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Ui ar ze ciampions

Nel giugno del 2004 Koris era la velocista di punta della categoria juniores per la società di atletica Albadociccia. Nonché l’unica velocista junior della squadra, ma questi sono dettagli. Diciamo che qualcuno doveva fare i 100 e i 200 metri e doveva essere nato negli anni 85-86. Koris soddisfaceva i requisiti, quanto meno per quanto riguardava l’età. Correre alla fine era questione di una trentina di secondi al massimo, la velocità un optional non compreso nel servizio.
Nel giugno del 2004 l’umore di Koris era uggioso quanto il meteo londinese, per le più svariate ragioni: il suo allenatore Lerry avrebbe presto lasciato la squadra, la sua insegnante di scienze se ne andava in pensione, non aveva avuto il permesso per fare la maturità un anno prima. L’umore si rifletteva sulle performance di gara, già paragonabili a quelle di una vecchia Panda in normali condizioni. Per dirla come va detta, Koris correva di merda anche i 200 che erano la sua gara preferita.
Una domenica di giugno del 2004 c’erano i campionati di Valinor in quel del campo di Inculolandia, ufficialmente detto Genova Sturla, ove passa un treno al mese. Koris c’era stata portata di peso. Ovviamente in treno, perché con Lerry non si poteva parlamentare, oltre che usare una macchina. Leonard, l’allenatore in seconda, era il suo profeta e assecondava le mosse. Fu così che partirono in cinque da Merdopoli, due allenatori, due velocisti e una lanciatrice.
Koris era particolarmente uggiosa perché l’anno prima, ai medesimi campionati della categoria precedente, era arrivata seconda, subito dietro a un mostro di bravura e infamia che correva per il DLF Spezia. Koris non solo era matematicamente certa di non poter migliorare, ma sapeva che ogni suo sforzo sarebbe stato vano anche solo per emulare la prestazione precedente.
"Eddai, svegliati un po’!" cercava di svegliarla Leonard in un vagone di regionale, caldo, lurido e puzzolente, sotto il sole di mezzogiorno.
"Lasciatemi al mio dolore"
"Koris, guarda che se non ti rimetti a correre come si deve torni a casa a piedi!" minacciava Lerry, che in queste circostanze non sapeva fare di meglio.
"Torneremo tutti a casa a piedi, a Sturla non ferma un tubero. Dovevamo sfruttare la Ford Pink Floyd di Leonard e prendere la sopraeleveta chiusa in direzione levente, come l’anno scorso"
"Attenzione, Koris, stai passando la misura"
Koris arrivò al campo, si vestì della sua ridicola divisa da finta professionista e cominciò un finto e solitario riscaldamento pre-gara, più che mai conscia della disfatta imminente. Le si affiancò Leonard.
"Sai che gira voce che il mostro del DLF Spezia non ci sia?"
"Mbé?"
"Niente, informazione tattica"
Koris se ne sbatté altamente dell’informazione tattica e si diresse alla partenza dei 200 metri.
Piccola parentesi: le corsie, ovvero l’ordine di partenza e i posti sulla pista, sono sempre stati stilati in base ai migliori tempi personali. Ognuno comunicava il suo record e veniva piazzato di conseguenza. Questo faceva sì che Koris avesse la corsia più sfigata la maggior parte delle volte.
In quella maledetta domenica (ma all’epoca era ogni maledetta domenica) del giugno 2004 partivano due batterie di atlete per i 200 metri donne. Lo starter fece l’appello e Koris scoprì con sua grande sorpresa di non essere nella prima corsia della prima batteria (avere la prima corsia nei 200 metri è una sfiga non comune). Tuttavia per la seconda batteria restavano a correre individui che definire l’antisportivo era dir poco. A Koris venne un sospetto. Si informò.
"Scusate, ma voi che tempi avete?"
"Ah, io non li ho mai fatti i 200, è la prima volta"
"Io nemmeno"
"Io ho un personale di 30 secondi e più"
Koris era ben lungi dall’essere Marion Jones, ma il suo urfido personale lo aveva eccome. Andò a spiare la lista dello starter.

