbranata, hai visto mai.
Koris, ma tu hai mai lasciato una corda sul discensore? No, anzi. La maggior parte delle volte non lascio nemmeno scivolare la mano sulla corda come fanno tutti, la passo di mano in mano. E se fosse la chiave di bloccaggio del discensore ad essere mal fatta?
Koris, ma tu hai mai sbagliato a fare una chiave di bloccaggio? Una volta, alla mia terza uscita. Dopo no, perché è una cosa talmente facile che la sbagliano solo gli idioti e i principianti.
Koris, e allora? E se mi sbaglio e lascio la corda?
Koris, ma tu hai mai lasciato il reverso mentre facevi sicura ad arrampicare? No, nemmeno quando venivo rimbalzata sui muri perché l’arrampicatore faceva un volo. Nemmeno quando il SonnoDellaRagione mi ha fatto volare di tre metri. Nemmeno quando lo shock mi ha fatto prendere una ginocchiata sulla parete. Ho sempre chiuso gli occhi e tenuto la corda.
Ecco, ultimamente all’apice dei grandi pozzi cui sono due Koris: una che dice “sai di saperlo fare” e l’altra che esclama “sai di non poterlo fare”. Per paura che tutta la squadra perda un tempo considerevole durante la disquisizione Koris bi-partisan, vince spesso a man bassa la seconda.
Ma Koris, l’unica e vera, vorrebbe che questa storia finisse qui. Ed è anche per questo che si è finalmente decisa a scriverla: ogni tanto, quando le paure sono nero su bianco e sono fuori dal circolo vizioso delle meningi, sono più facili da affrontare.

P.S. In realtà un po’ di fifa è sempre bene averla per evitare di fare stronzate che possono costare care. Ma fra avere tutti i dubbi del mondo e credersi il padrone del mondo sotterraneo c’è sicuramente un’aurea mediocritas. Bisogna solo trovarla.

Devastarsi per non pensare

Koris avrebbe anche potuto fare un ennesimo post sull’ennesimo cavillo a cui il CCC sta cercando di attaccarsi per evitare di pagarle i rimborsi, ma la cosa l’avrebbe oltremodo faticata. O depressa che dir si voglia.
Quindi parliamo di cose belle e gente che puzza, ovvero di stage di speleo. Perché Koris si è messa in testa che diventare volontaria attiva del soccorso speleo è cosa buona e giusta e va in giro a cercare formazioni per tutto il dipartimento. Onde evitare di tediare troppo il pubblico non pagante ed evitando accuratamente di mettere foto di gente col culo nel vuoto, un post a punti:

  • Arrivare in grotta sotto la grandine è un’esperienza mistica. Altrettanto esperienza mistica è scendere il primo pozzo con le cascatelle attorno. Un’alzata di genio invece è scendere il primo pozzo con k-way e pantaloni impermeabili, per spogliarsi e rivelare una tuta speleo asciutta una volta arrivati al riparo, guardando gli altri bagnati fradici con l’aria da Bugs Bunny del “che succede, amico?”.

    Bugsbunny

    Koris al fondo del P17 del Petit Saint Cassien

  • Koris deve smettere di farsi mettere nel gruppo dei principianti, perché nel gruppo dei principianti albergano mostri che poi le fanno venire i dubbi. Insomma, se Koris è la migliore, forse è nel gruppo sbagliato, anche se non ha mai messo su un ripartitore di carica o un paranco. Si assiste a dubbi esistenziali del calibro “ma dove devo mettermi in sicurezza?” (boh, non so, fai tu, c’è un frazionamento davanti al tuo naso), “posso scendere senza il freno del discensore?” (anche sì, se vuoi ritrovarti alla base del pozzo molto velocemente e in parecchi frammenti), “come si fa una conversione salita-discesa?” (tu esattamente cosa ci fai in questo stage?). La verità è che ha ragione A. e il consigliere tecnico del soccorso dovrebbe smettere di accettare gente troppo principiante a stage tecnici. O meglio, principianti in tecnica di soccorso sì, principianti su corda no, semplice e conciso.
  • Quando sei nel comitato organizzativo del -1000 di questa estate, ti ritrovi all’improvviso un sacco di amici di cui non sospettavi l’esistenza. Fra cui il Cacacazzi che pretende di giocare a chi ce lo ha speleologicamente più lungo con ‘thieu e che vorrebbe che tu ci mettessi una buona parola per la partecipazione. Nice try, Sauron.
  • Evacuare qualcuno in barella significa farsi passare la barella addosso ogni tre per due. E trovarsi in posizioni al limite dell’inimità con gli altri membri della squadra. Si narra della testa di Koris, in veste di accompagnatrice della barella su per il pozzo, al livello dei testicoli dell’uomo al parnaco, mente la vittima si proteggeva il viso sullo scarsissimo petto di Koris. Configurazione troppo difficile da spiegare a ‘thieu, tanto tutto quello che succede al Saint Cassien resta al Saint Cassien. Piesse, Koris incontrava per la prima volta sia l’uno che l’altro, e ha mostrato più intimità che in un incontro organizzato su Tinder.
  • Belle bellissime le serate speleo in rifugio aggratisse, ma quando cala la notte ringrazi svariate divinità e soprattutto i Maiores per avere il sacco a pelo di piuma d’oca. Almeno finché non devi uscire dal sacco a pelo per andare a fare pipì. E non ci sono (ancora) le toilettes, quindi si orina di fuori col cielo stellato come soffitto. Solo che non ti dedichi all’astronomia perché fuori c’è -3. Il cesso di casa, al ritorno, diviene oggetto di venerazione.
  • C’è gente che non è nata per fare il contrappeso nei paranchi. Koris, dall’alto dei suoi 46 kg, è fra questi. Anche quando ti dicono “ma sì, con un kit pieno di sassi ce la fai!”, non crederci. Anché perché dovrai gestire quel kit immondo attaccato al tuo culo e il tizio di 76 kg in barella che non decolla da terra manco a pagarlo.
  • Fare una colazione frettolosa equivale a pranzare due volte. La prima alle undici e mezza perché stai morendo di fame e o mangi o stramazzi al suolo. La seconda a mezzogiorno e venti perché gli altri mangiano e stare a guardare senza condividere il desco sembra maleducato.
  • L’esercitazione in falesia è divertente finché c’è il sole. Quando comincia a piovere e tu sei l’unica della squadra in grado di disarmare tutto, il divertimento scema d’un tratto.
  • “Ma noi possiamo venire a fare inteclub con voi?” “No”. Comunicazione rapida ed essenziale fra il Cacacazzi e ‘thieu. Perché la speleologia è un piacere, se c’è il Cacacazzi che piacere è? Piuttosto uno si chiude un dito nel bloccate ventrale.
  • Rientrati a casa, la Doccia è sempre la Doccia.

Come in ogni uscita speleo, ci si potrebbe dilungare per ore, ma per oggi fermiamoci qui. Koris è riuscita nell’intento giuratosi venerdì sera: devastarsi fisicamente (a tutti i muscoli meno nobili quali l’interno coscia o le chiappe) per evitare di pensare al CCC. That’s all, folks!

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