Archivi categoria: Foto dall’orrore

Mezzi fallimenti

C’è chi esorterebbe a guardare il bicchiere mezzo pieno, ma nel caso di Koris quando il bicchiere è mezzo pieno, il contenuto è a scelta fra acqua fognaria e un long island con arsenico e sali di uranio. Quindi lamentele. Ma solo a metà.
Poteva andare peggio: poteva piovere. In effetti è piovigginato, chiamarla pioggia sarebbe eccessivo. E tanto si stava tornando indietro comunque.
Perché non solo Cabrespine ce l’ha con Koris, anche le montagne, per la precisione gli Ecrins, ce l’hanno con Koris. La neve non si è sciolta del tutto e a 2100 m di altitudine un nevaio vomitava acqua sul sentiero. Per la precisione era un torrente che non avrebbe dovuto essere lì, ma c’era, rivendicando il suo diritto all’esistenza. Si è scoperto dopo che forse si poteva passare sopra al nevaio, ma Koris si figurava già la neve che cedeva sotto i suoi piedi, facendola precipitare in una voragine gelida (era un nevaio temporaneo, non chiamiamolo crepaccio).
Vabbè, il Lac de Croupillouse sarà per la prossima volta.
Però Koris in montagna non è mai scontenta al cento per cento, forse perché al di sopra dei duemila mentri inizia ad arrivarle sangue al cervello e quindi comincia a capire qualcosa dell’esistenza. E poi Koris coi piedi nella neve uguale Koris felice (a meno che non sia in ciabatte, ma non è detto).
Anche Koris che si bagna la testa nel torrente in disgelo è Koris felice, così le si rinfrescano le meningi (no, Amper, nessuno si è ustionato, c’era la crema protezione +50).
Poi quando Koris sbuca in un altipiano nascosto e pieno di neve, dopo un passaggio per così dire atletico, dove camosci e stambecchi saltellano fra le rocce e si sentono fischiare le marmotte, Koris potrebbe anche restare lì, a fissare le nuvole che si rincorrono in cielo.
Probabilmente in una vita precedente Koris era un lichene alpino (stambecchi, marmotte e compagnia sono forme di vita troppo evolute).

Forse un lichene da queste parti non sta poi così male…

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Muoia Sansone con tutti i Filistei

“Certe cose si fanno su un colpo di testa” ebbe a dire una volta il SonnoDellaRagione. Solo che intendeva lasciare il lavoro, lasciare Koris e trasferirsi in campagna con le capre. Koris, invece, lo riferisce all’acquisto della sua nuova reflex, la tanto sospirata Pentax K3.
Facciamo un passo indietro.
Koris si decise a comprare la sua prima reflex nell’ottobre del 2011, dopo aver portato all’esaurimento nervoso una compatta HP Photosmart che l’accompagnava da ben sei anni. La scelta cadde su una Pentax K-x perché: entry level, poco costosa, compatibile con gli obiettivi della Cosina dell’Amperodattilo (classe 1981). La Pentax K-x giunse, usata, a casa Koris nei primi giorni di novembre, per la modica cifra di 250 euri. L’inizio della sua vita non fu facile, in quanto immediatamente osteggiata dal SonnoDellaRagione a colpi di “è troppo difficile, non riuscirai mai ad usarla come si deve”. Seguirono un sacco di consigli non richiesti da parte di gente che di fotografica ne sapeva meno di zero, per esempio:

  • Il diaframma deve essere il più aperto possibile (con buona pace della profondità di campo, n.d.K.)
  • Tieni sempre gli ISO a 800
  • Lascia perdere la pulizia del sensore, non puoi farla tu, ti costa troppo e per la macchina che hai non ne vale la pena.
  • Il flash non serve mai (soprattutto se non lo sai usare, n.d.K.)
  • La fotografia è un hobby costoso che richiede parecchi mezzi, butta i tuoi vecchi inutili obiettivi e lascia perdere, che tanto un dottorando non può permetterselo (detto da uno che usava una macchina costosissima ma solo in modalità automatica. Ciao, mitico!)