Koris, Universale Albadociccia, ST

ST: senza tempo. Come se i precedenti anni di atletica fossero stati spesi a giocare alla lippa. Fu più di quanto Koris potesse sopportare. Incurante della partenza imminente, si diresse verso Lerry a bordo pista.
"Tu! Brutto bastardoessereviscidoschifosomangiatoredicarrube, come hai osato iscrivermi senza tempo come se non avessi mai visto prima un paio di scarpe chiodate?!"
"Tanto per come stai correndo ultimamente è più che sufficiente. E ora vai che ti chiamano"
Koris rifece il nodo alle chiodate e si avviò bestemmiando in aramaico al suo blocco di partenza, dimentica che doveva correre 200 metri.
"Ai vostri posti!"
Io lo inculo coi chiodi di riserva, quello stronzo. Iscrivermi senza tempo. Senza tempo! Che l’anno scorso ero pure medaglia di argento. Mapporcazoccola. Appena finisco qui mi sente. Oh, se mi sente. Gli faccio un mazzo tale che non riesce nemmeno a configurarselo.
"Pronti!"
Giuro che è la volta buona che lo ammazzo. Vabbè che è l’ultima stagione che fa, ma questo è troppo. Senza tempo, io. Senza tempo! Senza tempo…
BANG!
Koris cominciò a correre. Contrariamente alle partenze dai blocchi vomitevoli che faceva nel 90% delle volte, questa non fece nemmeno troppo schifo, ma tanto nei 200 la partenza conta relativamente. Koris attaccò la curva, il suo pezzo preferito perché in curva ci si inclina e correre inclinata le è sempre piaciuto immensamente. Arrivò ai cento metri, momento del crollo fisiologico, senza che nessuno le passasse in testa. Nessun crollo, continuò a correre davanti a sé, fino all’arrivo. Prima della batteria. Record personale. Si concesse cinque minuti stesa sull’erba alla ricerca di ossigeno e delle sue gambe. Giunse Lerry alle spalle.
"Vedi che ce l’hai fatta?"
"Vaffanculo"
Koris si riprese il tempo necessario, poi si alzò e andò a recuperare i suoi effetti personali. Recuperate scarpe e maglietta inguardabile (gli abbinamenti di colori non sono mai stati il punto forte di Koris), superò la staccionata con un abile balzo e andò ad accasciarsi sulle gradine, orribilmente soddisfatta di sé stessa.
"Glielo ho fatto vedere io, che cavolo. Altro che senza tempo, ho fatto pure il record personale! Beh, è un periodo di merda, ma posso uscirne. Oh sì, con la depressione posso smettere quando voglio. Certamente…"
L’altoparlante interruppe i Koris-vaneggiamenti fra sé e sé.
"Per la competizione dei 200 metri categoria Juniores prima classificata e campionessa regionale Koris…"
Momento di spaesamento totale. Campionessa? Koris? Quella che come animale di ispirazione ha una lumaca (viola) di pelouches attaccata alla borsa? Campionessa lei? Possibile? Cosa c’è stata, una contrazione spazio-temporale?
"Gli atleti sono pregati di presentarsi al podio per la premiazione"
Koris non credette alle sue orecchie, andò letteralmente in visibilio. Campionessa lei, una cosa paranormale. Rifece la borsa alla buona, si spolverò la maglietta della società e inalberò un sorriso smagliante come se avesse vinto il Golden Gala. Si avvicinò alla staccionata per scavalcarla. Fede passare una gamba, cercò con un piede il terreno, poi fece passare l’altra gamba. Il piede destro trovò un gradino invisibile e vi sdrucciolò sopra. Koris cadde con tutto il suo peso con la caviglia destra girata verso l’interno.
Dolore assurdo. Un dolore così terrificante che sgorgarono due lacrime enormi dagli occhi. Col piede destro inservibile, Koris rimase paralizzata su una gambe sola, troppo dolorante persino per chiedere aiuto.
"Ehi, quella ragazzina si è fatta male!"
"Portiamola dal medico di gara!"
Koris venne sollevata per le ascelle da ancora non si sa chi e condotta in mezzo al campo, mentre l’altoparlante continuava a reclamare il suo nome. Un altro dolore assurdo quando le tolsero la scarpa. Stava per chiedere l’amputazione dell’arto.
"Ti fa male se tocco qui?"
"Guardi, mi fa male comunque anche se non tocca"
"Potrebbe essere rotta"
"Splendido, amputiamo"
"O potrebbe essere solo un legamento. Nel dubbio, ti metto la benda gessata"
Nel frattempo si materializzarono al fianco Lerry e Leonard.
"Koris, che chèzzo hai fatto?" domandò Lerry, quasi divertito.
"Mah, indovina!"
"Lerry, lo sai com’è fatta Koris: appena sente qualcosa che è fuori dall’ordinario, dà di matto e fa qualche cazzèta"
"Spiritosi, tutti e due"
"Non rompere e vai al podio, che ti chiamano da mezz’ora, campionessa"
"Vaffanculo!"
Koris si avviò al podio saltellando su un piede solo, per la delizia di tutti gli astanti che ridacchiavano sotto i baffi. Giunta la podio, il giudice di gara le consegnò la medaglia d’oro e la invitò a salire sul gradino più alto.
"Scusi, non è che mi darebbe una mano a salire?"
"Ti sei fatta male in gara?"
"Lasciamo perdere"
Altre risate da parte di tutti, il Koris-orgoglio che scivola sotto le scarpe. La gara si concluse con Lerry che portò Koris a spalle fino alle stazione di Sturla, perché a suo dire non zoppicava abbastanza veloce per prendere il treno. Una figura meschina, Koris era l’attrazione di tutti i passanti. Ma intanto aveva la medaglia d’oro al collo.

