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Traslocazzo

Titolo da intendere come più vi aggrada.

Giovedì scorso è stato il giorno tanto temuto e paventato da marzo in poi, ovvero quello del trasloco del laboratorio negli uffici cosidetti temporanei. Sì, quelli in cui c’erano i ratti, forse scomparsi per magia, forse assunti in quanto nuovi co-workers. Ne sapremo di più al primo cavo di rete sgranocchiato, che potrebbe essere molto presto. A parte lo stanzino di tre metri quadri da condividere con altre due persone, le tende rotte e il sole in faccia fino alle dieci e la scrivania formato banco di scuola elementare, a Koris è andata ancora di lusso. Qualcuno ha ancora i buchi di sopra-citati ratti. Altri non hanno la rete perché boh, misteri. Altri ancora mancano di prese o di maniglie per le porte.

In generale, nell’edificio c’è l’elettricità ma non le luci, causa crollo di un soffitto che ha portato a tagliare tutta l’illuminazione. E non c’è nemmeno acqua potabile perché è rimasta troppo tempo nelle tubature e non si sa che in stato siano questi tubi. Interpellato in merito, Capo Giuseppi ha detto “vabbè, ma è temporaneo, sono solo sei mesi”, proponendo le seguenti soluzioni per l’acqua: farla scaldare nel bollitore abusivo e lasciarla eventualmente raffreddare, oppure andare ad abbeverarsi all’edificio vicino, per inciso un laboratorio che studia gli scambiatore termici dei reattori ad acqua, quindi se ne capiscono. Per fortuna il capo del capo di Capo Giuseppi dallo stipendio di giada, venuto in visita pastorale presso gli sfollati, ha detto a) che Capo Giuseppi è diversamente intelligente (Koris ha provato sentimenti indegni) b) che almeno l’acqua potabile ci sarà. Per la luce possiamo aspettare, finché è estate non c’è problema e in seguito le lampade ad olio sono molto suggestive.

Koris condivide lo stanzino e il suo groviglio dei cavi con un tirocinante più sveglio della media e con uno del laboratorio gemello. Costui fa cose sperimentali con le sezioni d’urto e ha collaborato con Neutronland. A Koris si è stretto il cuore, è salito un magone in gola e poi si è affacciato Toranaga dicendo “peace was never an option”. C’è chi dice che quaesta sitauzione potrebbe durare anche un anno, quindi magari si potrebbe sfruttare questo tempo (e la lontananza geografica di Capo Giuseppi) per trovare una sistemazione migliore. Toranaga è già a fare piani perché le pentole a pressione nucleari sono belle ma non ci vivrei, e la gestione di Capo Giuseppi è più che perfettibile.

Com’è noto, l’emozione principale di Koris è la rabbia e in questo periodo si incazza per un nonnulla, come un drago sottoposto a dieta macrobiotica. Si incazza perché mancano ancora diciotto giorni alla partenza per il paese dalla pendenza e pluviometria importanti e in diciotto giorni può succedere di utto. Si incazza perché c’è il coviddi e allora che si deve fare, andare dai ruolisti e rischiare l’appestamento o dare buca e rosicare? Si incazza perché le carte di consumo dell’uranio hanno abboffato la uallera (Junior cit.) e continuare a fare cose senza un criterio sarà sempre e solo una grossa perdita di tempo. Si incazza perché vorrebbe essere a -400 e tutto le rema contro, ritrovandosi invece a sorvegliare principianti a -60. Si incazza perché la vita non va dove vuole lei. Si incazza perché doveva mandare quel curriculum a Neutronland, senza farsi condizionare dalle vuote promesse di Capo Giuseppi e affini (la prossima volta che penserà a bazzecole come la lealtà o la parola data Koris si prenderà a sprangate da sola). Si incazza perché vorrebbe mangiare patate col lardo e invece ci sono sei milioni di gradi. Si incazza perché si incazza.

Magari può addrestrare i ratti a fare le carte di consumo dell’uranio al posto suo.