Ma Koris è testarda e non ha dato retta a nessuno. Ciò a portato a qualche spiacevole inconveniente come per esempio accorgersi dopo una settimana di avere gli ISO a 11000 e passa (“ah, per questo le foto fanno schifo!”) o scoprire che il bokeh non era una malattia sessualmente trasmissibile. Per prove ed errori si giunse fino alla fine 2014 e Koris si accorse che, a mano a mano che scattava, una foto su seicento non faceva del tutto schifo, in piena adempienza alla legge sull’entropia dei sistemi.
Poi venne ‘thieu, erede del nonno fotografo (gira che ti rigira, è sempre colpa di ‘thieu). Appena decise di smettere di fare il paguro, insegnò a Koris qualche cosetta come la regola dei terzi, il post-trattamento dei raw che non sembrasse un trip da LSD, qualche sgamo sulle foto macro. Fece anche un ego te absolvo per l’uso del focus manuale e delle focali fisse. Insomma, Koris finì per imparare a fare delle foto di livello almeno decente. Ma la K-x aveva i suoi limiti: sciopero oltre gli 800 ISO, capricci assortiti delle rotelle e dell’elettronica, le pile che forse sono cariche, forse no, forse boh. Koris, sobillata da ‘thieu (visto che è colpa sua?) cominciò a pensare di cambiare macchina e mise gli occhi sul modello K3. Poi mise gli occhi sul prezzo e le sue mire vennero in qualche modo tarpate.
Urgeva un movente per giustificare la spesa. La K-x, essendo termonucleare come tutte le Pentax, non voleva saperne di rompersi. Barcolla ma non molla. Anche quella volta in cui si inchiavardarono i tubi macro cinesi e si dovette usare il WD-40.
Koris fu tentata di dirigersi sul mercato dell’usato, ma non è che i prezzi diminuissero. A meno di prendere bidoni (no comment) o macchine con più di ventimila scatti. ‘thieu sosteneva che tanto valeva comprarla nuova. Una task force di tre Ochette anonime gli dava ragione. La storia si trascinò dal 2016 fino ad oggi. O meglio, a lunedì.
In seguito a una disavventura di cui si farà menzione in altra sede, Koris lunedì era abbastanza depressa. La K3 di eBay su cui aveva messo gli occhi (venduta come nuova) era appena volata in mani altrui. Una ricerca svogliata, tuttavia, portò Koris su un sito in cui si facevano i saldi. Una K3 a un prezzo (ir)ragionevole, o meno assurdo del solito. Koris si era riproposta di comprarla appena le sarebbe arrivato lo stipendio di febbraio. Poi ha avuto una visione in cui arriva lo stipendio e i saldi sono finiti. O che la motivazione era scemata. Insomma, carpe diem quam minus credula postero. Prima che la parte ligure si accorgesse della spesa, Koris ha urlato “muoia Sansone con tutti i Filistei!”. Quindi ha inserito il numero della carta di credito ad occhi chiusi.

sirenetta

Koris mentre si pignora lo stipendio e l’anima per comprarsi la macchina fotografica.

Koris non ha detto una parola a nessuno, nemmeno a ‘thieu. Finché ieri non è arrivato il Pacco. Koris ha ispezionato la scatola per essere certa che non avesse ricevuto botte troppo forti. Quindi la ha aperta e dentro c’era davvero lei: una Pentax K3 che odorava di nuovo. Koris è talmente poco abituata che la ha annusata per mezz’ora. La mezz’ora successiva è stata consacrata a trovare i potenziali difetti. Attualmente zero, ma si aspetta con ansia il momento del primo vero test e non la foto alla cazzo in casa così tanto per sentire il clic dell’otturatore.
Forse questo San Valentino è l’inizio di una nuova storia d’amore.

pentax

No, le Pentax non si riproducono per mitosi, anche se si somigliano.