P.S. doveroso dello Stato Maggiore: questo post è dedicato a quello stronzone di Lerry, che si è fatto trovare dopo troppo tempo in un momento decisamente no.

“Potevano farcela”

La porta di cedro si aprì senza rumore. Sai si inchinò a Nobunaga e chiuse gentilmente la porta dietro di sé.
-Siete sveglio, mio signore?-
-Che ora è?-
-L’ora del bue-
-Perfetto-
-Quali sono i vostri ordini?-
-Fai portare la mia armatura e sellare il mio cavallo. Ah, e portami un po’ di colazione-
Sai era una donna efficiente e Nobunaga faceva sempre affidamento su di lei per le sue necessità personali. Aveva accettato gli eventi senza una lamentela. Dopo aver svegliato il paggio che stava dormicchiando oltre la porta, Sai disse al samurai di guardia di sellare il cavallo del signore, quindi portò a Nobunaga la colazione. Nobunaga prese le bacchette.
-Quando albeggerà sarà il diciannovesimo giorno del quinto mese-
-Sì, mio signore-
-Deve essere la colazione consumata più presto in tutto il regno. Questo è delizioso, servimene un’altra ciotola. Che altro c’è?-
-Alghe secche e castagne-
-Bene, una colazione davvero sontuosa,- Nobunaga finì di mangiare la zuppa, assieme a due polpette di soia -portami il mio tamburo, Sai-
Nobunaga possedeva un piccolo tesoro, un tamburo tradizionale chiamato Narumigata. Se lo mise su una spalla e provò un paio di colpi.
-Suona bene! Sarà perché è così presto, ma il suono sembra molto più leggiadro del solito. Sai, suonami un pezzo di Atsumori da danzare-
Obbediente, Sai prese il tamburo e Nobunaga iniziò a danzare. Il suono del tamburo, vibrante sotto le agili dita di Sai, raggiungeva ogni angolo del castello, come se stesse urlando “Sveglia! Sveglia!”

Si pensa che un uomo
non possa vivere
più di cinquant’anni
sotto lo stesso cielo…

Nobunaga cominciò a muoversi con piccoli passi graziosi, leggiadro come l’acqua, mentre cantava sul rullo del tamburo.

Non c’è dubbio che questo mondo
non sia altro che un sogno vano
Vivere una sola vita,
ci sarà mai un po’ di riposo?

La sua voce era più forte e tonante del solito e cantava come se stesse sopraggiungendo la fine della sua vita.
Un samurai stava correndo per il corridoio. La sua armatura faceva un rumore assordante quando i piedi toccavano il suolo. Aprì la porta della camera.
-Il vostro cavallo è pronto. Aspettiamo i vostri ordini, mio signore-
Le mani e i piedi di Nobunaga si fermarono nel mezzo della danza. Nobunaga si voltò verso il nuovo venuto.
-Non sei Iwamuro Nagato?-
-Sì, mio signore-
Iwamuro Nagato portava armatura e spada lunga al fianco. Al contrario, Nobunaga non aveva ancora indossato l’armatura e danzava al suono del tamburo. Nagato sembrava a disagio e si guardava in giro dubbioso. Il messaggero che aveva portato l’ordine di sellare il cavallo del nobile Nobunaga era il suo paggio. Tutti erano esausti per la mancanza di sonno e il paggio era giunto mettendo gran fretta. C’era stato forse qualche errore? Nagato si era vestito in poco tempo, ma non capiva il comportamento di Nobunaga. Normalmente, quando si chiede di preparare il cavallo da guerra, non si ha tempo per scene come quella che Nagato si era trovato davanti.
-Andiamo,- disse Nobunaga, con le mani ancora nella corretta postura di danza -sei un uomo fortunato, Nagato. Sei l’unico che mi abbia visto danzare nell’ultimo giorno di questa vita. Deve essere uno spettacolo interessante-
Quando Nagato capì cosa il suo signore intendeva, si vergognò dei suoi dubbi.
-Essere l’unico testimone della danza più importante della vostra vita è una gioia troppo grande per qualcuno con una posizione così umile come la mia. Comunque, vi chiedo il permesso di cantare il mio addio a questo mondo-
-Sai cantare? Ottimo. Sai, ricomincia da capo-
La cameriera non disse nulla e chinò la testa sul tamburo. Nagato si unì al coro della danza Atsumori.