Sommersi dalle scatole

Il cerchio è chiuso

Dopo anni-secoli-millenni di fifa nei pozzi rivelatasi del tutto ingiustificata (o almeno, ingiustificata per una speleologa che in teoria dovrebbe saper fare), Koris si è decisa a rimettere il culo in carreggiata e il discensore in un pozzo serio. Solo che quando la tua vita va a brandelli è difficile riportare le chiappe sulla giusta via, quindi Koris ha iniziato a chiudere il cerchio della paura solo nel 2019, dopo tre anni di tentennamenti, terrori e altre cose poco lusinghiere. Poi vabbè, è successo quel che è successo, coviddi, confinamenti e coglioni girati, perché quando il Cetriolo Cosmico ci si mette fa le cose per bene.

Il primo cerchio è stato chiuso giusto un attimo che si chiudesse l’universo per la seconda volta nel 2020, alle Doline. E nonostante la soddisfazione di essere riuscita a calarsi giù per quel gustoso pozzo di 50 metri che le tendeva le braccia dal 2017, Koris non era contenta. C’era ancora una macchia su sul cv speleo e quella macchia era il maledetto Thipauganahé, che ha dato origine alla catena di terrore dei pozzi nell’ormai non vicinissimo 2016.

È dovuta passare un po’ di acqua sotto ai ponti perché Koris trovasse il coraggio di rimetterci piede e di non reagire d’istinto rispondendo “Thipaucaca” (maturità prima di tutto). Un afoso giorno di giugno il coraggio è arrivato e Koris ha fatto opera di persuasione verso un malmostoso ‘thieu che era più propenso a restare sul divano per lamentarsi del caldo.

Il giorno designato ‘thieu era del suo solito non-gaio umore, Koris ha sollecitato lo stesso.
“Hai paura che andiamo e che io non riesca a scendere?”
“Un po’ sì”
Koris è quindi entrata nello stesso stato d’animo di quando, qualche millennio fa, quello stronzone di Lerry l’aveva iscritta senza tempo alle regionali di atletica. Che si può riassumere con “te lo faccio vedere io”, ma in verità è un po’ più elaborato e contempla l’opzione “ok, vabbè, avevi ragione tu”, che nella vita non si sa mai. Ad ogni modo, c’era tensione nell’aria, Koris non era sicurissima della riuscita dell’impresa, ma era abbastanza persuasa a provarci.

Il Thipau non è cambiato e Koris ha riconosciuto la macchia di alberi in cui ha vagato nel buio di quel tardo pomeriggio di febbraio in cui non sapeva bene se era davvero viva o se era solo una manifestazione della sua stessa fifa. Questa volta c’erano sani sani 25 gradi di più e un sole implacabile. Koris ha iniziato a ripetersi che è un essere umano abbastanza cambiato rispetto al 2016, al di là del discorso che le cellule si rigenerano ogni sette anni e altra amenità del caso. E poi l’imbrago è un comodo modello col sottocoscia e ben regolato, non quel cesso rosso preso da una cantina perché quello ufficiale era sfilacciato e regolato alla buona. Alla fine tutto quel casino era solo colpa dell’imbrago, vero? Vero?!

‘thieu ha armato la grotta in quanto armare e combattere i propri demoni interiori non è proprio semplicissimo e per una volta Koris voleva una cosa semplice. Della grotta in sé Koris non ricordava granché. O meglio, non ricordava i primi due pozzetti perché probabilmente all’ultimo transito era in uno stato mentale alterato e vedeva i draghi. Non si ricordava nemmeno bene la sommità del maledetto pozzo che in tutto fa 80 metri, di cui 40 in un tubo di due metri di diametro e gli altri 40 nel vuoto. Come cadere dall’intestino in un gabinetto, amis les pöetes bon soir. Koris ci ha messo le chiappe dentro, che tutto sommato era già un bel passo avanti, visto che fino a non così tanto tempo fa la cosa sarebbe stata parecchio difficile.