Cottura al ghiaccio

Koris non frequentava un ghiacciaio, se va bene, dal 2001, quando in vacanza coi Maiores era andata fino al fronte del ghiacciaio del Morteratsch. Ora che ci pensa ci sarebbe anche il Plateau Rosa a Cervinia nel 2007, ma visto che ci si arriva sopra in funivia ed è pieno di gente, Koris lo considera troppo mainstream per essere un vero ghiacciaio.
I ghiacciai costano fatica, sudore e bolle sui piedi. Più una certa dose di autolesionismo, sarà per quello che Koris li adora.
Quindi Koris ha cominciato a stressare chiunque le stesse attorno e fosse recettivo per essere prontamente riportata su un ghiacciaio.
I Maiores declinarono dicendo “c’abbiamo un’età”.
Il fratello Orso ne ebbe abbastanza dopo l’esperienza delle creste del Monte Carmo e si defilò dicendo “belin!”.
Gli amici collegiali fissavano Koris attoniti con lo sguardo del “Esepoitenepenti?”.
Il Senzaddio glissò dicendo “io sono un uomo di mare, su quei sassi non ci voglio salire”.
Il SonnoDellaRagione snobbò dicendo “non c’è niente di interessante su un ghiacciaio, non vedo veramente alcuna ragione per andarci”.
Poi venne ‘thieu.
E venne il Glacier Blanc nel Parc National des Ecrins.

glacierblanc

Ed semplicemente bellissimo.

A Koris stava venendo la sindrome di Stendhal a quasi 3000 metri di altitudine, mentre saltellava come una capra da una roccia all’altra, come quando aveva cinque anni e i ghiacciai così grossi e lei così piccola. E si è innamorata di nuovo (del ghiacciaio, ma anche di ‘thieu che permette tutte queste follie).
Insomma, Koris si è cotta al sole del cielo alpino, nonostante i chili di crema spalmati più e più volte, con gli occhi a cuoricino nonostante il riverbero.
E ha deciso di non far passare altri quindici anni di qui al suo prossimo ghiacciaio. Ma la prossima volta vuole andarci con ramponi e picozza.