Si pensa che un uomo
non possa vivere
più di cinquant’anni
sotto lo stesso cielo…

Mentre Nagato cantava, rivide tutti i suoi lunghi anni di servizio, a partire dall’infanzia di Nobunaga. Le menti del danzatore e del cantante divennero una sola. Le lacrime luccicavano sul viso di Sai alla luce della lampada. Anche lei suonava con una maggiore abilità, quel mattino.
Nobunaga gettò in terra il suo ventaglio ed esclamò:
-Dunque è la fine!- si voltò verso la cameriera -Sai, se scopri che sono morto dai fuoco al castello. Che bruci finché non è irriconoscibile-
La donna lasciò il tamburo e si inchinò fino a terra, rispondendo senza alzare la testa:
-Sì, mio signore-
-Suona il corno, Nagato!-
Nobunaga si voltò verso l’interno della cittadella, dove vivevano le sue figlie, poi verso le tavolette votive dei suoi antenati.
-Addio- disse con enfasi. Quindi legò i lacci del suo elmo e si diresse verso l’uscita.
Il corno che richiamava le truppe suonava nella calma delle tenebre prima dell’alba. Le stelle basse sull’orizzonte brillavano fra le nubi.
-Il nobile Nobunaga va alla guerra!-
La notizia si era sparsa come per magia, sorprendendo tutti i samurai non ancora pronti. Gli uomini che lavoravano nelle cucine e i guerrieri troppo vecchi per combattere avrebbero difeso il castello e nel frattempo facevano gruppo attorno ai loro compagni. I conti degli uomini che sarebbero rimasti a Kiyosu parlavano chiaro: non più di cinquanta anime. E pochi erano anche gli uomini che accompagnavano Nobunaga.
Nobunaga cavalcava il cavallo che si chiamava Tsukinowa. Sull’armatura aveva un pettorale di madreperla e cavalcò fino all’entrata principale. I tasselli della sua armatura sbattevano contro la spada lunga, producendo un suono acuto, musicale. Gli uomini nel castello dimenticarono l’etichetta e si misero a urlare quando videro apparire il loro signore. Nobunaga rivolse poche parole di addio agli anziani che lo servivano da tanti anni. Senza che riuscisse a realizzarlo, gli vennero le lacrime agli occhi. Nel tempo in cui Nobunaga ricacciava le lacrime dietro alle palpebre, Tuskinowa si era lanciato al galoppo come una raffica di vento fuori dal castello, sotto la pallida luce dell’alba.
-Mio signore!-
-Mio signore!-
-Mio signore!-
-Aspettate!-
Il nobile e i suoi attendenti non erano più di sei uomini a cavallo. E, come al solito, i servi temevano di restare indietro. Nobunaga non si voltò. Il nemico era asserragliato ad est e i suoi alleati si trovavano sulla stessa linea del fronte. Quando avrebbero raggiunto il luogo della loro morte, il sole sarebbe stato alto nel cielo. Nobunaga meditava sull’ironia della sorte, che aveva voluto farlo morire nella stessa provincia in cui era nato.
-Avanti!-
-Mio signore!- urlò un uomo dalla città.
-Yoshinari?-
-Sì, mio signore-
-Dov’è Katsuie?-
-Qui, mio signore!-
-Sei stato veloce! Quanti siete?-
-Centoventi uomini a cavallo agli ordini di Mori Yoshinari e un’ottantina agli ordini di Shibata Katsuie, duecento uomini in tutto. Alcuni li abbiamo lasciati indietro per raggiungervi-
Fra questi ultimi vi erano Mataemon e Tokichiro, conducendo trenta soldati di fanteria. Nobunaga lo vide in lontananza e seppe che la Scimmia era lì. Dalla testa dei suo centro cavalieri guardò le facce eccitate dei soldati, e per la prima volta pensò che potevano farcela. Il nemico poteva schierare quarantamila uomini, ma le sue truppe non erano altro che un pugno di sabbia. Nobunaga si sentiva abbastanza ardito da pensare di avere una possibilità. Era orgoglioso, come generale e come uomo. Anche se fosse stato sconfitto, i suoi uomini non sarebbero morti in vano. Avrebbero lasciato il loro segno sulla terra scavando le loro tombe.

da “Taiko” di Eiji Yoshikawa.