Il Thipau e il suo pozzo-cesso

Poi giù per il tubo. A differenza del resto, Koris ricordava abbastanza bene il tubo, così come aveva impresse nelle memoria tutte le prese a cui si attaccava in lacrime perché “non mi fido dell’imbrago, è troppo largo, ci cado attraverso” (no, non sarebbe stato possibile). Anche il frazionamento di mezzo del tubo era impresso nella Koris memoria, come uno di quei posti in cui non passeresti più di tanto tempo. E invece questa volta ha approfittato del paesaggio perché al di sotto c’erano problemi logistici.

“C’è la corda tutta arrotolata”
“Senti, sei tu che hai deciso di buttarla dall’alto, eh…”
“E ho rischiato di ammazzarmi”
“IN CHE SENSO SCUSA??”
“Ho fatto male un nodo e stava scivolando. Vabbè, non mi sarei proprio ammazzato, ma comunque ora scendo…”

Che poi era tutto quello che Koris voleva sentire proprio nella grotta in cui lei aveva pensato di non sopravvivere. Grande momento di solitudine: che facciamo, ritentiamo una prossima volta che potrebbe anche essere mai? I presupposti non sono rassicuranti e in questo posto ci sarebbe bisogno di un po’ di rassicurazioni e per adesso non è che ne abbiamo ricevute granché…

Però ormai siamo qui, ci sono solo quei trascurabili quaranta metri che dividono Koris dal suolo. Nel vuoto. A quel frazionamento protagonista di una crisi di nervi coi fiocchi, dove le stalattiti ti guardano negli occhi e se le fissi troppo iniziano ad assomigliare a zanne pronte a mordere. Ok, forse stiamo divagando. Se non fosse quel frazionamento sarebbe un frazionamento come tutto gli altri, no? A parte i quaranta metri sotto al culo che insomma, se fossero solo dieci sarebbe meglio…

Quaranta metri di buio, quaranta metri di corda che scivolano nel discensore mentre Koris lo fissa perché attorno c’è solo nero o un fotone disperso su una parete lontana. Poi la terra rossiccia, prima i piedi, poi le chiappe perché le gambe hanno una strana consistenza gommosa. Il frazionamento adesso è quaranta metri più in alto, Koris è a terra. Viva. Dopo più di sei anni di terrori, plus peur que mal.

Panini, test fotografici di ‘thieu che stampano flash a piena potenza sulla Koris-retina, poi si risale, sperando di non fare come Orfeo che si è bruciato nella salita tutti i frutti della discesa agli inferi. Quaranta metri di vuoto in un imbrago da cui non si cade più, quarante metri di tubo, un totale di ottanta metri di sudore. Koris arriva in cima al P80 sentendosi come il personaggio di uno scabercio fantasy motivazionale che ritrova il suo potere scoprendo che il suo peggior nemico in realtà è se stesso. ‘thieu disarma perché “ho fatto troppo casino”, Koris esce per i pozzetti rimanenti portandosi attaccati al culo il sacco foto e un sacco di corda.

E nella calura pomeridiana la maledizione del Thipau è infranta, Koris sentiva che era anche l’ora. Forse se quel giorno del 2016 avesse deciso di starsene a casa invece di rimediare un imbrago di fortuna, tutto questo non sarebbe stato necessario. O forse sì, perché certe cose sono inevitabili e se devono succedere poco importa il luogo (‘thieu il pragmatico risolve la question con “è successo, l’abbiamo gestita, passiamo oltre”). Però adesso Koris è tornata ad essere una speleologa decente, l’incubo del pozzo del Thipau è finito e possiamo iniziare a divertirsi. ‘thieu ha preso la palla al balzo e ha proposto l’Aven Aubert col suo agevole P100, seguito dal P140 della Muraille de Chine, però solo in inverno e sottozero perché altrimenti c’è dentro una cascata. Tanto per stare tranquilli.

PuntiPost

Post simil-resoconto che sviscera alcune cosette inessenziali della Koris-vita.