Relax particolari

Ci sono settimane di pensantezza insensata che passa dall’inadeguatezza alla buona vecchia sindrome dell’impostore, per finire con la stanchezza cosmica. Poi ci si mette il meteo delle Hautes Alpes che prevede temporali a Ceillac per sabato e domenica. E ti ri-viene voglia di passare il week-end chiuso in casa a meditare sull’inutilità dell’esistenza.
E poi c’è ‘thieu che si impunta e dice “no, andiamo lo stesso, non sarà il primo temporale in montagna per nessuno dei due”. Come dire, per Koris il Lago del Monte è una filosofia di vita (ma c’è un post su codesto aneddoto familiare?).
E si arriva agli otto gradi di Ceillac per vedere le nuvole che arrivano dalle cime ancora imbiancate e Koris che prega “non domani, per piacere, non domani!”.
A onor del vero l’indomani non piove, il tempo è solo coperto. All’urlo di “ma dai, quante volte a fondo valle faceva un tempo di merda e appena saliti in quota c’era il sole?”, vogliamo crederci fermamente. E ci sono le scarpe da trekking che Koris deve collaudare sul serio, che cacchio.
Si sale sul versante della Cascade de la Pisse col sole che ogni tanto fa capolino fra le nubi. Ci crediamo ancora di più, tanto per non farsi mancare niente negli zaini c’è sia il k-way anti-uragano che la crema solare.Quota 2200, Lac du Miroir con una corona di cime imbiancante attorno. Koris urla “Oooooh, c’est beau!” e in un attimo ha di nuovo otto anni e zampetta come una capra fra una roccia e l’altra. Sessione fotografica di routine, col nuovo 10 mm che conferma i 400 euri meglio spesi degli ultimi anni. Le nuvole fanno avanti e indietro.
La marcia è appena ripresa che Koris sente uno strano plick! plick! plick! sul braccio. Non è pioggia: è grandine minuscola. Continuiamo, se peggiora torniamo indietro.
Si arriva alla parte brutta della camminata, passando per le piste da sci che sono una vera e propria ferita nel paesaggio. Un po’ piove, un po’ grandina, un po’ c’è un vento sgradevole. Le nuvole arrivano proprio da davanti, brutto segno. Su Ceillac, più in basso, solo nuvole nere.
“Che facciamo, torniamo indietro?” chiede ‘thieu.
“Beh, non conosco il meteo locale, ma magari le cime disposte a circolo intrappolano le nuvole. Proviamo a passare il colle, poi facciamo marcia indietro”
Sulla pietraia che porta al Lac de Sainte Anne nevica. Ma non la pioggia mista a neve, non lo sputacchio malaticcio che ci si aspetta a metà giugno. Fiocchi grossi che paiono usciti da un film ambientato a Natale. Finché non si arriva al lago.
E c’è il sole.
E c’è il lago con l’acqua blu con la neve che ci getta dentro, con le cime da 3000 m che fanno capolino fra le nubi che corrono nel cielo.
Le marmotte fischiano, nascoste da qualche parte.
E neve ovunque. È tutto bellissimo. Anche l’insalata di riso mangiata con le mani perché “Pensavo avessi preso tu i cucchiai”, “non li avevi presi tu?”, “vabbé, facciamo finta di essere sottoterra”.
Dopo un tempo sufficientemente lungo dedicato alle foto di qualunque cosa sia neve, lago e fiori di montagna, si decide di avanzare fino al limite delle nevi sul Col de Girardin, passando nei nevaietti che ancora resistono (e qui le ghette si confermano l’accessorio fèscion della moda da montagna dell’estate 2016). Il panorama ha la bellezza del deserto di neve e falesie che si ergono. A 2500 si torna indietro per mancanza di attrezzatura da neve adeguata. Le marmotte, la cui dimensione ricorda vagamente quella di gatta Spin, fischiano e prendono per i fondelli.
La pioggia arriva effettivamente a fondovalle. Arriva e non se ne va più, anche se il meteo aveva previsto solo “qualche rovescio in serata”. È un rovescio solo, piuttosto cocciuto. E ci sono sei gradi. Faceva più caldo a 2500 metri.
L’unico programma per la serata è ingurgitare la zuppa-in-cartoccio per scaldarsi e infilarsi nel sacco a pelo fino a domattina, sperando che il rovescio si trasferisca altrove. E intanto Koris prova esattamente cosa voglia dire era notte che pioveva e che tirava un forte vento, immaginatevi quale tormento… (questa la capiranno solo quelli che hanno beneficiato di ninna-nanne di un certo tipo).
L’indomani ha smesso di piovere, giusto in tempo per una nuova sessione fotografica nella Vallée des Escrins, che viene segnata subito come passeggiata da fare per intero.
E non importa il freddo umido patito nella serata, non importa la pioggia, non importa la neve in faccia e l’acido lattico nei polpacci. Koris si rilassa molto di più così che su una spiaggia caraibica.

SainteAnne

La spiaggia del Lac de Sainte Anne, balneazione diversamente consigliata.

Alcune pessime idee

Koris ultimamente ha avuto una sequenza di idee discutibili che si sono immancabilmente ritorte contro di lei. Una sorta di boomerang che, una volta lanciato, torna indietro pieno di cacca.