Ho sempre trovato questo pezzo ispirante. Un uomo che si prepara ad andare incontro alla sua morte e mentre le va incontro si accorge che forse una speranza c’è. Dopo la battaglia di Okehazama, Nobunaga inziò la sua ascesa per riunificare il Giappone.
Perché non importa che si vinca o si perda, l’importante è lo spirito con cui si affronta.

Love Koris #2

Episodio precedente: Love Koris #1

Koris iniziò a fare atletica che aveva quindici anni appena compiuti. Ebbe un colpo di fulmine incompreso con Lerry, che all’epoca era già no global ma non ancora frate trappista, che andava a prenderla in vespa il martedì e il giovedì e che le dava il casco di Sarona, fidanzata di Lerry e alunna di U Babbu. Lo Stato Maggiore non aveva ben chiaro se Lerry ricambiasse o meno, quindi seguitò, con i quattro allenamenti alla settimana e le gare nel week-end.
Fu quando, tempo dopo, Lerry partì per stare tre mesi in Corea a preparare la tesi che accadde il fattaccio. La tragedia. Il peggio del peggio. Del peggio. Ghesy, saltatore in lungo di un anno più vecchio di Koris, andò al cospetto dello Stato Maggiore e si dichiarò. Costui, proveniente da sancta sanctorum degli sfigati cosmici, aveva tentato più avvicinamenti, raccogliendo informazioni che la perfida Yaxara elargiva errate, perché essere carogne è un stile di vita. Lo Stato Maggiore deliberò senza troppa serietà.
"Mah, sarà la solita storia da due settimane e via"
"Ma a te piace?"
"Nemmeno un po’, ma a giudicare dall’espressione disperata, se gli diciamo di no questo si impicca"
"Non credo che sarebbe una grave perdita per il genere umano…"
Koris aveva quasi 16 anni e le idee piuttosto confuse sul rapporto di coppia. Disse di sì per tedio.
Fu una cazzata e lo Stato Maggiore se ne accorse subito, fin dal momento in cui Ghesy tentò disperatamente di trovare delle affinità per dimostrare che erano fatti l’uno per l’altra ("Tifiamo la stessa squadra di calcio" "Veramente a me del calcio non può fregare di meno" "Beh, ma io e tuo fratello tifiamo la stessa squadra"). Ma tant’è, non è che fosse molto impegnativo. Si trattava si sopportare quelle sporadiche incursioni bavose durante gli allenamenti, tollerare un "piccolina, sei la mia piccolina" senza ricambiare e reprimendo l’istinto di strappargli un orecchio a morsi, staccargli le mani dai magnifici miei quarti reali qualora si facesse insistente. Niente di più.
Di ritorno dalla Corea, Lerry li convinse che si amavano, anche se lo Stato Maggiore non ne era per niente persuaso, Yaxara in primis.
Ghesy proponeva di uscire, Yaxara declinava dicendo che doveva studiare, mentre cercava di finire la campagna di Dynasty Tactis attaccata per ore alla PlayStation 2, oppure in tenera comunione con Mercury a scrivere qualche pezzo per il gioco di narrazione su Star Trek.
Ghesy teneva gelosamente celata la sua relazione ai genitori, per cui non aveva mai soldi nel cellulare, cosa di cui Koris era immensamente grata. L’Amperodattilo, al contrario, sapeva tutto e non capiva.
"Io vado a giocare a D&D con L. e tutti gli altri, poi degenereremo in una partita a Magic, torno a casa per cena"
"Ma è sabato, di solito le ragazze escono col fidanzatino!"
"Di quale fidanzatino stai favoleggiando?"
"Ghesy. Non andate al cinema, o a fare una passeggiata in centro…"
"Che Nostra Signora della Sfiga con i Dadi ce ne scampi e liberi! Vado che ho un’elfa druida da far salire di livello"
Ghesy chiese una sola volta di poter vedere dove la sua presunta ragazza andasse. Probabilmente si spaventò al secondo "fammi un tiro salvezza" o al "metto in gioco sedici pedine scoiattolo!" oppure al "ti countero la magia! E adesso rispondi se sei capace, pivello!". Ne fuggì disgustato, cosicché lo Stato Maggiore ebbe campo libero e guinzaglio lungo. Koris fu un po’ meno grata quando lui scoprì le chiamate a carico del destinatario, che lo Stato Maggiore rifiutava allegramente.
L’estate in cui i tubi di casa Koris esplosero al gran completo e la famiglia si stabilì nelle steppe della Valbormida si verificò il punto di minimo storico. La madre di Ghesy scoprì il love affaire del pargolo, convincendosi che Koris lavorava per qualche hot-line e battesse la via Aurelia nel week-end per arrotondare. Così telefonò l’Amperodattilo, che si esibì in un cazziatone in grande spolvero per tutto lo Stato Maggiore.