Piedini che passione: strizziamo l’occhio ai nostri amici feticisti, che se no le keywords de blog si impoveriscono. Koris era abbastanza motivata (leggasi: disperata) per approfittare del sabato senza speleo per andare a procacciarsi le Converse. Poi il suo grasso e grosso culo le ha fatto presente che muoversi dal divano sprovvisti delle necessarie informazioni di base poteva essere una mossa azzardata, quindi Koris ha prima cercato dove andare a colpo sicuro per codeste scapre. Risposta rapida: da nessuna parte. Il vantaggio di calzare scarpe di 22.5 cm fa sì che non le abbia nessuno, proprio nessuno, assolutamente nessuno. Il grasso e grosso culo ha quindi suggerito che essendo i centimetri una misura abbastanza affidabile, si potevano ordinare sull’internet e tanti saluti allo sciòpping. Koris è pertanto in attesa di un paio di Converse numero 35 trovate come occasionissima per la fascia scolastica elementari-medie (per davvero); qualora siano troppo lunghe, l’Amperodattilo ha proposto di mettere del cotone in punta, altrimenti di tagliare un pezzo di piede. Meno male che Koris non ha mai avuto il desiderio di sposarsi con vestito bianco annessi e connessi, altrimenti le sarebbe toccato andare all’altare indossando un abito Barbie Sposa Radiosa e ai piedi delle Lelli Kelly di vernice. Fine della parte umiliazione/”ih ih ih piediny”.

Summertime: la vita torna alla normalità e il solstizio si avvicina, il che significa che Koris è tornata nelle braccia serrate dell’insonnia e Morfeo sta facendo le carte per il divorzio. Di notte non si suda ancora come coguari ma è tutta una questione di tempo. La luce del giorno arriva troppo presto e a Koris ricorda di quella volta a Mosca quando si svegliò alle otto ma il sole era già allo zenit e andò nel panico. Fatto sta che le troppe ore di luce hanno sballato i bioritmi di Koris che già di per sé non erano tanto sani. Ieri notte, in preda a non si sa quali pensieri molesti, ha comprato un libro usato a mezzanotte passata perché altrimenti non sarebbe mai riuscita a dormire. Va tutto benissimo, insomma.

SpeleoCose: non si va in grotta da due settimane per svariate ragioni e questo potrebbe giustifica lo stato alterato. Però sabato-domenica c’è l’esercitazione del soccorso speleo, quindi forse saremo risarciti. O forse no, lo sapremo solo vivendo. ‘thieu si lamenta che non vuole svegliarsi presto per andare all’esercitazione, in compenso è esagitato perché per il ponte dell’Ascensipone vuole andare in Savoia e lo ripete in loop dieci volte al giorno. Coi bambini ci vuole pazienza, signora mia.

Groupies rinascimentali: domenica Koris è andata ad ascoltare ‘thieu che si esibiva in conservatorio. Tuttavia non è andata per supporto morale o per amore, le motivazioni erano tutte la bombarda basso, ovvero due metri di tubo ligneo sforacchiato che hanno abitato per due mesi un angolo del salotto. Vedere ‘thieu maneggiarlo dal basso del suo metro e ottanta è stata un’esperienza indimenticabile. Il suono emesso pareva la modulazione della sirena di un traghetto, ma senza l’inquinamento annesso. A meno che il musicista non abbia il coviddi, come ha dimostrato la vita vissuta.

Traslochi neutronici: Koris si gode l’ufficio solitario in compagnia degli acari, mentre aspetta che le dicano quando dovrà lasciare i luoghi. Nel frattempo i rapporti dei colleghi già traslocati dicono che in certi uffici non ci sono abbastanza prese né di rete né di corrente, non ci sono tende alle finestre esposte a sud, non ci sono né riscaldamento né aria condizionata. Del resto, come dice la Segretaria Karen, è tutto temporaneo, per soli sei mesi o qualcosa di più.

Varie, avariate ed eventuali: siccome ormai il cervello di Koris è perso, ogni tanto si mette a canticchiare “Shiva Shiva Shankara“, canzone tratta dal film high fantasy in lingua telugu “Damarukam“, scoperto una sera con Junior perché la caccia al trash sta diventando una ricerca filosofico-morale. E adesso che l’avete sentita è anche nel vostro cervello.