  1. Dare una sorella gemella al suo nuovo personaggio per Legende, il gioco di ruolo dei debosciati. Koris voleva un personaggio semplice e divertente da gestire, e invece si ritrova con una sorta di schizofrenico che è la stessa persona della sua gemella. Arduo pure da articolare.
  2. Cercare di sollevare/prendere in braccio un principiante in grotta nel tentativo di rassicurarlo e vegliare che non faccia cazzate. Il siddetto principiante pesava il doppio di Koris. Tralasciamo i dettagli.
  3. Uscire dalla Castelette il più velocissimamente possibile perché ‘thieu non si accorto che “ops, sono le sei, se non usciamo immediatamente finisce che fuori si inquietano e chiamano i soccorsi”. Togliere di mezzo un gruppo di undici persone che voleva salire prima di lei perché dovevano fare la pipì (e che, c’avete la vescica che si svuota solo sugli alberi? Trovatevi un angolo riparato e pisciate in grotta). Mandare un messaggio con “tutto una favola, siamo usciti!”, quindi ridiscendere per riportare in superficie il bagaglio. L’acido lattico sentitamente ringrazia.
  4. Foto alle farfalle. Le farfalle sono animali orribili. Ti fanno credere di avere il tempo di fare una macro, invece se ne vanno un nanosecondo prima che l’otturatore si apra. E mentre volano puoi sentirle sghignazzare alle tue spalle.
  5. Ricominciare a dormire. Solo per scoprire di avere un mutuo decennale in sonno arretrato.
  6. Dire a ‘thieu che aveva pensato di comprare il testo del Roman de Fauvel. Questo perché anziché dissuaderti dall’idea e proporti letture più consone, ti risponde “Il francese del XIV secolo è una figata, se lo compri mi sa che lo leggo anche io”.

Stamattina Koris è arrivata in ufficio solo per scoprire che il computer è stato spento venerdì sera, quando avrebbe dovuto passare il week-end a simulare neutroni. Se il buongiorno si vede dal mattino, sarà una settimana di cacca.

Scarpinate e ghiaccioli

Era da un po’ che Koris rompeva l’anima al creato (e in particolare a ‘thieu) perché voleva andare in montagna a zampettare sulla neve. Si può dire che la Dent de Crolles la ha ampiamente accontentata, con le sue scarpinate da un’ora. Con trecento metri di dislivello. Spesso e volentieri su sentiero innevato. Il tutto solo per entrare in grotta, of course. Meno male che l’Amperodattilo, vent’anni fa e più, fa svezzato baby-Koris a cioccolato e ghiacciai svizzeri, altrimenti probabilmente ora non sarebbe qui a raccontare le sue prodezze.

neve

Speleologi che zampettano nella neve. A maggio.

Nonostante si sognasse di fare le grotte travesanti che vanno di qua e di là dalla montagna, ci si è dovuti accontentare di andate e ritorni, causa sentieri instabili, sifoni che pisciano neve fusa e mancanza di una seconda macchina. Dove accontentarsi significa sette ore di speleo al giorno, più due per la scarpinata di cui sopra, possibilmente carichi come muli di ferraglia, cordame e cibo, un sacco di cibo.
La zuppa sotterranea si conferma un dono degli dei ctoni. Perché i panini sono meravigliosi quando cazzeggi nelle grotte di casa nostra a 12 gradi, ma i cinque gradi del massiccio della Chartreuse esigono una pausa calorifica (e calorica). Quindi quella polvere da stabilimento petrolchimico a base di glutammato, coloranti e conservanti liofilizzati non è mai stata così buona. Mischioni che se mangiati in superficie provocano lo schifo cosmico.

Glaz

Entrata del Trou du Glaz. Glaz, per l’appunto. Caldissimo.