"Ma cosa ci hai fatto con questo qui?!"
"Niente, manco è buono per farci il brodo!"
"E allora quelle chiamate alle hot line di cui dice sua madre?"
"Che colpa ne ho io se è un imbecille dedito all’onanismo con le gonadi al posto del cervello?"
Koris si ripromise di abbandonare un siffatto uomo per dedicarsi alla zoofilia (o all’ascetismo nerd), ma Lerry si mise in mezzo.
"Ma vuoi mollarlo?"
"Mi ha dato né più né meno che della passeggiatrice, che dovrei fare?"
"Perdonarlo"
"Sposarlo sobbarcandomi anche le spese del matrimonio no, per caso?"
"Lo sai che ha smesso di mangiare? È disperato, ti ama. Se lo abbandoni si lascerà morire di fame"
"Meglio, più ossigeno per tutti gli altri"
"Da quanto è che state assieme?"
"Stare assieme, adesso… non usiamo parole forti. Diciamo che gli piacciono le mie chiappe"
"Piacciono anche a me"
"Sì, lo so che sei un porco"
"Allora, da quanto state assieme?"
"Ho fatta la cazzata di dirgli di sì dieci mesi fa"
"E vorresti buttare via dieci mesi di investimento affettivo?"
Come investimento era paragonabile a un bond argentino, ma Koris decise di andare avanti. L., che ronzava attorno a Koris e alle sue druide elfe, se ne ebbe grandemente a male, ma nessuno nello Stato Maggiore ci fece caso. Così come non si accorse della corte spietata che le faceva il suo master di Dungeons and Dragons e del GDR di Star Trek, tutto intento a schermagliare con L. per contendersi i favori di Koris, che di favori non ne concedeva a nessuno. In compenso raccoglieva il meglio da entrambi, in termini di personaggi gonfiati e una discreta collezione di Magic di un certo valore.
Koris e Ghesy arrivarono a un anno assieme, stando quanto meno al calendario. Ghesy decise di agire da principe azzurro, prese in biblioteca una copia di "Dating for dummies" e portò fuori Koris. La invitò a mangiare una pizza, ma non si curò di prenotare. Vuoi per uno sfortunato giro di coincidenze, non c’era posto da nessuna parte. I due finirono a cenare in un simil Spizzico. Koris stava mangiando un trancio di pizza rancida quando Ghesy le allungò un pacchettino. Dentro c’era un braccialetto d’argento con lune e stelle, fine, aggraziato, luccicante. "Minchia," si disse Yaxara, in mezzo a un attonito Stato Maggiore "allora ogni tanto ci sa anche fare".
"Ti piace?"
"Molto carino"
"È di mia madre. Mi ha detto di dartelo, io non sapevo bene che fare, altrimenti…"
La classe era già morta e sotterrata, ma una nuova caduta di stile era in agguato. Appena Ghesy si alzò per pagare e tornò mestamente indietro.
"Senti, non è che potresti pagare tu? Sono uscito senza soldi"
Perse anche l’ultima chances della serata quando Koris si incantò a guardare i fulmini che cadevano sul mare.
"Non è uno spettacolo fantastico?"
"Mah, non so, non direi. Anzi, mi rende inquieto, torniamo in macchina che ho paura"
Membri esagitati dello Stato Maggiore urlavano vendetta mulinando lunghi coltelli e trinciapollo (lo Stato Maggiore era ancora in fieri e l’arsenale non era quello attuale). Una volta saliti in macchina, una Panda verde acido, fece l’ultima stronzata del loro rapporto.
"Senti, ma ormai è un anno che stiamo assieme…"
"Così pare"
La Koris-diplomazia era passata a miglior vita.
"Non è che noi…"
"Noi cosa?"
"Sì, beh, insomma…"
"Insomma cosa?"
"Potremmo… beh, hai capito"
"No, non ho capito nulla"
"Quella cosa lì…"
"Quale cosa? Il freno a mano? Il cambio? Il volante?"
Ghesy era più viola di una melanzana, Koris era furibonda e propensa al romanticismo quanto una tigre albina a digiuno da una settimana.
"Stai parlando di sesso?"
Ghesy annuì timidamente.
"Scordatelo"
"Ma… ma… li miei amici mi hanno detto… cioè, tutti quanti…"
"Io non sono tutti quanti"
"Dai, secondo me ti piacerebbe…"
"Secondo me no. Non ho neanche diciassette anni, nella vita ho di meglio da fare. Poi non mi stavi riportando a casa?"
Il giorno dopo Koris era tornata felicemente zitella, libera come l’aria e padrona delle sue chiappe.

Il seguito alla prossima puntata.