Piedini psichedelici

Scatoloni, polvere e Karen

Il laboratorio è in subbuglio perché si trasloca. E si trasloca perché anche qui si è voluto prendersi una fetta di torta del gustoso piano FranceRelance, che alla fine è un bonus facciate col nome più fico. Ci sarebbe molto da discutere su come, post coviddi (che poi siamo davvero post è un altro discorso), l’idea di rilancio generale sia tutto sul rifare beni immobili. Uno spettro si aggira per l’Europa, lo spettro delle ristrutturazioni.

Che poi sia chiaro, questo posto avrebbe un gran bisogno di ristrutturazioni. Ne ha bisogno dal 1970 circa, a giudicare dagli infissi. Termicamente un colabrodo, per non meglio specificate ragioni di sicurezza si può aprire solo una finestra su tre, matasse di cavi di rete ed elettrici un po’ ovunque perché la sicurezza non vale in questi casi. Dal punto di vista estetico tutto è color caghetto che è la tinta preferita di Koris, a metà fra il rosa carne e il vomito post-sbornia con acidosi. Urge uno studio per investigare la ragione profonda per cui negli anni ’60 era in voga il color caghetto, deve c’entrare per forza l’LSD, forse sotto allucinogeni il color caghetto lo stesso odore dell’arcobaleno.

Piccolo excursus sulla gestione della faccenda: nessuno sapeva bene come si sarebbero svolti i lavori. Sulle prime si diceva che si sarebbero svuotati gli uffici per la durata dei lavori nella detta stanza, quindi si sarebbe passati alla successiva. Gli sfollati sarebbero stati parcheggiati presso i colleghi, in una perfetta imitazione del “mi appoggio un attimo da te”. La questione “mettiamo la gente in smartworking” è stata sfiorata e subito abbandonata perché non sarebbe stato giusto verso gli altri lavoratori che non devono subire ristrutturazioni. E del resto, perché fare semplice se si può fare complicato? Poi l’andazzo generale divenne “bisogna svuotare l’edificio”, quindi l’idea fu di spostare tutti in altri uffici, cercando di far stare 90 persone dove c’era posto per 30 scarsi (il coviddi ha messo like a questo elemento). Alla fine qualcuno ebbe l’idea geniale e, per mantenere la tanto sbandierata coesione sociale, si decise di sparpagliare due laboratori in tre edifici diversi. Per aumentare l’entropia, le persone sono state ripartite per “tematica in senso esteso”, e tanto valeva scegliere come criterio il colore dei capelli, le preferenze in fatto di cani o gatti, la lunghezza delle unghie dei piedi o il buon vecchio e collaudato metodo “a cazzo di cane”.

Il trasloco è stato paventato per mesi e mesi (pare da prima che Koris mettesse piede qui dentro) e adesso incombe. Grande protagonista la Segretaria Karen, un crogiolo vivente di stereotipi sulle bionde più o meno tinte, con la stessa voce di UniKitty del “Lego Movie” e l’intelligenza di una gallina non proprio acuta per gli standard aviari. Koris la adora, ça va sans dire. Segretaria Karen ha inziato a inviare irritanti mail da gennaio scrivendo che il trasloco poteva avvenire da un momento all’altro, quindi bisognava mettere TUTTO negli scatoloni, computer compresi. Non era ancora chiara la destinazione, visto che gli edifici temporanei non erano ancora definiti, ma bisognava comunque inscatolare TUTTO. Bonus: Segretaria Karen che entrava senza bussare in qualunque ufficio e veniva a cacare il cazzo perché a suo dire nessuno era pronto.

La bellezza di dieci giorni fa si è saputo qualcosa: metà della gente doveva traslocare entro metà maggio, l’altra metà dopo, dove dopo poteva essere un qualunque momento fino alla morte termica dell’universo. Koris fa ovviamente parte di questo secondo gruppo, mentre il tipo con cui condivide l’ufficio deve sloggiare immediatamente. La cosa ha generato un gran trambusto perché nei nuovi uffici non ci sono né cavi di rete, né hub, né multiprese, quindi chi eredita cosa? Non è chiaro. Le linee telefoniche come verranno trasferite? Mistero.