Koris ha testato un equipaggiamento fantozziano a base del solito pigiamone rosa in prestito (ormai usucapione) dall’amica A., sottoguanti taglia XXS sotto i guanti a manica, tuta zozza da quasi subito perché la zozzeria isola dal freddo, berretto sottocasco già collaudato in falesia, passamontagna ove necessario, scarpe da montagna modello Decathlon fuffa ma incredibilmente calde e impermeabili. Da bambino. Con inserti rosa, perché il sessismo non si esercita solo nell’atto della minzione sotterranea (e qui ci vorrebbe un post apposito sulla speleo-pipì, ma per ora soprassediamo). Invece gli stivali sono da dimenticare in qualunque grotta sia più fredda degli 8 gradi, anche coi calzettoni spessi e pelosi da sci. Il gelo sale dalla roccia, si insinua nelle suole di gomma e stritola gli arti inferiori in una morsa che non molla la presa. A questo punto i piedi possono essere venduti alla Findus. Oppure, qualora questa enorme botta di culo sia data, si può uscire dalla grotta urlando “io aspetto fuori che abbiate finito di fare le foto, eh!”, cercando disperatamente un raggio di sole o un microonde col programma scongelamento. Se invece l’uscita è troppo lontana, non resta che l’opzione Findus.

Isabelle

Pozzo Isabella, 75 m di profondità per 30 di larghezza. La buona notizia è che non si scende di qui. Quella cattiva è che lo si attraversa su un balcone di 30 cm di larghezza.

A parte qualche casino su corda dovuto alla Koris-imbranataggine, tutto è filato liscio. Praticamente tutto. Ci sono state delle vittime, fra cui lo zaino da montagna di Koris che si sta sfasciando, mettendo a nudo barre di metallo che si conficcano nelle chiappe. E il furto di ieri al parcheggio, perché spaccare i finestrini alle macchine pare non essere una specialità squisitamente marsigliese, ma ormai è divenuta di importazione, la trovi ovunque. Come il McDonald nel paesino di montagna. La vittima illustre del furto, a parte il libretto della siddetta macchina, rappresentata dai pantaloni di ‘thieu. Sporchi di fango e pieni di buchi. I gusti dei giovani teppisti di oggi restano imperscrutabili.

Sanguin

Il Cunicolo Sanguinario. Chissà perché si chiama così…

La prossima speleo-scampagnata, per fine maggio, è prevista in Ardèche, nelle grotte a 14 gradi. Koris pensa seriamente di andarci in bikini.

P.S. Tutta questa neve e roccia ha messo una gran voglia di zampettate in montagna nel Koris animo. Ma zampettate fini a sé stesse, senza i 10 kg di roba speleologica sulle spalle. I capricci sono già cominciati.

Riassumendo

Gli ultimi dieci giorni sono riassumibili in codesta maniera:

  1. Cinque uscite speleo di cui abbiamo già parlato in un florilegio di formaggi che olezzano;
  2. Due giorni di lavoro (o presunto tale) con Binomio che si esercita nel caso, hai visto mai, tornasse in vita Luigi XIV e aprisse posizioni per una nuova corte. Nel dubbio potrebbe anche mandare un’application a Ferdinando di Borbone, perché mai limitare i propri orizzonti?
  3. Un’uscita trekking-arrampi-speleo. Ovvero: farsi 5 km e 400 metri di dislivello sulla Sainte Victoire, arrivare ai piedi di una falesia che definire sapone è dir poco (settant’anni di gente che ci passa, malimortà…), arrampicare con rinvii e armamentario la siddetta falesia per entrare quindi in grotta. Il tutto con un imprecisato numero di flash e materiale fotografico nello zaino. Se no mica è divertente;
  4. Una passeggiata che è evidentemente sfuggita di mano, anzi, di piede. Sulle prime voleva essere solo un’uscita pomeridiana per andare a provare l’ultima Koris-follia, un grandangolo Samyang da 10 mm per cui Koris farà penitenza nei secoli dei secoli, amen. Poi un passo ha tirato l’altro e ci si è ritrovati al Socle de la Candelle, immersi nella bruma (Zeus ha saputo che hai comprato il grandangolo e te l’ha fatta pagare. Pensavi di godere di uno dei più bei paesaggi delle Calanques? E mo’ è no!), per ritornare alla macchina al Col de la Gineste sei ore dopo, con 400 metri di dislivello nelle zampe.

Koris comincia a pensare che sia il caso di darsi una calmata, perché questo lunedì è decisamente difficile da vivere.

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