L’ultimo 400

Come taluni sanno, Koris ha un passato da atleta velocista o presunta tale. Koris accettava di buon grado di gareggiare sui 100 e i 200 metri, ma per farle fare i 400 metri bisogna portarla sui blocchi di partenza a forza, con non poche turbe mentali e psichiche derivate.
Koris fece l’ultimo 400 al palazzetto indoor di Valinor, che equivalevano a due giri di pista da 200 metri. Lerry la portò più o meno di forza sui blocchi, minacciandola delle più turpi azioni e coi peggiori ricatti. Niente da fare, Koris sembrava un gatto di fronte a una piscina, con tanto di turbe mentali.
"Koris!" ha chiamato lo starter. A quel punto era decisamente troppo tardi per fingersi morti, fuori posto o lanciatori di martello. Koris prese quindi posto sui blocchi, conscia che di lì a quaranta secondi sarebbe morta veramente per debito d’ossigeno, annegando nel suo stesso acido lattico. Pazienza, è stato bello finché è durato.
Lo starter spara, adolescenti in divise sgargianti partono. Koris è ultima.
"È partita troppo lentamente"
"Lo sta prendendo come se fosse un mille"
"Porca putténa, non ha capito un chézzo" (Leonard, chiamato affettuosamente da Orso "l’allenatore in seconda")
Lerry si apposta dietro alla linea dei 150 metri e urla quello che è solito urlare:
"Avanti, Koris! Via subito!"
Le traduzioni del termine "via subito" sono molteplici: può significare, in un’accezione neutra, "alla via così", mentre per spiriti ottimisti "avanti che stai andando bene" oppure, in una lectio difficilior, "muovi le tue chiappette belle e falle arrivare davanti alle chiappe altrui". Koris ha sempre preferito la lectio difficilior. Anche nel caso del suo ultimo 400.
Non si sa cosa frullò nella testa di Koris. Si sa solo che la si vide lanciarsi all’inseguimento dell’ultima della batteria, superarla, gettarsi in uno scatto disperato disperdendo parti di apparato respiratorio, superarne un altro paio mentre le cosce rigurgitavano acido lattico (ormai ampiamente convertite in regime anaerobico, peggio che batteri acidofili), arrivare prima della batteria con la solita espressione stranita. Dopodiché Koris cadde a terra priva di forze e di ossigeno. Quando aprì gli occhi vide Leonard e Lerry chini su di lei.
"Avresti potuto superare tutti in qualsiasi momento…" lasciò cadere Leonard.
"Sei una stronza" concluse più pragmaticamente Lerry. Koris annuì mormorando un rantolo che significava "Lo so".

Terminare la tesi è come fare l’ultimo 400. O meglio, gli ultimi duecento metri. Quando credi di non farcela ma sai che ormai è decisamente troppo tardi per ritirarsi. Quando si va all’abbrivio sull’arroganza perché qualsiasi altra cosa è esaurita. Quando l’impulso ad andare avanti è più forte dell’istinto di autoconservazione.
E soprattutto, quando non vedi l’ora di arrivare al traguardo per accasciarti e perdere i sensi (o vomitare anche l’anima, a seconda delle preferenze, ma Koris ha sempre favorito la prima opzione). Sentendoti dare della stronza, ovviamente.

Lab-talk, trasferte e salsa alla soia

Capo: ho parlato con Napoli, con l’individuo che tu mal sopporti. Gli ho detto che ti congratuli con lui
G.: ci ha creduto?
Capo: avrete modo di argomentare le ricostruzioni dello sciame. Anzi, avrete modo di sviscerare per bene l’argomento, una joint venture, ballerete praticamente assieme a Nagoya…
G.: che è famosa per il pachinko e i bordelli
Capo: ultimo tango a Nagoya, insomma…
G.: ecco
Capo: solo che userete la soia anziché il burro

Rimedi alternativi

Agosto 2003, località del Trentino persa negli abissi della memoria (anche se i vecchi archivi suggeriscono Dimaro), comunque sia, ritiro spirituale dell’AlbaDociccia. 
"Ma questo odore… è il voltaren!"
"Sì, esatto"
"Ti sei fatta male?"
"No, solo un po’ di indolenzimento"
"Certo che siamo proprio dei drogati, se riconosciamo il voltaren dall’odore…"
In altre parole, a Valinor l’atletica portava con sé l’effluvio vagamente alcolico della siddetta pomata. Perché il rimedio contro qualsiasi male di origine muscolare e affini si articolava in due parti. La prima, la pars lerryana (che potremmo anche definire l’aggravante):
"Lerry! Lerry!! Mi sento morire, ho i crampi, non muovo più una gamba, ho una coscia in fiamme, un ginocchio fuori asse, il polpaccio contratto, la caviglia che scricchiola e probabilmente l’arco del piede è spezzato…"
"Prova a fare un paio di giri di campo, magari ti passa"
Non esistono testimonianze superstiti secondo cui la pars lerryana abbia mai guarito qualcuno. Quindi, alla fine dell’allenamento, una volta portati via i cadaveri caduti sotto i rimedi made in Lerry, ci si cospargeva generosamente di voltaren, o di arnica, a seconda delle scuole di pensiero.