Segretaria Karen, che si lamenta di dover gestire la logistica del trasloco, non ha risposte a simili domande triviali, tanto mica lavoriamo in rete, oh, da quando i sorgenti dei codici di simulazione stanno su un disco remoto, possiamo simulare tutto su Excel, ovvio. Il problema principale di Segretaria Karen sono… le etichette da apporre a scatolini, computer, varie&eventuali. Un giorno scrive che bisogna apporre le etichette adesso immediatamente a cose, persone, animali e minerali onde evitare che vengano incautamente dimenticati. Due giorni dopo manda uno stupidissimo documento Word in cui dà il modello di etichetta perché pare scriverlo a mano fa brutto. Se le etichette fossero già state attaccate boh, Segretaria Karen vuole le sue etichette che ha passato così tanto tempo a fare (parliamo sempre del documento Word da riempire con cognome-nome-numero edificio-numero ufficio). Per inciso bisogna che siano resistenti perché poi si usano le stesse per ri-traslocare tutto a lavori finiri. Come se l’usura, la polvere, il caldo e il logorio della vita moderna non avessero ragione di loro.

E per quando è prevista la fine dei lavori? Fra sei mesi. Segretaria Karen evita qualunque problema dicendo “è tutto temporaneo, potete sopportare di dover condividere la rete a turno o qualche momentaneo inconveniente, sono solo sei mesi”. Solo sei mesi, che sarà mai. Capo Giuseppi fa il cosplayer di Ponzio Pilato e se ne lava le mani, salvo lamentarsi quando gli studi saranno in ritardissimo a causa di qualche piccolo inconveniente temporaneo.

In tutto ciò, Koris cerca di guardare i lati positivi della faccenda. Siccome tanto il collega quanto lo stagista inquilino abusivo traslocano, Koris si ritrova un ufficio per lei da sola finché non verrà traslocata anche lei. A meno che la polvere smossa non la sommerga prima, rischio da non sottovalutare. Inoltre la sua sistemazione temporanea non è nello stesso edificio di Capo Giuseppi, che si è riservato uno spazietto assieme alla gerarchia per farci sapere che non si mescola ai mortali sgobboni; individui loschi e pelosi di cui non faremo il nome hanno già suggerito di portarsi il gheming leptop in ufficio e diventare giocatori pro di Civilization, giustificando qualunque ritardo sul lavoro a qualche momentaneo inconveniente. Koris sta valutando la cosa, nel mentre si risponde che il resto del disagio lo scopriremo solo vivendo.

Mi raccomando, le etichette!

Reprise

Visto che, nonostante tutte le peripezie che si avvicendano, il pianeta continua a girare, deve girare anche l’esistenza su questo sasso spaziale alle deriva su un’orbita sballata.

Il meteo ha sabotato il week-end in grotta, cosa che non aiuta il Koris-morale malmostoso. Koris in generale si odia perché dovrebbe fare diecimila cose e ha voglia per lo più di lamentarsi e lurkare Amazogn Praim. Dovrebbe finire un racconto e mandarlo all’editore ma non sa come finirlo anche se mancano letterlamente quattro parole. Sta ricominciando a fare le liste delle cose da fare perché ogni tanto l’universo è più facile da affrontare se puoi spuntare qualche punto ogni tanto.

Fra le lamentele occasionali di cui tutto sommato si può parlare, c’è il dramma delle scarpe estive. Koris ha portato fino ad oggi un paio di Converse blu modello UnoPampino, comprate nel 2011 da un Amperodattilo che approfittò di un momento di debolezza post rottura coò Senzaddio. Undici anni sono un’età onorevole per un paio di scarpe e vista la suola ad uso scivolo, urge cambiarle. Koris era convinta che fosse sufficiente andare sul sito e ordinare lo stesso modello e lo stesso numero, una tecnica sicura per i cromosomi X che hanno falle nei geni che codificano l’amore per lo shopping di calzature. Tuttavia con grande sgomento Koris ha scoperto che la corrispondenza fra centimetri e taglie è cambiata, quindi il suo piano geniale è fallito ancor prima di cominciare. Si prospettano due soluzioni: staccarsi il piede e mandarlo alla ditta affinché trovino la scarpetta ideale, oppure muovere il suo grosso e grasso culo e procacciarsela da sola. La regia ammette che l’ipotesi “tiriamo un altro anno con le scarpe vecchie” è abbastanza gettonata, in barba alla decenza.