Giorni nostri. Koris è decisamente stufa di avere una guancia decisamente nervosa e dolorante, nonché di dover dipendere da antidolorifici. La cosa positiva è che ha fatto di necessittà virtù e ha imparato a ingoiare le pastiglie (questo potrebbe spalancarle le porte per il mondo delle droghe sintetiche, ma per mandare in botta lo Stato Maggiore basta molto meno). L’altro ieri ha avuto l’illuminazione.
"Ma se mi dessi il voltaren sul nervo dolorante? Ovviamente all’esterno perché il sapore è di quell’affare è urfido…"
Risultato: il Koris-nervo si è quietato e si sta sgonfiando a vista d’occhio. Koris sta per ritornare una persona normale. Ora deve solo disintossicarsi dai moment, e poi sarà la stessa di sempre.

Alternative

Meno 697,5 ore.
Sto cominciando a pensare che il suicidio non sarebbe male come alternativa, se non fosse che ritengo di avere alcune faccende da sbrigare nel frattempo. Poi l’idea di morire laureata era allettante. Se mi laureassi, però, l’alternativa suicidio decadrebbe come uranio impoverito. Ormai è un loop. Qualcuno inserisca un comando break e mi faccia uscire.
Perché, a proposito di break (nella sua veste di participio, broken), qui le palle rotolano, la voglia latita (ormai sono solo coercizioni, minacce e poco sensuali bondage sulla sedia) e la sete di sangue è alle stelle. La calma è un miraggio, il sangue freddo invece è fuori stagione, viste le temperature esterne (nonostante tutto non nevica, fanculo anche il tempo).
Potrei passare alle droghe pesanti, questo sì. Solo che cercare un pusher è troppo sbattimento. E devo studiare. E devo arrangiare la tesi. E dovrei anche scrivere per la Viking, passata in cavalleria alla grande (una notte deciderò che il limite per dormire è stato spostato alle 3 e scriverò il pezzo).
Dovrei anche mangiare, ma tutto sommato non ho fame. Sono nervosa come una bistecca tagliata male. Mi muovo a scatti e di preferenza prendo gomitate da tutte le parti. Cercasi dose di valium. Un altro essere umano direbbe di aver bisogno di coccole, bacini&bacetti e tenerezze, ma qui ci manca solo che si presenti qualcuno a domandare fette del mio tempo. Dopodiché dovrei abolire sicuramente i pasti e, probabilmente, fare a meno di andare in bagno. Sarebbe alquanto spiacevole.
Ho le mani che fremono e non mi dispiacerebbe qualcuno da ungere di botte. È stato crudele togliermi l’atletica, dopo quattro anni non mi sono ancora abituata. Per scaricare il cervello scrivo, ma per scaricare i nervi, intesi come fibre in genere? In questo posto del cacchio non si può nemmeno andare a correre per conto proprio senza rischiare uno stupro di gruppo. Esperienza di cui faccio volentieri a meno.
Forse ho pure voglia di tornare a casa. Il fatto è che si presenta il dilemma: treno o macchina? L’istitno suggerirebbe macchina, visto l’ultimo folle viaggio pagato con moneta sonante alle FS. Però c’è il fatto che si parte un giorno dopo e mi incasina i progetti. Bah, dovrò meditare anche quello.
Sto fremendo e questo potrebbe non essere bene. Dovrei chiedere al dentista una massiccia dose di anestesia, quella per i denti del giudizio è durata ben sette ore. Oppure attaccare Final Fantasy Tactics e pestare come un carpentiere finché non mi sfogo. Alternativa poco percorribile, però.
Il libro che sto leggendo mi sopravviverà, la mia tesi pure. Solo il libro posso mollarlo, la tesi no. Meglio non pensarci, voci di corridoio dicono che oggi sia una giornata no. Si dice anche che fra quattro giorni sia il mio compleanno. Ci mancava solo questa.
Il mio stomaco ha deciso che è ora di pranzo. Non che sia un vera e propria fame, ma se decido di saltare potrei cadere vittima di uno smangiucchio compulsivo durante tutto il pomeriggio. E, oserei dire, ci manca solo.
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