‘thieu maledice uno script python che dovrebbe generare documenti, pontifica di uscite speleo in Savoia e decide di partire per i Pirenei con una settimana di anticipo. Koris medita tremende vendette a base di “invitare amiche a Marsiglia e darsi alla pazza gioia”, bisogna vedere se la logistica sarà d’accordo.

Varie ed eventuali lavorative ce ne sarebbero anche, ma Koris arranca un po’. Ogni tanto il cervello si sveglia e connette i due neuroni per fare qualcosa di utile. Ogni tanto invece la concentrazione si perde e Koris si ritrova a fissare l’abisso, quindi l’abisso guarda Koris e dice fra sé e sé “oh, ma che schifo!”. Poi magari fra qualche giorno torniamo anche a lamentarsi di Capo Giuseppi e compagnia cantante. Ora torniamo a fare un po’ di streaming dall’abisso.

L’abisso sta pensando “che porcheria!”

Cannelloni ricatto e spinaci

Koris per la prima volta ha votato alle elezioni francesi da Francese vera, non più da straniera per grazia ricevuta per le municipali e le europee. Fa un certo effetto perché si è incasinata e si aspettava le dessero la scheda da crocettare, quando invece in Francia prendi i bollettini coi nomi dei candidati, ne cambina ne imbusti uno e getti gli altri, quindi consegni la busta. Koris se ne stava andando senza riprendersi la carta d’identità, ma era un po’ sotto shock dopo aver visto per strada un ragazzino che guidava un monopattino seduto su una vecchia poltrona di cuoio, essa stessa sul monopattino. Ogni tanto la creatività marsigliese resta incompresa.

Ieri era il compleanno di ‘thieu che ha compiuto troppi anni, cosa che non lo ha tutelato dal ricevere altri calzini con i ricci. Koris voleva preparargli una torta favolosa con meringa di noci e galletta friabile alle mandorle, una roba che doveva ricordarsi nei secoli dei secoli. Poi Koris sabato mattina si è svegliata con la sindrome dell’impostore e i pensieri oscuri, quindi ha ripiegato su un moelleux aux noix, meno impressionante ma con più probabilità di successo. ‘thieu ha molto apprezzato. Come anche ha apprezzato i cannelloni per cena, solo che Koris ormai si incasina con l’ortografia e quando ha cercato la ricetta ha chiesto a Google di trovarle… beh, il titolo del post.

Fare le uscite speleo con un adolescente scontroso che non ti ascolta è un’ottima esperienza contraccettiva. Forse non quanto portare in grotta le figlie lamentose di un padre che non se ne occupa, ma comunque non male. Per altro, oltre a non ascoltare, gli adolescenti puzzano. Koris sta cercando di ricordarsi se a quell’età puzzava anche lei, ma non ci sono registrazioni in merito. Si ricorda in compenso che Orso passò un periodo da obiettore di coscienza della doccia, quindi da un giorno all’altro si ritrovò all’estremo opposto, preda dell’annoso dilemma “se mi faccio il balsamo due volte in un giorno mi rovino i capelli?”.

Venerdì si è deciso che si parte per le italiche sponde. Koris ci pensava molto intensamente stamattina, mentre preparava panini con uno pseudo-prosciutto crudo e borbottava “appena arrivo a Merdopoli mi ammazzo di pancetta coppata, non me ne frega niente”. Ci potrebbe essere anche una puntata piemontese con crespelle al Raschera, anche se Koris teme che pranzare fuori casa sia un rischio pestilenziale non da poco. Vogliamo davvero correre tutti un rischio per le crespelle al Raschera? E per il vitello tonnato. E per i sedici metri di salsiccia con patate. E per il bunet…

Cannelloni mistici

Giorni densi quando capita a te

Koris è seduta alla scrivania del suo ufficio deserto, davanti a un’insalata della mensa che naviga in un olio di dubbia origine. Medita sui casi della vita mentre la vita la prende un po’ per il culo.

Gli ultimi dieci giorni non sono stati proprio facilissimi. Fu dapprima il verificarsi di un evento considerato statisticamente improbabile. Uno di quegli eventi che possono scombussolarti la vita e non sai bene come prenderli, soprattutto sapendo che Koris continua ad avere la maturità di una quindicenne. Poi nel giro di cinque giorni l’evento scombussolante divenne un potenziale problema, col braccio sinistro di Koris trasformato in quello di una junkie e un sacco di domande insistenti. Solo che le domande insistenti hanno ricevuto risposte preoccupanti, perché Google non sa essere rincuorante. Alla fine la natura ci ha messo lo zampino e l’intera faccenda pare essere in corso di risoluzione senza strascichi. In preda a un cocktail emotivo, Koris un po’ si odia perché si è di molto montata la testa per via delle ricerche compulsive; una vita passata a imprecare contro quelli che “la radioattività non è naturale, l’ho letto sul blog di GinoFuffoloAntiNuke” per poi farsi mandare nel panico più totale dai post di Spirulina26 sul forum “Pikkoli Ancieli Pelosetti”. Bella performance, Koris, sei saggia finché l’esperto sei tu, altrimenti torni una minchiona da tastiera dotata del quoziente intellettivo di un’oloturia e dell’ansia di carlino sotto anfetamine. Si ringraziano tutti coloro che hanno tollerato gli scleri di Koris in questi ultimi dieci giorni. Menzione speciale per l’Amperodattilo perché un Amperodattilo è per sempre e perché in più di trent’anni certe scienze danno sempre le stesse risposte e gli stessi consigli.

Otto volante emotivo a parte, che lo ha colpito non poco nonostante la faccenda non fosse nelle sue carni, ‘thieu è ancora vittima della longa manus del coviddi. Di umore perfettibile, per lo più si lamenta che è stanco e dorme. Si sveglia e si lamenta del lamentarsi dell’essere stanco. Non ha voglia di andare in grotta e lascia Koris a spenzolare appesa ad armi che ha messo lei, di dubbia fiducia. Si spera che i lasciti del coviddi si decidano a sparire, che ci sono tante da cose da fare.

In tema di coviddi, dopo aver ripetuto per mesi “ma certo che potete lavorare mentre siete in isolamento, mica prendete giorni di malattia, tanto dovete stare a casa”, Capo Giuseppi è caduto nelle grinfie del vairus. Ovviamente è scomparso dagli schermi, da Skype e da questa linea temporale. Si è manifestato solo pochi minuti presso un Koris-collega per dire che non sta affatto bene come pensava che fosse, che non può lavorare e che bisogna capirlo. Koris si astiene da qualunque commento, tuttavia continua ad augurare a Capo Giuseppi una pronta guarigione, nonché una promozione a chef de service in tutt’altra unità, se possibile anche in Ile-de-France (questa è la tecnica Celia per cui non si deve mai augurare il male, quanto piuttosto il bene ma il più lontano possibile).

Koris ha ormai imparato a mettere una barriera osmotica fra lei e il lavoro, che permette di prendere le cose con un certo distacco e non farsi fagocitare da gorghi stile Neutroni Porcelloni. Ciò nonostante gli avvenimenti la hanno un po’ sbarellata, quindi guarda la potenza residua dei mini-reattori senza saper bene che farsene. Avrebbe un gran bisogno di sedersi da qualche parte, giocare a Civilization IV dove ha imparato a dichiarare guerra come un presidente russo qualunque, guardare “Big Mounth” che è esageratamente volgare e per questo stupidamente divertente, andare in grotta a -300 con un kit di dieci chili attaccato alle chiappe. Però la settimana prossima dovrebbe riuscire a fuggire in Italia dai Maiores assieme a ‘theiu, per cui magari un po’ di relax si trova.

Impressione artistica del vortice emotivo nel Koris-cervello
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